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14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese, naturalmente, non in CFA – che non valgono un cazzo! – ma in sonante valuta estera, dollari usa o euro!…

08.febbraio.2014 · Posted in politica

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese

Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13
Congo 3
Ciad 3
Burundi 4
Repubblica centrafricana 4
Niger 4
Mauritania 4
Burkina Faso 5
Comores 5
SUB-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove500 miliardidi dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

 

#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

 

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]

#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

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Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di 

Fonte: siliconafrica.com

 

ATTUALITA’posted by 

Francia-Africa: ipocrisia “vomitevole” (di N. Forcheri)

Mettiamo i puntini sulle i. Se c’è un paese, o meglio, l’élite di un paese, ad avere più di tutti provocato la crisi migratoria che sommerge l’Italia e l’Europa, quel paese è la Francia. Primo, con la guerra alla Libia e l’omicidio di Gheddafi, voluto da Sarkozy e entourage (e il clan dei Clinton), tra le altre cose, con lo scopo di accaparrarsi dei contratti DIPLOMATICI commerciali che la Libia e l’Italia di Berlusconi avevano stipulato e sostituirli con contratti con aziende francesi, strappati con la forza, è il caso di dirlo. Secondo, per la situazione di profonda prostrazione e sfruttamento in cui tiene 14 paesi africani più le Comore, sin dal dopo guerra e gli accordi di “decolonializzazione” stretti con De Gaulle. Accordi segreti che in realtà hanno sancito la continuazione del colonialismo puro e semplice.

Come? Con uno schema Ponzi e una moneta. Moneta fiat prestata da chi la crea dal nulla in cambio di tutto. Lo stesso schema imposto da FMI e petrodollaro dal dopo guerra; lo stesso schema poi perfezionato con l’euro. Solo che in Africa è esacerbato e chi crea la moneta è la Francia (cfr. https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2014/02/04/la-zona-franco-appannaggio-del-signoraggio-coloniale-della-francia/ ).

Moneta fiat scritturale, creata a piacimento dalla coppia Banca centrale e Tesoro che lavorano a braccetto appassionatamente, nonostante Maastricht, e nonostante il divieto di accordi tra BC e Tesoro di qualsiasi altro paese europeo dell’eurozona. Moneta creata dal nulla dalla coppia e poi prestata. In cambio di cosa? Beh, di valuta estera depositata dalle 3 BC sui conti segreti del Tesoro chiamati comptes d’opérations.

Si tratta di moneta il cui cambio fisso con l’euro è fissato dalla Francia.
L’obbligo di riserva delle BC africane per il credito in CFA è di almeno il 65% (ma anche l’85%) dell’importo del credito ottenuto ed è in euro, in yen, in yuan, in rubli. Carta straccia contro moneta vera perché “inverata” dal lavoro servile degli africani, costretti a lavorare come schiavi per poi “vendere” lo stesso prodotto ai loro stessi strozzini.

La cosa comica è che l’obbligo di riserva presso il Tesoro francese è giustificato dalla “garanzia” della Francia. Garanzia di cosa? Semplice: che al momento del dunque, creerà dal nulla, altra carta straccia o altra moneta scritturale. La chiamano convertibilità. Sorrido.

E come se non bastasse, non appena le riserve delle BC presso i “comptes d’opération” del Tesoro francese calano a livelli del 20%, scatta una clausola detta di “rastrellamento” (“Clause de ratissage” sic!) che significa esattamente alla lettera che le 3 BC africane faranno rastrellare tutti gli istituti pubblici E PRIVATI per sequestrare gli ori e altri valori, o valuta, in modo da potere arrivare ad almeno il 65% di riserve in valuta estera o euro nei conti d’operazione del Tesoro francese, la cui destinazione d’uso è SEGRETO DI STATO. Vi sembra mostruoso? Ebbene sappiate che in Grecia è successo qualcosa di simile quando è stato imposto a tutti i cittadini di dichiarare gli ori e i valori che avevano in casa, o quando, per sospettata evasione fiscale, ancora prima che si fossero conclusi gli accertamenti, sono stati “congelati” i conti di privati cittadini.

Ma non è tutto: non solo la Francia ha diritto di prelazione su tutte le esportazioni di quei paesi: materie prime e agricole, ma ha costellato di basi militari le sue colonie, in modo da sedare qualsiasi rivolta, organizzare putsch o false flags, in protesta contro questa gabbia. Non vi ricorda niente? A me ricorda le 113 basi militari NATO-USA in Italia, a nostre spese, per garantire l’ordine monetario da Bretton Woods in poi!!

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Ma non è finita: tutte le campagne presidenziali francesi devono essere finanziate dai paesi africani, e visto che la Francia piscia sempre fuori dal vaso, è venuta a pisciare anche nel vaso altrui (si fa per dire), ad esempio la Libia, paese con cui Berlusconi ha avuto il buongusto di scusarsi per il nostro passato colonialismo, cosa che nessun dirigente in Europa ho mai visto fare, e sarebbe giunto il momento!

Quindi Sarkozy ha avuto l’idea di cattivo gusto di farsi finanziare la campagna elettorale dai fondi della famiglia Gheddafi: il figlio aveva tutte le carte per dimostrarlo. Qualcuno suggerisce che Sarkozy abbia voluto ucciderlo per questo, ma non è vero. La posta in gioco era molto più alta che non lo scandaletto sulla persona di Sarkozy, ad esempio le risorse petrolifere. e BNP Paribas aveva già acquistato una quota della banca nazionale libica nel 2007, proprio per maneggiare meglio il gioco libico. Vi ricorda niente? Il 95% della banca centrale italiana è controllata da banche private, in gran parte controllate a loro volta da banche e fondi esteri e   compartecipate da Stati esteri, di cui… la Francia con BNP Paribas, che è il massimo gestore di fondi di “aiuto”, o di “debito” ai paesi in via di sviluppo: significa che maneggia tutto il malloppo dei fondi di aiuto che gli altri Stati europei trasferiscono all’UE per tal fine. Vi sembra poco? A me sembra una manna.

Ma soprattutto bisognava eliminare Gheddafi e dare una lezione alla Libia perché si era messo a capo di un movimento panafricano di liberazione, indovinate da cosa? Proprio dal franco africano. Il progetto poi era anche di crearsi un dinaro d’oro e di vendere il petrolio in tale valuta. Trop c’est trop. Ragioni più che sufficienti per intervenire come è stato fatto.

Le parole di questi giorni, come “cinismo” oppure “vomitevole” pronunciate da esponenti francesi sull’atteggiamento del governo italiano che per la prima volta si rifiuta di aprire i porti italiani, per rimpallare la responsabilità a tutta l’Europa, non trova epiteti, a parte ipocrisia, e disgusto. Disgusto per parole pronunciate dall’elite di un paese che ha chiuso i porti dall’anno scorso, e che in violazione di Schengen, ha chiuso completamente le frontiere a Ventimiglia (non è l’unico, tutti gli altri paesi europei hanno chiuso ai clandestini), provocando indirettamente la morte di una migrante incinta e malata, poi ricoverata in un ospedale dello stivale; per non parlare dell’incursione dei gendarmes a Bardonecchia nei locali di una ONG che fino a prova del contrario non era territorio extraterritoriale ma del Comune della Repubblica.

O potremmo ricordare la cessione di mare (a che punto è?) fatta alla Francia da Gentiloni.

Il fatto è che la Francia ha sempre fatto gli interessi della sua elite, ma come in tutti i paesi del mondo, anche li il divario è crescente tra ricchi e poveri, e il popolo è sempre più scontento. E sapete la novità? Che questa volta il vento è cambiato e che l’Italia comincerà a far valere i suoi interessi, che sono gli interessi di tutti noi cittadini, sommati, e immigrati compresi!

C’è un piccolo hic, e quell’hic è che sarà impossibile rialzare la testa se non lanciamo  un dibattito per abbattere i tabu della moneta. La moneta è lo scettro del potere, è impossibile fare politica senza affrontarne i termini, è impossibile rialzare la testa come paese senza conoscerne gli arcani, è impossibile una vita dignitosa senza il suo controllo da parte di tutti noi. All’indomani della sconfitta del referendum di Moneta Intera in Svizzera, per dare unicamente alla Banca centrale la facoltà di stampare moneta a corso legale, e che in mezzo a una propaganda infernale contraria, ha ottenuto un ottimo risultato, si pone più che mai impellente la necessità di aprire dei varchi ovunque, ma soprattutto nel governo, per lanciare argomenti ed esche che possano infiammare le personalità e le masse, attorno a questo tema: come uscire dalla moneta debito? Io qualche idea l’avrei.

Nforcheri 13/6/2018

Il franco CFA: una moneta nociva per gli Stati africani

Sorgente: Le franc CFA : une monnaie nocive pour les Etats africains (Mediapart) – Le-Blog-Sam-La-Touch.over-blog.com

Le franc CFA : une monnaie nocive pour les Etats africains (Mediapart)
Par Fanny Pigeaud
Mediapart
Texte initialement paru en trois parties ici réunies.
Franco CFA: moneta nociva per gli Stati africani
7 Agosto 2016
Settant’anni dopo la creazione, il franco CFA è ancora vigente nelle colonie africane della Francia. La moneta è molto criticata da alcuni economisti africani ma i dirigenti degli Stati interessati non contestano questo sistema anacronistico, chiave di volta della Franciafrica, perché ne approfittano o perché temono Parigi.E’ una questione che dura da molti decenni ma ignorata se non occultata: la Francia è l’unico paese al mondo che gestisce ancora la moneta delle sue ex colonie oltre mezzo secolo dopo la loro indipendenza. Il franco CFA, FCFA, utilizzato da 14 paesi africani e le Comore, rimane infatti sotto la tutela del ministero francese delle Finanze. In Africa sempre più voci si ergono per protestare contro questo dispositivo, visto come un sistema per perpetuare la dominazione francese ma anche per suonare l’allarme: molti economisti ritengono che il FCFA ostacola i paesi che lo utilizzano.Creato ufficialmente il 26 dicembre 1945, dopo sei anni che era stata istituita dalla Francia la “zona franco” imponendo una legislazione dei tassi di cambio comune in seno al suo impero coloniale, all’inizio della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era di « tutelarsi dagli squilibri strutturali dell’economia di guerra» e continuare ad alimentarsi in materie prime a basso costo presso le sue colonie. CFA significava « colonie francesi d’Africa » poi, dal 1958  « comunità francese d’Africa ». Quando la Francia ha accordato l’indipendenza alle sua colonie africane, all’inizio degli anni ’60, ha imposto la riconduzione del sistema della zona franco. Il CFA è diventato quindi il franco della « comunità finanziaria africana » in Africa occidentale, e il franco della “cooperazione finanziaria in Africa centrale” per l’Africa centrale.

La zona franco annovera due sottogruppi in Africa: l’Unine economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) composta da otto paesi (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) che riunisce sei Stati (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad). Ognuno con la sua banca centrale: la Banca centrale degli Stati d’Africa occidentale (BCEAO) a Dakar, e la Banca degli Stati d’Africa centrale (BEAC) a Yaundé. Banconote e monetine della CEMAC non sono utilizzabili in seno dell’UEMOA e viceversa.

La zona franco poggia su quattro principi :

1- Il Tesoro francese garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro (prima il franco francese) ;

2 – La parità del CFA con l’euro è fissa ;

3 – Per garantire la parità, le riserve di cambio dei paesi della zona franco sono centralizzate nelle loro banche centrali che devono depositarne la metà su un conto corrente detto “conto d’operazioni”, presso la Banca di Francia e gestito dal Tesoro francese ;

4 – I trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi

Per la Francia e per esteso l’Europa dal passaggio all’euro, queste regole sono interessanti dal punto di vista economico. Grazie alla parità, l’Esagono può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio…) senza sborsare le valute e le sue imprese possono investire nella zona franco senza rischi di deprezzamento monetario. Queste, grazie alla libera circolazione dei capitali, rimpatriano i profitti in Europa senza ostacoli. Le multinazionali come Bolloré, Bouygues, Orange o Total ne approfittano particolarmente: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio” osserva  Bruno Tinel, maestro di conferenze a Parigi1.

Queste riserve depositate sui “conti di operazioni” riferiscono dei soldi alla Francia. Certamente la BEAC e la BCAO guadagnano da queste attività ma i rendimenti sono deboli poiché questi sono allineati sulla politica molto accomodante della BCE: sono “remunerati al tasso di prestito marginale della Banca centrale europea (BCE) (1,5% dall’11 luglio 2012) per la quota obbligatoria dei depositi,  e al tasso minimo delle transazioni principali di rifinanziamento della BCE (0.75% dall’11 luglio) per le attività depositate al di là della quota obbligatoria», secondo il sito della Direzione generale del Tesoro francese. Nel frattempo niente impedisce al Tesoro di collocare le attività africane a tassi più interessanti, quando le circostanze monetarie lo consentono, e di ricuperare la differenza.

Nel 1996, il presidente del Gabon, Omar Bongo, ha spiegato: “Quando chiedete a un francese nella strada, vi dirà: “Si spendono molti soldi per l’Africa”. Ma non sa quello che la Francia raccoglie in cambio, come controparte. Un esempio: siamo nella zona franco. I conti di operazione sono gestiti dalla Banca di Francia, a Parigi. Chi usufruisce degli interessi di quei conti? La Francia”. Una cosa è certa: le riserve africane consentono alla Francia di pagare una piccola porzione del suo debito pubblico: 0.5% secondo i calcoli di B Bruno Tinel. Nel 2014 le riserve collocate sui conti di operazioni erano di 6950 miliardi di FCA ossia 10.6 miliardi di euro.

Gli attentati di Parigi e la guerra della Francia in Africa e Medio oriente

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Antonio Mazzeo
14 novembre 2015

Profondamente addolorati per le sanguinose stragi terroristiche in Francia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà alle vittime è però necessario riportare alla memoria alcune gravi vicende belliche che hanno visto protagoniste, recentemente – in medio Oriente e Africa – le forze armate francesi.

Forze speciali a Parigi e il presidente Françoise Hollande alla TV francese

Non fosse altro che da più parti è già stata invocata vendetta contro i terroristi islamici, Ue, Usa e Nato annunciano di voler intensificare raid e bombardamenti in Iraq e Siria e le forze politiche ultrarazziste del continente si preparano a nuovi pogrom contro rifugiati e immigrati.

Poco meno di una settimana fa, due cacciabombardieri Mirage 2000 dell’Aeronautica militare francese, decollati da una base della Giordania, avevano distrutto un sito per la produzione e il rifornimento petrolifero nella zona sud-orientale siriana di Deir ez-Zor. L’infrastruttura, secondo le autorità di Parigi, era sotto il controllo dell’Isis ed era utilizzata per l’approvvigionamento di carburante per i mezzi impiegati dallo Stato islamico.

Per intensificare l’offensiva francese contro l’Isis, il 7 novembre il presidente Francois Hollande aveva annunciato lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare “Charles de Gaulle” al largo delle coste siriane. Imponente il dispositivo bellico a bordo della grande unità navale: 12 caccia Dassault Rafale e 9 Super Etendard, più 4 elicotteri. Essi si aggiungono ad i 6 caccia Rafale già schierati dai francesi negli Emirati Arabi Uniti, ai 6 cacciabombardieri Mirage in Giordania, a un aereo da pattugliamento marittimo Atlantique 2 e a un aereo cisterna C-135.

Portaerei Charles de Gaulle

Questi velivoli e più di 700 militari sono impegnati da un anno nell’ambito dell’Opération Chammal in Iraq (1.285 missioni aeree con 271 bombardamenti e la “distruzione di 459 target” secondo i dati forniti a fine ottobre dal ministero della difesa francese). Ai raid in Iraq, dal 27 settembre si sono sommati quelli in Siria, giustificati da Hollande con la “necessità di colpire terroristi che preparavano attentati contro la Francia”. I bombardamenti erano stati proceduti da decine di missioni ISR (Intelligence Surveillance and Reconnaissance) di ricognizione aerea e individuazione di obiettivi sul territorio siriano.

A settembre, inoltre, secondo l’agenzia Associated Press, Parigi aveva avviato la fornitura di apparecchiature e di denaro a favore dei ribelli in lotta contro il regime di Bashar Assad che controllano cinque città siriane. Ufficialmente gli “aiuti” riguarderebbero attrezzature necessarie a ricostruire “pozzi d’acqua, panifici e scuole”, ma una fonte diplomatica del governo francese non ha escluso la consegna di sistemi radio e comunicazione e altre apparecchiature “non letali”.

Aerei Rafales, Super Etendards e Hawkeye

La Francia ha pure sottoscritto un accordo di cooperazione militare con le forze armate libanesi per la consegna entro il 2018 di sistemi d’arma (caccia, navi, veicoli blindati e pezzi di artiglieria da 155 millimetri) per il valore di tre miliardi di dollari. Nel quadro dell’intesa, la Francia invierà in Libano anche 60 militari per addestrare le forze libanesi all’uso degli equipaggiamenti consegnati.

In vista del potenziamento del proprio dispositivo bellico principalmente nello scacchiere mediorientale e nel continente africano, il 13 novembre le forze armate francesi hanno ottenuto dal Dipartimento di Stato Usa l’autorizzazione ad acquistare 4 aerei C-130J per il trasporto truppe e il rifornimento in volo, più relativi equipaggiamenti e ricambi, missili, sistemi radio, di contromisure elettroniche e radar per un valore complessivo di 650 milioni di dollari. Qualche mese prima, il Dipartimento di Stato aveva autorizzato il trasferimento alla Francia pure di 200 missili AGM-114K1A Hellfire (costo stimato di 30 milioni di dollari).

Dall’agosto 2014, la Francia è impegnata con oltre 3,000 militari in una campagna globale contro il “terrorismo di matrice islamica” in Africa (operazione Burkhane). L’intervento si sta sviluppando in una vasta area compresa tra il Ciad orientale, il Niger, il Mali, il Burkina Faso e la Mauritania. A febbraio, nel corso di un’offensiva nel nord del Mali, le forze terrestri francesi hanno ucciso una dozzina di “miliziani islamici” tra Boureissa e Abeissa, a circa 120 km dalla città di Kidal, una roccaforte dei ribelli separatisti Tuareg.

A metà maggio, sempre nel nord del Mali, le forze speciali appartenenti al 1° Reggimento paracadutisti della fanteria di marina hanno ucciso quattro presunti dirigenti di al-Qaeda, sospettati di essere coinvolti nella morte di alcuni cittadini francesi, tra cui i giornalisti di Radio France International, Claude Verlon e Ghislaine Dupont (2013). “I terroristi dovrebbero ricordarsi che la Francia ha la memoria lunga”, aveva commentato allora il ministro della difesa Laurent Fabius. “Noi non dimentichiamo e colpiremo anche tra cento anni, ma raggiungeremo tutti quelli che hanno fatto del male alla nostra nazione”, aveva concluso Fabius.

Secondo Analisi Difesa, l’operazione Barkhane viene condotta da dieci basi diverse: la principale ha sede a N’Djaména, in Ciad, con 800 militari. Altri 600 soldati sono stati stanziati nella base di Niamey, in Niger, mentre nella base di Gao (Mali) sono rischierati altri 1.000 soldati. Da Niamey, in particolare, operano tre droni General Atomics MQ-9 Reaper in forza allo squadrone aereo di Cognac che dal dicembre 2013 hanno compiuto missioni d’intelligence per oltre 4.000 ore nell’Africa sub-Sahariana.

Il comando delle forze speciali francesi è rischierato nella base di Ouagadougou, Burkina Faso. Altre installazioni militari francesi a Tessalit (Mali), Fort de Madama (Niger) e Faya-Largeau (Ciad). Oltre ai Reaper, la Francia schiera nell’area 2 droni EADS Harfang, 4 caccia Dassault Rafale, 4 Mirage 2000, 10 velivoli da trasporto, una ventina di elicotteri, 200 veicoli logistici e 200 tank. Dal gennaio di quest’anno, Parigi ha pure rafforzato la propria presenza in Costa d’Avorio (operazione Licorne): il paese ha assunto il ruolo di “base militare operativa avanzata” per consentire alle forze d’élite un dispiegamento rapido contro-terrorista nell’Africa sub-sahariana.

Come se non bastasse, a conclusione del summit delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, il presidente francese Hollande ha annunciato che a partire del prossimo anno e sino al 2020 la Francia addestrerà più di 100.000 militari africani per “contribuire a garantire la sicurezza del Continente e preparare forze in grado di sostenere missioni di stabilizzazione”. Gli addestratori giungeranno in buona parte dal contingente di 1.900 unità che le forze terrestri, navali ed aree francesi dispongono nella grande base di Gibuti, in Corno d’Africa.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Il Benin alla Francia: ”Restituisci i beni d’arte trafugati durante il periodo coloniale”

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 agosto 2016

Durante il periodo coloniale, il Benin è stato derubato di molti dei suoi tesori culturali. Ora ne chiede la restituzione alla Francia. E’ la prima volta che un’ex-colonia dell’area sub sahariana avanza una tale rivendicazione.

La richiesta è stata formulata durante il Consiglio dei ministri beninese lo scorso 27 luglio. Pascal Irené Koupaki, segretario della presidenza, ha spiegato: “Il ministro della cultura e del turismo, Ange Nkoué, e quello degli esteri e della cooperazione, Aurelien Agbénonci, dovranno intavolare le trattative con la Francia e con l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la scienza e la cultura, perché i beni storici del Benin facciano ritorno in patria”.

Statuette in bronzo

Si tratta di oltre cinquemila pezzi, i più preziosi sono esposti nel museo Quai Branly, altri si trovano in diverse collezioni private. Si tratta per lo più di statue antropomorfe degli ultimi re di Abomey, dinastia che regnava nel Benin fino alla fine del XIX secolo, chiamato allora il regno di Dahomey. Anche altri pezzi, di immenso valore, come scettri, troni e porte sacre del palazzo reale sono stati saccheggiati dal generale Dodds, a capo delle truppe che hanno conquistato il Paese tra il 1892 e 1894.

Il presidente francese  dovrà esaminare tale richiesta. “La Francia non può più fare finta di nulla, deve guardare in faccia la propria storia. Quando si è spogliato un Paese, bisogna riparare i danni, ha rincarato Marie-Cécile Zinsou, franco-beninese e presidente della fondazione culturale che porta il suo stesso nome.MASCHERA 1

Louis-Geroges Tin, presidente del “Conseil représentatif des associations noires de France” (CRAN) ha rilevato: “E’ la prima volta che una ex-colonia francese presenta ufficialmente una tale richiesta. E’ come se la tomba di Napoleone si trovasse a Berlino e Angela Merkel rispondesse: ‘L’abbiamo presa nel 1940. E’ nostra e non abbiamo intenzione di restituire questi tesori’. Tutti troverebbero un tale atteggiamento scandaloso”.

Il CRAN chiede da anni la riparazione dei crimini legati alla schiavitù e alla colonizzazione. La restituzione dei beni culturali è – secondo il governo africano – il minimo che si possa fare. Secondo Aminata Traoré, ex-ministro della cultura del Mali, il novantacinque per cento del patrimonio storico africano si trova fuori dal Continente. Si tratta per lo più di preziosi e opere rubati durante la colonizzazione o acquistati in modo assai discutibile.

Statua in bronzo

Il CRAN ha più volte chiesto al governo del Benin di presentare una domanda ufficiale per la restituzione dei suoi tesori culturali, ma un po’ per indifferenza, un po’ per paura di indisporre le autorità francesi, tale richiesta è stata avanzata solo pochi giorni fa.

Anche il principe Guézo, uno degli eredi della famiglia reale del Benin, aveva interpellato Hollande a questo proposito e alcuni membri del Consiglio dei ministri non si erano affatto dimostrati contrari alla restituzione del patrimonio. Ma durante un’audizione nel luglio 2015, Hélène le Gal, consigliere per l’Africa dell’Eliseo,  aveva precisato che tutti i tesori e i beni culturali erano stati donati all’esercito francese in un momento di magnanimità dal re Béhanzin, poco prima della sua deportazione in Martinica. Si tratterebbe dunque, secondo il diritto internazionale, di una donazione spontanea.

Ora non resta che attendere una risposta ufficiale da parte delle autorità francesi. Sembra che Hollande abbia capito che in un qualche modo bisogna riparare alle malefatte del passato e la restituzione del patrimonio culturale al Benin rappresenterebbe un primo passo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/migranti-commissione-ue-d-60-miliardi-ai-paesi-africani-1268168.html

Migranti, la Commissione Ue dà 60 miliardi ai Paesi africani

Le istituzioni di Bruxelles avrebbero già approvato un piano di accordi con gli Stati di origine e di transito dei migranti nella speranza di contenere la pressione

Per i migranti sarebbero già pronti sessanta miliardi euro.

Lo anticipa il prestigioso quotidiano finanziario Financial Times, fornendo i dettagli del piano elaborato dall’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza immigrazione.

Secondo il quotidiano della City di Londra le istituzioni di Bruxelles stanno preparando accordi con diversi Paesi asiatici ed africani, a cui verrebbero forniti aiuti per contenere e controllare la pressione migratoria diretta verso il Vecchio Continente.

Fra gli Stati che dovrebbero essere oggetto degli investimenti privati ci sono Tunisia, Giordania, Libano, Niger ed Etiopia. Questi ed altri Paesi saranno sostenuti grazie a unfondo in cui saranno raccolti i sessanta miliardi di euro, cui verranno affiancati altri otto miliardi che la commissione Ue pianifica di riallocare in quattro anni partendo da fonti già esistenti.

I dettagli del piano dovrebbero venire resi noti nella giornata di domani.

A Bruxelles pianificano di muoversi nella traccia del progetto presentato dal premier italiano Matteo Renzi con il nome di “migrant compact” e quindi sostenuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente dell’esecutivo Ue Jean-Claude Juncker. La filosofia sarà quella già adottata per l’accordo con la Turchia: riallocare risorse europee in Paesi terzi per evitare che i migranti arrivano sulle coste europee, favorendo investimenti nei Paesi di origine e di transito dei migranti nella speranza di moderare i flussi.

http://www.repubblica.it/esteri/2018/03/23/news/macron_pronto_a_restituire_i_capolavori_trafugati_in_africa_durante_il_colonialismo-192033739/

Macron pronto a restituire i capolavori trafugati in Africa durante il colonialismo

Il presidente francese crea una commissione di esperti per stabilire quali opere debbano tornare ai Paesi di provenienza. E subito si accende la polemica, alimentata soprattutto dalla destra politica, contraria a “svuotare i musei”: solo in quello parigino del Quai de Branly ci sono 70mila pezzi dell’Africa subsahariana

di PIETRO DEL RE

MA i capolavori appartengono ai musei che li ospitano o ai Paesi dai quali sono stati trafugati? Da quando il presidente Emmanuel Macron ha nominato due esperti per un’eventuale restituzione del patrimonio artistico africano, questo quesito ha fatto nascere un acceso dibattito in Francia, ex potenza coloniale che nel corso dei secoli ha spogliato dei suoi gioielli, maschere, troni, sculture lignee e altre rappresentazioni sacre buona parte del Continente Nero. Basti dire che al parigino Museo del Quai de Branly sono conservati oltre 70mila pezzi provenienti soltanto dall’Africa sub-sahariana. Gli esperti scelti all’inizio del mese da Macron sono la storica dell’arte Bénédicte Savoy e lo scrittore senegalese Felwine Sarr, i quali, come hanno spiegato loro stessi due giorni fa nel corso di una conferenza stampa al Collège de France, dovranno anzitutto stabilire in che modo queste opere sono giunte a Parigi durante il colonialismo. Fino ad ora, dai Paesi africani che rivendicavano la proprietà dei capolavori conservati nei musei d’Oltralpe, la Francia si è sempre difesa invocando il principio di inalienabilità delle collezioni nazionali. «Ma oggi siamo di fronte a una sfida epocale, e si ha l’impressione che qualcosa possa finalmente cambiare», dice  Savoy, che non esclude l’eventualità di restituzioni parziali o definitive di opere alle nazioni africane da cui provengono.

Ora, per realizzare quest’obiettivo è necessario o modificare la legge o scavalcarla con prestiti a lunga scadenza. Nei due casi, si tratterebbe di rivoluzionare una giurisdizione sul patrimonio artistico che molti ancora giudicano efficiente. Infatti, i numerosi oppositori al progetto – tra i quali, i partiti d’opposizione di destra, Repubblicani e Fronte Nazionale – non solo paventano il rischio di uno svuotamento dei musei francesi, ma denunciano anche le condizioni di conservazione di quelli africani. A quest’ultima obiezione, la Savoy risponde che si è già assistito a un netto miglioramento di queste condizioni una volta restituiti i beni trafugati in passato. Al momento, il solo Paese africano ad aver richiesto ufficialmente il rientro in patria di alcuni di questi è il Benin, che dall’agosto 2016 rivuole indietro i troni dei re Ghézo, Glélé e Béhanzin così come diverse statue antropomorfe che li rappresentano. Incoraggiati dalle promesse del capo di Stato francese, adesso anche il Ghana e il Senegal dovrebbero inoltrare la stessa procedura per riottenere i loro capolavori, tanto più che come nella maggior parte delle ex colonie del loro patrimonio storico-artistico è rimasto ben poco.

La prima mossa degli esperti nominati da Macron consisterà nello stilare un minuzioso inventario del patrimonio africano nelle collezioni francesi, per il quale sarà necessario, oltre che alla consultazione dei cataloghi dei musei coinvolti, anche l’aiuto di ricercatori, giuristi e antiquari. Lo scorso novembre, all’Università di Ouagadoudou, nel Burkina Faso, fu lo stesso presidente a dichiarare che «l’ambizione della Francia è di favorire l’accesso a tutti alle opere dell’umanità» impegnandosi a far sì che entro il 2023 ci siano le condizioni per restituire alcune opere saccheggiate. Certo, altre ex potenze coloniali dovrebbero cominciare a porsi qualche domanda. Che dire, per esempio, delle legittime richieste di Atene per la restituzione dei fregi del Partenone, rubati da lord Elgin quando la Grecia era un protettorato britannico e dal 1816 conservati nelle sale del British Museum? L’Italia, dove non è mai rientrata buona parte di ciò che Napoleone vi trafugò, ha senz’altro avuto un comportamento più virtuoso riportando nel 2008 in Etiopia l’Obelisco di Axum, divelto da Mussolini nel 1937. Detto ciò, è senz’altro

una fortuna che al Museo di Berlino ci sia una collezione assiro-babilonese. E’ infatti verosimile che se l’avessero trovata nella piana di Ninive, gli scherani dello Stato islamico l’avrebbero distrutta come hanno devastato tutto ciò che era conservato nel museo di Mosul.

https://www.italiaoggi.it/news/la-francia-e-ancora-coloniale-2043056
Ma quale euro? Il franco esiste, in Africa e Pacifico. Lo gestisce Parigi, in barba alla Bce

La Francia è ancora coloniale

Parigi detiene le riserve auree di 14 stati africani

di Luigi Chiarello

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François Hollande
François Hollande

Quella che state per leggere non dovrebbe essere una notizia. Perché è una cosa che accade da molto tempo, esattamente dal 6 dicembre 1945. Cioè da quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods. Eppure lo è, perché nonostante spieghi molte cose è un dato che le opinioni pubbliche del mondo occidentale ignorano. Veniamo al punto: 14 paesi africani ancora oggi hanno come valuta il franco francese. Sì, avete capito bene: nonostante non esista più, perché sostituita dall’euro, la moneta di questi 14 stati è il franco francese, come ai tempi delle colonie. Di più: a garantire agli stati africani la convertibilità con l’euro di questa valuta non è la Banca centrale europea, no è il ministero del Tesoro francese. Stupiti? Beh, adesso viene il meglio: almeno il 65% delle riserve nazionali di questi 14 paesi sapete dove sono depositate? Sempre presso il dicastero del Tesoro transalpino, che, proprio in tal modo, si fa garante del cambio monetario. In sostanza, la Francia ha a sua disposizione le riserve nazionali delle sue ex colonie. Che, per essere sbloccate su richiesta dei legittimi proprietari, necessitano del preventivo via libera di Parigi.Spieghiamoci meglio: la moneta di cui stiamo parlando è il cosiddetto franco Cfa. La sigla indica semplicemente il franco delle colonie francesi africane (Colonies françaises d’Afrique). I 14 stati che lo utilizzano si sono riuniti in due famiglie: l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac). Della prima fanno parte: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Della seconda: Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad. Poi, nell’Oceano indiano, le Isole Comore (anche queste ex colonie francesi) utilizzano il franco Cfa, nell’ambito della cosiddetta «zona franco» (franco-comorano).

Il franco Cfa, però, non è il solo figlio del fu franco francese. Questa valuta ha un gemello: il franco Cfp, che sta per Colonie francesi del Pacifico (Colonies françaises du Pacifique). Si tratta di una moneta utilizzata nei territori d’Oltremare: Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Nuova Caledonia. Inizialmente, il franco Cfp era adottato anche nelle Nuove Ebridi, ma poi qui il franco si separò dal franco Cfp e successivamente, nel 1982, fu sostituito dal vatu di Vanuatu. Si tratta dell’unico caso di abbandono del franco Cfa-Cfp verificatosi in una ex colonia.

Ma tornando al franco francese africano, questi cambiò nome nel 1958, sdoppiandosi in «franco della Comunità francese dell’Africa» per i paesi dell’Uemoa, e in «franco della Cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale» per il Cemac. La differenza serve solo a marcare i due diversi istituti di emissione: per il primo franco Cfa l’istituto centrale è il Bceao (Banco centrale degli stati dell’Africa Occidentale), per il secondo franco Cfa l’istituto di emissione è il Beac (Banco degli stati dell’Africa Centrale). Ah, le due valute non sono intercambiabili; non sia mai che nasca un mercato unico valutario in grado di fare massa critica e mettere, così, in difficoltà il controllo di Parigi. I due istituti centrali soggiacciono però a vincoli identici, imposti dalle autorità francesi. E cioè: un tipo di cambio fissato alla divisa europea; piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese; fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del Cfa (con almeno il 65% delle posizioni depositate presso il Tesoro francese, garante del cambio monetario); partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona Cfa. Nel corso dei decenni, salvo in rari casi, il franco Cfa ha sempre mantenuto la parità con il franco francese. Cosa che diversi economisti hanno considerato sfavorevole per i paesi africani, nonostante alcune svalutazioni.

Con l’avvento dell’euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.

Le implicazioni geopolitiche. La prima cosa da notare è che una simile dipendenza monetaria su larga scala dall’ex colonizzatore è un unicum. Neanche la Gran Bretagna, che pure ha sovranità monetaria e vanta ancora un cimelio dell’impero britannico come il Commonwealth, vede la sua sterlina così gettonata nelle ex colonie. Molte di esse sono liberamente uscite dal circuito della valuta di Sua Maestà, preferendo altre strade. Il primo paese ad abbandonare Londra fu l’Egitto nel 1947, l’ultimo Brunei nel 2001. Nel mezzo, altre 54 ex colonie hanno mollato gli ormeggi.

La seconda cosa da notare è che, di tanto in tanto, i governi africani che hanno il franco Cfa come corso legale, avanzano a Parigi richieste di recupero della loro integrale sovranità monetaria. L’ultimo della serie è stato il Ciad, con una escalation impressionante. Il 4 marzo 2015, il ministro ciadiano delle comunicazioni, Hassan Sylla Ben Bakari, diramò un comunicato ufficiale in cui si affermò che il 40% delle armi confiscate dall’esercito ciadiano impegnato nelle operazioni militari contro il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram era di fabbricazione francese. L’accusa alla Francia di fornire direttamente armi a Boko Haram venne smentita senza troppa convinzione dall’ambasciatore francese. La cosa non finì lì. Ad agosto, il presidente ciadiano Idriss Déby chiese l’uscita del suo paese dalla zona del franco Cfa entro il 2018, per poi iniziare a battere moneta propria legata a tre circuiti finanziari internazionali: dollaro Usa, euro e yuan cinese. Nello stesso mese, il governo di N’Djamena rifiutò apertamente di ritrattare le accuse mosse a Parigi di fornitura d’armi a Boko Haram, snobbando una richiesta ufficiale in tal senso mossa dall’Eliseo.

A motivare il gran rifiuto dei ciadiani l’intercettazione in quegli stessi giorni, di tre sospette forniture di armi a Boko Haram da parte dei servizi segreti francesi. A beccare l’armamentario furono l’intelligence e le forze dell’ordine del Camerun. Di più: nel luglio precedente venne intercettato un elicottero francese nel nord del Camerun, vicino alla frontiera con la Nigeria. Aveva appena depositato al suolo armi, munizioni e molti dollari; nei paraggi l’esercito camerunense scovò una colonna di Boko Haram, che stava dirigendosi con ritardo nel luogo in cui erano stati depositati armi e denaro. Non solo. Al porto di Douala (sempre in Camerun), nei giorni precedenti, venne confiscato un container di armi da guerra proveniente dalla Francia con destinazione Nigeria. E sempre a Douala, due cittadini francesi furono arrestati dai reparti speciali antiterrorismo camerunensi, dopo essere stati sorpresi con esplosivi ad alto potenziale distruttivo.

L’Eliseo, su queste notizie, ha risposto sempre con un secco no comment. Peraltro, si tratta di news mai comparse sulla stampa transalpina, nonostante le foto di uno dei due presunti agenti arrestati fossero pubblicate sui media nazionali camerunensi e sul web. Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell’area.

Il caso Costa d’Avorio. Non è dato sapere con certezza se esista davvero una strategia coloniale. Quel che è possibile fare è mettere assieme i pezzi del domino. Ci limitiamo a segnalare il primo tassello. La Costa d’Avorio fu colpita nel 2011 da nuovi disordini, dopo le elezioni del 31 ottobre 2010, che videro vincitore Alassane Ouattara (con il 54,10% dei voti), contro l’ex presidente Laurent Gbagbo. Ma quest’ultimo non accettò il risultato e non lasciò la presidenza. La Francia intervenne su mandato Onu. In una intervista alla rivista di geopolitica Limes, del 19 giugno 2014, Emmanuel Altit avvocato difensore del deposto presidente Gbagbo presso la Corte penale internazionale, spiegava come l’intervento internazionale fu «fortemente voluto dalla Francia. I caschi blu e i parà francesi attaccarono il palazzo presidenziale dove era asserragliato Gbagbo, consegnando l’ormai ex presidente ai fedelissimi di Ouattara». Secondo l’accusa dell’Aia, gli uomini di Gbagbo, per consentirgli di rimanere con ogni mezzo al potere, avrebbero ucciso tra le 706 e le 1.059 persone e violentato più di 35 donne, tra il novembre del 2008 e il maggio del 2011. Ma l’avvocato dell’ex presidente ivoriano insisteva: «Laurent Gbagbo è un prigioniero politico della Francia che, prima con Chirac e poi con Sarkozy, ha fatto di tutto per rovesciare il suo governo e tutelare i propri interessi economici. La vittoria di Ouattara ha riportato il paese indietro di cinquant’anni, ai tempi dell’Unione francese. Gli interventi in Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana sono la prova che la Françafrique è tuttora viva e vegeta». E ancora: «Nei paesi della regione i francesi tengono le redini dell’economia. Sono i primi fornitori e primi clienti dello stato ivoriano, con 240 filiali e 600 società a capitale francese in tutti i settori strategici. France télécom e Orange controllano le comunicazioni, Bnp Paribas e Crédit lyonnaise le banche. La convertibilità della moneta è garantita dal Tesoro francese. Bouygues ha il monopolio dell’acqua potabile e dell’elettricità, oltreché forti interessi nell’edilizia. Bolloré ha sei sedi in Costa d’Avorio e controlla tutti i trasporti e il porto di Abidjan. Prima dell’arrivo di Gbagbo, France télécom controllava il 51% di Citelcom, la compagnia telefonica ivoriana, e Orange era la più grande società di telefonia cellulare in Costa d’Avorio; il gruppo Bolloré deteneva il 67% di Sitrail che gestisce la ferrovia tra Abidjan e Ouagadougou, ed era in posizione quasi monopolistica nel settore dei trasporti, del tabacco e in molti altri settori strategici tra cui il petrolio, la nuova risorsa della Costa d’Avorio. Il presidente Gbagbo si oppose alle ulteriori privatizzazioni colpendo gli interessi di Parigi».

http://www.lastampa.it/2016/10/24/esteri/cos-dopo-secoli-di-sfruttamento-leuropa-chiude-le-porte-allafrica-bpeaVQ1p3ech1uMJekN37O/pagina.html

Così dopo secoli di sfruttamento l’Europa chiude le porte all’Africa

Le potenze coloniali hanno depredato l’intero continente. Ora si è aggiunta la Cina Ecco perché milioni di persone rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo
REUTERS

Una vista aerea del campo «Giungla» di Calais

Pubblicato il 24/10/2016
Ultima modifica il 24/10/2016 alle ore 07:19
ANTONIO MARIA COSTA

Da tempo l’Italia sollecita solidarietà in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà in Africa. In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali. È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità: un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles – e che ora continua con il concorso di Pechino. Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri): per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali. Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà.

 

Una parola sintetizza la tragedia africana: sfruttamento. La razzia incessante delle risorse — umane, minerarie, agricole — inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari. Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all’interno del continente: contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare – trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe.

 

SCHIAVI TRE SU QUATTRO

Nel ‘600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare: trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni. Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime. La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).

 

 

All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono. Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale: nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani; l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non e’ la fine della schiavitù, ma la fine del trasporto nell’Atlantico). Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa: David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo. Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici: una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo; cotone, gomma, tè e cocco in superficie.

 

L’OCCUPAZIONE

Entrano anche in gioco interessi individuali – anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa. Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà personale e passa dal furto delle risorse umane all’esproprio di quelle naturali. «Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù», scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità e terrore, l’African Company (di proprietà del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa.

Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il Kaiser Guglielmo II convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente: un accordo che dura fino al 1914. La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà africane: racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà di ora.

 

LA II GUERRA MONDIALE

Dopo la seconda guerra mondiale l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente: chi è fuori dal clan è oppresso, spesso fisicamente. Imitando gli oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità degli investitori esteri – inglesi, francesi e belgi. Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.

Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990. Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall’Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta: questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa. Soldi impossibili da recuperare: all’Onu ho identificato parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra e Lussemburgo.

 

LA SITUAZIONE OGGI

Oggigiorno, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (2 milioni tra morti e rifugiati), al Congo di Kabila (6 milioni di morti); da Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma. In Guinea equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue – un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec. Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin. Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Congo). Il vincitore «piglia tutto», dice Paul Collier di Oxford: ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere. Nulla sfugge al suo controllo: parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media.

A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano: uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione: parlamenti e amministrazioni sono corrotti; strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti.

 

FUGA VERSO L’OCCIDENTE

A questo punto la gente africana ha una misera scelta: morire di violenza e povertà in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche – decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire. Papa Francesco parla di carità. Il governo italiano di solidarietà. Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità e risorse a gente già povera. È tempo di risarcimento – com’è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali. Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati). L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea.

https://vociglobali.it/2018/04/16/leredita-piu-costosa-il-franco-africano-che-limita-la-liberta/

L’eredità più costosa, il franco africano che limita la libertà

Quanto costa ai Paesi africani francofoni utilizzare il franco CFA? Eredità coloniale da tempo discussa, criticata, combattuta, rimane lì a legare di fatto le economie di 14 Paesi alle regole di una potenza europea. Regole stabilite 70 anni fa.

A niente sono valse finora le proteste e le campagne per abbandonare – dopo oltre mezzo secolo dalle indipendenze – una moneta “estera”. Il CFA  (Franco delle Colonie Africane, oggi acronimo di Comunità Finanziaria Africana) fu creato il 26 dicembre 1945 ma i decenni successivi  non hanno messo in discussione tale politica monetaria, anzi essa è diventata il cordone ombelicale che in realtà stringe il collo (e per molti la dignità) delle ex colonie.

Nella zona franco rientrano otto Paesi dell’area monetaria dell’Africa occidentale (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e sei Paesi dell’area centrale (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad).

A parte quanto sia indegno privare Stati indipendenti della sovranità monetaria, i danni provocati dall’uso di questa moneta sono di tipo economico e dunque sociale. Infatti, miliardi di euro entrano ogni anno nelle banche francesi e provengono, appunto, dagli Stati francofoni. Vediamo perché.

La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962.

Eccole: la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro; il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA; i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi; come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.

A chi giova? Certamente alle multinazionali e ai commerci francesi. Come fa notare Bruno Tinel, maestro di conferenze e scienze economiche di Parigi: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio”. Senza contare che la Francia continua a importare materie prime come cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio, pagate con il CFA a parità con l’euro e senza rischi di deprezzamento monetario.

Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi.

A detta della Francia sono in realtà i Paesi africani che vogliono rimanere legati al sistema. “Malgrado il nome, il franco è la moneta degli africani e non più della Francia, essa è scomparsa in Europa. Su tale questione, dunque, sono gli africani che devono pronunciarsi e fare le loro scelte, non possiamo farlo noi per loro“, ha affermato in più di un’occasione il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Michel Sapin. Decisioni che, dicono dalle istituzioni economiche dell’Esagono, dovrebbero avvenire in seno all’UMEOA (Unione Economia e Monetaria dell’Africa Occidentale) e della CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale). Sempre a detta di Sapin: “il regime del CFA è un fattore di integrazione economia di stabilità monetaria e finanziaria che garantisce la resilienza economica dei Paesi dell’area“. Inoltre, l’ancoraggio all’euro determinerebbe “la trasparenza e la credibilità internazionale che favorisce gli scambi con il resto del mondo e gli investimenti“,

Se questa libertà fosse reale e vantaggiosa per i Paesi francofoni non si spiega la guerra che le istituzioni francesi fanno a chiunque si opponga a questo stato di cose. Per esempio, Kako Nubukpo, si è giocato il posto di direttore della Francophonie économique et numérique che lavora nell’ambito dell’OIF (Organizzazione Internazionale della Francofonia). L’economista togolese aveva osato criticare fortemente il sistema e soprattutto le parole del presidente Macron nel corso delle sue recenti visite nel continente, parole giudicate “disonoranti per i dirigenti africani, imprecise e caricaturali“. Insomma, una bocciatura a tutto campo dell’approccio di Macron alla questione, per il quale “il CFA per la Francia non rappresenta un problema“. Del resto l’intellettuale africano ha più volte sostenuto che il CFA strangola le economie africane, facendo infuriare i francesi.

Il presidente francese Macron in visita all'università di Ouagadougou, insieme al presidente del Burkina Faso Kaboré ed alcuni altri ministri burkinabè incalzati dalle domande degli studenti anche in merito al futuro del franco CFA. Da AFP Photo/L. Marin, novembre 2017.
Il presidente francese Macron in visita all’università di Ouagadougou, insieme al presidente del Burkina Faso Kaboré ed alcuni altri ministri burkinabè incalzati dalle domande degli studenti anche in merito al futuro del franco CFA. Da AFP Photo/L. Marin, novembre 2017.

Ma la cosa che dovrebbe far riflettere è che mentre c’è quasi un’unità di pensiero – con alcuni distinguo, ovviamente – tra economisti e intellettuali sul peso negativo che il franco CFA ha sulle società ed economie africane e sulla necessità di uscire dal sistema, magari a tappela maggior parte di capi di Stato africanirimane ancorata al vecchio sistema.

Uno dei più accesi sostenitori del valore del CFA è Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio, come è noto grande amico di Nicolas Sarkozy e della Francia. Nell’ambito di posizioni che oscillano tra il dialogo, la mezza via e il quasi silenzio, sul fronte esattamente opposto sono soprattutto i quattro presidenti degli Stati del Sahel. Portaparola quasi ufficiale dei capi di Stato anti-CFA, è diventato il presidente chadiano Idriss Déby che si è spesso appellato ai Paesi africani per lasciare la moneta francofona e creare una loro moneta unica.

E a questo punto pare che sia davvero come (con una certa dose di furbizia affermano Satin e Macron) la questione del franco CFA sta in mano agli africani. Sarà la sua classe dirigente a continuare a sostenere il sistema oppure unirsi, farsi forte e abbandonarlo. Ma per far questo bisogna aver chiare e a cuore le sorti dei cittadini africani. E, qualora questo dovesse avvenire, prepararsi  ad affrontare molto probabilmente le ire dell’Esagono.

 

COSA DICONO E DI CHI SPARLANO!….

 

ECCO UN ALTRO BEL REGALO CHE IL M5S RICEVE DALLA EMITTENTE La7, NELLA TRASMISSIONE “L’ARIA CHE TIRA”!…..

UN MUGHINI AL QUALE LA CONDUTTRICE DICE TESTUALMENTE:

“Però, scusa Giampiero, io sono affascinata sempre della tua capacità oratoria, però questo bambolotto, come tu lo hai chiamato, ha preso 11 milioni di voti ed il 32%”

ALLA QUALE MUGHINI RIBATTE, COME MORSO DA UNA TARANTOLA:

“Non vuol dire nulla!… Non vuol dire assolutamente nulla, i voti li hanno presi Peron in Argentina, ne prese una caterva, Hitler in Germania, all’inizio degli anni ’30, una caterva!… Si fosse votato in Italia nel ’38, Mussolini ne prendeva il 95%!….                               I voti, in quanto tali, sono neutri, non indicano una straordinaria veggenza del popolo, il popolo non esiste”

PECCATO CHE, PUR NON ESISTENDO, QUANDO SI INCAZZA SONO GUAI SERI!…                                                                                                               NE SA QUALCOSA LA LA REGINA MARIA ANTONIETTA PER AVER DETTO : “che mangino brioches”, QUANDO LE AVEVANO RIFERITO CHE IL POPOLO NON AVEVA PANE!…

 

 

L’INVITO SPASSIONATO

Vittorio Feltri, il consiglio a Luigi Di Maio: “Tavoli, poltrone… Giggino vai all’Ikea e non rompere”

16 Maggio 2018

Vittorio Feltri, il consiglio a Luigi Di Maio: "Tavoli, poltrone... Giggino vai all'Ikea e non rompere"

Nel mio piccolo vorrei dare un consiglio a Luigino Di Maio che considero un guaglione inesperto, benché ambizioso e con la testa in piena confusione. Lasci perdere la scalata all’ esecutivo, che lo sta impegnando in una impresa superiore alle sue forze.

Invece che aggirarsi nelle aule del potere, alla ricerca disperata di una occupazione stabile per sé e i sodali, si precipiti all’ Ikea dove troverà a propria disposizione tutte le poltrone, i sofà e le cadreghe che desidera.

Non ha bisogno di mendicare posti a sedere a Montecitorio, a Palazzo Madama e a Palazzo Chigi dove una folla di suoi colleghi ambiscono a sistemarsi. Se Luigino fa un salto al mercatone svedese può trovare ciò che gli preme per accomodarsi in attesa di accontentare i propri desideri di mantenuto a vita. Se decide di ricorrere al grande magazzino nordico me lo faccia sapere: sono pronto a pagare il conto dei suoi acquisti. Egli tiene molto all’ arredamento?

Sono sul punto di aiutarlo, gli andrò volentieri incontro per soddisfarne le aspettative. Non c’ è problema. Salderò le fatture senza fare una piega a patto che si tolga dalle palle istituzionali, con le quali non ha nulla da spartire. Coraggio, l’ Ikea è a sua disposizione a mie spese. Non esistono problemi. Lei ordina il numero di scranni che le servono per mettere le chiappe sul morbido, provvedo io al conto, purché la smetta di pretendere sia Salvini a garantirle un salotto di suo gradimento.

Non ne posso più delle trattative sceme del M5S con la Lega per impadronirsi del governo. Sono di una noia mortale, inconcludenti, prive di senso. Matteo ha sbagliato a fidarsi dei grillini, faceva meglio a rifiutare negoziati senza sbocco. Questo lo so.

Ma dopo due mesi di incontri sterili anche lei spero abbia capito che il demonio e l’ acqua santa non hanno alcuna probabilità di conciliarsi. Torni nella sua bella Napoli e la smetta di tediarci con la pretesa assurda di firmare contratti con il Carroccio che, nonostante tutto, è un partito serio a differenza del vostro, ridicolo e sconclusionato.

Caro Di Maio, sparisca dalla scena e la smetta di ingombrare il palcoscenico su cui non merita altro che di servire le bibite agli attori principali. Il luogo che può frequentare è soltanto l’ Ikea. La merce costa poco ed è adatta a lei.

di Vittorio Feltri

 

L’ARIA CHE TIRA

Vittorio Feltri da Myrta Merlino: “Salvini e Di Maio, una buffonata che farà perdere voti”

15 Maggio 2018

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Vittorio Feltri da Myrta Merlino: "Salvini e Di Maio, una buffonata che farà perdere voti"

“Una buffonata”. Così Vittorio Feltri, ospite di Myrta Merlino a L’aria che tira su La7, definisce senza mezzi termini la trattativa (impossibile) tra Matteo Salvini eLuigi Di Maio. “Una comica che fa solo perdere voti”, spiega il direttore di Libero, sottolineando come alla fine i due leader tra qualche giorno si incontreranno di nuovo e stabiliranno che non ha senso andare avanti. “Salvini è stato bravissimo a resuscitare un partito morto come la Lega, che ha preso al 3% e portato quasi al 20%. Ma ha sbagliato la gestione della trattativa di governo, di Di Maio non si doveva fidare e non doveva nemmeno iniziare a parlarci. E poi non ci sono le coperture per il programma del governo”.

Vittorio Feltri: “Il governo Lega-M5s non si farà. Ma se nascesse l’Italia piomberà nel buio”

19 Maggio 2018

Vittorio Feltri

Caro Zulin, ovvio che il contratto non sia tutto da buttare. Contiene varie buone intenzioni, peccato siano irrealizzabili in quanto troppo onerose.

La flat tax è una ottima idea, ridurre le tasse fa bene ai cittadini i quali ne pagano fin troppe, ora. Tuttavia simile provvedimento non si sposa con il reddito di cittadinanza, poiché abbassare gli introiti fiscali e contemporaneamente aumentare le spese significa raddoppiare le uscite. E in un Paese, l’Italia, gravato da un debito mostruoso, ciò significa sballare ancor di più il bilancio dello Stato.

Ogni iniziativa in favore del popolo è benvenuta, però i costi che comporta non possono essere sottovalutati. Si tratta di fare il conto della serva.

Se in casa mia spendo mille euro più di quanti ne guadagno, alla fine devo vendere i quadri e i tappeti per tenere in piedi la famiglia. Noi abbiamo già venduto tutto il vendibile e l’unica cosa che siamo obbligati a fare è risparmiare e non certo sperperare altro denaro. Viceversa il patto Di Maio-Salvini prevede il contrario. E cioè maggiori investimenti nel sociale e minori introiti pubblici. Se il programma si attuasse ci troveremmo con un deficit insostenibile e avremmo un carico di problemi difficili da risolvere.

Il libro dei sogni grillini e leghisti costituisce una lettura consolatoria, non vi è dubbio. Ma con quali palanche sia traducibile in pratica nessuno fino adesso ce lo ha detto. Di qui nasce la nostra contrarietà. Non è lecito dibattere di questioni economico-finanziarie con lo stesso stile in uso al bar sport. Serve competenza amministrativa per compiere operazioni tanto complicate, non bastano la buona volontà e il desiderio di donare benessere alla gente. La quale gente non va illusa e in seguito disillusa. Merita rispetto e non sopporta gli imbrogli di coloro che fanno sulle sue spalle giochi di prestigio inesistente.

I nodi prima o poi arrivano al pettine. Questo governo non s’ha da fare e non si farà. Se vedesse la luce noi piomberemmo nel buio.

di Vittorio Feltri

 

Vittorio Feltri e il governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio: “Tranquilli, sarà solo un governo del c***”

13 Maggio 2018

Vittorio Feltri e il governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio: "Tranquilli, sarà solo un governo del c***"

Niente e così sia. Non so se avremo un governo 5 Stelle-Lega come tutti ipotizzano. Non credo.
Anzi non me lo auguro. Ma se ci fosse non durerebbe granché. È impossibile che i due leader di questi gruppi vadano d’ accordo, sono troppo diversi, praticamente inconciliabili. Ora sono impegnati a trovare una quadra, si riuniscono, discutono, litigano. Sforzi vani.
Salvini non ha nulla da spartire con Di Maio e una intesa tra loro, sincera e durevole, è del tutto improbabile. Non si capisce perché il primo si illuda di sposarsi col secondo, che ha una testolina piccola ed è privo di senso politico. È un pasticcione che ripete a macchinetta lo stesso discorso scemo.
Fossi in Matteo non avrei fiducia in Luigino, personaggetto inaffidabile e scevro di capacità, col quale non avvierei alcuna trattativa: con costui non prenderei nemmeno un caffè. In altre parole, caro Cicchitto, non avremo un esecutivo legastellato. I negoziati salteranno e buonanotte.
Incitiamo Matteo a mandare affanculo Luigino, per usare lo slogan fondativo di Grillo. Basta perdere tempo alla ricerca di una intesa impossibile sul programma. Il reddito di cittadinanza è inattuabile. La Flat tax, idem.
L’ eliminazione della legge Fornero una illusione. Ma di cosa discettano i due vincitori fasulli delle elezioni?
A Salvini conviene ritirarsi in buon ordine. Lo farà poiché non è stupido e non cederà alla bramosia governativa. Pertanto è sciocco che tu, Cicchitto, ti preoccupi di cosa combinerà un gabinetto sostenuto da quelli che chiami partiti populisti. Che populisti non sono. Il populismo infatti fu un movimento nato in Russia alla fine dell’ Ottocento ed è considerato il padre del comunismo. Questa è storia ignorata da Di Maio e forse anche da Salvini. Per cui stai calmo Fabrizio, purtroppo qui non abbiamo neppure i sovranisti, magari li avessimo e rivendicassero il nostro diritto a decidere la politica di casa.
In questo momento vedo intorno a me soltanto gente golosa di potere, che si sbatte per occupare Palazzo Chigi e dintorni allo scopo di provare l’ emozione di comandare. Non si rende conto che lo Stato ha già speso una fortuna e non ha più un soldo da investire in riforme irrealizzabili.
Il reddito di cittadinanza è una presa per i fondelli, la Flat tax è un sogno anticostituzionale in quanto il prelievo fiscale o è proporzionale ai guadagni oppure è illegale. Insomma, siamo di fronte a partiti che in campagna elettorale hanno promesso agli elettori mari e monti, quando non abbiamo che fiumiciattoli e lande desolate.
Tu, Cicchitto, sbagli a prenderli sul serio e a temerli. Non sono in grado di tenere fede a uno solo dei loro impegni. Prendiamo gli immigrati clandestini. Chi è capace di respingerli alzi la mano. Dal 5 marzo a oggi la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno fatto la sceneggiata napoletana. Divertente – si fa per dire – ma inconcludente. Avremo, se lo avremo, un governicchio del cavolo, sempre meglio di un governo di cretini.
Mattarella lo sa, come lo sappiamo tu ed io.

di Vittorio Feltri

Vittorio Feltri, perché Matteo Salvini non ha nulla a che spartire con questo programma grillino

22 Maggio 2018

Vittorio Feltri, perché Matteo Salvini non ha nulla a che spartire con questo programma grillino

Immagino che anche i lettori, quanto me, non ne possano più di chiacchiere sul governo in gestazione. Mi pesa scriverne perché siamo sempre al si dice e al forse. Passano i giorni, e addirittura i mesi, e laggiù a Roma non si combina un accidenti.
Da un paio di settimane i politici ci rassicurano: stiamo trattando, siamo sul punto di concludere, fra poco partiremo. E invece non si avvia niente, per fortuna. Infatti il programma “pentalegato” è uno schifo senza precedenti, un condensato neostatalista da fare invidia ai peggiori teorici progressisti, quelli contro i quali Matteo Salvini si è battuto per una vita, portando il suo partito molto in alto.

Il famoso contratto contiene la realizzazione di una banca statale, le cui probabili perdite sarebbero a carico dei cittadini, il cosiddetto reddito di cittadinanza a qualsiasi fannullone, la eliminazione di ogni garanzia per chi è perseguito dalla giustizia, la chiusura dei cantieri delle grandi opere (Tav), l’ eliminazione dell’ Ilva che era, prima di essere picconata, la seconda acciaieria d’ Europa. E tralasciamo altre follie per carità di patria.

Si può dare il via libera a un esecutivo che ha in testa di portare a termine simili progetti velleitari e contrari al liberalismo col quale ci siamo sciacquati la bocca decenni? La cosa che maggiormente ci stupisce in questa fase interminabilmente interlocutoria è l’ atteggiamento di Salvini, che, dopo essersi rivelato un leader palluto, all’ improvviso si è accucciato ai piedi di Di Maio, subendone la nefasta influenza. E si appresti adesso a stringere con costui un patto che sarebbe la rovina del Paese, una specie di suicidio di massa. La Lega non ha nulla da spartire con i 5 Stelle e se si abbassasse a collaborare con essi sarebbe condannata alla irrilevanza. Preghiamo i Verdi di non farsi infinocchiare da un gruppo di storditi privi di cultura amministrativa e di cultura tout court. Nel centrodestra erano presenti i Fratelli d’ Italia (con i quali i nordisti collaboravano) e ora hanno fatto un passo indietro avendo intuito che razza di bulli sono i grillini, totalmente inaffidabili e indegni di guidare l’ Italia. Giorgia Meloni è intelligente e avveduta. Dalle retta, Salvini, e non portarci allo sbando seguendo un Movimento mefitico.

di Vittorio Feltri

SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO

Vittorio Feltri: “Opposizioni squallide e incapaci, così vincono Lega e M5s. Ma rischiamo il fallimento”

20 Maggio 2018

Vittorio Feltri: "Opposizioni squallide e incapaci, così vincono Lega e M5s. Ma rischiamo il fallimento"

Chi si lamenta maggiormente del protagonismo del Movimento 5 Stelle e della Lega deve fare un bel mea culpa. Non è un caso che gli elettori abbiano votato in massa per Di Maio e Salvini. In effetti, se i partiti tradizionali hanno perso milioni di consensi, ciò è dovuto al fatto incontestabile che con il loro comportamento, in anni e anni di attività, sono riusciti a disgustare la folla che un tempo li votava. Per lustri e lustri hanno predicato bene e razzolato pessimamente, perdendo la fiducia popolare. Non c’ è anima che abbia voglia di credere alle forze politiche dominanti per lungo tempo e ora in estrema difficoltà.

Piuttosto che tracciare la croce sui simboli in auge fino al 2008, la gente comune adesso sceglie i nordisti rinnovati da Salvini o i grillini sponsorizzati dal famoso comico genovese. I quali almeno parlano come mangiano, se ne fregano di esprimersi nel linguaggio ispirato dal cosiddetto pensiero unico e puntano a soddisfare il proletariato, svelto a cambiare opinione. L’ arma più efficace dei movimenti vincitori del 5 marzo è lo squallore dei loro avversari, incapaci di interpretare le esigenze esistenziali della base, la quale pertanto si è buttata tra le braccia dei populisti nella speranza, anzi nell’ illusione, siano in grado di voltare pagina. Il problema è che leghisti e pentastellati non sono all’ altezza di capire d’ aver elaborato programmi governativi velleitari, irrealizzabili, non sostenibili finanziariamente. Le idee sono buone soltanto se si dispone delle risorse per tradurle in pratica, altrimenti sono pippe da comizi periferici. Per amministrare lo Stato non basta amare l’ umanità e desiderare di sollevarla dalle sue ambasce: servono competenza, abilità, conoscenza dei dettagli del bilancio (inclusi gli allegati da cui si evincono i particolari delle spese, cioè dove vanno a finire i soldi che i cittadini versano al fisco). Se quelli che si accingono a governare ignorano i segreti sperperi del nostro Paese, non saranno all’ altezza del compito di risanarlo. Rischiano di fallire e noi tutti di essere trascinati nel baratro verso il quale stanno correndo a perdifiato.

di Vittorio Feltri

 

 

DILETTANTI

Più passano le ore e più si entra nel non senso. In che mani rischiamo di finire: il Di Maio Salvini è già una comica

Mamma mia in che mani rischiamo di finire. Una comica, questo è l’unico modo di definire la trattativa tra Di Maio e Salvini per provare a formare un governo.

Ore di inutili riunioni su un finto programma, roboanti dichiarazioni alla stampa sul fatto che «qui si fa la storia», caccia disperata a un candidato premier che data la situazione non può esistere se non di quarta fila. E infine, ieri, il presidente Mattarella che svela il bluff e rimanda tutti a casa, rischiando lui stesso di rimanere travolto dalle risate degli italiani. Perché tra Di Maio e Salvini non c’è accordo su nulla, e se per disperazione alla fine di questo calvario pur di governare dovessero fingere di averlo trovato, ne vedremo delle belle.

Immaginiamo la faccia di Mattarella quando ieri Di Maio gli ha detto che, prima che a lui, il contenuto di un eventuale accordo sarà sottoposto al voto online sulla piattaforma del Movimento Cinque Stelle. Come dire: tu non conti nulla, il nostro Quirinale è la Casaleggio & associati, una società privata che gestisce – in maniera molto discussa e poco trasparente – la vita pubblica e privata dei grillini. Pensavamo di essere in una Repubblica parlamentare, non in una Spa, perché un conto è «rinnovare i riti della politica», altro è elevare lo statuto della Casaleggio a Costituzione.

A questo punto bisogna tornare alla domanda che già ci siamo fatti in questi giorni. Ma Matteo Salvini e la Lega che ci azzeccano, per dirla alla Di Pietro, con queste pagliacciate? Perché si ostinano a trascinare i loro elettori nella palude grillina, inseguendo Di Maio sul terreno della democrazia (finta) basata sui gazebo (sabato anche la Lega farà un referendum farsa) invece che sulle responsabilità che gli eletti, e soprattutto i leader, sono chiamati a prendersi? Più passano le ore, più si entra nel non senso, più una risposta – inquietante – si fa strada nei pettegolezzi politici.

E se Matteo Salvini avesse già deciso che il suo orizzonte non è più, e mai più sarà, il centrodestra, ma una qualche alleanza con il partito di Grillo per spartirsi per lungo tempo potere e poltrone più che per governare? Mi auguro di no, per quanto lo conosco lo escludo, ma proprio per questo si attendono segnali chiari!…

 

Il reddito di cittadinanza? Programma da scherzi a parte

La misura è un esproprio di ricchezza prodotta da qualcuno e assegnata a qualcun altro, retribuito per non fare nulla

La messinscena della nascita di un governo che non c’è (e forse non ci sarà mai) è il primo caso storico di gravidanza isterica post-elettorale.

Quasi tre mesi di travaglio hanno finora provocato nausee ai risparmiatori, allo spread, ai mercati, a quel che resta del Monte dei Paschi, ma anche alla pazienza collettiva. L’eterna gestazione si esprime per video-gemiti e bozze redatte in una lingua da paese sottosviluppato. Tanto travaglio trova tuttavia religiosa attenzione negli studi televisivi sottomessi a un giovane prestidigitatore che brucia milioni pubblici per affumicare a suo gusto la Costituzione, tanto a lui che gli frega. All’orizzonte, lo spettro del «reddito di cittadinanza» che non compensa un atteggiamento produttivo, per esempio aggiornarsi, ma è un esproprio di ricchezza prodotta da qualcuno e assegnata a qualcun altro, retribuito per non fare nulla. La matrice di questa idea geniale sta in quella sinistra che finge di non sapere che la ricchezza va prodotta e non distrutta. Far credere che sia cosa buona scipparla è roba da ‘ndrangheta, non da welfare. Quanti miliardi occorrerebbero per finanziare una tale rapina è argomento di discussione. Ma il naufragio economico e di immagine che ne deriverebbe se una cosa del genere si facesse, ci renderebbe ridicoli e spregevoli davanti al resto del mondo civile. Quel mondo che non complotta contro l’Italia, ma che si chiede sbalordito se non siamo finiti tutti su Scherzi a parte, edizione online, piattaforma Rousseau.

 

Il rovescio delle regole

Mer, 16/05/2018 – 06:00

C’è un limite alla presa in giro del capo dello Stato e all’irrisione delle sue prerogative.

Ora l’irriguardoso Di Maio afferma: «Voto on line M5S deciderà se fare partire il governo». Dunque ci hanno fin qui preso in giro, e hanno chiesto tempo a Mattarella per elaborare un programma da sottoporre a elettori drogati di internet. E il presidente della Repubblica dovrà piegarsi al volere di qualche migliaio di fanatici del web, veri e propri terroristi mediatici, espressione del fondamentalismo della rete.

Ma la responsabilità è anche del capo dello Stato che non solo tollera queste idiozie ma abiura alla responsabilità di nominare il presidente del Consiglio, che tocca a lui e a lui solo, senza farsi imbeccare. L’articolo 92 della Costituzione disciplina la formazione del governo con una formula chiarissima: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Questa è la procedura. In questo momento sta avvenendo il contrario.

Su proposta di due ministri che non ha ancora nominato, il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio. Non si è mai visto, ed è palesemente incostituzionale. Se dovesse accadere, e sta accadendo, a quanto sembra (Mattarella aspetta da Salvini e Di Maio il nome uscito, per loro stessa ammissione, dalle ultime trattative). È palese l’aberrante procedimento al rovescio che potrebbe aprire la strada a una richiesta di impeachment per il capo dello Stato.

 

Quel premier fantoccio calpesta la Carta

Vi ricordate quelli che la legalità-la legalità e la nostra Costituzione è la più bella del mondo? E quelli che la centralità del Parlamento e attenzione al partito-azienda? Ecco, chissà dove sono finiti.

Chissà come mai sono sordi, muti e ciechi di fronte a una serie di fatti che fanno, della crisi attuale, più una crisi istituzionale che politica. Ne elenchiamo almeno quattro, di questi fatti: poi aggiungeremo una domanda.

Allora, primo fatto: è del tutto incostituzionale che il nome del presidente del Consiglio non venga scelto dal presidente della Repubblica bensì da due leader di partito. Di Maio e Salvini hanno in mente di scegliere il nome del premier e poi di andare al Quirinale a registrarlo come si va da un notaio, ma forse neanche, diciamo come si va in Comune all’ufficio anagrafe.

Secondo fatto: Di Maio e Salvini questo premier lo sceglieranno dopo avere fatto il programma e deciso la squadra dei ministri. E pure questo è del tutto incostituzionale. L’articolo 92 prevede che «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Ora invece, se andrà in porto il governo ircocervo, avremo un presidente del Consiglio espropriato dei suoi diritti e doveri previsti dalla Costituzione. Diciamola tutta: questi che avevano contestato i premier non eletti dal popolo, ora vogliono un premier che sia mero esecutore di programmi altrui. Una testa di legno, via.

Terzo fatto: è non solo incostituzionale, ma una pagliacciata, che il via libera al governo venga da un sondaggio on line messo in piedi – pensa te con quali garanzie, oltretutto – dalla Casaleggio & associati, cioè da una società privata, e dai gazebo della Lega, dove chi per caso passa di lì magari vota. Una pagliacciata sulla quale c’è però poco da ridere, perché in questo modo anche il Parlamento, oltre che il presidente della Repubblica e quello del Consiglio, viene espropriato delle sue funzioni.

Il quarto fatto non è nuovissimo ma val la pena di ricordarlo, en passant, visto che stiamo parlando di incostituzionalità: la multa di centomila euro che un parlamentare dei 5 Stelle dovrà pagare («entro dieci giorni») al Movimento in caso di: espulsione dal gruppo o dal Movimento; abbandono del gruppo e/o iscrizione ad altro gruppo; dimissione anticipate dalla carica. È il patto che introduce di fatto il vincolo di mandato, il quale magari sarà giusto, o quantomeno opportuno, però è ancora vietato, all’articolo 67, dalla «Costituzione più bella del mondo». E introduce, prevedendo la multa anche per l’espulsione (decisa, per qualsiasi motivo, dal partito), pure un ricatto che priva il parlamentare di qualsiasi libertà di espressione politica.

E ora, esposti i fatti, veniamo alla domanda: che cosa sarebbe successo se tutto questo l’avesse fatto Berlusconi? Se, all’epoca in cui era chiamato il Cavaliere Nero, avesse messo il programma di governo al voto fra i residenti di Milano 2 e Milano 3? O fra i tifosi del Milan? E se oggi lo sottoponesse al parere vincolante degli abbonati di Mediaset Premium? E se i parlamentari di Forza Italia fossero costretti, in caso di espulsione o abbandono, a pagare centomila euro alla Fininvest?

Sono iperboli, battute: ma è esattamente ciò che sta succedendo adesso con la società privata che controlla il Movimento, quello «dei cittadini».

E una domanda ancora: detto che la magistratura non deve sostituirsi alla politica eccetera eccetera, però dico, i giustizialisti dove sono? Siamo sicuri che non c’è qualche reato? O meglio: siamo sicuri che se cose del genere le avesse fatte Berlusconi non sarebbe spuntato un magistrato che avrebbe trovato qualche motivo per contestare l’articolo 283 del Codice penale, «attentato contro la Costituzione dello Stato»? E per dirla tutta – così, per non parlare solo di Berlusconi – diciamo la verità: anche a Renzi hanno dato del fascista per molto meno. In silenzio, con l’indifferenza quando non con l’assenso di buona parte del popolo italiano, oggi a essere calpestata non è solo la Costituzione, ma anche la democrazia. Ora, guardando le mosse dei giallo-verdi, forse non è il caso di evocare Hitler e Mussolini, però Paperoga magari sì.

Michele Brambilla….

 

Governo, Gentiloni: “Con proposte velleitarie e stravaganti l’Italia rischia di finire nel burrone”

Governo, Gentiloni: "Con proposte velleitarie e stravaganti l'Italia rischia di finire nel burrone"

Paolo Gentiloni  (ansa)

Il premier uscente ha detto che rassicurerà i leader Ue riuniti a Sofia. “Ma la strada di questi cinque-sei anni che ci ha portati fuori dalla crisi può essere abbandonata molto rapidamente”. Delrio: “Bozza M5s-Lega orribile. Spero falliscano”. Calenda: “Stop assemblea Pd, mobilitiamoci”. Appello di Martina alle componenti dem: “Uniamo le forze per difendere il Paese in Europa”

16 maggio 2018
ROMA – “Cercherò di rassicurare l’Europa, ma quando sento proposte velleitarie e stravaganti
rischia di essere difficile rassicurare”, lo ha detto il premier uscente Paolo Gentiloni, intervistato
dal Tg1 in merito alla ricerca di intesa tra M5s e Lega, alla vigilia del vertice Ue di Sofia.”La strada
di questi cinque-sei anni che ci ha portati fuori dalla crisi può essere abbandonata molto
rapidamente e fuori strada non c’è il paradiso ma il burrone”, è stato l’avvertimento del
presidente del Consiglio. Da stasera ai leader dell’Ue che al vertice di Sofia chiederanno che
cosa sta succedendo in Italia “risponderò, come sempre, che l’Italia è uscita da una crisi
difficilissima, che adesso il quadro economico generale è incoraggiante, che nei primi tre mesi
di quest’anno abbiamo la stessa crescita della Germania, che abbiamo ridotto dell’80 per cento
gli sbarchi di immigrati gestiti dai trafficanti”.”L’italia – ha sottolineato Gentiloni – è uno dei grandi, è tornata credibile in questi anni. E ora che si discute del futuro dell’Europa può dire la sua: Europa con più crescita, più solidale sull’immigrazione, più presente a livello internazionale. Certo, per essere protagonisti, in questa discussione – ha sottolineato il capo del governo – bisogna credere nel futuro dell’Europa, non considerare l’Europa un fastidio”.· DELRIO: M5S-LEGA, BOZZA ORRIBILE
Stamattina anche il ministro uscente delle Infrastrutture Graziano Delrio, ospite di Circo Massimo su Radio Capital, è stato molto critico. “La bozza mi sembra orribile. Hanno ragionato di condono di debito pubblico e uscita dall’euro, è molto preoccupante che, anche se superata, abbiano messo giù quelle ricette. Siamo anche noi a bordo di quell’autobus: se il guidatore sbanda e cade in un burrone, cadiamo tutti”. E il ministro si è augurato che l’esecutivo giallo-verde non veda la luce: “Per il bene del Paese auspico che non ce la facciano. È giusto che possano provarci, ma vorrei che chi governasse avesse del sale in zucca. Per fortuna c’è un altra proposta in campo, quella di un governo istituzionale proposto dal presidente Mattarella. Sarebbe molto più saggio questo secondo scenario”.

Governo, Delrio: “Bozza di contratto M5s – Lega è orribile, spero non ce la facciano”

“La cosa che mi preoccupa di più è quello che manca: il tema del lavoro – ha continuato – comodo parlare di reddito di cittadinanza. Io ho già detto che è molto facile sradicare la povertà piuttosto che promettere un reddito tra due-tre anni che non si sa se riusciranno ad applicare”. Anche sul tema delle pensioni per il capogruppo del Pd alla Camera bisogna stare attenti: “Il problema sono le nuove generazioni, che restano chiuse. Sono favorevole alla correzione della Fornero, ma scassare i conti pubblici è un altro conto”.

Per Delrio, Salvini e Di Maio “hanno una cultura costituzionale preoccupante”. E ha paragonato il comitato di conciliazione parallelo al Consiglio dei ministri, previsto nella bozza del contratto di governo, al “gran consiglio del fascismo, siamo agli organi paralleli ormai. Io ho detto chiaramente che questo potrebbe essere un esecutivo di vera destra”, ha concluso il ministro uscente.

· I TRAVAGLI DEL PD
Delrio ha anche parlato delle questioni interne del Pd che verranno affrontate nell’assemblea in programma per sabato 19: “La vera sfida è restare uniti nella diversità. Io mi batterò per l’unità del partito”. Poi, rivolto al segretario reggente, ha aggiunto: “A Martina va detto grazie, l’importante è che la direzione sia quella giusta. Bisogna fare una discussione sui temi, più che sulle persone. Io non mi candido alle primarie, ma non vedo una scissione all’orizzonte. Abbiamo bisogno di ripartire, di rigenerarci. Siamo ancora il secondo partito ma abbiamo perso le elezioni”.

Sul tema del dibattito interno al Pd, gli ha risposto a distanza il ministro uscente dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Che ha invitato il partito a una grande mobilitazione per difendere la collocazione dell’Italia in Europa di fronte alle prospettive antieuropeiste del programma gialloverde: “Se questi contenuti (quelli del contratto M5s-Lega, ndr) saranno quelli che verranno sottoposti ai gazebo etc. il Pd dovrebbe cancellare l’assemblea, evitare ulteriori dibattiti autoreferenziali, e organizzare una grande mobilitazione con forze sociali per difendere la nostra collocazione europea”.

Ne ha accolto la sollecitazione il segretario reggente Maurizio Martina: “Dall’Assemblea nazionale la nostra mobilitazione per l’alternativa. Per difendere l’Italia in Europa. Uniamo le forze, rilanciamo il Pdnetwork, apriamoci al Paese”. E poi avanza la sua proposta di mediazione al partito: “Penso che il nostro congresso vada
anticipato e si possa svolgere anche in tempi rapidi entro quest’anno. E credo doveroso eleggere un segretario in assemblea sabato per avere una guida certa e affrontare la fase delicata che abbiamo davanti con spirito collegiale”. Dal fronte renziano, Ettore Rosato chiude: “Le strade sono due: o si fa il congresso o si vota il segretario che completa il suo mandato. Il congresso mi sembra la strada più naturale, vie di mezzo mi sembrano forzature”.

Franceschini, Orlando, Emiliano, Fassino, Veltroni e tutte le componenti non renziane puntano ad eleggere Martina segretario e a convocare il congresso entro l’anno.

 

LEGHISTA IN SALSA GRILLINA

Matteo Salvini: “Roma è bellissima e non ci sono neanche le buche”

17 Maggio 201

Un bel sole alle spalle, in una tipica giornata di primavera romana, Matteo Salvinisi riprende col cellulare in una pausa tra i numerosi vertici con Luigi Di Maio. Nel video dice che Roma è bellissima e che non ci sono nemmeno le buche. Non sarà mica per compiacere il suo quasi compagnuccio di governo Luigi Di Maio e la sua sindaca Virginia Raggi? No, il Salvini grillino no.

DEBITO PUBBLICO

Governo M5S-Lega, gli analisti finanziari: a ottobre in Italia sarà la catastrofe

17 Maggio 2018

Governo M5S-Lega, gli analisti finanziari: a ottobre in Italia sarà la catastrofe

Dall’Europa, quella politica e delle grandi banche, sono già partite intimidazioni e minacce, dopo quanto è filtrato in tema di tasse, pensioni, reddito di cittadinanza e quant’altro del contratto di governo messo a punto da Lega e 5 Stelle. E le minacce potrebbero trasformarsi in guerra a ottobre, quando l’ombrello aperto sui nostri titoli di Stato da Mario Draghi grazie al Quantitative Easing verrà meno.

L’ombrello resterà aperto fino a settembre: fino lì la Banca centrale europeacontinuerà nel programma di acquisto titoli deciso ormai da qualche anno e che ha contribuito in maniera decisiva a mantenere bassi i tassi d’interesse dei nostri titoli di Stato, consentendo al nostro Paese di pagare nel 2017 interessi sul proprio debito pubblico pari a 65,6 miliardi di euro, ovvero la cifra più bassa in valore assoluto dagli anni Novanta. Ma da ottobre…

Quanto è accaduto nel 2011 non è al momento immaginabile (spread a circa 540), ma il differenziale tra Btp e Bund che si è inerpicato a quota 170 punti è comunque un segnale. Non bastasse, il quotidiano Il Messaggero riporta gli analisti di Mediobanca che definiscono “semplicemente inaccettabile in Europa” la richiesta di cancellazione di una parte del debito pubblico del nostro Paese con l’Europa. Giuseppe Sersale di Anthilia Capital Partners, citato sempre dal quotidiano romano, la definisce una proposta “surreale e irrealizzabile”.

E tra gli operatori, scrive sempre Il Messaggero, si diceva ieri che “se davvero questo è il tono del dibattito, c’è da aspettarsi una fase di rapporti tempestosi con l’Europa”. Uno scenario che fino a settembre il nostro Paese potrà reggere, ma che rappresenta un’incognita quando da ottobre il fronte delle banche guidato dalla Bundesbank spingerà per chiudere i rubinetti. Per Marco Palacino di BNY Mellon “gli investitori danno già per scontato che il debito della periferia europa accuserà il colpo, per cui è lecito attendersi un aumento dello spread tra Btp e Bund nell’ultimo trimestre dell’anno”.

 

EURO-GOLPETTINO

Sergio Mattarella, Emmanuel Macron svela il piano: “M5s e Lega paradossali, ma so che il Quirinale…”

17 Maggio 2018

Sergio Mattarella, Emmanuel Macron svela il piano: "M5s e Lega paradossali, ma so che il Quirinale..."

“Bisogna accettare quello che i popoli decidono”, ma per Emmanuel Macronquelle di Lega e M5s sono “forze eterogenee e
paradossali che potrebbero allearsi su un progetto che non vedo”. Da Sofia, durante una conferenza stampa al termine del vertice Ue sui Balcani occidentali, il presidente francese e leader di En Marche, europeista convinto, si dimostra preoccupato ma fiducioso in un intervento del Quirinale: “Il presidente Mattarella ha indicato che il governo è legato a una strategia europea. C’è una parte di incertezza a questo stadio, ma ho anche un elemento di fiducia perché Mattarella ha sottolineato e indicato che il governo dovrà lavorare con l’Ue e che per lui questo è uno dei criteri relativi al nuovo esecutivo”.

 

PARLA L’ESPERTO

Governo Lega-M5s, la previsione dell’economista Daniel Gros: “Programma assurdo, l’Italia sarà isolata”

17 Maggio 2018

Governo Lega-M5s, la previsione dell'economista Daniel Gros: "Programma assurdo, l'Italia sarà isolata"

“I danni di affermazioni come quelle sull’Europa del contratto Lega-M5S sono spaventosi e di lungo termine, diretti e indiretti”. Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige il prestigioso Center for european policy studies di Bruxelles, in una intervista a Repubblica, si dice sconvolto sulla questione Europa sollevata dal documento sull’accordo di programma tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Al di là delle smentite, sostiene Gros, “il solo fatto che qualcuno abbia pensato di inserire in un programma di governo assurdità come l’auto-perdono di 250 miliardi di debito, anche se poi se l’è rimangiato, aleggerà per sempre come una cappa inestinguibile sul vostro Paese. Senza contare il grossolano errore di attribuire alla Bce quello che sta nei forzieri della Banca d’Italia, che se li cancellasse farebbe un doppio danno al suo Paese”.

Anche l’uscita dall’euro è assurda: “Beh, l’ avete sentito anche voi Grilloriprendere per l’ ennesima volta il caso mentre la tempesta infuriava sui mercati. Non si rendono conto che Maastricht e le altre regole europee vincolano i Paesi e non i singoli governi. Questi possono cambiare, ma le regole europee sono lì, codificate”. E secondo Gros sarà peggio del 2011 perché a differenza di allora oggi “l’Italia è isolata, e il suo anti-europeismo la isolerà sempre di più. E questo proprio nel passaggio più difficile, la fine del Quantitative easing e poi la dipartita di Draghi e i rialzi dei tassi”

 

IL PATTO AI RAGGI X

Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il Consiglio di conciliazione: che poteri avrà, l’ombra del modello-Napolitano

17 Maggio 2018

Salvini-Di Maio, che cos'è il Consiglio di conciliazione e che poteri avrà

Nel contratto concluso tra Salvini e Di Maio per il governo gialloverde c’è qualcosa che non s’era mai visto prima. No, non i tagli alle tasse, pure quelli una “prima” assoluta se andranno davvero in porto. Ma un vero “oggetto misterioso”: il “comitato di conciliazione”. Che, stando ai suoi ideatori, dovrebbe essere un organo in grado di dirimere eventuali contrasti che dovessero sorgere tra i due partiti di governo nel corso della legislatura.

In teoria, come fa notare Il Giornale, il Consiglio dei ministri dovrebbe servire anche a quello. Ma, evidentemente, i due partiti si sono voluti dare unostrumento di comunicazione che non fosse a livello governativo. E così c’è chi lo ha paragonato agli organi più svariati che nelle storia d’Italia sono stati “inventati”: dal “Gran Consiglio del Fascismo”, che però come spiega Il Giornaledi fatto non faceva granchè ed era pressochè sprovvisto di poteri reali, ai “dieci saggi” di Napolitano chiamati nel 2013 a elaborare un programma di governo.

Ma, secondo il quotidiano di via Negri, il Comitato di conciliazione gialloverde avrà poteri ben maggiori, che di fatto gli permetteranno di mettere sotto vigilanza sia il presidente del Consiglio sia – e forse questo è uno dei suoi scopi, i lavori del Parlamento. Volendola vedere “bene”, il comitato sarà uno strumento per dirimere divergenze interne all’alleanza senza esporre troppo i capi. A vederla “male”, spinge a pensare che i due partiti intendano cambiare le regole del gioco ben oltre i programmi elettorali con mezzi e tempi spicci e soluzioni che andrebbero invece discusse in Parlamento, in quanto discutibili.

Il Consiglio, tra l’altro, non è previsto dalla Costituzione: ne faranno parte, oltre al presidente del Consiglio dei ministri, anche il capo politico del Movimento 5 Stelle e il segretario federale della Lega, i capigruppo di Camera e Senato delle due forze politiche.

 

Governo, immigrazione e islam: la resa della Lega al M5S

Nell’ultima bozza del contratto di governo in dubbio i centri di rimpatrio e l’albo degli imam: addio a punti chiave del programma leghista?

L’ultima bozza di contratto del (possibile) governo tra Lega e M5S parla chiaro: ci sono ancora almeno sei punti da definire meglio (leggi qui).

Alcuni sono segnati in rosso perché “necessitano di un vaglio politico primario“. Tradotto, vuol dire che ne hanno discusso in queste ore Matteo Salvini e Luigi Di Maio guardandosi negli occhi. Sono temi spinosi, su cui le posizioni dei due partiti sono distanti. È possibile, dunque, che verranno ulteriormente limati e chissà cancellati del tutto.

La resa di Salvini?

Eppure si tratta di argomenti cruciali nel programma di governo con cui la Lega si è presentata a marzo alle elezioni. Soprattutto in tema di immigrazione e islam. Tra le frasi segnate in rosso ce n’è una che riguarda i Cie (o Cpr), ovvero i centri di espulsione per immigrati irregolari. Attualmente la bozza giallo-verde prevede “l’individuazione di sedi di permanenza temporanea finalizzate al rimpatrio, con almeno uno per ogni regione, previo accordo con la Regione medesima, e con una capienza tale da garantire il trattenimento di tutti gli immigrati il cui ingresso o soggiorno sia irregolare, presenti e rintracciati sul territorio nazionale“.

Niente di più e niente di meno di quanto in sostanza già prescritto dall’ultima legge varata da Marco Minniti, che ha istituito un Centro di permanenza per il rimpatrio in ogni regione (anche se ne sono stati aperti pochi). Perché allora questo passaggio è segnato in rosso e rischia di saltare? Semplice: il M5S non li vuole. A gennaio 2017 sul blog di Grillocomparve infatti un netto “no ai Cie in ogni regione”. E lo ribadì anche la deputata Fabiana Dadone nelle dichiarazioni prima del voto finale a Montecitorio: “È inutile andare a creare degli hotspot e implementare i Cie”. Risultato: nel programma elettorale grillino non erano neppure citati.

Se le “sedi per i rimpatri” dovessero essere tagliate con un tratto di penna dal contrattto tra Lega e M5S, sarebbe una vera e propria resa di Salvini all’alleato. Perché? Semplice: l’apertura di nuovi centri era il primo punto del programma leghista, che voleva aprirne “non meno di uno per ogni Regione e, contestualmente, prolungare il termine per il trattenimento almeno sino a 6 mesi, al fine di rendere eseguibile l’espulsione”. Non solo. Salvini nei Cie voleva pure “trattenerci” tutti i richiedenti asilo senza documenti fino all’identificazione e darli in gestione alle Regioni. Tutto superato?

Il rapporto con l’islam

C’è poi un’altra questione che i due leader dovranno discutere. Ed è quella del rapporto con l’islam. Sul tema le proposte elettorali leghiste erano chiare: “Deve esserci – dicevano – l’osservanza e applicazione rigida della legge ai musulmani per quanto vietato anche ai cittadini italiani“. Niente sconti, insomma. Senza contare che nel 2017 la Lega era tra i firmatari di un provvedimento che voleva istituire un albo dei predicatori (idea ribadita nel programma). Il Ddl rimase a lungo chiuso in un casseto (poi bocciato in commissione), tra le proteste di Nicola Molteni che denunciò la mancata “volontà politica di mandare avanti una legge che in un Paese normale verrebbe approvata“.

Sembra assurdo che non appena il Carroccio si appresta ad andare al governo, la strada per Palazzo Chigi si stia incagliando proprio su questo punto. La bozza col M5S prevede infatti di “adottare una normativa ad hoc anche che preveda l’istituzione di un registro dei ministri di culto, lo svolgimento delle prediche in lingua italiana e la tracciabilità dei finanziamenti per la costruzione delle moschee e, in generale, dei luoghi di culto, anche se diversamente denominati“. Ma il paragrafo è segnato in rosso. Il M5S, infatti, guardava più ad una “costituente islamica” che ad un albo per limitare l’islam, tanto che diversi musulmani facevano il tifo per i grillini. In Lombardia, per fare un esempio, il M5Sprometteva di cancellare la legge regionale del centrodestra, che ha fermato le nascita di nuove moschee. E a Roma, nel 2016, i pentastellati locali avevano approvato una mozione per assegnare le palestre delle scuole e i locali del V municipio ai musulmani ogni venerdì di preghiera. A Salvini va bene? Non resta che sperare che i paragrafi in rosso non scompaiano del tutto.

 

I barbari, i servi e i saggi

Salvini e Di Maio non trascinino l’Italia in una guerra già persa in partenza con l’Europa intera ma lavorino per portare l’Europa dalla nostra parte

La lobby europea dice la sua, come ha sempre fatto, sugli affari interni italiani. E la sua gazzetta, il Financial Times, fa la sintesi: «Arrivano i barbari», riferendosi al nascente governo Cinquestelle-Lega.

Matteo Salvini non ci sta e ieri ha chiosato: «Meglio barbari che servi». Come non essere d’accordo, anche perché la parola «barbari» all’origine stava a indicare chi parlava una lingua diversa e che quindi alle orecchie dell’ascoltatore natio appariva come un balbuziente.

Ora, che Italia ed Europa parlino lingue diverse non è una novità: incomprensioni e diffidenze sono vecchie quanto l’euro. Qualsiasi governo, da quelli Berlusconi a quello di Renzi, ha dovuto fare i conti (non solo in senso metaforico) con i tecnocrati di Bruxelles, senza mai venirne davvero a capo. Anzi, il Cavaliere, apparentemente il più moderato di tutti, è caduto anche (ma forse soprattutto) per le sue impuntature contro l’egemonia egoista dell’asse franco-tedesco, quello per intenderci che ha innescato il complotto dello spread del 2011, oggi ammesso – sia pure per convenienza – financo dall’ultra grillino Di Battista.

L’esperienza deve quindi insegnare che nello scontro frontale, giusto o sbagliato che sia, il governo italiano è destinato a soccombere (anche Renzi ne sa qualcosa), stante la disparità di forze in campo. E che per tornare alla massima di Matteo Salvini, tra barbari e servi – all’epoca dei romani – in mezzo c’era il Senato, punto di mediazione di uomini di esperienza e buon senso.

Se Salvini, sciaguratamente con Di Maio, dovesse andare al governo, ci auguriamo continui a parlare una lingua diversa da quella dei tecnocrati, ma che non spinga la «barbarie», come accadde nell’antichità, fino a provocare la decadenza prima e la dissoluzione poi dell’Impero. In altre parole, non trasciniamo l’Italia in una guerra già persa in partenza con l’Europa intera ma lavoriamo per portare l’Europa dalla nostra parte.

Ps. Ieri Matteo Salvini si è lamentato pubblicamente del Giornale, troppo critico su questa trattativa. Brutto segno: ancora non è entrato nel Palazzo e già mostra sintomi di insofferenza tipici della casta. Vorrei tranquillizzarlo. Ci stiamo limitando a interpretare le paure e i dubbi di chi vuole bene a lui e alla Lega per le cattive compagnie che frequenta. Noi difendiamo il programma elettorale del centrodestra, che anche su suo suggerimento abbiamo votato e che non prevede il taglio delle pensioni, né d’oro né d’argento. Tutto il resto non ci interessa.

“Chiuso il contratto”. Taglio alle pensioni sopra i 5mila euro

Manca solo l’ok dei leader, colpiti i redditi più alti Stop alla Tav Torino-Lione. Molti i nodi da sciogliere

Roma – Pensioni d’oro da tagliare per «equità sociale». Nel contratto M5s Lega approvato ieri in via quasi definitiva (manca il timbro di Luigi di Maio e Matteo Salvini, che devono anche sciogliere gli ultimi nodi) c’è un tema molto poco leghista. Cioè un «intervento finalizzato al taglio delle cosiddette pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati».

Misura seminascosta nel capitolo sui costi della politica e che porterà pochi soldi, visto che le pensioni che superano i 5.000 euro sono meno dell’1%. Sono quasi tutte concentrate al Nord. Altra sorpresa, accanto all’abolizione della Fornero, c’è il ritorno di Opzione donna, «che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 di contributi di andare in quiescenza subito».

La versione semidefinitiva, anticipata ieri dall’agenzia Adnkronos (che il M5s ha spiegato essere quella di martedì sera) differisce dalle bozze circolate nei giorni scorsi per alcuni particolari. Tutti rilevanti. Ad esempio lo stop all’alta velocità Torino Lione per «ridiscuterne integralmente il progetto». Anche se il tema è tra quelli che sono ancora soggetti a modifiche.

Quanto il messaggio dei mercati sia stato preso sul serio è dimostrato dalle tante rassicurazioni. Scomparso il referendum sull’Euro, è comparso un capitolo sul debito pubblico, dove si ripropone un classico qual è lo scorporo della spesa per investimenti. Niente «sconto» dalla Bce e coperture garantite da «tagli agli sprechi». Rassicurazioni anche sul fronte delle alleanze internazionali, argomento molto sentito al Quirinale, anche se nella bozza entrata alle riunioni di ieri si chiede la fine alle sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin.

Nel testo emergono concessioni alla Lega, come la chiusura dei campi Rom irregolari, un giro di vite sulle missioni sul Mediterraneo per recuperare le barche dei disperati. Un richiamo specifico alla legittima difesa dei cittadini la cui proprietà sia violata da malviventi. Poi una formulazione più precisa della flat tax. Le bozze avevano cancellato il riferimento alle aliquote, poi sono rispuntate nella versione leghista: 15% e 20%. Ma senza soglie di reddito. Poi la aliquota sulle imprese al 15%.

Sono presenti temi molto grillini, come l’acqua pubblica, oltre la Tav, a green economy, il comitato di conciliazione, una sorta di organismo politico che controlla il governo e il «codice etico» per i membri del governo. Ieri sera restavano ancora dei punti da definire. Passati ieri notte al vaglio di Di Maio e Salvini, già impegnati nella trattativa sul premier.

Angelino Alfano e la Misericordia

 

Il rapporto speciale di Leonardo Sacco con Dorina Bianchi e il partito di Angelino Alfano

Mr Misericordia provò ad assumere il consuocero dell’attuale ministro degli Esteri venendo bloccato dal prefetto Morcone. E dalle intercettazioni emerge il ruolo della Bianchi nel mantenere i rapporti tra l’imprenditore e i politici

DI GIOVANNI TIZIAN       

Il rapporto speciale di Leonardo Sacco con Dorina Bianchi e il partito di Angelino Alfano
Dorina Bianchi

«Senti una cosa, ma come ti è venuto in testa di pigliare a questo come direttore di Lampedusa?…tu lo capisci bene che quello è il centro più visibile d’Italia… come l’avete scelto?».

Il prefetto Mario Morcone è furioso. Dall’altra parte del telefono c’è Leonardo Sacco, Mr Misericordia. Morcone non gli perdona la nomina del consuocero di Angelino Alfano a direttore del centro di accoglienza di Lampedusa, gestito dalla confraternita della Misericordia.

È il 4 ottobre 2014. Mancano pochi mesi alla bomba di mafia Capitale, alle inchieste sulle mazzette nella gestione del centro per rifugiati di Mineo, in Sicilia. Siamo prima, dunque, dell’inchiesta che coinvolgerà il sottosegretario del Nuovo centro destra Giuseppe Castiglione. Mario Morcone all’epoca è il vertice dell’Immigrazione del Viminale. Sopra di lui c’è solo il ministro Angelino Alfano. L’ufficio del superprefetto svolge un compito delicato. Supervisiona, controlla, monitora flussi, gestisce l’emergenza e verifica che tutto vada per il verso giusto.

In quel periodo, tra sbarchi e primi scandali, la pressione su di lui è altissima. E Morcone – oggi capo di gabinetto del ministro dell’Interno Marco Minniti – non ci sta a finire di nuovo nel tritacarne mediatico. Per questo reagisce duramente alla mossa azzardata di Mr Misericordia, detto anche “Gabibbo” o Mr Cento milioni. Un uomo dalle mille risorse. Che da dieci anni guadagna con i migranti, ma anche con gli aeroporti, con le barche e persino con la squadra di calcio in Eccellenza, che poche settimane fa ha festeggiato il triplete locale, conquistando tre competizioni di fila.

Con una facilità disarmante, Sacco, passa da summit con i boss a incontri istituzionali. Un giorno è il padrino al battesimo del figlio di un personaggio del clan, un altro discute con gli imprenditori affiliati alla cosca e dopo poche ore chiama prefetti e sottosegretari. Come Mario Morcone, appunto. Tutto documentato in alcune informative, di cui L’Espresso è venuto a conoscenza, che fanno parte del fascicolo “Jonny”, l’inchiesta della procura di Catanzaro che ha svelato il giro d’affari della ’ndrangheta intorno al centro di accoglienza in provincia di Crotone, secondo per capienza solo a quello siciliano di Mineo.

Una settantina di arresti, tra cui proprio Sacco e anche il sacerdote fondatore della Misericordia locale, e sequestri per 70 milioni di euro. Inchiesta coordinata dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dall’aggiunto Vincenzo Luberto e condotta dal Ros dei carabinieri insieme alla Guardia di finanza. Un business, secondo l’accusa, gestito dalla ’ndrangheta.

Tramite il re Mida dell’accoglienza, Leonardo Sacco, appunto, che ha fatto della solidarietà una grande azienda di famiglia. Governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, già vicepresidente nazionale della confraternita che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su 800 cellule sparse per l’Italia, Sacco è anche presidente regionale della medesima associazione. Ma per l’antimafia è uomo di potere, relazioni e di mafia.

Angelino Alfano
Angelino Alfano

Il suo book fotografico è una sfilza di sorrisi e abbracci con varie personalità della politica: da Matteo Renzi ad Angelino Alfano, passando per Matteo Salvini. Sono solo scatti durante eventi pubblici, ci mancherebbe. Utili, però, per comprendere il personaggio, scaltro nell’avventarsi sull’affare del secolo, esempio lampante di come la gestione dell’accoglienza in regime di emergenza perenne possa trasformarsi in uno strumento di consenso.

Così Leonardo Sacco è diventato il ras nazionale del settore gestendo per oltre 10 anni il più grande hub dell’accoglienza d’Europa. Dallo Stato, cioè ministero e prefetture, la sua organizzazione ha incassato oltre 100 milioni di euro. Di questi, almeno un terzo, sostengono gli inquirenti, è finito direttamente nelle mani delle cosche locali, in primis la famiglia Arena.

È il 4 ottobre, dunque, quando gli investigatori ascoltano la telefonata con il super prefetto dell’Immigrazione. Il tema è, appunto, la nomina a direttore del centro di Lampedusa (sotto la gestione di Sacco e la Misericordia) del consuocero del ministro Alfano, Lorenzo Montana. Morcone è teso, irritato e preoccupato: «Anche perché capisci l’effetto di tutto questo… è che ogni settimana ti devo fare un’ispezione perché sennò ci fanno un culo come una campana, quindi trova una soluzione garbata che risolva il problema».

Sacco ribatte senza scomporsi: «Tranquillo Eccellenza, io stavo cercando la figura del direttore però poi quando venerdì ci hanno fatto l’aggiudicazione definitiva per iniziare non avevo dove arrampicarmi… tant’è vero che ho dovuto mandare i miei da Isola per i primi giorni per avviare il lavoro… ma lui lo voglio lasciare coordinatore dei servizi, anche perché sull’isola conosce».

Tranquillizzato Morcone, passa all’attacco: «Eccellenza mercoledì ci vediamo?», «vieni, vieni, vieni». Della sfuriata, Sacco, informa subito i sui collaboratori. Uno dei più fidati sostiene di aver presentato Lorenzo Montana al Prefetto di Agrigento, al quale ha sottolineato che la scelta è ricaduta su di lui per l’esperienza maturata nell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia il rappresentante del governo aveva sollevato alcuni dubbi perché temeva che Montana non fosse molto pratico del settore. Timori placati dalla proposta dell’uomo della Misericordia: il parente di Alfano sarebbe stato affiancato dagli uomini di Sacco.

Mario Morcone
Mario Morcone

Non se ne farà nulla, nel frattempo Montana aveva dato le dimissioni. Caso risolto? Non per il prefetto Morcone, che chiama Sacco per suggerirgli di scrivere un comunicato: «Bisogna comunque fare un’agenzia, sta succedendo un bordello su internet, nel quale dite quello che hai detto a me». Sacco è subito operativo, non vuole deludere Morcone: «La facciamo subito e le mando una copia via mail». Due ore dopo il prefetto ricontatta Mr Misericordia per chiedergli alcune modifiche nel comunicato: «… E se puoi mettere sulla base del suo curriculum e delle sue esperienze, aggiungere che è stato assessore al Bilancio al Comune di Lampedusa…il resto va bene».

Una volta superato il check prefettizio la comunicazione alla stampa può partire. Il prefetto ha risolto una situazione potenzialmente esplosiva. Salvando la faccia dell’istituzione che rappresenta. Dietro la dura reprimenda di Morcone, però, affiora un’insofferenza per i troppi giochini di potere e di nomine politiche che ruotano attorno al grande business dell’accoglienza. Un sistema che prima Mineo, poi Crotone e Lampedusa incarnano alla perfezione. E sul quale aleggia sempre l’ombra della spartizione politica.

I contatti tra l’imprenditore del clan e Morcone proseguono e non hanno riguardato solo il Lampedusagate. È soprattutto Sacco a chiamare, per fargli gli auguri, per questioni di lavoro e per alcuni crediti vantati dal centro di Crotone. «Eccellenza buongiorno, nell’augurarle buon Ferragosto le rinnovo il nostro invito a venirci a trovare o istituzionalmente con una visita al C.a.r.a. o privatamente magari in barca. Un abbraccio. Leonardo Sacco».

È la mattina del 14 agosto 2014, e Mr 100 milioni scrive al prefetto Morcone. Poi a metà settembre manda due sms al prefetto, con una richiesta di aiuto: «Eccellenza siamo in grosse difficoltà con i pagamenti delle presenze extra. Solo degli extra su Crotone siamo a 4 milioni. Le chiedo un intervento perché stiamo affondando. Un abbraccio».

Sacco andrà anche a Roma da Morcone. Gli investigatori del Ros apprenderanno i contenuti dell’incontro dalle reazioni dell’uomo della cosca Arena. Un incontro «andato bene», commenterà Sacco, in cui Morcone avrebbe parlato «molto apertamente». Il tema è quello di alcune contestazioni mosse alla Misericordia dalla prefettura di Crotone. Secondo l’imprenditore del clan, l’ex capo dell’Immigrazione si sarebbe mostrato disponibile a intervenire in qualche modo. «Domani dovrei vederla e gli dico qualcosa, però nel frattempo chiamo il capo ufficio mio che è quella che rompe i coglioni e gli dico», è sempre Sacco che riferisce le parole di Morcone. Oltretutto, aggiunge, il prefetto gli avrebbe dato un suggerimento prezioso, ossia che di Lampedusa devono avere cura perché è una vetrina internazionale, «qua capisci cosa sono le pressioni, ma statti tranquillo». Invece, sulle contestazioni della prefettura, 20 mila euro, Morcone avrebbe minimizzato: «Cosa vuoi che siano 20 mila euro su tre milioni». E in effetti per Mr 100 milioni sono pochi spiccioli.

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L’area politica di riferimento dell’imprenditore Sacco è il centrodestra. In particolare il partito guidato dal ministro Alfano, di cui fa parte anche il sottosegretario siciliano Giuseppe Castiglione, invischiato nell’inchiesta sul centro per rifugiati di Mineo. Lo dimostrano i contatti di Mr Misericordia, che viene intercettato più volte mentre parla con l’attuale sottosegretaria ai Beni Culturali Dorina Bianchi, all’epoca, siamo sempre nel 2014, era vicepresidente del gruppo Ncd alla Camera.

“Pronto Dorì”
Telefonate e messaggi che proseguono per alcuni mesi e che vertono soprattutto sull’altro grande affare che interessa all’uomo del clan: l’aeroporto di Crotone. Il 12 settembre 2014 dal telefono di Sacco parte una telefonata. «Più o meno quando scendi Dorì?», chiede. «Io la prossima settimana devo scendere… poi la prossima viene Lupi» è la risposta della deputata. Mr Misericordia però ha urgenza di incontrarla e insiste:«Fammi sapere, è urgente». Dorina Bianchi è di Crotone, a questa città deve la sua prima elezione in Parlamento nel 2001, la coalizione di cui faceva parte era la Casa delle libertà e all’epoca militava nel Ccd. Da allora è sempre stata rieletta tra Camera e Senato. E ha cambiato schieramento varie volte. Nell’ordine è passata dall’Udc al Pd al Pdl, infine, all’Ncd, ora Alternativa popolare. Sei anni fa si è candidata a sindaco di Crotone senza fortuna. È in quel territorio però che nascono i rapporti con Sacco.

Leonardo Sacco al centro con Angelino...
Leonardo Sacco al centro con Angelino Alfano alla sua sinistra

L’imprenditore dell’accoglienza sembra in confidenza con la parlamentare. Per esempio il 2 novembre le scrive un messaggino:«Cara Dorina, mi dicono che domani il ministro Alfano sarà a Crotone e Isola, riusciamo a farlo passare dal Centro di accoglienza?». Ma con la futura sottosegretaria, l’imprenditore crotonese spera di ottenere rassicurazioni soprattutto sul salvataggio del piccolo aeroporto di Crotone. Sacco, infatti, sedeva nel Cda della società di gestione del terminal calabrese. E dello scalo crotonese i due parlano tra il 5 e il 12 novembre di tre anni fa. Prima la sottosegretaria dice a Sacco che sta ancora «aspettando il punto sull’aeroporto», l’imprenditore sostiene di averle mandato tre mail con anche il «punto». Pochi giorni dopo e i due si risentono. La deputata voleva informarlo dell’imminente viaggio a Crotone dell’allora ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi per affrontare la questione dello scalo aeroportuale. «Arriva direttamente con la Ryan air e fa la conferenza in aeroporto… e poi rimane anche la sera con noi».

Ma l’uomo della Misericordia vuole conferme anche su un’altra visita istituzionale da programmare: «E Alfano invece?». Bianchi non è impreparata: «Stasera vado da lui al ministero… mi dà la data… sua». Finalmente l’imprenditore è soddisfatto, la cerchia del Nuovo centro destra si sta attivando. Sei giorni prima dell’arrivo di Lupi a Crotone, gli investigatori registrano una nuova telefonata in cui Sacco segnala a Dorina Bianchi che sull’aereo «non ci sono posti». La parlamentare allora suggerisce che«bisogna prenotare subito, per me e anche per Lupi». Sacco è ben felice di farlo, «mandami i dati che me la vedo io». Alle sette di sera dallo stesso 14 novembre la deputata del centrodestra chiama Sacco, parlano ancora dello scalo di Crotone: «Il problema è l’assetto societario non i fondi, il problema sarà l’assetto e quello che verrà fuori…poi te lo spiego meglio». Mr Misericordia, tuttavia, non molla l’osso e ribatte che «Enac aveva fatto marcia indietro…perché aveva accettato il concordato». «Però Enac non lo ha comunicato al ministero… e se non lo comunica è come se non ci fosse nulla, non so se rendo l’idea», aggiunge la parlamentare.

L’ansia di Sacco è placata: «L’importante è che non abbiamo problemi». Tuttavia affinché tutti siano più tranquilli Bianchi suggerisce a Sacco «di mandarle comunque la lettera». Ciò che preoccupava Sacco in veste di membro del Cda dell’aeroporto erano gli oneri di servizio pubblico, ossia quelle clausole che permettono a uno scalo periferico – o comunque non attraente per le compagnie aeree perché con una bassa intensità di traffico – di godere di voli con continuità e tariffe non esorbitanti. Oneri, quindi, che vanno oltre il puro interesse commerciale delle società.

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Business dei migranti, la denuncia: «Chi ha coperto Mr Misericordia?»

Enza Bruno Bossio è la deputata del Pd che da anni segnala le irregolarità nella gestione del centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Ma ha sempre trovato un muro di silenzio davanti a lei. «Ora si indaghi sulle complicità», dice a L’Espresso, che domenica pubblicherà un’inchiesta su Leonardo Sacco e i suoi rapporti politico-istituzionali

Di questo discutono Sacco e Bianchi nelle telefonate successive. «Ti ho girato una nota del 3 novembre del ministero che revoca gli oneri di servizio», dice l’imprenditore. L’attesa finisce e finalmente è il giorno di Lupi a Crotone. Sacco ne riferisce gli esiti al presidente di Confindustria Crotone Michele Lucente: «Gli oneri sono a posto, siamo aeroporto di interesse nazionale, da quando sottoscriviamo il nuovo contratto di servizio».

Gli investigatori del Ros hanno annotato molti altri contatti, sms e telefonate tra la parlamentare e Mr Misericordia. Nulla di penalmente rilevante, ma, di certo, dimostrano che tra i due c’è una certa confidenza e che, Sacco la considera un punto di riferimento, lo strumento necessario per tentare di avvicinare i ministri che si occupano dei settori a lui cari.

«Le relazioni con le realtà e i soggetti operanti sul territorio crotonese sono sempre state improntate nella massima correttezza e nel pieno rispetto dei ruoli istituzionali», ha dichiarato il sottosegretario quando ha appreso della notizia della maxi retata sulla ’ndrangheta dell’accoglienza. Nessun dubbio sulla correttezza, tuttavia si tratta di capire se è opportuno per un deputato della Repubblica instaurare un rapporto così stretto con Mr Misericordia, già ai tempi molto chiacchierato.

MMT – MODERN MONEY THEORY

La Teoria della Moneta Moderna - L. Randall Wray (pagina)

La Teoria della Moneta Moderna – L. Randall Wray

La Teoria della Moneta Moderna: Introduzione alla Macroeconomia dei Sistemi Monetari Sovrani  è un testo redatto da L. Randall Wray,                                                                             inizialmente sotto forma di serie di blog sul sito statunitense New Economic Perspectives tra il 6 giugno 2011 e il 27 giugno 2012,                                                                                                       ed in seguito pubblicato dall’editore Palgrave-Macmillan.

L’intento dell’autore è quello di offrire un primer di macroeconomia, un manuale introduttivo, ad un pubblico di non-esperti che desidera, però, comprendere in modo scientificamente corretto e sufficientemente completo l’approccio macroeconomico della Modern Money Theory.

Nel marzo 2015, tradotto in lingua spagnola, è stato reso disponibile dall’editore Lola Books col titolo Teoría monetaria moderna, sia in forma cartacea sia di e-book.

A partire dal 19 aprile 2015 Rete MMT ha quindi deciso di pubblicare il testo in italiano, con l’obiettivo di offrire anche al pubblico non-anglofono un testo accessibile e completo tramite cui approfondire adeguatamente la MMT.

La traduzione, tuttora in corso e riportata anche da New Economic Perspectives, è curata da Andrea Sorrentino con la supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo.

I capitoli della Teoria della Moneta Moderna di Randall Wray, impaginati con cura e pronti per la stampa, sono disponibili al termine di ciascun blog.

Blog

1 – La Teoria della Moneta Moderna: Blog #1 del Primer MMT

I fondamentali della Moneta Moderna in un testo introduttivo alla macroeconomia con l’approccio MMT, che Randall Wray pubblica nel 2011/2012. Si inizia!

2 – I principi fondamentali della contabilità macroeconomica

Asset e passività; saldi settoriali; ricchezza endogena ed esogena, finanziaria e reale; deficit e surplus. Il deficit pubblico è risparmio per i privati!

3 – Saldi settoriali USA recenti: Goldilocks, il Global Crash, e la tempesta fiscale perfetta

I saldi settoriali non mentono: chi conosceva la MMT ha denunciato con anni di anticipo che i surplus di Clinton avrebbero provocato una crisi del debito.

4 – MMT, saldi settoriali e comportamento

Come evidenziava Keynes, a livello aggregato è la spesa a causare il reddito: il deficit di un settore CREA ricchezza per un altro!

5 – I deficit di bilancio dello Stato sono fondamentalmente non discrezionali: il caso della Grande Recessione del 2007

Gettito fiscale e saldo estero dipendono dall’economia, quindi il Governo non determina liberamente il deficit di bilancio. Allora cosa può controllare?

6 – Cos’è una valuta sovrana?

Lo Stato sovrano, e solo lui, può emettere una valuta sovrana denominata nella Moneta di conto nazionale. Per ottenere ciò che necessita dal settore privato.

7 – Cosa garantisce la valuta, e perché tutti la accettano?

Cosa dà valore ai pezzi di carta o ai bit che chiamiamo valuta? Il corso legale non è necessario né sufficiente, altrimenti nessuno vorrebbe valute estere!

8 – Le tasse guidano la Moneta

Per soddisfare le sue necessità, lo Stato impone tasse da pagare solo con la valuta da lui creata. I privati ne avranno necessità, questo le dà realmente valore.

9 – E se la popolazione si rifiuta di accettare la valuta nazionale?

Le tasse NON finanziano la spesa pubblica: in quanto monopolista, lo Stato deve spendere valuta nazionale prima di poterla ritirare. Ha un limite di spesa?

10 – Tenere traccia di stock e flussi: la Moneta di conto

La Moneta di conto è come i punti nei risultati sportivi; il sistema finanziario è il tabellone luminoso. Importa da dove arrivano i punti e dove finiscono?

11 – Teoria della Moneta Moderna e regimi di tasso di cambio alternativi

Una valuta sovrana è emessa in regime di monopolio dallo Stato, non è convertibile, ed ha un tasso di cambio fluttuante. Ed è quindi estremamente potente…

12 – Moneta-merce sotto forma di monete metalliche? Metallismo Vs Nominalismo, Prima Parte

La Moneta è una merce? Ha valore ed è accettata per il metallo che contiene? Da almeno 4000 anni… NO! Breve storia, dall’antichità al conio in Grecia.

13 – Moneta-merce sotto forma di monete metalliche? Metallismo Vs Nominalismo, Seconda Parte

Se non è il metallo prezioso a dare valore alla Moneta, perché usarlo? Dai Romani ai giorni nostri, scopriamo le insanabili falle del metallismo.

14 – ITD denominati nella valuta nazionale: Stato e settore privato

Nel pagamento delle tasse lo Stato deve accettare (solo) i suoi ITD, garantendo loro valore. La convertibilità non è necessaria, ed introduce un limite.

15 – La compensazione e la piramide delle passività

Gli ITD statali sono in cima alla piramide delle passività. Su di essi fanno leva gli ITD dell’intero settore privato, che li usa per la compensazione.

16 – Lo Strano Caso di Eurolandia: La Natura Non-Sovrana dell’Euro e i Problemi Creati dalla Crisi Finanziaria Globale

Per i Paesi di Eurolandia l’Euro è valuta estera. Uno Stato con valuta sovrana invece NON HA problemi di solvibilità, e può affrontare qualsiasi crisi.

17 – Chiarire la distinzione tra l’aspetto Reale e quello Finanziario (o Nominale)

Come si misura il “valore”? Per varie ragioni, nella Moneta di conto dello Stato. In aggregato, “non ci sono più soldi” è come dire “non ci sono più metri”.

18 – Operazioni di Politica Fiscale e Politica Monetaria in uno Stato che Emette la Propria Valuta

La sovranità monetaria offre allo Stato molta libertà nella politica fiscale e monetaria. Esploriamo le differenze con chi NON emette la propria valuta

19 – Gli Effetti dei Deficit di Bilancio di uno Stato Sovrano su Risparmio, Riserve e Tassi di Interesse

Quali sono gli effetti dei deficit di bilancio di uno Stato sovrano? Conseguenze reali su risparmio privato, quantità di riserve bancarie, tasso d’interesse

20 – Effetti dei Deficit di Bilancio di uno Stato Sovrano su Risparmio, Riserve e Tassi di Interesse (segue)

La realtà è semplice: il deficit di bilancio pubblico genera accrediti netti a depositi bancari e riserve; i Titoli di Stato sono semplici conti risparmio!

21 – Il deficit di bilancio pubblico e le “due fasi” del processo di risparmio

Le due fasi del processo di risparmio: il deficit pubblico lo crea, le preferenze di portafoglio ne determinano poi la forma (contanti, riserve, Titoli)

22 – Riserve, vendita di Titoli di Stato e Risparmio

La vendita di Titoli di Stato NON ne finanzia la spesa. Sono alternative alle riserve, che la BC usa per raggiungere il tasso overnight target

23 – Il Dibattito sui Limiti al Debito (caso USA)

Uno Stato sovrano spesso si auto-impone limiti al debito. Ma hanno ancora senso, in regime di moneta fiat? Un’analisi e una proposta per superare lo stallo

24 – E se i Titoli di Stato Sono Detenuti dai Residenti all’Estero?

È verosimile che lo Stato non riesca più a vendere Titoli ai residenti all’estero? Quali gli effetti sui tassi d’interesse e di cambio?

25 – La solvibilità della valuta e il caso particolare del Dollaro USA

Gli USA sono un caso particolare perché il Dollaro è la valuta di riserva internazionale, quindi è sempre accettato. Per tutti gli altri non c’è speranza?

26 – Valuta sovrana e politica di Governo in un’economia aperta

In un’economia aperta, in che modo il regime di cambio influenza il margine di manovra politica dello Stato sovrano? Perché quello fluttuante è preferibile?

27 – E un Paese che adotta una valuta estera? Prima parte

Un Paese che adotta una valuta estera cede una quota significativa della sua sovranità. È dunque l’Euro ad aver “ridotto a PIIGS” i Paesi del sud-Europa?

28 – La spesa pubblica in caso di vincoli autoimposti

La contabilità non mente: con o senza vincoli autoimposti, la spesa pubblica porta ad accrediti netti sui conti bancari, le tasse ad addebiti. Vediamolo!

29 – E un Paese che adotta una valuta estera? Seconda parte

Il debito pubblico è essenziale per il funzionamento di un’economia. Ma che succede quando, come nell’Eurozona, gli Stati si indebitano in €, valuta estera?

30 – Cos’è la Teoria della Moneta Moderna?

Cosa compone la Teoria della Moneta Moderna, secondo Randall Wray? Quali i legami con il pensiero economico preesistente, quali le novità?

31 – FINANZA FUNZIONALE: Politica Monetaria e Politica Fiscale per Valute Sovrane

Abba Lerner sviluppò negli anni 1940 l’approccio della Finanza Funzionale, in contrasto con la dis-funzionale finanza “sana”. Il fine? L’interesse pubblico!

32 – La Finanza Funzionale nella versione di Milton Friedman: una proposta per l’integrazione di politica fiscale e politica monetaria

Negli anni 1940, Milton Friedman propose un’approccio a politica monetaria e fiscale sorprendentemente simile alla Finanzia Funzionale di Lerner. Possibile?

33 – Finanza Funzionale e crescita di lungo periodo
34 – Finanza Funzionale e Regimi di Tasso di Cambio: Il Dibattito sui Deficit Gemelli
MMP Special – MMT: un’analisi doppiamente retrospettiva
35 – MMP Blog #35: Finanza Funzionale: conclusione
36 – Cosa dovrebbe fare lo Stato: un’introduzione
37 – L’Interesse Pubblico
38 – MMT per gli Austriaci
39 – MMT per gli Austriaci II: disaccordi tra persone ragionevoli
40 – MMT per gli Austriaci III: VOI in che modo proponete di occuparci degli anziani, delle persone con disabilità e dei loro Dipartimenti?
41 – MMT per gli Austriaci Parte 4: È desiderabile una descrizione senza una teoria, un’ideologia o una politica? È anche solo possibile?
42 – Introduzione al Piano di Lavoro Garantito o del Datore di Lavoro di Ultima Istanza
43 – I fondamenti del Piano di Lavoro Garantito: caratteristiche e vantaggi
44 – Piano di Lavoro Garantito e stabilità macroeconomica
45 – Il PLG e la questione dell’accessibilità, con specifiche considerazioni per i Paesi in via di sviluppo
46 – Gestione del Piano di Lavoro Garantito
47 – Il PLG/DLUI e l’esperienza nel mondo reale
48 – È necessario il Piano di Lavoro Garantito?
49 – È la crescita che dovrebbe generare posti di lavoro, o sono i posti di lavoro che dovrebbero portare alla crescita?
50 – La MMT senza PLG? Conclusioni
51 – La Fata dell’Efficienza e il Goblin dell’Inflazione
52 – Conclusione: la natura della Moneta

http://www.retemmt.it/pubblicazioni/la-teoria-della-moneta-moderna-l-randall-wray/?gclid=Cj0KEQjwuZvIBRD-8Z6B2M2Sy68BEiQAtjYS3PB11mJg2xQBVxJ62T0iHFE-KQ8DkCRl1CqCnlqRE1saAnX18P8HAQ

 

MMT: un’analisi doppiamente retrospettiva (Seconda Parte)

di L. Randall Wray – a cura di ReteMMT

L’economista ortodosso è certo che, se togliessimo semplicemente di mezzo lo Stato, il mercato compirebbe lo sporco lavoro. Equilibrio. Il mercato lo ripristinerà e tutto al mondo sarà giusto.

L’economista eterodosso? Beh, è meno sicuro. Il mercato potrebbe non funzionare. Ha bisogno di un po’ di moine. Gli squilibri possono persistere. Le forze di mercato possono essere alquanto imponenti. La mano visibile dello Stato può accelerare il movimento verso l’equilibrio.

L’equilibrio è piacevole; è intuitivamente invitante. A dire il vero, non l’hanno inventato i fisici. Tutte le culture lo vedono come [una cosa] naturale. È la condizione universale – sia in natura che nella società umana. Riflette un’interiore brama di equità.

Come spiega Margaret Atwood (in Payback [1], tutte le società umane e scimmiesche hanno riconosciuto la legge della reciprocità – ripagherai, in questa vita o nella prossima.

Esiste un’idea innata di valori equivalenti, e pertanto di equilibri. Gli animali possono distinguere il concetto “più grande di”, ed insorgono quando sono privati di qualcosa. Perfino il ratto sa che non è giusto. Sciopera se provi a ridurgli la ricompensa per aver corso nel labirinto. Per il ratto questo viola la nozione di equilibrio.

C’è un modo giusto di fare le cose. Non seguire la tradizione turba l’equilibrio. Chissà quale ira potrebbe causare lo squilibrio, tra gli dèi.

Gabriele, l’Angelo delle scritture, custodisce il libro mastro di Dio – da esibire il Giorno del Giudizio. Troppo disequilibrio durante la tua vita ti condannerà agl’inferi.

E, come sappiamo, Lucifero registra i debiti delle anime che raccoglierà. Ti venderà il divertimento oggi, ma sarà la tua anima a “ripagarlo” [domani]. Compri adesso, paghi per sempre. Un po’ come i prestiti studenteschi in America.

Nella vita, le uniche cose a cui non puoi sfuggire sono la morte e le tasse. Il Diavolo le controlla entrambe. È lui l’esattore delle tasse che fa una visita in punto di morte. Non c’è equilibrio, una volta che la tua anima è venduta. È una trappola – sei entrato, ma non ne uscirai più.

Ma Cristo è il redentore – lui assolve i peccati, ripagando i vostri debiti per ristabilire l’equilibrio, per consentire a voi peccatori di entrare in Paradiso.

I Musulmani fanno riferimento alla bilancia della giustizia – le tue opere buone vengono pesate e comparate a quelle cattive. C’è un bilanciamento – se buono e fortunato, potresti far appena inclinare i piatti della bilancia.

Molto prima, il Dio del Tempo era uno Scriba, così come il Dio della Misura e dell’Ingegneria – in che modo descrivereste quel lavoro? Egli teneva le registrazioni, misurava il valore [delle cose] e costruiva le bilance. Alla morte, pesava il vostro cuore per determinare il vostro valore.

Suppongo che tutti sappiate che il Papa o Pontefice provenne da una stirpe di ingegneri delle Tribù di Roma – le quali costruirono tutti i ponti sul fiume Tevere e seguirono l’esempio degli ingegneri del Nilo divenendo la classe sacerdotale superiore.

Tempo. Misura. Scrittura. Equilibrio. Tutto ciò di cui avete bisogno per la Moneta e la contabilità.

E naturalmente nessuno di voi è libero dal debito – il peccato originale ve lo assicura, sin dalla nascita. Potete redimervi? Probabilmente no. Avete bisogno d’aiuto.

Così, sin dai tempi più antichi, i debiti venivano periodicamente cancellati nell’Anno del Giubileo. Ogniqualvolta cambiava il governante (il quale, naturalmente, era il Dio terreno della Misura) oppure ogni 7 o 30 anni, in base al tipo di peccaminosità, tutti i debiti venivano cancellati.

Babilonia scelse 30, come la probabile durata del regno di un governante; la Bibbia scelse 7 – il numero fortunato, un granaio normalizzatore [2] da 7 anni consentiva di sopravvivere ad una siccità.

Cancellazione del debito.

Perché? Non si trattava di belle anime progressiste. No, la cancellazione del debito serviva a ripristinare l’equilibrio. Se tutti i vostri sudditi sono in preda ai creditori, non li potete governare. Quindi cancellate i loro peccati, redimete i loro debiti, liberate loro, le loro mogli e i loro figli dalla schiavitù del debito.

Alleluia!

Ora, perché c’è bisogno di una cancellazione del debito periodica? Il principio di Soddy. L’interesse composto batte la crescita composta. Come dice Michael Hudson, gli esseri umani lo riconobbero anche prima di inventare la scrittura. I primissimi libri di testo mostravano come calcolare l’interesse composto.

Fu il nostro primo squilibrio – la nostra prima violazione della legge naturale.

Porterebbe, inevitabilmente, alla concentrazione della ricchezza – come nel gioco del Monopoly, l’ultimo giocatore in gara vincerebbe tutto. Quindi, da Babilonia a Roma, l’equilibrio fu ristabilito attraverso la cancellazione del debito.

Il tempo era circolare: tempo e conti tornavano a zero quando si dava un colpo di spugna.

Tempo e debito erano intrinsecamente correlati. Il tempo compone i debiti al tasso d’interesse. In Paradiso non esistono né debiti né tempo; all’Inferno tutti i debiti sono composti [al tasso], per sempre.

La redenzione consente al tempo e al debito di ripartire da una condizione di equilibrio.

Ma con la Legge Romana abolimmo il concetto di tempo circolare, in favore della legge sulla proprietà.

Da allora in avanti, il tempo si mosse in un’unica direzione – da un passato ampiamente conosciuto a quello che Paul Davidson chiamerebbe un futuro fondamentalmente incerto. Più nessuna cancellazione dei debiti.

Solo prigioni per debitori – dove il debitore sarebbe stato trattenuto finché la famiglia non avesse potuto redimerlo. Più tardi, utilizzammo le prigioni e l’esecuzione semplicemente come castigo – occhio per occhio, vita per vita, così che i piatti delle bilance tornassero in equilibrio.

Ma le prigioni per i debitori distrussero l’equilibrio tra i creditori e il sovrano – proprio come la schiavitù del debito fece diverse migliaia di anni prima. Con il capofamiglia in prigione, era impossibile ripagarlo. Di nuovo, la bancarotta fu inventata non per via della compassione, ma per riportare l’equilibrio tra i diritti dei governanti e quelli dei creditori.

Eppure, la bancarotta consentì solo un azzeramento parziale [dei debiti]. Era un sostituto povero del Giubileo e dell’Alleluia. E i creditori guidavano lo show. A loro piaceva la disuguaglianza; apprezzavano il disequilibrio.

Com’era solito affermare Kenneth Boulding, le indagini sui ricchi mostrano regolarmente che è impossibile immaginare quanto siano incredibilmente avidi, e quanto siano anche enormemente stupidi. Arrostiranno con gioia la gallina dalle uova d’oro.

Se non ci credete, non avete osservato Wall Street durante il decennio passato. O ciò che la Germania sta facendo alla Grecia e all’Irlanda. Quando hanno un potere eccessivo, i creditori distruggono l’equilibrio.

Vediamo quindi di portare tutto ciò al presente, ossia alla Moneta Moderna.

Credito e debito sono due facce della stessa medaglia. Sia il creditore che il debitore sono peccatori. Si bilanciano. Esattamente. Il peccaminoso equilibrio è assicurato dal sistema contabile in partita doppia.

La redenzione libera sia il creditore che il debitore. Ne consegue un equilibrio differente – privo di peccato. Anche la bancarotta si risolve in un equilibrio, ma un equilibrio che mantiene il potere del creditore sul debitore – almeno se si resta nei limiti di legge.

Ma il punto è che debiti e crediti sono sempre in equilibrio. Nel settore privato, come diciamo sempre, il debito interno netto è pari a zero. Equilibrio.

Quando [nel modello] includiamo lo Stato, i suoi ITD sono compensati dai crediti del settore privato. I crediti netti del settore privato sono crediti nei confronti dello Stato. Il deficit dello Stato significa per il settore privato la realizzazione di un surplus. Si bilancia.

E quando includiamo il settore estero, un deficit nazionale dev’essere compensato da un surplus estero. Anch’esso si bilancia.

C’è sempre equilibrio finanziario. Il disequilibrio può sorgere solamente in caso di errori aritmetici. Guardare al nostro caos globale come ad uno squilibrio finanziario – come fanno quasi tutti – è un errore.

Il nostro caos non è dovuto all’eccesso di liquidità che circolava nel globo a metà degli anni 2000. Non è dovuto all’eccessivo indebitamento dell’America nei confronti dei Cinesi. E non è dovuto ad una spesa dissoluta da parte dei Paesi del Mediterraneo con scarso autocontrollo.

Dobbiamo guardare a tutto ciò nello stesso modo in cui lo guardavano i governanti di Babilonia. Il problema è un equilibrio di potere, non un disequilibrio finanziario. E, per capirlo, dobbiamo capire cos’è la Moneta. Dobbiamo tornare al Trattato sulla Moneta di Keynes.

So di avere usato più di metà del mio tempo. Ma va bene così, perché molti di voi mi hanno sentito parlare della Teoria Statale della Moneta di Keynes negli ultimi 20 anni. Non ho nulla di nuovo da aggiungere al riguardo.

Semplificando al massimo, la Moneta è un’unità di misura, in origine creata dai governanti per assegnare un valore a tariffe, multe e tasse. Creando una condizione di debito per i sudditi o per i cittadini in – il peccato originale – sarebbe stato possibile spostare risorse reali al servizio dell’interesse pubblico. Le tasse guidano la Moneta e per questo motivo la Moneta è da sempre legata al potere sovrano – il potere di comandare le risorse.

Raramente quel potere è assoluto. Viene contestato da altri sovrani, ma spesso è più importante la competizione con i creditori nazionali. Un debito eccessivo nei confronti di creditori privati riduce il potere del sovrano – distrugge l’equilibrio di potere necessario a governare.

La Moneta non è una merce né un oggetto. È un’istituzione, forse la più importante istituzione dell’economia capitalistica. La Moneta di conto ha un valore sociale, è l’unità in cui sono denominati gli impegni [tra le persone] in una società.

Io faccio risalire la Moneta alla tradizione del guidrigildo [3] – sarebbe a dire che la Moneta ebbe origine dal sistema penale piuttosto che dai mercati, motivo per cui le parole per debiti monetari o passività sono associate a trasgressioni contro le persone e la società. Un trasgressore doveva pagare una sanzione al ferito; ciò preveniva le faide di sangue del tipo “occhio per occhio”.

Infine, le autorità riuscirono a sovvertire il sistema del guidrigildo così che le sanzioni fossero pagate alle autorità stesse. E svilupparono infine una misura per le sanzioni, un’unità di conto con cui comparare ciò che non poteva essere comparato.

E perché attendere una trasgressione prima che l’autorità possa riscuotere? Ecco che arriva il peccato originale. Dobbiamo pagare le tasse per il semplice fatto di essere nati.

E infine l’autorità imparò che poteva emettere i propri ITD per acquistare ciò che voleva, accettando quegli ITD come mezzo di pagamento delle tasse. Gli ITD, ovviamente, erano denominati nell’unità di conto – la Moneta.

Solo il sovrano può imporre passività fiscali per assicurare che i suoi oggetti-Moneta siano accettati. Altri potranno emettere oggetti-Moneta denominati nell’unità di conto del sovrano – ma, non essendo sovrani, non potranno imporre [a loro volta] passività al fine di assicurare una domanda per i loro oggetti-Moneta.

Ma il potere è sempre un continuum, e non dovremmo immaginare che l’accettazione di oggetti-Moneta non-sovrani sia necessariamente volontaria. Ci ammoniscono di non essere creditori né debitori, ma tutti noi siamo – contemporaneamente – sempre debitori e creditori. È difficile scampare dall’essere simultaneamente un creditore e un debitore di una banca! Sono certo che questa descrizione è adatta a tutti i presenti in questa stanza.

Forse è quello che ci rende Umani – o almeno cugini degli Scimpanzé, che apparentemente tengono a mente accurate registrazioni delle passività, e si rifiutano di cooperare con coloro che non ripagano i debiti – è chiamato altruismo reciproco: se io ti aiuto a mandare al tappeto Scimpanzé A, sarà meglio che tu ripaghi il tuo debito quando Scimpanzé B mi attaccherà.

Il nostro unico passo in avanti rispetto agli Scimpanzé è stato lo sviluppo della scrittura – così da non dover avere una memoria elefantiaca per tenere traccia di crediti e debiti.

La Moneta è antecedente ai mercati, e così pure lo Stato. Come affermò Karl Polanyi, i mercati non nacquero mai dalle menti di venditori di strada e di approfittatori, ma furono piuttosto creati dalle autorità.

Il sistema monetario in sé fu inventato per mobilitare le risorse per quello che il Governo percepiva essere l’interesse pubblico.

È ovvio che solo in una democrazia gli interessi della popolazione e quelli del governo hanno elevate probabilità di essere in linea. Ad ogni modo, il punto è che non possiamo immaginare una separazione dell’ambito economico da quello politico – e qualunque tentativo di separare la Moneta dalla politica è esso stesso un tentativo politico.

Possiamo pensare alla Moneta come alla valuta della tassazione, e le passività sociali sono denominate nella Moneta di conto. Per soddisfare l’interesse pubblico, devo consegnare [una quantità di] materie prime – includendo la forza lavoro – per il valore di un dollaro.

Spesso è la tassa che monetizza un’attività – che vi assegna un valore monetario allo scopo di determinare la quota da restituire a Cesare.

Lo Stato sovrano indica quale oggetto denominato Moneta può essere distribuito per adempiere l’obbligazione sociale di una persona o il dovere di pagare le imposte. Esso può quindi emettere l’oggetto-Moneta attraverso i suoi pagamenti.

Quell’oggetto-Moneta dello Stato è, come tutti gli altri, una passività denominata nella Moneta di conto dello Stato. E come tutti gli oggetti-Moneta, dev’essere redento, cioè accettato dal suo emettitore.

Non è la Moneta ciò che il sovrano vuole – egli vuole risorse reali. L’incasso in Moneta è lo strumento, non il fine. Se fossero i creditori privati a gestire l’economia, semplicemente non vi sarebbe abbastanza capacità produttiva disponibile per il sovrano – per l’interesse pubblico.

Se il Governo emette, nei suoi pagamenti, più di quanto incassa come tasse, il settore privato accumula la valuta come ricchezza finanziaria.

Non abbiamo bisogno di entrare nel dettaglio di tutte le ragioni (razionali, irrazionali, produttive, feticistiche) per cui si vorrebbe accumulare valuta, eccetto notare il fatto che gran parte delle passività non-sovrane denominate in Moneta sono convertibili in valuta (su richiesta o sotto determinate condizioni). Pertanto, molte unità economiche hanno bisogno di valuta perché hanno accettato di riscattare con essa gli ITD che hanno emesso.

Poiché lo Stato è l’unico emettitore di valuta, come ogni monopolista esso può stabilire i termini in cui è disposto ad offrirla. Se avete qualcosa da vendere che lo Stato desidera avere – un’ora di lavoro, una bomba, un voto – lo Stato offre un prezzo che voi potete accettare o rifiutare.

Il vostro potere di rifiutare, tuttavia, non è poi così grande. Quando state morendo di sete, il fornitore monopolista dell’acqua ha un potere sostanziale nel determinarne il prezzo.

Lo Stato che impone una tassa pro-capite può stabilire il prezzo di qualunque cosa gli venderete al fine di ottenere i mezzi di pagamento della tassa, così che possiate mantenere la vostra testa sulle spalle. Poiché lo Stato è l’unica fonte della valuta necessaria al pagamento delle tasse e, almeno qualcuno, le tasse le deve pagare, lo Stato ha il potere di determinare il prezzo.

Certo, di solito non ne è consapevole, poiché crede di dover pagare i prezzi “determinati dal mercato” – qualunque cosa questo possa significare.

Ma, proprio come un monopolista dell’acqua non può lasciare che sia il mercato a determinare un prezzo di equilibrio per l’acqua, il monopolista della Moneta non può davvero lasciare che sia il mercato a determinare le condizioni a cui la Moneta viene offerta.

Al contrario, il modo migliore di gestire un monopolio della Moneta consiste nello stabilirne il “prezzo” e lasciare che la “quantità” fluttui – proprio come fa il monopolista dell’acqua.

Il mio esempio preferito è quello del programma del posto di lavoro garantito di tipo buffer-stock elaborato da Bill, nel quale lo Stato nazionale si offre di pagare un salario minimo ed un pacchetto di benefit (diciamo 15$ l’ora più i soliti benefit), ed assume poi tutti coloro che sono pronti e disposti a lavorare per tale compenso.

Il “prezzo” (il compenso per il lavoro) è fisso, e la “quantità” (il numero di occupati) fluttua in maniera anticiclica.

Con tale programma otteniamo la piena occupazione (come normalmente definita) insieme ad una maggiore stabilità dei salari e, siccome la spesa pubblica in tale programma varia in maniera anticiclica, otteniamo anche una maggiore stabilità del reddito (e pertanto di consumo e produzione).

Come disse Minsky, chiunque può creare (oggetti-) Moneta. Io posso emettere ITD denominati in Dollari, e forse posso rendere i miei ITD accettabili concordando di redimerli su richiesta, in cambio di valuta del Governo USA.

La paura comune è che emetterò una quantità di Moneta così elevata da causare inflazione, perciò gli economisti ortodossi sostengono [l’adozione di] una regola sul tasso di crescita della Moneta.

Ma è molto più verosimile che, se emetto una quantità eccessiva di ITD, questi verranno presentati per essere redenti. Presto esaurirò la valuta [a mia disposizione] e sarò obbligato a fare default sulla mia promessa, mandando in rovina i miei creditori.

Il che, in breve, è la storia della maggior parte della creazione di moneta privata. Se avete sentito parlare di Bear, Lehman [Brothers] o Northern Rock, sapete cosa intendo.

Ma abbiamo sempre consacrato alcuni istituti con una relazione speciale, consentendo loro di agire come intermediari tra lo Stato e il settore privato. Cosa più importante, attraverso essi lo Stato effettua e riceve pagamenti.

Pertanto, quando ricevete il vostro pagamento dalla Previdenza Sociale, esso assume la forma di un credito sul vostro conto in banca; pagate le tasse attraverso un addebito a quel conto.

Le banche, a loro volta, effettuano la compensazione dei conti con lo Stato e tra di loro utilizzando i conti di riserva (valuta) presso la Banca Centrale, la quale assicura una compensazione alla pari. Per rafforzare quella promessa, abbiamo introdotto l’assicurazione sui depositi così che, per la maggior parte dei fini, la Moneta bancaria funzioni come la Moneta dello Stato.


Note

1.^ Payback: Debt and the Shadow Side of Wealth è un libro sulla natura del debito, che esamina l’indebitamento ed il prestito dai punti di vista finanziario, psicologico, teologico, letterario ed ecologico; fonte: Wikipedia.org, NdT

2.^ Ever-normal granary: Granaio in cui erano accumulate le eccedenze di grano nelle annate di raccolto abbondante, rese poi disponibili nei periodi di scarsità; in questo modo era possibile stabilizzare sia la fornitura che il prezzo del grano, che sarebbe altrimenti stato molto variabile in base all’andamento del raccolto. Questo sistema è alla base dell’attuale concetto di buffer-stock per la stabilizzazione dei prezzi; fonti: Britannica.com,Jstor.org, NdT

3.^ La quantità di beni che l’offensore doveva dare all’offeso per riscattarsi dalla vendetta di lui o dei suoi parenti si chiamava guidrigildo, quando si trattava dell’uccisione di un uomo libero; fonte: Treccani.it, NdT

Originale pubblicato l’11 dicembre 2011

Traduzione a cura di Andrea Sorrentino, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

http://www.stopeuro.org/mmt-unanalisi-doppiamente-retrospettiva-seconda-parte/

 

 

Gli Economisti

La Modern Money Theory è inserita tra le scuole economiche post-keynesiane. Per meglio definire i confini della MMT, possiamo far riferimento a due passi fondamentali del pensiero economico:

1) Il Capitolo I della Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta, di J.M. Keynes:

Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica […] Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza.

Alla stessa stregua di Keynes, gli economisti MMT contrappongono la loro analisi economica alle teorie dominanti o mainstream, sfatando l’immaginario economico che vede nel debito pubblico, nel deficit e nell’inflazione mostri da combattere.

2) Soft Currency Economics, di Warren Mosler:

Lo scopo di questo lavoro è di dimostrare chiaramente, tramite la pura forza della logica, che gran parte del dibattito pubblico su molti degli attuali problemi economici è errato, spesso andando tanto in là da confondere costi con benefici. Questo non è uno sforzo per cambiare il sistema finanziario. È uno sforzo per fare luce nel sistema monetario fiat, un sistema molto efficace che è attualmente in vigore.

La forza della Modern Money Theory è di svelare come il sistema monetario moderno possa essere utilizzato come strumento a favore delle persone e della democrazia.

La stessa solidità delle nostre istituzioni democratiche dipende dalla determinazione del nostro governo a dare impiego agli uomini inoperosi.

[F.D. Roosevelt, 14 aprile 1938]

Warren B. MoslerWarren B. Mosler

Alain ParguezAlain Parguez

Andrea Terzi

Augusto GrazianiAugusto Graziani

John T. HarveyJohn T. Harvey

L. Randall WrayL. Randall Wray

Marc LavoieMarc Lavoie

Marshall Auerback

Mathew Forstater

Michael Hudson

Mike Norman

Pavlina R. TchernevaPavlina R. Tcherneva

Scott T. Fullwiler

Stephanie A. Kelton

William Mitchell

http://www.retemmt.it/gli-economisti/?gclid=Cj0KEQjwuZvIBRD-8Z6B2M2Sy68BEiQAtjYS3ED8JbtC6iN98IsdJzloNEOOzmqwO3XM-OHNGTGwUBkaAu7R8P8HAQ

Sistema Monetario FIAT, ovvero CARTA STRACCIA!…

 

SISTEMA MONETARIO FIAT :                                   MANIPOLAZIONI & CARTA IGIENICA

dollaro mondialeDOVE’ IL LIMITE ALLA STUPIDITÀ ? – C’è gente stupida e gente veramente stupita – Le persone stupide spesso non sono veramente stupide ma si comportano come tali perché mancano di istruzione e dell’accesso a certe informazioni privilegiate . Quindi, non si può davvero dare la colpa all’ignoranza con il sistema di istruzione che abbiamo oggi

in tutto il mondo e con il ruolo che giocano i media per fare propaganda e far sembrare normale quello che vogliono le élite finanziarie che li controllano. A scuola si insegna che “ uno più uno fa due” , ma per certi versi negli ultimi anni, la maggior parte di noi ha subito il lavaggio del cervello, soprattutto con le offerte speciali, tanto che spesso sembra normale accettare che “ uno più uno fa tre o più di tre” , a seconda del tipo di promozione. Ma, come facciamo a spiegarci che certi intellettuali – e tante altre persone “intelligenti”, soprattutto quelle che non possono resistere alla voglia di mettere prima o dopo il proprio nome una serie di sigle come “Dr.” “ PhC.” “ MBA” ecc. – non solo credano che “ uno più uno faccia tre o più di tre” , ma spesso passano una vita di lavoro per dimostrare questa assurdità e qualche volta vengono persino premiati per aver promosso un certo farmaco o gli conferiscono addirittura un Premio Nobel in economia o matematica !Li adorano come fossero ” Dei” , dei “Master of the Universe” e li nominano professori delle cosiddette “università di punta ” , li chiamano come consulenti nelle agenzie finanziarie internazionali come il FMI e la Banca Mondiale o presso le banche centrali . Anche se per fortuna ci sono delle eccezioni , solo pochi, ma io ho la fortuna di lavorare con alcuni di loro .Permettetemi di dimostrarvi quanto queste cosiddette persone intelligenti siano persone veramente stupide . Una persona onesta e intelligente che sappia riconoscere la verità non si prostituirebbe per qualche ” titolo accademico” mettendo a rischio la propria integrità e l’onore della famiglia .

Delle ” persone intelligenti possono anche essere pagate profumatamente ” , ma rispetto ai miliardi di dollari che permettono di razziare a quegli stupratori finanziari delle banche che li sovvenzionano, a loro hanno lasciato solo qualche monetina: qualche spicciolo, qualche centesimo ? Ma procediamo per passi per spiegare la stupidità di queste cosiddette persone intelligenti .PASSO 1 :Che cosa è una obbligazione ? In parole povere, si tratta di una cambiale, di una conferma scritta di un debito. L’emittente (chi l’ha rilasciata) di un’obbligazione è il debitore e l’acquirente dell’obbligazione è il creditore . Il debitore si impegna a rimborsare la somma di capitale preso in prestito, più gli interessi per tutta la durata del prestito.PASSO 2 :Quando un governo (come ad esempio gli Stati Uniti ) emette un prestito obbligazionario significa che il governo ha fondi insufficienti e ha bisogno di prendere in prestito altro denaro per far fronte ai propri obblighi finanziari. Questo succede in genere quando le entrate ( tasse, ecc ) sono minori delle spese ( negli USA, un gran parte delle entrate deve finanziare le guerre) . Pertanto, quando un governo emette un prestito obbligazionario , diventa debitore . E un debitore deve rimborsare il debito quando il debito arriva alla sua scadenza naturale.PASSO 3 :Non molto tempo fa ( prima del 1971 ), il dollaro USA era sostenuto dall’oro . In termini monetari semplificati, i dollari americani stampati su carta erano convertibili in oro al tasso convenuto di 35 dollari per una oncia d’ oro . Quindi , se un creditore ( ad esempio, le banche centrali , le istituzioni finanziarie , gli investitori ecc ) prestava ad un debitore ( ad esempio, il governo USA), 10 miliardi di dollari, il creditore quando riceveva 10 miliardi di dollari li poteva scambiare per la quantità equivalente di oro al prezzo di US $ 35 per oncia.Passo 4 :Quando gli Stati Uniti nel 1971 fallirono perché a Fort Knox non c’era abbastanza oro per garantire a tutti i possessori di dollari di continuare a scambiarli con l’oro, il Presidente Nixon annunciò che il dollaro non sarebbe più stato convertibile in oro . Per questo motivo, il dollaro americano è diventato una valuta – fiat, in gergo volgare, denaro stampato su carta che non vale la cifra che riporta sopra ! Il dollaro non era più sostenuto da nulla, era diventato, ed è ancora, assolutamente senza nessun valore di riferimento. Naturalmente si stampano vari tipi di banconote, da US $ 1, da US $ 100 ecc, ma l’unica differenza tra queste banconote è solo la cifra indicata sul foglio di carta, che non ha altro valore.Alla gente è stato fatto credere che quello scritto sulla banconota sia il valore del dollaro : un trucco per carpirne la fiducia.Fino a quando in tutto il mondo si accetterà quel pezzo di carta come pagamento di beni e servizi , il pezzo di carta avrà come valore l’ importo indicato sul foglio di carta . Ma , questo pezzo di carta non può essere più scambiato con l’oro.PASSO 5 :Dato che gli Usa sono una superpotenza nucleare è stato usato questo potere per costringere tutti i paesi ad accettare il dollaro Usa in pagamento di beni e servizi venduti negli Stati Uniti . Con il tempo il $ USA è diventato anche la moneta di riserva mondiale . E ‘stato un privilegio che gli Stati Uniti hanno esercitato per il proprio profitto, infatti in base a questo sistema la FED può creare US $ stampandoli in modo digitale con un semplice clic del mouse che trasforma la carta in banconote con una semplice registrazione nel libro mastro della FED!PASSO 6 :Il gioco della sanguisuga ! I paesi che hanno prestato dollari al governo USA sono i paesi che hanno un surplus di produzione di beni e di servizi e per queste merci sono stati pagati in US $ . Le persone che lavorano in questi paesi hanno dato l’anima per guadagnarsi il loro salario che hanno ricevuto nella valuta del loro paese . Ma molti di questi paesi, quando importano merci dall’estero, devono pagarle in dollari . Quindi, le banche centrali di questi paesi devono scambiare la loro valuta in US $ per comprare le merci di importazione.
Quando questi paesi hanno dollari in eccesso , li mettono in cassaforte e li usano come riserva per coprire i futuri pagamenti per i beni e servizi che dovranno importare.
Parte di questi surplus in dollari poi vengono anche usati per fare prestiti al governo degli Stati Uniti, comprando buoni del tesoro USA.PASSO 7 :Questo ha dato origine alla assurda situazione per cui gli Stati Uniti pagano per beni e servizi importati da tutto il mondo con denaro che la FED continua stampare ( come carta igienica) creandolo dal nulla. Poi i dollari che avanzano all’estero, ritornano sotto forma di prestiti, allo stesso governo degli Stati Uniti . Quindi con quella stessa carta igienica si comprano altri beni e servizi che si continuano a importare da tutto il mondo .Poi il surplus viene riciclato di nuovo e la storia ricomincia. Adesso tutti questi prestiti devono essere rimborsati con gli interessi.
L’attuale debito degli Stati Uniti è tanto alto che non si potrebbero pagare nemmeno i soli interessi sui prestiti. Per questo motivo il Tesoro Americano sta emettendo obbligazioni per recuperare il surplus di dollari con cui ha invaso tutto il mondo.Quindi il risultato di tutto è un enorme riciclaggio di carta igenica con scritto sopra DOLLARO.PASSO 8 :Ora , se tu mi avessi prestato dei soldi , diciamo 10 milioni di dollari dei tuoi sudati risparmi ( ma anche molto meno) , e io non potessi rimborsarti né i soldi del prestito né quelli degli interessi , tu saresti disposti ad accettare, come rimborso, degli altri dollari che ho creato io stesso dal nulla …. Dollari che, io stesso, ho appena stampato ?Potresti accettarlo solo se non tu non sapessi che è denaro, diciamo , fac-simile, cioè lo avresti accettato solo se non avessi saputo che quel denaro è falso .Siamo d’accordo ?
Ma , una volta scoperto che quello che ti propongo come rimborso e denaro falso , sicuramente ti rifiutasti di accettare del denaro contraffatto !CONCLUSIONE:Se questo è come reagiresti quando si tratta dei tuoi soldi – guadagnati con sudore – perché non dovresti mettere in discussione l’operato del tuo governo e della tua banca centrale, se continuano ad accettare come rimborso dei prestiti del denaro stampato su carta igienica e creato dal nulla?
Se tu, in privato, rifiuteresti di accettare denaro falso , perché ti dovrebbe sembrare strano che il governo rifiuti di ricevere un pagamento fatto con soldi contraffatti, creati secondo una regola di un regime monetario chiamato “Quantitative Easing “, che non è altro che un modo sofisticato per dire “ stampa di altro denaro” ?Una obbligazione è una cambiale , quando il dollaro americano era sostenuto da un cambio aureo era ancora una cambiale, perché la banconota da un dollaro era convertibile in oro per quello stesso valore: l’oro è denaro reale , tanto quanto la banconota del dollaro è solo denaro.IL denaro svolge come una funzione essenziale “è un mezzo di scambio” , serve a facilitare lo scambio di beni e servizi.
Non è una riserva di valore .
I soldi (stampati su carta igienica) sono una “unità di conto ” artificiale , perché non hanno nessun valore intrinseco. Il “valore intrinseco ” dei soldi di carta (igienica) è la cifra stampata sul pezzo di carta (igienica).
L’ unità di conto è il parametro di riferimento con cui tutti gli altri beni e servizi sono valutati .
Infatti ogni volta , che si stampa altra moneta su carta igienica il “valore( unità di valore ) numerico stampato ” in realtà diminuisce progressivamente.In altre parole è l’inflazione ( cioè l’ aumento dell’offerta di denaro con la stampa di altro denaro reale, digitale o altro) che fa diminuire il potere d’acquisto del denaro di carta !L’ effetto è che con un dollaro USA si acquisteranno sempre meno beni . Per fare un esempio , anni fa con cento dollari compravamo un paio di scarpe , ma ora ne servono duecento!I soldi di carta igienica ( come unità di conto ) non possono continuare a essere il metro che può stabilire il valore di altri beni e servizi . Questo è il motivo per cui tutte le monete-fiat devono essere sotto il controllo delle banche centrali come la FED , e il valore del denaro fiat può essere manipolato secondo i bisogni dei banchieri corrotti e di quelli che sono l’élite dominante dell’ 1 % .
Questa è la differenza fondamentale tra oro e banconote stampate (su carta igienica)!
Pertanto , dato che il dollaro non è più sostenuto dall’oro è diventato una cambiale scritta su cartastraccia.AIla scadenza il creditore riprende indietro la stessa carta e la usa per comprare altre obbligazioni, che verranno rimborsate con altri pezzi di carta , altre obbligazioni a forma di dollaro su cui è stampata una cifra “ ONE Dollar” oppure “HUNDRED Dollar” , è uguale, e si continua !Se il dollaro avesse un valore effettivo , non ci sarebbe bisogno di una legge per costringere chi entra in possesso di questo pezzo di carta ad accettarne l’uso in “full settlement of all debts”. . Questa legge si chiama ” Legal Tender ” .
Senza questa legge , nessuno mai accetterebbe questi pezzi di carta a saldo dei debiti . Dato che la moneta non è sostenuta né da oro, né da qualsiasi altra cosa di valore (argento o altri metalli preziosi ), si tratta di un falso , si tratta di carta stampata, come se fossero “soldi veri” !
La fiducia sul valore dichiarato è imposta per legge!Perché devi continuare ad accettare tutta questa m…,, solo per dare reaata a quelli che si fanno passare per “intelligenti” ?
Tu lo sai che “uno più uno fa due” , anche se questi stupratori della finanza continuano a ripeterti che fa tre, o più di tre ! Quindi, se accettiamo questi soldi di carta igienica stiamo accettando un inganno, proprio come quando vogliamo credere che “uno più uno fa tre, o più di tre” !Non facciamoci prendere in giro, questo loro – fiat money è una truffa, è peggio della carta igienica . Almeno la carta igienica ha una sua funzione critica corporea , una banconota o qualsiasi altro denaro fiat non serve neanche a questo !Certe volte nella vita può capitare di essere stupidi o ignoranti, ma , perché vuoi restare stupido e ignorante quando capire le cose è tanto semplice ? Si tratta solo di avere un po’ di buonsenso. Non serve aver studiato scienze aerospaziali per capire che questo è sempre il solito “SCHEMA PONZI”Mattias Chang

Fonte: http://futurefastforward.com/
Link:http://futurefastforward.com/component/content/article/8907.html

4.11.2013Traduzione per ComeDonChisciotte.org a cura di Bosque PrimarioFree Image Hosting at www.ImageShack.us DI MATTHIAS CHANG
futurefastforward.com

http://www.polesineonline.com/notizie-nazionali/1602-sistema-monetario-fiat-manipolazioni-carta-igienica

 

I cinque trucchi con cui la Germania bara sui conti

 

 

I cinque trucchi con cui la Germania bara sui conti

Banche pubbliche, debiti dei Comuni, rispetto delle regole:                   sono i più bravi o solo i più furbi?

                                                              http://www.linkiesta.it/it/article/2014/07/08/i-cinque-trucchi-con-cui-la-germania-bara-sui-conti/22089

Viaggio nel Regno Delle Due Sicilie!…

 

Un doveroso e sentito ringraziamento a :

Piero Angela, Alberto Angela!…

Ed alla RAI – Radio Televisione Italiana!…

Per avere raccontato e fatta piena luce sulle reali

potenzialità del prestigioso Regno delle due Sicilie!

 

 

Gli straccioni erano gli invasori, ridotti in miseria per tutte le battaglie e le guerre perdute!….

Perseguitati e messi alle strette dagli strozzini di tutto il mondo, per gli enormi debiti contratti!…

Una ingorda combriccola capitanata dalla celeberrima potentissima Famiglia di usurai, spalleggiata dalla massoneria inglese!

Che, in occasione dell’approdo dei Mille in quel di Marsala, non ha esitato a dislocare la potente flotta britannica al limite delle acque territoriali della Sicilia!…. 

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