Archivio mensile:novembre 2013

Le privatizzazioni

(dal blog di Beppe Grillo)

Lo schema è noto.

Un’azienda pubblica comunale viene usata, spremuta, per fini elettorali con assunzioni di utili idioti nei posti dirigenziali e un organico gonfiato a fini elettorali.

L’azienda va in rosso, entra in crisi. A quel punto gli stessi politici che l’hanno fatta fallire invocano le privatizzazioni.

Invece di porre mano ai guasti prodotti mettono all’asta un bene pubblico che non è loro, ma della comunità. L’acquirente privato è di solito contiguo al politico.

Dopo la privatizzazione avvengono regolarmente due fenomeni: licenziamenti e aumenti delle tariffe. L’azienda da pubblica è ora privata, ma non recupera un solo grammo di efficienza e i cittadini hanno in compenso un disservizio peggiore di prima.

Invocare la privatizzazione per incapacità manifesta nella gestione della cosa pubblica è spacciato da questi cialtroni con la complicità dei media come un segno di progresso. Distruggono un bene pubblico sotto la loro responsabilità e invece di togliersi dai coglioni lo vendono agli amici degli amici.

C’è una variante allo schema a livello nazionale, la vendita di aziende pubbliche in utile fatta dai partiti. In questo caso la vendita serve a coprire temporaneamente i buchi del bilancio causati dagli stessi partiti che quindi, come soluzione, bruciano i mobili di casa per scaldarsi.

Capitan Findus Letta vuole vendere le ultime aziende nazionali per guadagnare tempo, l’unica cosa che gli interessa.

Il ricavato del “primo (?) pacchetto di quote di società pubbliche” dovrà fruttare 10/12 miliardi con la vendita di quote Stm, Enav, Eni, Fincantieri, Cdp Reti, Cdp Tag, Grandi stazioni, Sace per, così dice il Nipote, una “riduzione immediata del debito nel 2014. Il debito pubblico è cresciuto allegramente durante il governo dello Stoccafisso Congelato a 2.068,5 miliardi. Cosa si vuole ridurre? Invece di tagliare le spese inutili e i privilegi con la cessione delle aziende si rinuncia alle quote future di dividendi e si cede il controllo di pezzi dello Stato al mercato.

Chi ha dato il permesso a Capitan Findus Letta di dismettere dei beni che appartengono ai cittadini?

Questo personaggio non è stato eletto da nessuno. Non ha neppure partecipato alle primarie del suo partito. Non ha legittimità popolare. Se ne deve andare.

No alle privatizzazioni. Lo Stato e i suoi beni sono dei cittadini, non dei politicanti. In alto i cuori!

Bilderberg 2011: potere e corruzione

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Pubblicato il 9 giugno 2011

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Bilderberg. È l’incontro segreto dei potenti del mondo occidentale. Quest’anno si svolge nelle stanze del lussuoso Hotel Das Suvretta House a St.Moritz, in Svizzera, dal 9 al 12 Giugno. Banchieri, politici, capi di stato, amministratori di multinazionali, direttori delle grandi compagnie di trasporti e dell’energia, proprietari dei principali mezzi di comunicazione, si riuniscono quattro giorni in gran segreto, con l’obiettivo di decidere le sorti politiche, economiche e finanziarie dell’Europa, dell’America e le azioni da intraprendere con il resto del mondo.

Nonostante nel corso di ogni edizione del misterioso meeting, siano sempre stati banditi i mezzi di comunicazione, per evitare la copertura mediatica dell’evento e la conseguente diffusione d’informazioni, immagini e video, alcuni reporter storici come Jim Tucker stanno comunicando in diretta da St.Moritz, per informare l’opinione pubblica su cosa stia avvenendo attorno all’hotel svizzero, in cui sono riuniti i rappresentanti di quella che è considerata la più famosa società segreta contemporanea: il gruppo Bilderberg (cliccando qui potrete sfogliare lo scarno, quanto auto-censurato, sito ufficiale del gruppo).

La riunione Bilderberg (secondo alcuni prende il nome dal primo incontro svoltosi nel 1954 nell’omonimo hotel olandese, l’Hotel Bilderberg di Oosterbeek, invece il nome è stato scelto dal principe olandese Bernardo de Lippe-Biesterfeld, fondatore del Club Bilderberg, in onore alla Farben Bilder, una filiale del gruppo di intelligence della Germania nazi, della cui giunta formava parte lo stesso principe Bernardo, che a quel tempo era ufficiale delle Reiter SS Corp, ndr) è un conclave che riunisce, oggi anno, l’élite economica, politica e militare del mondo occidentale, per discutere, a porte rigorosamente chiuse, la situazione globale mondiale del momento e le politiche da promuovere nelle sedi internazionali ufficiali, quali l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la NATO, il G8, il G20 e così via.

La Bilderberg non è una riunione legalmente accettabile. Perché? Il motivo è chiaro: politici e capi di Stato dovrebbero sempre render conto di tutte le riunioni che fanno ai propri cittadini, consentendo ai mass-media di seguire l’evento e fare domande a riguardo. Capi di Stato e politici sono i nostri rappresentanti e dovrebbero rendere partecipi tutti dell’agenda dettagliata dell’incontro Bilderberg e delle decisioni che si prenderanno in merito ai piccoli ed ai grandi problemi che ci coinvolgono tutti.

Invece non è così, il gruppo Bilderberg è un incontro riservato e le decisioni che prende l’élite sono le decisioni a cui noi tutti cittadini dovremo, semplicemente, conformarci.

“I media sono il quarto potere in una democrazia, dovrebbero avere la responsabilità di occuparsi di eventi come la riunione segreta Bilderberg – ha detto Andrew Müller , attivista del movimento We Are Change – se i direttori dei mass-media si riuniscono in segreto con i nostri politici, allora la democrazia è in pericolo”.

Grazie ai colleghi che da questa mattina si trovano nei pressi dell’hotel Suvretta, sappiamo che quest’anno si sono mobilitati molti più mezzi di comunicazione del solito, per cercare di indagare lo svolgimento del meeting; “abbiamo messo pressione ai media, abbiamo chiesto: perché non ne state dando notizia? Ed alla fine si sono mossi – ha dettoManfred Petrisch, blogger svizzero in diretta oggi da St. Moritz (cliccate sul link per seguire la copertura di Petrisch in diretta dall’Hotes Das Suvretta) – naturalmente, parte di quello che scriveranno saranno cose banali, tipo è solo un meeting e stanno bevendo una tazza di tè. Ma per favore, là dentro ci sono i dirigenti delle compagnie globali, i capi di stato, i commissari dell’UE, i leader della NATO, gli amministratori delle banche, persone con l’agenda fitta di impegni”. 

Il fatto che quest’anno è stata permessa la presenza di più mass-media attorno all’albergo dove si sta svolgendo la riunione del gruppo Bilderberge e che ci si sia potuti avvicinare qualche metro di più alle porte della sede della riunione, non basta, è solo uno specchio per le allodole ed una debole consolazione: il gruppo Bilderberg continua a non rispettare, come sempre, il diritto d’informazione del cittadino e la necessità di rendere pubblici i contenuti che si discuteranno durante l’incontro.

L’agenda Bilderberg proseguirà come previsto e tutti noi potremo solo restare a guardare, come sempre, gli effetti delle decisioni dei potenti.

Per i più curiosi, ecco alcuni dei partecipanti italiani che hanno preso parte agli incontri Bilderberg degli scorsi anni: Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Paolo Scaroni, Giulio Tremonti, Gianni Agnelli, Umberto Agnelli, Alfredo Ambrosetti, Emma Bonino, Giampiero Cantoni, Lucio Caracciolo, Luigi G. Cavalchini, Adriana Ceretelli, Innocenzo Cipolletta, Gian C. Cittadini Cesi, Rodolfo De Benedetti, Ferruccio De Bortoli, Paolo Zannoni, Antonio Vittorino, Ignazio Visco, Walter Veltroni, Marco Tronchetti Provera, Ugo Stille, Barbara Spinelli, Domenico Siniscalco, Stefano Silvestri, Renato Ruggiero, Carlo Rossella, Virginio Rognoni, Sergio Romano, Gianni Riotta, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Mario Monti, Cesare Merlini, Rainer S. Masera, Claudio Martelli, Giorgio La Malfa, Francesco Giavazzi, Gabriele Galateri, Paolo Fresco, John Elkann, Mario Draghi, Gianni De Michelis.

Una cosa riguardo la misteriosa riunione è chiara: le decisioni che, anno dopo anno, sono state prese dai partecipanti del Bilderberg, non sono mai state buone. Non sono mai state fatte scelte rivolte al miglioramento delle condizioni di disuguaglianza economica, povertà, fame e guerra che affliggono il mondo, bensì si è sempre scelta la via opportunistica, decidendo come agire solo in base ad un interesse politico ed economico rivolto al mantenimento dello status di “potenti” dei partecipanti al famoso conclave, a danno del resto dei cittadini europei e di tutto il mondo.

Se dal 1954, anno della prima riunione Bilderberg, si fossero prese buone decisioni, oggi il mondo non soffrirebbe la fame e non ci sarebbe nessuna crisi finanziaria da affrontare. Un esempio: si possono costruire serre in Africa per sfamare tutta la popolazione e costruire impianti di irrigazione per rendere fertili i terreni più aridi. Questo solo per parlare dell’Africa.

Per quanto riguarda l’Europa: la crisi finanziaria non avrebbe avuto ragione d’esistere, perché se l’interesse fosse stato quello di costruire l’Unione Europea per il benessere collettivo di tutti i cittadini europei, oggi tutti godremmo di una buona salute finanziaria. Invece, l’UE è stata creata solo per rendere più facile l’illecito economico dei potenti dei vari Paesi europei.

Un’altra decisione che avrebbero potuto prendere i potenti di Bilderberg nel corso degli anni? Implementare su larga scala l’utilizzo delle energie alternative e diffondere a livello globale l’utilizzo delle tecnologie ad energia libera, ad esempio.

Se fossero state prese decisioni sagge e rivolte allo sviluppo di uno stato di benessere collettivo mondiale, il mondo, certo, sarebbe un luogo decisamente migliore oggi: la gente starebbe meglio e non ci sarebbe bisogno di rinchiudersi in un hotel svizzero per decidere in segretezza come ingannare i cittadini, cosa raccontare, cosa fare con la guerra e la pace, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte di milioni di persone.

Il gruppo Bilderberg sta portando avanti la propria agenda 2011 proprio in queste ore a St. Moritz. Tutti quanti noi siamo tagliati fuori, non abbiamo voce in capitolo, possiamo solo restare ad aspettare le conseguenze che le decisioni prese dai potenti avranno sulle nostre vite.

Matteo Vitiello

 

Bilderberg: ecco la sporca agenda segreta dei capi del mondo

informazione libera senza censura

Pubblicato il 5 marzo 2012

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«Il nostro lavoro non è dare alla gente quello che vuole, se no quello che noi decidiamo che debbano tenere» [Richard Salant, CBS News]

«I membri del Bilderberg stanno costruendo l’era del post-nazionalismo: non avremo più Paesi, ma solo regioni della Terra all’interno di un “mondo unico”. Questo significherà un’economia globalizzata, un “unico governo mondiale” (selezionato, più che eletto) ed una “religione universale”. Per assicurarsi il raggiungimento di tali obiettivi, il Bilderberg si concentra su “il controllo tecnologico e la scarsa sensibilizzazione della pubblica opinione”» [William Shannon]

«Qualcuno crede che formiamo parte di una cabala segreta che attua contro i migliori interessi degli Stati Uniti d’America, qualificando la mia famiglia e me stesso d’internazionalista ed accusandoci di cospirare con altri individui del mondo per creare una struttura economica e politica globale più integrata; un mondo, se si vuole chiamarlo così. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole e ne sono orgoglioso» [David Rockefeller]

Molti di voi già lo conoscono, almeno per sentito dire. Il Club Bilderberg, il meeting annuale dei potenti del mondo. Altrettanti di voi pensano che persone come Daniel Estulin, giornalista investigativo autore del famoso libro I segreti del Club Bilderberg , siano solo dei fanatici, che si perdono nelle loro teorie sulla cospirazione.

In questi casi, quando alcuni ci credono ed altri no, la cosa migliore è presentare i fatti.

Questo articolo nasce proprio con l’intento di fornire alcuni dettagli, che vi aiutino a capire perché le riunioni del Bilderberg non avvengono per discutere cosa sia meglio per l’umanità, quali misure adottare per aiutare l’Africa, ad esempio, o per salvarci dalla crisi economica.

L’unica grande obiettivo del Club Bilderberg è decidere sulle migliori è più subdole strategie da adottare per transitare, senza troppo clamore, anzi, col nostro consenso, verso l’era post-nazionalismo, dove un unico governo mondiale sostituisca il potere sovrano dei singoli  Stati del mondo. Un’unica grande società globalizzata, con un unico esercito ed un unico sistema tributario: una società globale fondata su un sistema oligarchico, dove poche e ricchissime persone comandino il resto della popolazione, che zitto e quieto, lavori, senza reclamare niente che non sia permesso o concesso dai vertici del sistema.

Non ci credete? Non lo dico io, queste sono le parole, condivise dal magnate David Rockefeller (uno dei capi del Bilderberg, ndr), del fondatore del CFR (Council on Foreign Relations) Edward Mandell House“la popolazione, i governi e le economie di tutti i paesi devono soddisfare le necessità delle banche e delle imprese multinazionali” [fonte: “Between two ages: America’s role in the Technetronic Era”, Zbigniew Brzezinski]. Questo lo dicevano nel 1970 e ne è passata di acqua sotto i ponti…

Oggi a che punto siamo? Vi guardate attorno? Viaggiate per l’Europa? Vedete le immagini della TV (limitatevi a guardare le immagini senza audio, ve lo consiglio, ndr)? Vi rendete conto di quanta gente è uccisa ogni giorno, perché reclama i propri diritti civili o perché chiede libertà, giustizia sociale, cibo, assistenza e condizioni di lavoro dignitose?

Cosa succede, ad esempio, a casa nostra? L’Unione Europea che tutti volevano (almeno i politici, ndr), piano piano, si è trasformata in un mostro che sta distruggendo i singoli Stati che ne fanno parte.

Avete visto che è arrivata la crisi? Perché? A quale scopo le stesse persone che stampano i soldi, poi cercano di convincerci in tv, radio e giornali che la crisi finanziaria si può superare, obbedendo a questo o a quell’altro ordine dell’Unione Europea o degli U.S.A.? Certo che la crisi si può superare, stampando più soldi e distribuendoli. Ahi! Proprio qua sta il primo paradosso della società contemporanea: i soldi. I soldi sono lo strumento creato dall’uomo per stabilire un ordine oligarchico, per consegnare il potere in mano a poche persone, affinché possano comandare e dire cosa fare e come farlo. I cittadini, d’altro canto, possono guadagnare tanto o poco, l’importante è che non mettano il naso in questioni che spettano solo alla classe dirigente, come decidere cosa dev’essere considerato bene e cosa male; e che non pensino che le decisioni importanti, che riguardano il presente ed il futuro del nostro pianeta, siano cosa che li riguardi.

Soluzione della crisi a parte, ricordatevi che l’attuale crisi non si supererà, perché è un punto ben preciso della transizione verso il sistema globalizzato mondiale. In altre parole, la crisi è stata voluta dalle stesse persone che oggi ci dicono come potremmo uscirne. Una presa in giro globale.

Si tratta di una strategia: farci vivere con meno soldi, farci arrabbiare e farci passare la fame, così poi saremo più malleabili ed accetteremo più facilmente le politiche per lo “sviluppo”, per il “sanamento del debito”, per “uscire dalla crisi”.  Ci proporranno (e lo stanno già facendo, ndr) le soluzioni di enti sovrannazionali come l’UE e l’ONU, organizzazioni internazionali che si sono costruite quest’aurea di credibilità, che ci fa dire cose del tipo: “se lo dicono loro, se lo dice Kofi Annan, è per il bene di tutti”. Balle. Bastardi e bugiardi, ecco chi sono i capi dell’ONU. Egoisti e dittatori.

Insomma, è tutta una cospirazione? Sì. Non c’è bisogno di crederci o non crederci, è così. Un esempio concreto: la povera Africa. È la terra più ricca del mondo, tutti la sfruttano, usano la manodopera dei suoi abitanti e corrompono i suoi governanti. Poi ci vengono a chiedere di donare qualche soldo per la causa africana, per i bambini che muoiono di fame. Ma il mondo è pieno di soldi, il problema è che sono concentrati proprio nelle mani di queste persone a capo di Fondazioni umanitarie, di Governi e di organizzazioni internazionali. Capite bene che è sempre una grande presa in giro.

Se gli alti vertici del CFR americano, dell’inglese EIIR, della Commissione Trilaterale, dellaConferenza di Dartmouth, dell’Istituto Aspen di Studi Umanistici, dell’Istituto Atlantico e del Club Bilderberg fossero interessati a salvare la vita dei bambini africani, l’Africa sarebbe già salva da almeno cinquant’anni.

Un altro esempio: il petrolio e i danni ambientali. Se gli alti vertici del CFR o del Club Bilderberg fossero interessati ad eliminare la dipendenza dal petrolio e permetterci di vivere in un pianeta più sano,  avrebbero già chiuso i giacimenti.

Se (e concludo) agli alti vertici del CFR e del Club Bilderberg non piacessero le armi, non ne finanzierebbero la produzione.

Non è nell’attuale interesse degli alti vertici del CFR, del Club Bilderberg e della Commissione Trilaterale cambiare strada. Non entra nei loro cervelli, per ora, la concezione di vivere in un mondo dove tutti stiano bene e dove non esista la necessità di possedere denaro, quale strumento d’amministrazione del potere di pochi sulle masse.

Torniamo all’Unione Europea. Cosa sta succedendo? Qual è il programma per l’Europa? Perché la crisi e perché hanno cominciato a parlare di rating, di Stati con tripla A e così via? Non c’è bisogno di grandi spiegazioni forbite o talk show televisivi, la spiegazione è questa: mercati finanziari, Borse, economie e politiche confluiscono e sono fondate solo ed esclusivamente nell’interesse economico di un’élite di persone, che hanno l’obiettivo di possedere la maggior parte della ricchezza mondiale ed un potere tale, che gli permetta di comandare e decidere sulle sorti del mondo, a prescindere dal consenso o dalla condivisione del resto della popolazione. In altre parole, creare un sistema in cui il potere politico viene solo dopo il potere economico.

Un paio di dichiarazioni da pelle d’oca a riguardo. “L’obiettivo è creare un potere economico mondiale superiore ai governi politici delle nazioni implicate, affinché i suoi creatori e leader, dirigano il futuro”. [fonte: “With no apologies” – Berry Goldwater, senatore statunitense].  “È necessario stabilire un gioco dialettico tra governi e multinazionali, il primo dovrà obbligare i paesi in via di sviluppo ad adottare una legislazione liberale ed abbandonino il nazionalismo, mentre le multinazionali dovranno trasmettere ai governi le conoscenze che posseggono dei paesi nei quali operano” [fonte: “The crisis of democracy” – Samuel Huntigton, investigatore politico di Harvard, Michel Crozier, sociologo francese e membro dell’Accademia delle Scienze Morali e Politiche di Francia, Joji Watanuki, membro giapponese della Commissione Trilaterale]

Torniamo al Bilderberg. Il gruppo Bilderberg è stato fondato da varie persone (pare che l’ideatore del Bilderberg Group fu Joseph Retinger, ndr), tra cui un ex-ufficiale delle SS di Hitler, il principe olandese Bernardo de Lippe-Biesterfeld, membro della giunta della Farben Bilder, una filiale del gruppo d’intelligence della Germania nazista (da cui si suppone provenga il nome Bilderberg e non dall’hotel sede del primo incontro del 1954, ndr). La famiglia di Bernardo de Lippe ha sempre cercato di interrare questa parte della storia del “buon” principe olandese, soprattutto quando, dopo la guerra mondiale, divenne il direttore generale del conglomerato olandese-britannico del petrolio Royal Duth Shell. Insomma, un ideologo nazi, per farla breve.

Assieme a lui, l’altro padre fondatore del Bilderberg fu Otto Wolf von Amerongen, direttore della compagnia petrolifera Exxon (a suo tempo, nel 1971, si chiamava ancora Standard Oil, ndr), nel cui curriculum spiccano: il traffico illegale di tungsteno per la produzione di armi, l’essere stato una spia nazista in Portogallo e l’aver venduto, una volta terminata la seconda guerra mondiale, le azioni che Hitler aveva espropriato agli ebrei durante la sua dittatura. Un altro buon personaggio, no?

E poi? Dopo il rappresentante regale, quello imprenditoriale, manca quello bancario no? Infatti, il terzo padre fondatore del Club Bilderberg è proprio David Rockefeller, capo della Chase Manhattan Bank. Un banchiere modello, un figlio di puttana con i fiocchi, che oltre a diventare l’uomo più ricco del mondo attraverso frodi e finanziamenti a guerre e traffici illeciti, controlla quasi il 10% delle azioni del network di notizie ABC , oltre il 15% della CBS e circa il 5% della RCA (Radio Corporation of America). Insomma, controlla che tipo di informazione dev’essere veicolata dalle televisioni e dai giornali. Tutte le notizie veicolate dai mass media ufficiali (ABC, CBS, NBC, da cui prendono le notizie, poi, i mass media europei, ndr) sono controllate da un’unica corporazione, quella che potremmo chiamare la “Rockfeller Broadcasting Company” [fonte: D. Estulin – “Bilderberg Secrets”].

Anche i mass media sono involucrati nel Bilderberg? Sì. I capi, direttori ed editori, delle catene si agenzie di notizie nordamericane ed europee fanno parte del Club Bilderberg, che  decide cosa trasmettere e come creare una prestabilita “opinione pubblica” su una questione politica, piuttosto che economica. Insomma, lo ripeto una volta ancora: non crediate a quello che dicono e scrivono i mass media ufficiali. Una prova di tutto questo? William Paley, fondatore della catena televisiva CBS fu addestrato su come utilizzare al meglio la tecnica del lavaggio del cervello alle masse, durante la seconda guerra mondiale, presso l’inglese Istituto Tavistock di Analisi Comportamentale. Un altro nome? L’Istituto RAND. Magari non lo conoscete ma tutti i sondaggi di opinione pubblica trasmessi dalle televisioni e giornali passano per il suo filtro. Le persone che presiedono questa fantomatica organizzazione no-profit, sono esponenti del CFR e del Club Bilderberg. “Una delle aree chiave dell’esperienza dell’Istituto RAND – afferma D. Estulin –sono gli studi di disinformazione e manipolazione di grandi gruppi di popolazione. Spesso si basa sulla tattica dell’inganno, cioè l’uso orwelliano dell’ambiguità. Così, ad esempio, si chiama pace la guerra, terroristi i pacifisti e così via”.

Solo per riportare questo discorso più vicino a noi, senza sempre fare esempi con gli Stati Uniti, sappiate che Gianni Rotta, dal 2009 direttore del Sole24Ore, è un ospite del Bilderberg.

“Il Bilderberg, come la Commissione Trilaterale, è articolato su cerchi concentrici dove i veri iniziati stanno al centro, mentre il cerchio più esterno solitamente ospita figure come professori universitari o politici e capi di Stato in vista. Le decisioni del Bilderberg hanno efficacia anche dopo anni e vengono notificate a organismi come il G8 o vengono perfezionate in simposi tenuti dall’Aspen Institute, dal Club di Roma o dallo World Economie Forum di Davos. Superfluo sottolineare che i membri del Bilderberg (e della Commissione Trilaterale) sono in prevalenza massoni e che, soprattutto nei cerchi interni, non esistono forme di alternanza democratica, una contraddizione in termini a livello di élites, dove la stabilità è d’obbligo, e sono sempre le stesse figure ad apparire, come ad esempio David Rockefeller o Henry Kissinger […] . Giova ricordare che massoni presenti in Società Segrete, come appunto il Bilderberg Group, sono tuttavia divisi in due obbedienze: quelli del ramo angloamericano e quelli della Massoneria francofila-umanista, in continuità con la divisione «storica» della Massoneria, il Palladismo d’oltreoceano fiancheggiato dalle alte Società Segrete britanniche, la via angloamericana alla Repubblica Universale, che si avvale delle ricchezze principalmente deiRockefeller, in concorrenza con quella europea della Sinarchia, imperniata sull’asse franco-tedesco e appoggiata dai Rothschild. Le distinzioni – occorre averlo sempre ben chiaro – non sono tuttavia mai così nette, come testimonia la presenza ad un tempo di massoni di entrambe le estrazioni nei circoli mondialisti, a significare uno scopo comune da perseguire al di là di ogni opposizione interna” [fonte: Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia]

Insomma in Club Bilderberg è la riunione dove capi di Stato, banche e multinazionali decidono come salvare il mondo e che misure adottare per farci vivere tutti meglio? No. Il Bilderberg è un club di massoni formato da nazisti, banchieri senza scrupoli, trafficanti d’armi, mass media corrotti e politici minori, che si limitano ad accettare le decisioni prese dal nucleo centrale e più intimo del Bilderberg, che giocano al Monopoli ed al Risiko con il nostro mondo.

Per concludere, ecco l’agenda Bilderberg, gli attuali obiettivi dei governatori del mondo [liberamente tratto da “Il Club Bilderberg” – D.E.]:

1.      Un’identità internazionale. Distruggere l’identità nazionale, cioè depauperare la sovranità degli Stati (come sta accadendo sotto i nostri occhi, ndr), per stabilire valori universali obbedienti ad un unico governo mondiale.

 2.      Un controllo centralizzato della popolazione.  Lavando il cervello allapopolazione (attraverso la televisione e gli altri mezzi di comunicazione, anche Internet, ndr), l’obiettivo è quello di eliminare la classe media. Ci saranno solo governanti e schiavi, più o meno coscienti del loro status di servi del potere (un po’ già è così, no?, ndr).

 3.      Una società a crescita zero. Se c’è prosperità, c’è progresso e la prosperità ed il progresso impediscono esercitare la repressione. Prevedono che il fine della prosperità avverrà con lo sviluppo dell’energia elettrica nucleare e con la completa industrializzazione (a parte per i settori informatici e dei servizi) e con la completa esportazione delle più grandi imprese nei paesi dove la manodopera è più economica (è uno degli obiettivi principali del TLCAN, il “Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord”, ndr)

 4.      Uno stato di disequilibrio perpetuo. Se si creano crisi artificiali chesottomettano la popolazione ad una coazione continua (dal punto di vista fisico, psichico ed emozionale), si può mantenere uno stato di disequilibrio continuo. Questi signori pensano che, troppo stanchi e disillusi, in situazione di crisi profonda, i cittadini si dimostreranno confusi e demoralizzati, a tal punto che, sopraffatti dalle troppe opzioni, si faranno vincere da un’apatia generale, che prenderà il sopravvento su scala mondiale e porterà all’accettazione dei programmi salvifici, proposti da enti come l’ONU e le altre organizzazioni internazionali che “operano per il bene di tutti i cittadini del mondo”(lo stiamo cominciando a vivere ora con l’attuale crisi finanziaria, ndr)

 5.      Un controllo centralizzato dell’educazione. L’Unione Europea e le future Unione Americana e Unione Asiatica puntano ad avere un controllo sulla cultura e sull’educazione dei giovani, sterilizzando il più possibile la storia del mondo. Oggi, ad esempio, i libri di storia sono controllati, rivisti e spesso censurati in alcuni paesi dell’America Latina ed i toni, in generale, sono sempre pacati e smorzati, soprattutto per quanto concerne i temi “caldi” della storia (schiavitù, nazismo, sperimentazione medica, e così via, ndr)

 6.      Un controllo centralizzato di tutte le politiche nazionali ed internazionali. Tutto ciò che fanno gli Stati Uniti, coinvolge anche il resto del mondo, lo sappiamo. In Europa, gli Stati stanno perdendo, giorno dopo giorno, il proprio potere sovrano, soffocati dalle regole dettate dall’Unione Europea (vedi Grecia, Italia, Spagna e piano piano toccherà a tutti, ndr). In Europa, il cammino verso l’annichilimento dei singoli Stati cominciò già negli anni Cinquanta, con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, poi continuò con il mercato Unico Europeo, per giungere all’adozione della Moneta Unita ed alla creazione della mitica Unione Europea. Un tempo gli Stati europei possedevano la propria sovranità, una sovranità che l’UE è andata rodendo poco a poco e che oggi sta usurpando, attraverso il controllo dell’economia e della politica delle singole nazioni. Pensate che solo qualche anno fa, chi diceva che un giorno l’UE minerà il potere dei singoli Stati che ne fanno parte, era ridicolizzato o additato come pessimista e cospirazionista. Oggi è una realtà.

 7.      La concessione di un maggior potere alle Nazioni Unite. Il sistema dell’ONU ha come obiettivo costruire un governo mondiale dichiarato ed in seguito un governo mondiale di fatto, per poi esigere una tassazione diretta da parte nostra in quanto “cittadini mondiali”. Bella la globalizzazione, vero?

 8.      Un blocco commerciale occidentale. In seguito all’espansione del TLCAN, si formerà un’Unione Americana simile all’Unione Europea.

 9.      L’espansione della NATO. Man mano che la ONU continuerà ad intervenire sempre più nei conflitti bellici in Medio Oriente, Africa e così via, la NATO si convertirà nell’esercito mondiale, sotto comando della ONU.

 10.  Un sistema giuridico unico. Il tribunale Internazionale di Giustizia diventerà l’unico sistema giuridico del mondo.

 11.  Uno stato di benessere socialista. Scopo dei rappresentanti del Bilderberg, CFR e della Commissione Trilaterale è creare uno stato di benessere socialista, nel quale si compensano gli schiavi obbedienti e si sterminano gli anticonformisti.

Il gruppo Bilderberg dispone del potere e delle influenze necessarie per imporre le sue politiche in qualsiasi Paese del mondo.

Quanto più vorremo e sapremo agiremo uniti, tanto meglio potremo sviare questi signorotti dai propri obiettivi. Questi potenti riccaccioni hanno il gioco facile, visto che sono abituati trattare con pecore, quali siamo. Per farla finita con tanta ipocrisia, ineguaglianza, guerra e povertà dobbiamo cominciare a costruire noi il nostro mondo, senza fare solo rivoluzioni che muoiono in piazza o vengono smantellate dalla polizia ma costruendo un sistema che prescinda da tutte queste persone, malvagie ed egoiste e, soprattutto, dal denaro.

Vi fidate ancora di politici e banchieri?

Per un futuro dove non ci sia più bisogno del denaro e dove nessuno muoia di fame e di miseria, dovete cominciare a fondare la vostra vita quotidiana su valori incorruttibili, difendendo e lottando per i vostri diritti di cittadini liberi e, innanzitutto, di uomini liberi. Senza scuse, senza compromessi, senza farvi manipolare e corrompere, senza continuare a comportarvi e vivere come pecore timorose.

 Matteo Vitiello

Gruppo Bilderberg….(1954 Oosterbeek, Olanda) 

Pubblicato il 5 aprile 2012

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In quale girone dell’inferno dantesco andranno a finire queste anime prave? Guardate, sinceramente, penso che per questa feccia italiana sia addirittura troppo lusinghiero andare ad occupare un posto nella magnificenza dell’opera letteraria per antonomasia.

Ipocriti, falsari, traditori e violenti. I politici: non dicono la verità ai cittadini italiani e, nonostante il loro dovere di uomini politici sarebbe quello di rappresentare e servire il popolo, lo ingannano. Banchieri: creano e sperperano il denaro per dominare e controllare. Imprenditori violenti: Finmeccanica, Fiat, Pirelli, Olivetti, Ferruzzi, Alenia, Selex, Fincantieri, Confindustria… sono tra i primi dieci nella scala mondiale di produttori d’armi! …e poi si comportano da puritani, protetti dal Vaticano… che poi non è nient’altro che la patria dei più falsi di tutti, i preti (se ne salvano alcuni, ndr).

Di seguito trovate nomi e c0gnomi di “alcuni” partecipanti italiani  alle diverse riunione di Gruppo Bilderberg, dal 2000 al 2012. 

Enrico         LETTA                       Mario          MONTI                 Mario     DRAGHI   Francesco  GIAVAZZI                 Romano      PRODI                   Lucio     CARACCIOLO   Tommas o PADOA SCHIOPPA  Alessandro PROFUMO            Alfredo  AMBROSETTI Gianni        AGNELLI                   Umberto    AGNELLI              Paolo     FRESCO          John          ELKANN                     Gabriele     GALATERI           Marco    TRONCHETTI Franco       BERNABE’                  Rodolfo      DE BENEDETTI  Giulio     TREMONTI Ignazio      VISCO                         Corrado      PASSERA              Renato   RUGGIERO Ferruccio DE BORTOLI              Lilli             GRUBER                Gianni   RIOTTA

Ricordate che il Grupo Bilderberg non è la riunione più importante dei potenti ma è dove i “ranghi” più bassi (capi azienda, politici nazionali ed internazionali di turno, giornalisti corrotti) ricevono istruzioni dai padroni della finanza mondiale: cosa fare, che politiche attuare, cosa far credere alla gente e così via.  Ne discutono un poco e ne aggiustano i dettagli, quindi, occhio, non crediate che tutti i bildebergers siano gente particolarmente importante al mondo, proprio perché il loro potere decisionale è quasi nullo rispetto ai loro capi (ne parlo dettagliatamente negli altri articoli dedicati al Bilderberg, ndr).

Vi ricordo i punti fondamentali che contraddistinguono gli obiettivi a lungo termine del Bilderberg. Vi aiuterà a capire il perché di tanta segretezza e di tante bugie da parte di banchieri, imprenditori, politici e giornalisti corrotti.

 1.      Un’identità internazionale: distruggere l’identità nazionale ed il concetto di Stato-Nazione, cioè depauperare la sovranità di ogni singolo Stato (come sta accadendo sotto i nostri occhi in Europa, ad esempio ndr), per creare un’unica “grande impresa”, un unico governo mondiale fondato sul denaro ed il mantenimento di uno status di “padrone-schiavi”

 2.      Un controllo centralizzato della popolazione

 3.      Una società a crescita zero

 4.      Uno stato di disequilibrio perpetuo 

5.      Un controllo centralizzato dell’educazione: qui rientra non solo la rilettura della storia da parte dei diretti interessti ma anche la fondamentale funzione di lavatrice del cervello svolta dalla televisione, dai giornali e da tutti i mezzi di comunicazione principali (un mezzo di comunicazione principale è una tv, un giornale, una radio a grande diffusione. Questa diffusione è ottenuta solo dai mezzi di comunicazione i cui direttori/presidenti decidono di non pubblicare notizie scomode ai potenti. Internet è, attualmente,  un’eccezione, comunque è controllato anch’esso… qualcosa ce lo lasciano scrivere per darci una sorta di valvola di sfogo, ndr).

 6.      Un controllo centralizzato di tutte le politiche nazionali ed internazionali

 7.      La concessione di un maggior potere alle Nazioni Unite

 8.      Un blocco commerciale occidentale

 9.      L’espansione della NATO e la creazione di un unico esercito in modo tale che la catena di comando risponda solo ad una cerchia ristrettissima di persone

10.  Un sistema giuridico unico

11.  Uno stato di benessere socialista

Vi consiglio la lettura dei due articoli che bueno buono good ha dedicato al Gruppo Bilderberg:

Bilderberg 2012: la sporca agenda segreta dei capi del mondo

Bilderberg 2011: potere e corruzione

Buona lettura e… aprite gli occhi!

Matteo Vitiello

Europa: le menzogne sul debito pubblico e la costruzione di un nuovo modello di Stato

La propaganda economica smascherata dai dati Ocse, la finanza come strumento di un progetto politico

In merito alle cause e alle soluzioni della crisi economica che sta cambiando il volto delle architetture sociali dei Paesi europei, la propaganda del potere economico-politico ha raggiunto livelli orwelliani.
Una banda di plutocrati siede al Ministero della Verità e una nutrita schiera di giornalisti servili fa da megafono alle menzogne. La materia ben si presta, più di altre, alla manipolazione della realtà: l’economia e la finanza sono ambiti specialistici che le persone comuni poco conoscono.
Diventa dunque facile creare una ‘verità’: si formula un postulato – un’affermazione che, pur non essendo né evidente né dimostrata, viene considerata vera e posta come fondamento di una teoria deduttiva che altrimenti risulterebbe incoerente – e tramite l’informazione di palazzo (in Italia tutta la grande informazione) lo si diffonde. Una volta che ha sedimentato nel cervello dei cittadini, la strada per delineare il quadro teorico è tutta discesa.

Un Paese con un elevato rapporto debito pubblico/Pil rischia il fallimento, questo è il postulato. Segue il quadro teorico: i tassi di interesse sui titoli pubblici crescono, perché per investire denaro in un Paese a rischio default il mercato pretende di essere ricompensato con profitti maggiori; dunque, l’unica soluzione per uscire dalla crisi è ridurre il debito pubblico e così riconquistare la fiducia dei mercati.
I dati reali sono, per qualsiasi propaganda, il colpo di vento che fa crollare il castello di carte. Partiamo dunque da questi.

Come ben sa ogni politico ed economista, non esiste una sola teoria economica, nemmeno quella classica tuttora alla base del capitalismo – il libero mercato e la ‘mano invisibile’ di Adam Smith – che abbia mai fissato il confine del rapporto debito pubblico/Pil oltre il quale un Paese fallisce. Il postulato dell’Unione europea non ha dunque alcun fondamento teorico, ed è facilmente smentibile anche dal punto di vista empirico.
Ne è semplice dimostrazione il Giappone: terza potenza mondiale dopo Stati Uniti e Cina, decima per popolazione, con 127 milioni di abitanti, terza per aspettativa di vita (ottant’anni per gli uomini e ottantasette per le donne), in dieci anni non ha mai visto un avanzo di bilancio e ha più che raddoppiato il rapporto debito/Pil, portandolo a superare ampiamente il 200% (per il 2012 il Fondo monetario internazionale lo stima al 235%); il Pil cresce modestamente, eppure la disoccupazione si mantiene bassa; l’inflazione viaggia intorno allo zero, così come il tasso di interesse bancario di riferimento e i tassi sui titoli pubblici a dieci anni (0,772% all’asta di agosto), con richieste che superano il quantitativo offerto (vedi tabella 1).
Ciliegina sulla torta, il famigerato rating sul debito sovrano vede l’ambita lettera ‘A’: AA3 per Moody’s, AA- per Standard&Poor’s, A+ per Fitch.

È altresì vero che il sistema finanziario giapponese poggia su due fondamenti non riscontrabili nei Paesi dell’Unione europea.
Innanzitutto, il Giappone ha una banca centrale che emette moneta e che partecipa all’asta dei titoli pubblici, acquistandoli direttamente; una caratteristica comune a tutti gli Stati sovrani, tranne a quelli aderenti all’euro, le cui banche centrali sono state esautorate della politica monetaria dalla Bce, che per statuto non può acquistare i titoli del debito pubblico dei Paesi membri.
In secondo luogo, il Paese asiatico ha chiuso le porte in faccia ai capitali stranieri: il 90% dei titoli di Stato è in mano ai giapponesi. Questo azzera ogni possibilità di speculazione finanziaria, dato che nessun possessore di obbligazioni – banche, fondi privati di investimento, singoli cittadini – ha interesse a guadagnare affossando l’economia all’interno della quale agisce.
Non si intende qui dare un giudizio positivo sul sistema economico giapponese – la qualità della vita di una persona non è certo misurabile in base ai parametri sopra esposti – ma semplicemente evidenziare come, tenendo a riferimento gli stessi dati che il postulato indica come misura della valutazione positiva o negativa di un ‘sistema Stato’, non è l’entità del debito pubblico a causare o meno il fallimento di un Paese, ma la sua politica monetaria.

Vediamo ora il passaggio successivo dell’assunto, che sostiene che i tassi sui titoli pubblici di una nazione dipendono dalla fiducia/sfiducia dei mercati.
I titoli di Stato si muovono su due reti: il ‘mercato primario’ dove, tramite asta, vengono collocati i titoli di nuova emissione, e il ‘mercato secondario’, dove sono continuamente scambiati i titoli già emessi. Come abbiamo detto le banche centrali degli Stati sovrani agiscono sul primo, e potendo emettere moneta hanno una capacità di acquisto illimitata, mentre la Bce non interviene su nessuno dei due, salvo in casi eccezionali, sul mercato secondario. Poiché il tasso di interesse di un titolo pubblico è stabilito al momento dell’emissione, è il valore nominale che fa la differenza. Un titolo a dieci anni, per esempio, che paga un interesse annuo del 2%, nel mercato secondario può essere scambiato al prezzo di 110 (c’è domanda, l’acquirente è disposto a pagarlo più del suo valore nominale e di conseguenza a vedere ridotto il rendimento del proprio investimento) oppure a 90 (non c’è domanda, l’acquirente è disposto a comprarlo solo pagandolo meno del suo valore nominale, di modo da realizzare un rendimento maggiore del 2%). È chiaro che i due mercati sono collegati, poiché quando sul secondario il prezzo di un titolo cade – e dunque il suo rendimento effettivo cresce – non solo cala anche il valore delle offerte d’asta sul primario, ma lo Stato si ritrova costretto, per essere competitivo e riuscire a collocare i nuovi titoli, ad aumentarne il tasso di interesse. È infatti sul mercato secondario che agisce la speculazione.

A ottobre del 2009, un titolo pubblico greco a dieci anni pagava un interesse del 4,57% ed era scambiato sul mercato secondario a 111,01; ad aprile del 2010, lo stesso titolo segnava un interesse del 7,83% ed era scambiato a 89,39. La menzogna diffusa dal Ministero della Verità vuole che la causa del crollo sia stata la rivelazione, da parte del governo a guida socialista insediatosi a ottobre, che i conti pubblici erano stati truccati: Papandreou dichiarò che il deficit di bilancio nel 2009 avrebbe raggiunto il 12,7% del Pil e il debito pubblico il 120%. Si scatenò il balletto che tutti ricordiamo: abbassamento del rating, impennata dello spread e tassi sui titoli pubblici alle stelle, mentre la Bce e l’Unione europea restavano a guardare. A nulla sono valsi i primi tagli alla spesa pubblica da parte del governo, la Grecia affondava sotto i colpi dei mercati che, secondo il postulato, non la ritenevano più affidabile.
Ad aprile 2010, Papandreou consegna il Paese alla troika – Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale – che in cambio di un prestito da 110 miliardi di euro (al modico tasso del 5,2%, quando la Bce concede denaro alle banche all’1%), inizia a dettare l’agenda politica: privatizzazioni, tagli ai salari, licenziamenti, riforma delle pensioni, svuotamento dello stato sociale.

Ma dietro le quinte, in quei sei mesi, tra novembre e aprile, è accaduta un’altra cosa: sono cambiate le regole delle vendite allo scoperto dei titoli greci sul mercato secondario, come denuncia un’interrogazione parlamentare della socialista Vasso Papandreou (1).
L’esponente politico afferma, documenti alla mano, che a partire da novembre 2009 la Banca Centrale Greca ha ampliato da tre a dieci giorni l’intervallo di tempo per chiudere le transazioni.
La speculazione al ribasso vende titoli – grosse quantità di titoli – che non possiede giocando sul crollo della valutazione innescata dalla stessa vendita, per poi riacquistare a un prezzo più basso e trarre profitto dalla differenza tra il maggior ricavo della vendita e il minor costo dell’acquisto. Se il circolo vizioso dell’operazione deve essere chiuso entro tre giorni, ossia devo pagare e quindi acquistare i titoli e a mia volta consegnarli, incassando, al venditore, lo spazio per speculare al ribasso è limitato dal tempo ristretto che ho a disposizione; ma se ho dieci giorni per manipolare il mercato spingendo al ribasso la quotazione di un titolo, senza che nessuno (la Bce) agisca in senso contrario, ossia acquistando, posso far letteralmente crollare il titolo. E difatti, il prezzo dei titoli pubblici greci sul mercato secondario è crollato, costringendo per sei mesi lo Stato ellenico ad alzare continuamente i tassi di interesse sui titoli di nuova emissione.

Le coincidenze temporali non finiscono qui. Ad aprile 2010, la stessa Banca Centrale Greca ha invertito la rotta, imponendo la chiusura in giornata delle vendite allo scoperto e dunque, di fatto, vietandole. Praticamente, nel momento in cui Papandreou ha firmato l’accordo per consegnare la Grecia alla troika, il potere finanziario ha bloccato la speculazione che per sei mesi aveva favorito, e contemporaneamente anche la Bce ha iniziato ad acquistare titoli pubblici
sul mercato secondario.
La vicenda greca mostra come i tassi di un titolo pubblico possano essere manovrati dalla speculazione, e dunque smentisce l’affermazione che vuole che il loro rialzo sia dovuto a una mancanza di fiducia sulla solvibilità del Paese.

Infine, il Ministero della Verità sostiene che la soluzione alla crisi si trova nella riduzione del debito pubblico allo scopo di riconquistare la fiducia dei mercati.
Fin dal 2003 la piccola Irlanda godeva di ottima fiducia ed era perfettamente allineata ai parametri di Maastricht (60% debito/Pil, 3% deficit), con un rapporto debito pubblico/Pil intorno al 30% e un avanzo di bilancio in progressiva crescita.
Nel 2008 esplode la bolla immobiliare – fotocopia di quella dei subprime statunitensi – il debito raggiunge quota 49,6% sul Pil e si registra un disavanzo del 7,3%; il crollo prosegue e quando nel novembre 2010 Dublino si affida alla troika, ricevendone in cambio un prestito da 85 miliardi di euro – al modico tasso del 6% – il rapporto debito/Pil è al 102,4% e il deficit al 32,4% (vedi tabella 2). Segue il copione già visto in Grecia: tagli al salario minimo, licenziamento di dipendenti pubblici, aumento dell’età pensionabile e dell’iva, mentre l’imposizione fiscale sulle imprese resta invariata (al 12,5% dal 2002, precedentemente era al 10%: aliquote da paradiso
fiscale).

In appena due anni, quindi, l’Irlanda ha più che triplicato il suo debito statale e ha portato il deficit a un terzo del Pil.
Cos’è accaduto? Conti alla mano, la ragione è una sola: il Paese ha salvato le banche private, sull’orlo del fallimento a causa delle scelte speculative.
Tra febbraio 2009 e dicembre 2010 lo Stato irlandese ha dato: 29,3 miliardi alla Anglo Irish Bank, 5,4 miliardi alla Irish Nationwide Building Society, 10,7 miliardi alla Allied Irish Banks, 875mila euro alla EBS Building Society, per un totale di oltre 46 miliardi di euro. Una somma pari al 30% del Pil del Paese.

Anche la Spagna fino al 2007 godeva di buona fiducia nei mercati e portava sul petto la medaglia europea di Maastricht: debito pubblico/Pil in costante diminuzione fino ad arrivare al 42,1%, e un leggero deficit di bilancio trasformato in cinque anni in un avanzo del 1,9%. (vedi tabella 3). Nel 2008 anche nel Paese iberico esplode la medesima bolla immobiliare, e le banche si ritrovano piene di titoli tossici speculativi. Nel 2009 lo Stato avvia il salvataggio, attraverso la creazione del Fondo di ristrutturazione ordinaria bancaria (Frob), a cui vanno, per iniziare, 15 miliardi di euro e la garanzia per altri 27 in caso il Frob decida di emettere titoli propri per raccogliere altri capitali sul mercato (2).

Segue la nascita di Bankia, nel dicembre 2010, che riunisce sette istituti sull’orlo del fallimento: il 52% del nuovo colosso bancario è nelle mani del Banco financiero y de ahorros (Bfa), nel quale vengono convogliati tutti i titoli tossici destinati a trasformarsi in perdita secca; ed è alla Bfa che il Frob versa 4,5 miliardi. Il rapporto debito/Pil raggiunge il 66,1% con un deficit del 9,2%.
Nel frattempo, il governo di Zapatero, prima, e quello di Rajoy, dopo, mettono mano al bilancio pubblico, seguendo la strada già tracciata da Grecia e Irlanda: aumento dell’iva, tagli ai sussidi di disoccupazione e alle tredicesime dei dipendenti pubblici, riduzione del sistema pensionistico e privatizzazione di aziende pubbliche.
Ma ancora non basta.

È l’intero sistema bancario spagnolo a crollare sotto il peso di portafogli pieni di titoli speculativi, stimati in almeno 330 miliardi di euro, pari a oltre il 30% del Pil (3). A giugno 2012 Madrid chiede aiuto all’Unione europea, e a luglio la Commissione Ue concede 100 miliardi di euro al Frob per ricapitalizzare il sistema bancario, denaro di cui lo Stato iberico si fa garante per la restituzione.
Questa volta è vietato parlare di ‘piano di salvataggio’ e di troika, probabilmente per evitare di incendiare ulteriormente le piazze spagnole, già teatro di manifestazioni e proteste, ma è sufficiente dare un’occhiata alla nota diffusa da Bruxelles per togliere il velo all’etica ufficiale: vi si legge che Madrid “dovrà mantenere i suoi impegni per correggere il deficit eccessivo in maniera sostenibile entro il 2014 e adottare le riforme strutturali fissate nelle raccomandazioni specifiche per Paese adottate dall’Ecofin il 10 luglio”; in aggiunta, Olli Rehn, commissario europeo agli Affari economici e monetari, afferma che “il legame esplicito tra questi obblighi e il programma [di aiuti] è deliberato e pertinente: è solo attraverso un’azione determinata su tutti questi fronti che la Spagna può creare la stabilità finanziaria e un’economia competitiva e dinamica” (4).

Le vicende irlandese e spagnola smentiscono quindi anche l’ultimo passo logico del quadro teorico, quella che il Ministero della Verità considera la ‘soluzione’, dato che i due Paesi non hanno affatto risposto alla crisi diminuendo il debito statale: trasformando i debiti privati della finanza in debito pubblico, lo hanno aumentato.
I giochi speculativi sono ben più complessi di quanto fin qui mostrato, su questo non c’è dubbio, e vi entrano dinamiche di guerra dollaro/euro per la supremazia monetaria; ed è anche vero che l’istinto predatorio della belva finanziaria è ben poco gestibile una volta lasciato libero di agire, ma occorre sempre che qualcuno apra la gabbia: è quello che ha fatto l’Unione europea a partire dalla vicenda greca. Occorre quindi riflettere sulle ragioni di simili manovre.

Il Financial Times aveva segnalato la curiosa dinamica speculativa messa in atto sui titoli ellenici interpretandola, non senza ironia, come un errore di valutazione da parte della Banca Centrale (5). Tuttavia è ben difficile considerarlo un errore, a meno di credere che sui più alti scranni finanziari della Grecia siedano incompetenti alle prime armi che non conoscono i meccanismi della speculazione, e che possano operare in totale autonomia rispetto al potere finanziario centrale della Bce; di certo, senza questa manovra, le decisioni in materia di politica economica non sarebbero passate di mano dal governo greco alla troika, e non si sarebbe avviata quell’infernale spirale finanziaria che ha innescato una tragedia sociale di cui è difficile prevedere la fine.
Dall’altra parte, Irlanda e Spagna rendono evidente che non è l’eccessiva spesa in stato sociale il problema dei debiti sovrani, eppure è quella che la troika va a tagliare, mentre salva il sistema finanziario e continua a foraggiarlo armando la speculazione sui titoli di Stato.

I Paesi che si affidano alla troika diventano ostaggi, per parecchi anni, della Bce, della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale: a ben vedere, quella che oggi viene attuata in Europa è una dinamica storicamente già collaudata nei Paesi in via di sviluppo. Nei decenni scorsi abbiamo infatti assistito alla colonizzazione finanziaria dell’America latina e dell’Africa, alle cui nazioni il Fmi concedeva prestiti in cambio dell’introduzione nel Paese di un’economia neoliberista: privatizzazione delle risorse e dello stato sociale.
È questo l’obiettivo a cui mirano le manovre concentriche fin qui analizzate: costruire un nuovo modello di Stato. Dimentichiamo le conquiste sociali del dopoguerra, i diritti dei lavoratori, un’istruzione pubblica, una salute pubblica, una pensione pubblica, ottenute grazie alle lotte di piazza e allo spauracchio dell’Urss, che imponevano all’Occidente una forma socialdemocratica di
Stato. L’architettura sociale in Europa – e dunque anche in Italia – non sarà più come l’abbiamo conosciuta negli ultimi cinquant’anni, e non è nemmeno durata a lungo: cinque decenni sono ben pochi nell’arco della Storia. Lo statuto dei lavoratori è del 1970, il Servizio sanitario nazionale è del 1978, la riforma scolastica che ha liberalizzato l’accesso all’università è del 1969, la pensione sociale universale è anch’essa del 1969.

Il cambiamento messo in atto è intrinseco alla logica del capitalismo, un sistema economico che non ha nulla di sociale e non è riformabile – il capitalismo etico propugnato dalla Chiesa e da alcune frange di imprenditori e politici è un’illusione, tanto quanto quello che parla di decrescita. Ed è una menzogna anche la separazione tra capitalismo finanziario e capitalismo reale: il secondo è esploso a causa delle crisi di profitti del primo (6), il quale ha dirottato denaro dagli investimenti produttivi alla finanza, la stessa finanza che ora gli aprirà le porte per tornare a fare profitti. Saranno infatti imprenditori quelli che si arricchiranno con le scuole private, con gli ospedali privati, con le pensioni private, con un costo del lavoro ridotto al limite della sopravvivenza del lavoratore. Mentre nuovi mercati in ascesa acquisteranno le merci prodotte a basso costo in Europa.

Non stiamo nemmeno assistendo alla Waterloo della politica: è superfluo ricordare che è la politica a costruire l’architettura sociale di un Paese, attraverso le leggi, e a stabilire che cosa è legale e che cosa non lo è, nella finanza come in qualsiasi altro contesto. È la classe politica ad aver creato un’Unione europea che è la quintessenza del neoliberismo, spalancando le porte ai capitali speculativi stranieri, costruendo una Bce che per statuto non può acquistare titoli pubblici e opponendo un rifiuto categorico a cambiarne le regole – i colpi di fioretto estivi tra Monti, Draghi e la Merkel sono a uso e consumo degli spettatori in platea ignari del copione: gli acquisti della Bce di titoli di Stato saranno sempre vincolati alla firma di un ‘memorandum’, ossia alla sottoscrizione della ricetta neoliberista.
Ed è ancora la politica ad aver partorito, a marzo di quest’anno, l’ennesimo trattato.

Si tratta del “Trattato sulla stabilità, sulla coordinazione e sulla governance”, meglio conosciuto come “Fiscal compact” – ratificato a luglio dal Parlamento italiano – e prevede che: i bilanci degli Stati membri devono essere in pareggio; ogni Stato deve introdurre questa regola nella propria Costituzione e attivare un meccanismo automatico di correzione; qualora il debito pubblico superasse il 60% del Pil, il Paese deve operare una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno; qualora il deficit di bilancio superasse il 3%, lo Stato deve presentare alla Commissione e al Consiglio europeo un programma di riforme strutturali; i Paesi devono sottoporre alla Commissione e al Consiglio europeo i piani nazionali di emissione di titoli pubblici; in caso di infrazione alle regole, le sanzioni (ancora da stabilire) scatteranno automaticamente.
Un trattato che esautora qualsiasi forma di democrazia, per quanto anche la democrazia sia un’illusione, quando l’informazione è in mano ai servi del Ministero della Verità e i cittadini sopravvivono nell’ignoranza, incapaci di scorgere il volto del loro nemico. Un trattato necessario alla classe politica per restare al proprio posto, costretta dalla farsa democratica a fare i conti con il consenso elettorale e per questo disposta a passare da utile idiota: “è l’Europa che lo vuole”, “è il mercato che lo vuole”, “sono riforme dolorose ma necessarie”, sono i mantra dispensati dai pulpiti parlamentari, di cui è degno esempio l’Italia con il suo sostegno trasversale al tecnicoMonti.

Un Paese anomalo, lo Stivale, non c’è dubbio, e difatti le manovre che l’hanno accerchiato sono state differenti. Anomalo per quattro ragioni: vi regnano la corruzione, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata e, per vent’anni fino a ieri, un imprenditore. La prima ha creato un capitalismo chiuso e feudale e portato il rapporto debito/Pil dal 62% del 1980 al 118% del 1992 (7); la seconda e la terza sono le realtà che supportanob l’economia – senza il sommerso e il riciclaggio nel circuito legale del denaro illegale, l’Italia sarebbe un Paese da Terzo mondo – il quarto non avrebbe mai attuato nessuna delle riforme necessarie, così impegnato a fare gli interessi delle proprie aziende e a coltivare il consenso. Occorreva dunque, per prima cosa, detronizzare l’imprenditore fattosi politico, e a giugno 2011 si è dato il via alle manovre speculative sui titoli di Stato che hanno porto a Napolitano l’assist per poter nominare Mario Monti primo ministro. Tuttavia il governo ‘tecnico’ non è sufficiente garanzia contro l’anomalia italiana, innanzitutto perché non ha una solida maggioranza parlamentare alle spalle, e in secondo luogo perché al più tardi l’anno prossimo si terranno le elezioni e quindi il tempo stringe: dunque gli attacchi speculativi non cesseranno fino a quando le ‘riforme necessarie’ non saranno completamente attuate.

Ma quando il nuovo modello di Stato sarà finalmente operativo in tutti gli Stati europei, c’è da scommettere che la Bce si metterà a stampare moneta per supportare la crescita di un’economia produttiva ridotta alla recessione; denaro che andrà a ripristinare i profitti dei grandi imprenditori privati che sostituiranno lo stato sociale.
Qualcosa di simile alla riforma sanitaria di Obama, tanto applaudita in Europa e tanto falsamente sociale. Non istituisce alcuna sanità pubblica gratuita, ma obbliga ogni cittadino a stipulare una polizza sanitaria con una compagnia assicurativa privata; prevede parziali sussidi statali solo nel caso la polizza incida sul reddito personale per più del 9,5%; esclude l’interruzione di gravidanza, per la quale si dovrà sottoscrivere una polizza a parte (regalo alle frange estremiste cattoliche che siedono al Congresso americano – chissà cosa ci riserverà il futuro in Italia data l’ascesa ormai trasversale agli schieramenti politici di Comunione e Liberazione), e, come beffa finale, contempla una multa fino a 700 dollari l’anno per chi non la sottoscrive. Così, mentre il programma Medicare, riservato agli anziani – la cosa più vicina a una sanità pubblica che esista negli Usa – sarà tagliato per 500 miliardi di dollari in dieci anni, la nuova riforma andrà ad aumentare il fatturato delle assicurazioni private.
E si può già immaginare che i cittadini che non potranno permettersi la nuova polizza sanitaria, all’interno di un budget familiare messo a dura prova da rate del mutuo, dell’affitto, della scuola, dell’auto ecc., sottoscriveranno l’ennesimo debito. E chi lo sa, magari la prossima bolla finanziaria riguarderà proprio i debiti stipulati per far fronte a uno stato sociale privatizzato.

Torneranno anche i dispositivi totali (8), per contenere quella grossa fetta della popolazione che non ce la farà a reggere il nuovo corso; magari anch’essi privati, come le carceri americane, di modo che il capitalismo possa guadagnare anche dall’esclusione sociale.
E se tutto questo non fosse abbastanza a rimpolpare i profitti del grande Capitale, in un mondo che vede cambiare gli equilibri di potenza, c’è sempre la guerra. Ha il pregio di allentare la pressione demografica e togliere di mezzo milioni tra “quelli dalle labbra bianche”, perché mangiando solo pane non possono “arrossarle sulla carne saporita dei cinghiali”, come scrisse Francesco Masala in uno straordinario romanzo del 1962, e di distruggere tutto per poi ricostruirlo.

Giovanna Cracco

Il regime di verità del libero mercato L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderberg

Le pressioni della Trilateral Commission e del gruppo Bilderberg sulle commissioni europee e l’invenzione del Patto di stabilità per estromettere i governi nazionali dalle scelte economiche: quando la politica, obbligata a fare i conti con il voto e il consenso popolare, è un lusso che il neoliberismo non si può più permettere

Poche cose generano disinteresse negli italiani quanto l’Unione europea, le sue regole, i vari trattati che l’hanno creata, le istituzioni. Un disinteresse radicato, nonostante la consapevolezza, o il sentore, che l’Unione stia fagocitando pian piano l’autonomia decisionale di ogni Paese membro.
Le ultime elezioni europee del 2009 hanno visto un’affluenza del 65%, in calo rispetto alle votazioni precedenti dell’8%. Una persona consapevole ma ottimista (quasi un ossimoro) potrebbe valutare il disinteresse come una presa di coscienza da parte degli italiani del fatto che la politica, in Europa, ha un peso talmente irrisorio, che esercitare il proprio diritto di voto per decidere da chi farsi rappresentare al Parlamento europeo è una farsa a cui si sottraggono volentieri. Ma proprio in virtù dell’ossimoro, risulta difficile dare questa interpretazione. Più probabile che la complessità delle strutture europee, e quindi l’impegno che richiede il conoscerle e farsi un’opinione, sia la ragione alla base del disinteresse.

Nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Unione europea era stata presentata agli italiani come la terra promessa, l’unica possibile salvezza da un sistema Paese in fallimento, in preda a Tangentopoli, falcidiato nella sua classe politica corrotta; come il solo modo per uscire dalla dinamica di un debito pubblico in perenne aumento e da una lira buttata fuori dal Sistema monetario europeo (Sme). In nome dei parametri del Trattato – inerenti ai valori di debito pubblico, deficit, inflazione, tasso d’interesse a lungo termine e permanenza nei due anni precedenti nello Sme – fu lanciata la campagna delle privatizzazioni delle imprese pubbliche (svendute ai grandi gruppi privati come nemmeno a un mercato delle pulci); fu approvata dal Parlamento italiano – 1996, governo Prodi – una manovra economica da 62.500 miliardi di lire, perno dell’affannata rincorsa, risultata vittoriosa, per entrare nel primo gruppo che avrebbe adottato l’euro. Quel che a tutti i costi si doveva agguantare, infatti, era l’unione economica dell’Europa: il treno del libero mercato, lanciato a piena velocità.

La mano invisibile, la legge naturale della domanda e dell’offerta che genera i giusti prezzi e la competizione tra pari: nel ’92 il libero mercato era già divenuto quel che Foucault avrebbe definito un ‘regime di verità’. Aveva cioè già imposto il proprio processo di veridizione, stabilendo in modo autoreferenziale l’insieme delle regole che sanciscono che cosa è vero e che cosa è falso. Tra quelle vere, la principale è l’automatismo delle dinamiche del mercato, che produce maggior ricchezza per tutta la popolazione a patto sia lasciato libero di agire. A patto, dunque, che la politica adotti la logica del ‘governo minimo’ – privatizzare, abbandonare il welfare, ritirarsi dal ruolo di mediatore dei conflitti sociali e dal tavolo della contrattazione collettiva sul lavoro. Le sue azioni quindi non sono più giudicate sulla base di criteri come legittimo o illegittimo, ma esclusivamente sugli effetti che producono in termini di utilità. Il ‘governo del fare’, ben prima che Berlusconi lanciasse lo slogan.

Ne nasce, inevitabilmente, un primato dell’economia sulla politica, e un governo della società in tal senso. Non è una novità (con la definizione di struttura/sovrastruttura, Marx aveva già individuato e analizzato questa dinamica), ma viene a mancare quel discorso dialettico che politica ed economia sono sempre state costrette a tenere in piedi, con le conseguenze che questa mancanza comporta. Prima fra tutte, la questione della libertà degli individui, che perde la caratteristica giuridica – naturale, direbbe Rousseau – per abbracciare quella mercantile. Il libero mercato ‘consuma’ libertà, ne deve dunque produrre per sopravvivere: libertà del venditore, dell’acquirente e del consumatore; libertà di proprietà, d’impresa e del mercato del lavoro. La formula del liberalismo, scriveva Foucault, non è ‘sii libero’, ma: ‘ti procurerò di che essere libero’.

Al ricco banchetto del libero mercato, siede però un convitato di pietra: i cittadini. Non tanto perché possono scendere in piazza a protestare – dato che il concetto di democrazia ormai sacralizzato, vuole che il conflitto sociale sia pacifico, colorato, fantasioso negli slogan e rispettoso delle ‘zone rosse’: quando trasgredisce queste regole, si trasforma automaticamente in facinoroso e terrorista e opinione pubblica, mass-media e politica fanno a gara per condannarlo. Il problema è che i cittadini hanno il diritto di voto.

La politica, in realtà, ha già trovato il modo per rendere innocuo tale diritto, creando quel che a tutti gli effetti è un sistema unipolare: la visione economica infatti è una, destra e sinistra hanno entrambe abbracciato l’ideologia del libero mercato. Ma l’inseguimento del consenso elettorale, per giochi di potere, produce inevitabilmente lentezze decisionali, che provocano gravi danni in un contesto economico che vive di rapidità e immediatezza, ancora più necessarie in una fase di crisi come quella attuale. Lo dichiara candidamente anche lo stesso Sacconi, in un’intervista rilasciata al Corsera l’8 novembre scorso, quando afferma che la crisi ha innescato un passaggio epocale: da una parte vi sono Paesi come la Cina, “con sistemi istituzionali molto semplici e perciò veloci nelle decisioni, dall’altra i Paesi di vecchia industrializzazione che non possono più far leva sul debito pubblico, come l’Italia”. Far leva sul debito pubblico, nelle parole del ministro, significa sostenere quella politica di welfare che produce consenso elettorale. Non è più possibile farlo, e per ragioni ormai evidenti: il mercato, lasciato totalmente libero di agire, penalizza, attraverso la speculazione finanziaria, i Paesi troppo indebitati. Tuttavia non è nemmeno possibile diventare la Cina: la democrazia è sacra, con il suo diritto di voto, e non si può tornare indietro, a un regime dittatoriale.
La soluzione trovata a questa impasse è l’esautorazione della politica dalle decisioni economiche, e l’Europa vi è riuscita così bene che Bernanke, governatore della Fed, la indica come la futura strada maestra.

In un convegno a Rhode Island, il 4 ottobre scorso, egli afferma che il progressivo aumento e invecchiamento della popolazione in tutti i Paesi occidentali – data la crescita delle aspettative di vita creata dal benessere economico – rischia di generare enormi spese sanitarie e pensionistiche, che andranno ad aumentare sempre più i debiti pubblici. Tagliare e privatizzare tutto è l’unico modo per evitarlo, dato che le imposte sulle imprese, i redditi alti e i patrimoni non si possono aumentare – sono i principali attori del libero mercato, non li si può ‘impoverire’ – e nemmeno si può più spennare un pollo – il ceto medio-basso – ormai rimasto senza piume. Una soluzione tuttavia che rischia di provocare problemi di consenso elettorale. Occorre dunque affidare la politica economica a organismi non elettivi e vincolarla all’applicazione di rigide ‘regole fiscali’, impersonali, asettiche, non derogabili.

L’invidia di Bernanke nasce dal fatto che l’Europa, ben prima degli Stati Uniti, è riuscita a mettere in pratica l’esautorazione, con l’invenzione del Patto di stabilità. Comodo paravento dietro cui la politica si nasconde, evitando così di rispondere del fatto che è essa stessa ad aver innalzato il libero mercato a luogo di verità – dal momento che ancora, il potere legislativo è unicamente nelle sue mani – i cittadini si sentono dire che non è responsabilità del governo italiano una manovra economica da 24 miliardi di euro, perché la esige l’Unione europea, il Patto di stabilità, la difesa dalla speculazione.
Il processo di veridizione si è talmente compiuto che Tremonti è, nell’elettorato di destra come in quello di sinistra, il ministro più apprezzato: ha tenuto i conti pubblici in ordine, recita il mantra trasversale. Senza che alcuno si chieda quale ordine dovrebbe essere ritenuto legittimo, per uno Stato che non ha sottoscritto alcun contratto economico con chicchessia bensì, al limite, un contratto sociale con i propri cittadini.

Gli attori protagonisti dell’intero sistema sono diventati i banchieri. Tengono per lo scroto sia gli Stati, sia l’economica produttiva, che agisce ormai con un unico fine: creare gruppi industriali sempre più grandi. La ragione è duplice: realizzare quelle economie di sistema che permettono di essere competitivi e (dolce chimera) agguantare posizioni dominanti o addirittura di monopolio; e diventare talmente grandi da non poter fallire. Raggiungere ossia quella posizione per cui il fallimento dell’impresa trascinerebbe con sé nel baratro talmente tante banche creditrici, che sono loro stesse a correre continuamente in soccorso con nuovo credito. In un circolo vizioso e virtuale di un giro di denaro che esiste ormai solo dentro i computer.

Non stupisce, in tale contesto, che si siano creati consessi di poteri forti, lobby chiuse, ristrette, riservate; spazi in cui banchieri, politici e industriali tracciano le linee guida comuni e strategiche per salvaguardare il sistema e possibilmente farlo crescere, e rappresentanti del mondo accademico e dell’informazione si occupano di mettere in circolo il pensiero unico del ‘vero’ e del ‘falso’ sancito dal processo di veridizione. La Trilateral Commission, il gruppo Bilderberg. Nomi che il solo pronunciare genera accuse di complottismo e dietrologia. Nulla di tutto questo. Come nulla di più normale che un sistema basato su pochi attori principali crei spazi adibiti al confronto programmatico: né più né meno di un consiglio di amministrazione.

La Trilaterale nasce nel 1973, su iniziativa di David Rockefeller. Il nome rimanda alle tre aree all’epoca punto di riferimento dell’economia del libero mercato, nord America, Europa e Giappone, in cui sono tuttora presenti le tre direzioni regionali, a Washington, Parigi e Tokyo. Nel tempo il gruppo si è allargato, inglobando i vari Stati dell’est Europa e dell’Asia che abbracciavano il neoliberismo, e dai 180 membri iniziali – 60 per ogni area – si è arrivati oggi a circa 400, suddivisi per Paese in base a un principio di rappresentanza stabilito sul doppio parametro Pil/popolazione.
La struttura è insomma quella di un Parlamento globale, ma con meno membri della sola Camera italiana e, soprattutto, non elettivo: si entra a farne parte su invito, e vi si contano soprattutto banchieri (tutti i presidenti dei grandi istituti, compresi quelli centrali delle varie nazioni, della Banca europea, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, e gli amministratori delegati dei maggiori fondi speculativi); politici (ministri e parlamentari seduti nelle Camere dei loro Paesi e/o in quella europea e nelle commissioni europee); industriali (i rappresentanti delle principali multinazionali: Coca Cola, Nokia, Rothschild, Shell, Sony ecc.); rappresentanti del mondo accademico, giornalisti e soprattutto editori (Les Echos, Le Figaro, Financial Times, Frankfurter Allgemeine Zeitung, El Pais, Politiken [Danimarca], Helsingin Sanomat, The New York Times, Time Magazine, The Wall Street Journal, The Globe and Mail [Canada], New York Daily News, The Asahi Shimbun [Giappone]). Si riunisce in seduta plenaria una volta l’anno, a rotazione nei diversi Paesi membri, e la sua mission è favorire la globalizzazione. Nella riunione del 1975, i tre relatori principali – il francese Michel Crozier, l’americano Samuel Huntington e il giapponese Joji Watanuki – analizzarono la crisi economica del periodo come il risultato di un “sovraccarico del sistema decisionale”: la soluzione proposta fu quella di spingere per un radicale cambiamento, verso la riduzione dell’intervento statale e un rafforzamento del potere politico esecutivo a scapito del Parlamento e degli istituti di democrazia diretta, come il referendum (1).
L’elenco completo dei partecipanti alla riunione del 2010 è appetitosa e scaricabile dal sito stesso della Trilateral (2), vale la pena giusto indicare qualche nome, italiano e non, conosciuto (vedi box Trilateral Commission).

Il Gruppo Bilderberg è ancora più ristretto: un comitato esecutivo (di cui si conosce solo il nome del presidente, l’ex commissario europeo V.E. Davignon, e non l’identità e il numero dei componenti) e circa 120 persone – alcuni ospiti fissi ai meeting annuali, altri saltuari – tra politici, banchieri, industriali, accademici e giornalisti appartenenti all’area del nord America e dell’Europa. La prima riunione data 1954. Rispetto alla Trilateral, è più chiuso e riservato: i suoi ritrovi sono off-the-record (a ogni partecipante è imposto l’obbligo della segretezza), blindati alla stampa e protetti da rigide misure di sicurezza.

È riuscito a restare praticamente nell’ombra fino agli anni Duemila, quando sono iniziate a circolare voci – fuori dall’ambiente politico/economico il quale, al contrario, della sua esistenza ha sempre saputo. Per la sua segretezza è stato più volte accusato di essere una loggia massonica coperta. Probabilmente è per questo che recentemente ha iniziato un percorso di parziale (o simil) trasparenza, con un sito ufficiale (3) in cui sono pubblicate le date, i luoghi, le scalette tematiche degli incontri annuali dal 1954 a oggi e, dalla riunione del 2008, anche le liste dei partecipanti (quanto complete non è dato saperlo: il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, per esempio, pare che a domanda diretta non abbia smentito la sua partecipazione alla riunione del 2009; eppure, nell’elenco disponibile sul sito non compare).

Gli argomenti affrontati in quelli che vengono definiti dei semplici forum riguardano l’economia globale, la finanza, il mercato monetario, la governance mondiale, la sicurezza internazionale, le risorse energetiche, i conflitti militari. In un’intervista del settembre 2005 alla BBC (4), il presidente del Bilderberg dichiara che il gruppo nasce semplicemente perché persone influenti sono naturalmente interessate a parlare con altre persone influenti; parla di common sense, senso comune, che lega fra loro i dirigenti politici ed economico/finanziari interessati a far crescere il libero mercato mondiale; afferma che il fatto che importanti leader politici (Bill Clinton, Tony Blair e tutti i presidenti della Commissione europea) prima di diventare tali abbiano fatto parte del Bilderberg, non significa che il gruppo selezioni la classe dirigente del mondo occidentale ma semplicemente che fa del suo meglio per valutare chi siano gli astri nascenti: appartenere al Bilderberg, dice Davignon, non è un caso nella loro carriera, ma poi dipende dalle loro capacità. Reti informali e private come il Bilderberg hanno contribuito a oliare gli ingranaggi della politica mondiale e della globalizzazione per mezzo secolo, conclude Davignon; e finché affari e politica resteranno reciprocamente dipendenti, queste reti continueranno a prosperare.
Anche per il Bilderberg, l’elenco dei partecipanti alle riunioni è appetitoso, quanto se non più della Trilateral (vedi box Bilderberg).

Dal 1998 inizia ad apparire, al Parlamento europeo, qualche sporadica interrogazione parlamentare (5) che chiede di far luce sulla ragione della presenza di numerosi commissari europei alle riunioni del Bilderberg (tra cui anche Emma Bonino, nel 1998); alcune chiedono anche se Mario Monti e Romano Prodi facciano parte del comitato esecutivo del gruppo. Le richieste di chiarimenti si intensificano negli anni. Le risposte sono sempre le medesime: i commissari partecipano in quanto invitati, e certamente sono invitati in qualità dei ruoli che rivestono; la loro partecipazione resta comunque a titolo personale, e soprattutto non significa che si fanno rappresentanti degli interessi del gruppo Bilderberg all’interno dell’Unione europea né di quelli dell’Unione europea all’interno del Bilderberg. Negazione categorica, invece, per quanto riguarda la partecipazione di alcuno al comitato direttivo, sia del Bilderberg che della Trilateral.

Il progetto dell’Unione europea è ormai giunto al suo compimento. E non è un caso che l’unica unione realmente attuata sia quella economica: non quella politica, né tanto meno quella sociale, dal basso, identitaria. Due ultimi passaggi hanno definito le regole di appartenenza all’Unione: uno già completato, con il Trattato di Lisbona, l’altro in via di attuazione.
Il primo è l’inserimento della possibilità di recesso volontario e unilaterale di uno Stato membro dall’Unione. La logica è economica, e risponde alla regola del più forte: non ce la fai a stare nel gioco? Ne devi uscire. Sia il Bilderberg che la Trilateral, d’altra parte, sono realtà ‘a invito’. Poiché è indubbio che al recesso volontario un Paese possa esserci spinto, con forti pressioni; o, al contrario, che la minaccia dell’uscita possa essere usata nei confronti di quei Paesi i cui governi, recalcitranti per ragioni di consenso, si attardino a varare quelle ‘riforme’ non ancora attuate e profondamente necessarie al libero mercato – pensioni e mercato del lavoro, soprattutto.

Il secondo riguarda il nuovo Patto di stabilità e l’istituzione del Fondo anti-crisi.
Il patto sarà reso ancora più stringente, con un inasprimento delle regole e un meccanismo di sanzioni, per lo Stato che le viola, quasi automatico. Germania e Francia – le economie forti dell’Unione – vorrebbero anche introdurre una sanzione politica: la sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo per i Paesi non in regola con i parametri del Patto.
Il Fondo, oggi provvisorio, sarà reso permanente e vi potranno accedere non solo gli Stati ma anche i privati. L’Unione europea si prepara dunque a sostenere banche, fondi d’investimento e chissà quale altra realtà finanziaria privata, e a farlo con soldi pubblici – la parola ‘pubblico’ suona ormai stonata accostata alla Ue, resta il fatto che in quanto istituzione politica è per definizione pubblica. E lo farà bypassando i governi nazionali. Perché se è vero che degli 85 miliardi di euro concessi all’Irlanda (22,5 dall’Unione e i restanti tra Fmi, prestiti bilaterali internazionali e contributo irlandese proveniente dalle riserve di cassa e dal Fondo nazionale di riserva per le pensioni), 35 vanno nelle casse delle banche private del Paese per evitarne il fallimento, è pur vero che la scelta della forma sotto la quale concedere il denaro è stata finora una prerogativa della politica nazionale: entrare come Stato nella proprietà della banca o semplicemente concedere a prestito.

Le sanzioni politiche e l’istituzione del Fondo, per essere rese operative, necessitano di una modifica del Trattato di Lisbona. Secondo le regole che lo stesso Trattato si è dato, una simile variazione dovrebbe passare attraverso un referendum popolare. Non avverrà, ovviamente. Gruppi di studio sono già al lavoro per trovare i giusti cavilli giuridici e far rientrare le modifiche tra quelle che non devono essere sottoposte alla verifica della volontà popolare.
Poco male, una farsa in meno. La stessa Costituzione europea uscita dalla porta, grazie ai referendum negativi di Francia e Olanda, è poi rientrata dalla finestra praticamente variata solo nel nome: Trattato di Lisbona. Ci eviteremo così il teatrino di un ulteriore inutile esercizio del voto, e prima o poi, magari, si smetterà anche di parlare di democrazia. In modo consapevole, e pessimista.

Giovanna Cracco

Travaglio e Gramellini presentano “Il Peggiore

Dal circolo dei lettori di Torino, il vicedirettore del Fatto Quotidiano assieme all’editorialista della Stampa presentano Il Peggiore, l’ultimo libro di Giuseppe Salvaggiulo dedicato all’ascesa e alla caduta di Massimo D’Alema e della sinistra italiana

16 settembre 2013

https://www.youtube.com/watch?v=FvKwf70RF7Q

https://www.youtube.com/watch?v=TVzhpiXOZ78

https://www.youtube.com/watch?v=vhbsqu0VPsI

https://www.youtube.com/watch?v=I9bkbRMPHec

https://www.youtube.com/watch?v=IWS-eGXEbjE

https://www.youtube.com/watch?v=GtK1y1dv8g4

https://www.youtube.com/watch?v=FtsY0IrvkqY

l buco nell’acqua di Renzie la talpa #NoTav

La talpa “Monnalisa” è la maxitrivella che deve scavare il tunnel di sette chilometri dell’ alta velocità ferroviaria sotto l’ abitato di Firenze, da Campo di Marte a Castello

A Firenze è previsto che l’alta velocità passi attraverso un doppio tunnel di circa 7,5 km che sventrerà il sottosuolo fiorentino compromettendolo per sempre. Si tratta di un’opera folle da tutti i punti di vista.

Partiamo dai costi. I comitati contrari al sottoattraversamento hanno sempre avanzato, grazie al contributo di Professori universitari e tecnici, una proposta alternativa che permetterebbe ai treni dell’Alta Velocità di avere una linea di attraversamento in superficie con minori costi (circa 300 milioni di euro contro un miliardo e 500 milioni, possibili tre miliardi, preventivati per il sottoattraversamento) ed in tempi inferiori (viene stimato un quinto del tempo necessario per il sottoattraversamento). Il sottoattraversamento, inoltre, ha anche numerose incognite ed è prevedibile, come sempre avviene in Italia, che i tempi (già in ritardo) si allungheranno notevolmente.

Quali sono i rischi per Firenze? Sono tantissimi e riguardano le case dei fiorentini vicine al tracciato, circa 280 palazzi vanno almeno periziati secondo le stime RFI (secondo l’Osservatorio Ambientale il monitoraggio deve riguardare circa 2000 edifici) e la salute dei cittadini per l’innalzamento dell’inquinamento atmosferico legato alla cantierizzazione e per il rischioso smaltimento delle terre di scavo. La procura di Firenze è già intervenuta. I cittadini contrari al sottoattraversamento hanno denunciato da sempre (dal 2006) il rischio dell’impatto di quest’opera sulla falda sotterranea: Il rischio è che il flusso della falda venga interrotto e che ci sia un innalzamento del livello dell’acqua da una parte ed un abbassamento dall’altra.

Oggi questi rischi sono confermati da una nota ufficiale dell’ARPAT. Sono stati realizzati soltanto i lavori preparatori e c’è già un dislivello accertato della falda. E Renzi? Cosa pensa Renzi? Il sindaco assenteista cosa rispondeva ai cittadini nel 2010? Ascoltava la loro voce? Come rispondeva alla lettera della Prof.ssa Teresa Crespellani sui rischi dell’opera? Renzi era (ed è) troppo impegnato ad inseguire la poltrona della segreteria del PD per rispondere ai cittadini. Da politico vecchissimo stampo diceva, nel febbraio 2011: “Penso che i comitati non debbano fare terrorismo psicologico“. Renzi, oltre che interessarsi una volta tanto della sua città, dovrebbe almeno chiedere scusa ai comitati contrari al sottoattraversamento. Altro che terroristi psicologici, le ombre su un progetto così folle si moltiplicano ogni giorno!

Il M5S, sia a livello locale, sia a livello nazionale continuerà a battersi perché la voce informata e competente dei comitati trovi risposta nelle istituzioni. Ieri abbiamo raggiunto Renzi in Palazzo Vecchio e gli abbiamo chiesto un incontro pubblico con i cittadini. Faremo intervenire i professori ed i tecnici che, documenti alla mano, gli dimostreranno ancora una volta la follia dell’opera. Renzi faccia intervenire almeno sé stesso.”

Alfonso Bonafede, M5S Camera

I Democratici senza democrazia

 – Ven, 08/11/2013 – 07:51

 

Non è una novità che i partiti vivano fuori dal mondo, tant’è che la gente non li sopporta e non li vota più. Ogni volta che se ne hanno le prove, c’è da dubitare sulla tenuta della democrazia.

L’ultima botta alla credibilità della politica viene da un sondaggio ordinato e pubblicato da una fonte non sospetta: L’Espresso, molto attendibile se non altro perché notoriamente di sinistra, ovvero antiberlusconiano doc.

I dati maggiormente significativi riguardano il Pd, da mesi ormai al centro di interminabili dibattiti, polemiche e scontri all’arma bianca fra gli stessi iscritti, specialmente dirigenti.

L’indagine demoscopica rivela che i simpatizzanti democratici se ne infischiano bellamente delle cosiddette primarie e non hanno alcuna intenzione di correre alle urne per scegliere il nuovo segretario.

Cifre alla mano, colore che dichiarano di disinteressarsi della competizione tra i pretendenti al trono rossiccio superano il 75 per cento. In altre parole, solo una persona di sinistra su quattro afferma di partecipare col proprio voto alla gara per issare al vertice del Pd questo o quel big.

Sappiamo che i sondaggi non sono il vangelo, pertanto anche quello di cui stiamo trattando va preso con le pinze, ma non possiamo ignorarlo e neppure sottovalutarlo, perché dimostra la veridicità di quanto abbiamo scritto in apertura delle presenti note: e cioè che i partiti italiani, ridotti come sono, non rappresentano affatto il comune sentire degli italiani.

L’attività politica in generale è materia per iniziati, per pochi intimi illusi di contare ancora qualcosa, i quali si dannano allo scopo di accaparrarsi una poltrona nell’indifferenza della base. Non è una nostra personalissima opinione, bensì un dato di fatto.

I media, quanto i partiti, sono convinti che il popolo segua con trepidazione le sorti di Renzi, Cuperlo ed Epifani. Ed ogni dì essi dedicano alla bagarre vari titoli e articoli avvincenti, convinti di appassionare se non addirittura di eccitare il pubblico, raccontando le fasi salienti del confronto tra i giganti del progressismo.

Figuriamoci.

La massa è lontana anni luce dalle beghe per la conquista della segreteria, non se ne occupa; davanti alla notizia che il sindaco di Firenze gode dei favori del pronostico, lungi dall’emozionarsi, fa spallucce, se ne sbatte altamente.

Alcuni anni orsono, quando furono introdotte nel sistema selettivo del Pd, le primarie sembravano una panacea, l’ideale per coinvolgere i militanti nel delicato meccanismo della distribuzione delle alte cariche. Niente di più falso. Nella pratica, esse hanno sortito l’effetto contrario a quello immaginato: anziché semplificare le procedure per scegliere i capi, le hanno complicate, creando un’enorme confusione e facilitando imbrogli e malumori.

Di solito, i vincitori sono personaggi sconosciuti, improvvisatisi leader, appoggiati da amici e da amici degli amici. Su De Magistris, Crocetta e Pisapia, per citarne tre, nessuno avrebbe scommesso un euro bucato.

Il gioco delle preferenze affidato a meccanismi artigianali scarsamente affidabili può determinare esiti sconvolgenti se non addirittura esiziali. Nonostante la sperimentazione delle primarie effettuata dal Pd abbia provato che il metodo importato dagli Usa non funziona, c’è qualcuno nel Pdl (o Forza Italia) che vorrebbe usarlo in forma definitiva per disciplinare le carriere interne, togliendo a Berlusconi la facoltà di promuovere o di bocciare questa o quella candidatura.

Non siamo in grado di dare suggerimenti ad alcuno in campo politico, ma nessuno ci può negare il diritto di osservare che le «trovate» democratiche sono inadeguate, direi fallimentari. Se le indicazioni dei sondaggi dell’Espresso – peraltro tenuti ben nascosti dalla casa editrice – non saranno smentite dallo spoglio, avremo la certezza che i democratici, benché si diano tante arie, si gestiscono ancora peggio dei loro avversari e non hanno titoli per impartire lezioni di democrazia.
È del tutto evidente che l’astensionismo e l’antipolitica non siano fenomeni slegati dall’incapacità dei partiti tradizionali di fare decentemente il loro mestiere. Se perfino i democratici, un tempo militarizzati, disobbediscono agli ordini dell’ex Comitato centrale, significa che bisogna voltare pagina. La sensazione più diffusa è che la politica nazionale non concluda nulla, avendo ceduto armi e bagagli all’Europa matrigna.

Gli italiani non pretendono che il loro Paese si risollevi: si accontenterebbero che smettesse di stare in ginocchio dinanzi ai burocrati di Bruxelles. Infatti, si sono accorti che, se l’euro è difeso dalle banche e dai poteri forti, non può che essere una iattura per il popolo. Elementare, Watson

 

Ecco il Presidente che vorremmo avere!…

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    José Mujica
  • José Alberto “Pepe” Mujica Cordano è un politico uruguaiano, conosciuto pubblicamente come Pepe Mujica, Senatore della Repubblica e Presidente. Il suo mandato è iniziato il 1º marzo 2010. Wikipedia

Un mito. Non so definirlo altrimenti. José Pepe Mujica è un mito. In un mondo in cui la gente si scanna per il potere, per l’accumulo di beni materiali, lui, Presidente dell’Uruguay, si trattiene solo 485 dollari dello stipendio per vivere e destina gli altri 7500 alla beneficenza.

Vive di poco, anzi di pochissimo, in una vecchia fattoria senza neppure l’acqua corrente, ma solo l’acqua del pozzo. È vegetariano, è sposato, ha un cane. Se non fosse per due energumeni che gli montano la guardia all’inizio della proprietà, nessuno potrebbe immaginare che lì ci vive il presidente della nazione.

Alla BBC ha dichiarato “Mi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”.

Mujica ha un passato di sinistra nei Tupamaros, un famoso gruppo di combattenti che si ispirava negli anni sessanta-settanta del secolo scorso alla rivoluzione cubana. Per la sua fede ha trascorso 14 anni in carcere.

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica ed il nostro comunista  migliorista Napolitano, che vive al Quirinale guadagna 239.192 euro all’anno, aumentati di 8.835 euro nell’anno in corso?

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica, che ha rischiato la vita e conosciuto la galera e che dichiara che un politico dovrebbe vivere come la maggioranza dei propri concittadini, con i nostri ex comunisti ed attuali neoliberisti D’Alemacon il suo yacht ormeggiato a Gallipoli, o Fassino,sindaco della città più indebitata d’Italia, con il suo reddito imponibile (anno 2010) di 126.452 euro?

Sì, avete ragione, è qualunquista. Scusatemi. Ed allora veniamo al mio campo: l’ambiente. Mujica ha pronunciato a braccio alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012, un discorso rivoluzionario, come solo i grandi uomini sanno pronunciare, in cui ha denunciato l’assurdità del mondo in cui viviamo.

Questi alcuni passi del suo discorso: “Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper

consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più.

Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!”

Esattamente quello che la saggezza suggerirebbe agli uomini: l’attuale modello di vita occidentale è sbagliato. Ma non bisogna cambiarlo perché un giorno neanche tanto lontano porterà all’estinzione dell’intera umanità: e chissenefrega, tutte le specie nascono e muoiono.Bisogna cambiarlo perché non porta la felicità oggi, in questo momento.

https://www.youtube.com/watch?v=3SxkMKTn7aQ”

Ovviamente, il discorso del grandissimo José Pepe Mujica non ha avuto quasi risonanza sui media. Forse perché andava controcorrente rispetto a quanto pensano e dicono i grandi della Terra, controcorrente rispetto a globalizzazione e sviluppo? Ops, scusatemi, sono di nuovo caduto nel qualunquismo.