Archivio mensile:marzo 2014

exit strategy dall’Euro e MMT

Nadia Garbellini: Regimi di cambio, exit strategy dall’Euro e MMT

Regimi di cambio, exit strategy dall’Euro e MMT

Intervista a Nadia Garbellini

1. Lei è coautrice con Brancaccio di uno studio che esamina gli effetti derivanti dallo sganciamento da regimi di cambi fissi. Cosa avete concluso dal vostro studio? Sganciarsi da regimi di cambi fissi porta a disastri finanziari, oppure il recupero della flessibilità del cambio, accompagnato da un maggior margine di manovra per la politica fiscale, porta a risultati migliori?

Lo studio che abbiamo condotto riguarda 28 episodi di svalutazioni avvenute contestualmente alla transizione da un sistema di cambi fissi ad uno relativamente più flessibile. Tutti gli episodi analizzati hanno avuto luogo nel periodo 1980-2013.

Va innanzitutto precisato che gli episodi inclusi nel campione da noi analizzato sono assai eterogenei, sia per quanto riguarda le caratteristiche specifiche di ogni paese, sia per l’entità e la persistenza della svalutazione. In particolare, se nei paesi ad elevato reddito pro capite la svalutazione è stata in genere piuttosto modesta e limitata ad uno o al massimo due anni, nei paesi a basso reddito le svalutazioni sono state molto più forti e ripetute negli anni successivi.

Detto questo, abbiamo rilevato che in media la svalutazione ha condotto ad una diminuzione sia dei salari reali che della quota salari, che tuttavia non risulta in alcun modo correlata all’andamento del Pil reale. In altre parole, la tesi secondo cui una riduzione dei salari reali, e della quota del prodotto distribuita ai lavoratori, sia necessaria ai fini della ‘ripresa’ della dinamica del prodotto lordo non sembra avere un riscontro empirico negli episodi da noi considerati.

Un’analisi puntuale dei diversi casi tuttavia mostra, come ho già sottolineato, una notevole eterogeneità. Possiamo prendere ad esempio il caso italiano (l’abbandono dello SME nei primi anni ’90) e la crisi argentina. Se nel nostro paese la dinamica di salari reali e quota salari ha subito un forte rallentamento, a fronte di una performance in termini di dinamica del prodotto lordo tutt’altro che entusiasmante, l’Argentina –dopo la forte battuta d’arresto iniziale– ha visto una ripresa sia di salari reali e quota salari che del Pil. Naturalmente, tali differenze dipendono da precise scelte politiche effettuate nei due paesi. La diversa gestione della politica fiscale –penso in particolare alla dinamica degli investimenti pubblici– ha certamente giocato un ruolo molto importante. Ricordiamo anche che se l’Argentina ha scelto di proteggere il potere d’acquisto dei redditi da lavoro, con precise regole sui salari minimi e sul loro adeguamento, in Italia come tutti sappiamo si procedette all’operazione contraria.


2. L’adozione dell’euro per l’Italia è a tutti gli effetti un sistema a cambio fisso. La politica fiscale è anch’essa resa inutilizzabile dalla costruzione europea e dall’euro. Quali sarebbero gli effetti per l’Italia nel caso dovesse uscire dall’euro? A quanto ammonterebbe il pass-through per l’Italia?

Ovviamente non è possibile determinare con precisione quali sarebbero gli effetti di una uscita dall’euro dell’Italia in termini di cost-push inflation: il pass-through dipenderebbe infatti non solo dal nuovo tasso di cambio, ma anche dalla struttura delle importazioni, dal loro peso sul totale dei consumi –sia finali che intermedi– e dall’eventuale cambiamento di tale struttura.

Possiamo farci un’idea circa l’ordine di grandezza dando uno sguardo ad alcune cifre, prendendo come riferimento i dati relativi al 2011 (Fonte: WIOD). In primo luogo, le importazioni rappresentano il 19.42% dei nostri consumi intermedi. Considerando anche gli effetti indiretti –dovuti al fatto che i paesi da cui importiamo utilizzano come input anche merci prodotte in Italia– tale figura scende al 16.59%. La domanda finale invece è composta da beni importati per il 9.32% – sono importate il 10.69% delle merci destinate al consumo privato, l’1.80% del consumo pubblico, il 13.55% degli investimenti in capitale fisso. In totale, le importazioni rappresentano il 14.22% del valore dei nostri consumi totali.

Ovviamente, molto dipenderebbe dalle decisioni circa le modalità e la gestione di una eventuale uscita.

Quel che è certo è che le politiche attuali, ancor più dopo l’insediamento del nuovo Consiglio dei Ministri, non faranno altro che aggravare ulteriormente la situazione. A preoccupare è, dal mio punto di vista, non solo il nuovo titolare del Ministero dell’Economia e Finanze, ma anche quella di un dicastero tanto importante quanto spesso trascurato: lo Sviluppo Economico. Non dimentichiamoci che dovrebbe essere proprio questo Ministero –insieme a quello per le Infrastrutture!– a delineare le politiche industriali. Mi pare dunque che difficilmente la situazione potrebbe essere peggiore.


3. Lei pensa che l’Italia debba uscire dall’euro? E se si in quale modo? Brancaccio ricorda spesso che esistono modi e modi per uscire, modi di destra e modi di sinistra. Una politica votata alle svalutazioni competitive sarebbe auspicabile?

Brancaccio ha assolutamente ragione: un’eventuale uscita potrebbe essere gestita in molti modi, alcuni dei quali condurrebbero ad un disastro, quanto meno per i lavoratori salariati. Osservando la situazione politica italiana, è facile concludere che in questo momento le condizioni per un’uscita ‘a sinistra’ non esistono. Ci ritroviamo infatti a dover constatare quanto segue: quel che resta della sinistra si rifiuta anche solo di contemplare la possibilità che una simile eventualità possa verificarsi, e dunque non si pone il problema di interrogarsi circa le possibili azioni da intraprendere qualora un’implosione dell’eurozona dovesse avere luogo.

Che cosa si intenda per ‘uscita a sinistra’ è stato già ben spiegato dallo stesso Brancaccio: si dovrebbero in primo luogo prendere delle misure a protezione del potere d’acquisto dei salari; in secondo luogo, sarebbe necessario imbrigliare i movimenti di capitali. Un altro punto, tra quelli sollevati da Brancaccio, è a mio avviso cruciale: uscire dall’euro implicherebbe mettere in discussione non solo la moneta, ma anche il mercato comune. Sono consapevole che tale argomento possa apparire oggi demodè, ma qualche forma di protezione delle industrie nazionali sarebbe indispensabile allo scopo di attuare, finalmente, delle politiche industriali – all’interno delle quali il ruolo dello stato dovrebbe essere cruciale, soprattutto nei settori strategici. Dando di nuovo uno sguardo ai dati, il 53.48% delle importazioni intermedie consiste di quattro categorie di prodotti; se i primi due –prodotti minerari ed estrattivi e metalli– sono materie prime, gli altri due –prodotti chimici e strumentazioni ottiche ed elettroniche– potrebbero essere sostituiti da produzioni domestiche. Il medesimo ragionamento vale per gli investimenti in capitale fisso: le importazioni sono costituite per il 92.35% di strumenti ottici ed elettronici, macchinari e mezzi di trasporto. È evidente che le politiche industriali appropriate potrebbero risultare estremamente efficaci.

Per quanto riguarda le svalutazioni competitive, non credo che porterebbero a dei risultati apprezzabili; viceversa, ritengo che potrebbero accentuare gli squilibri che già caratterizzano il sistema produttivo del nostro paese. Non dimentichiamoci che il modello di crescita export led si è già dimostrato non solo impraticabile, ma anche controproducente.


4. Negli ultimi anni è salita alla cronache, grazie anche a due summit molto partecipati organizzati da Paolo Barnard a Rimini, la Modern Money Theory. Il ricercatore Marco Veronese Passarella si è espresso in termini molto positivi nei riguardi della teoria che non propone nulla di particolarmente nuovo, ma unisce diversi approcci eterodossi, spesso dimenticati o peggio trascurati. Cosa pensa di questa teoria, portata avanti con successo da Wray, Mosler, Forstater, Galbraith etc.?

Premetto che non conosco a fondo ogni aspetto della MMT, e posso esprimere dunque solo un parere superficiale. Detto questo, alcune tesi sostenute dalla MMT sono certamente condivisibili – l’endogeneità della moneta, il fatto che il debito pubblico rappresenti un credito per il settore privato, la necessità di avviare un piano per la piena occupazione. Tuttavia, ci sono anche alcuni aspetti che non mi convincono.

In primo luogo, non sono d’accordo sul fatto che i tassi di cambio dovrebbero essere lasciati liberi di fluttuare. In secondo luogo, ritengo che il ruolo dello stato nella definizione delle politiche di pieno impiego dovrebbe essere più pervasivo di quanto delineato, ad esempio, dal “Programma di salvezza economica per il paese”. Come ho già detto, credo che lo stato dovrebbe assumere un ruolo decisivo, e attivo, all’interno del disegno e della implementazione delle politiche industriali, assumendo il controllo diretto dei settori strategici. E così via.

In conclusione, pur concordando sul fatto che le questioni monetarie abbiano grande importanza, credo che sarebbe necessaria una maggiore attenzione agli aspetti più strettamente connessi all’analisi della struttura sistema produttivo e dunque alla pianificazione del cambiamento strutturale. Probabilmente la mia maggiore perplessità riguarda il fatto che la MMT, dal mio punto di vista, tratta alcune di questioni cruciali con eccessiva superficialità.

 

da SINISTRAINRETE – ARCHIVIO DI DOCUMENTI E ARTICOLI PER LA DISCUSSIONE POLITICA NELLA SINISTRA

La televendita (pericolosa) di Renzi

Andrea Fumagalli: La televendita (pericolosa) di Renzi

E la precarietà diventa strutturale. Nulla di nuovo, anzi d’antico nelle “novità” che il primo ministro italiano ha presentato la scorsa settimana in materia di lavoro. Totale liberalizzazione e a-causalità sino a tre anni per il contratto a tempo determinato e per l’apprendistato. In cambio di poche briciole. La Merkel apprezza e sempre più aleggia lo spettro del lavoro gratuito, pardon “volontario”. Presentiamo un’analisi dei provvedimenti della legge delega (non ancora pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale), partendo dalle prime considerazioni pubblicate sul blog di San Precario.

* * * * *

Finalmente, dopo una lunga attesa, sono state rese note le misure che il neo-governo Renzi intende adottare per traghettare l’economia italiana fuori dalle secche della crisi. I provvedimenti principali si dividono in tre parti: interventi a sostegno dei redditi di lavoro e di impresa, interventi sul mercato del lavoro, al fine di renderlo più “appealing”, interventi sugli ammortizzatori sociali.

 

In questi giorni, sui giornali e sulle televisioni, soprattutto all’indomani della televendita di Palazzo Chigi, condita daslides, figure e tabelle, a magnificare le qualità del prodotto, si è elevato un coro di consensi a sancire che finalmente l’”economia svolta”. Che Renzi sia un buon imbonitore e un abile utilizzatore delle pratiche comunicative non ci piove, al punto tale che, con preoccupazione, ci ricorda un altro abile comunicatore, che per 20 anni ha imperversato, con molte complicità “indecenti”, nella politica italiana. Ma ciò non toglie che, al di là della sfavillante superficie, sia necessario e doveroso analizzare la sostanza. E il risultato che emerge è del tutto sconfortante, vecchio e usato.

“1000 euro in più all’anno per chi guadagna meno di 25.000 euro, grazie al taglio di parte del cuneo fiscale”: detta così non sarebbe male. Non molto, 80 euro netti al mese, più dei 12 euro promessi da Letta, ma meglio di niente. Per tutte e tutti? Ovviamente no. La riduzione del cuneo fiscale può essere applicata solo laddove vige un contratto di lavoro dipendente e il taglio risulta massimo laddove il contratto di lavoro è stabile. Ciò significa che i contratti precari dipendenti si dovranno accontentare delle briciole (sicuramente non i 1000 euro promessi) e che tutti coloro che non hanno un contratto di lavoro dipendente sono tagliati fuori: parliamo, non solo dei disoccupati, ma di tutti i lavoratori/trici con contratti di pura subordinazione, Partite Ive, autonomi eterodiretti, ecc. ovvero quasi la metà della forza lavoro italiana. Non è un caso che i sindacati abbiano immediatamente applaudito tale proposta. Il solco tra chi ha un lavoro (solo apparentemente) più stabile in quanto dipendente e chi il lavoro non ce l’ha o è precario tende così ad allargarsi.

“Contratto di lavoro a tempo determinato (CTD) sino a tre anni, con possibilità di rinnovo senza pause e a-causale (per ogni impresa il tetto massimo di utilizzo del CTD senza casuali giustificatrici è infatti il 20%)”. Detto in parole più semplici: possibilità di infinite proroghe per tre anni al contratto di lavoro a tempo determinato. Anche una alla settimana o al mese: di fatto il periodo di prova nel quale si può essere “licenziati” senza preavviso, indennità e alcuna giustificazione viene esteso a tre anni. Peggio che in Spagna, dove almeno la durata minima del CTD è fissata in 6 mesi. Finalmente ci sono riusciti, il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato non è più la regola ma è divenuta l’eccezione in barba anche alle previsioni della Direttiva CEE n. 99/77 che disciplina per l’appunto i contratti a tempo determinato.

Se con la riduzione del cuneo fiscale i precari erano già in parti tagliati fuori, ora sono direttamente mazzolati. La Cgil ci ha messo qualche giorno a capirlo (forse abbagliata dalla televendita?) e adesso esprime qualche perplessità. Meglio tardi che mai. Ma sappiamo come andrà finire, perché è questa la misura principale e l’intendimento della legge delega Renzi: far convergere sul CTD tutte le altre forme di precarietà e rendere la precarietà ancor più strutturale di quella che è già. Assistiamo così ad un peggioramento delle condizioni già  indecenti poste dalla riforma “Fornero” e dal successivo Decreto “Giovannini”. Sulla base di quest’ultime riforme, il CTD c.d. “a-causale” poteva essere rinnovato sino ad un anno.

Ma Renzi si sa è generoso, propone un fondo di 1,7 miliardi per trovare un’occupazione ai giovani entro 4 mesi dalla conclusione degli studi: che tipo di lavoro? Ovviamente uno stage a retribuzione ridicola se non gratuito! Vediamo così realizzarsi a livello nazionale ciò che era stato eccezionalmente anticipato nel contratto di Luglio 2013 per l’Expo di Milano, in cui si fa esplicita richiesta di 18.500 volontari a titolo gratuito!

Riforma degli ammortizzatori sociali: la cassa integrazione in deroga progressivamente sparisce e viene sostituita dal Naspi: un sussidio di disoccupazione selettivo (quindi non universale come falsamente sbandierato)  per tutti coloro che perdono il lavoro (licenziati?), compresi i circa 400mila atipici che oggi sono protetti dalla casa in deroga  e hanno lavorato almeno tre mesi (e chi ha lavorato meno e che ne avrebbe più bisogno, che fa?). La Naspi durerà la metà dei mesi lavorati negli ultimi 4 anni per un massimo di due anni; al massimo sei mesi, invece, per gli atipici (la logica perversa e voluta sembra essere quella che chi ha meno diritti e maggiore precarietà abbia meno possibilità di accedervi). L’entità del sussidio sarà per tutti nell’ordine dei 1.100-1.200 euro mensili all’inizio del periodo di copertura per poi calare fino a 700 euro: la coazione al lavoro e la ricattabilità del bisogno sono quindi assicurate. Si stima che i beneficiari saranno circa1,2 milioni di persone (pari a quelli oggi in cassa in deroga), un numero ben al di sotto dei circa 9,3 milioni di persone sotto la linea di povertà relativa.

Se questi sono i provvedimenti della legge delega (non sono infatti subito operativi per decreto, ma dovranno passare al vaglio del voto parlamentare, alla faccia della promessa rapidità di azione) , non bisogna essere dei geni per capire che non c’è nulla di nuovo, ma che ci si muove nel corso della solita tradizione della politica dei due tempi: prima precarizzare, poi si vedrà.


Cerchiamo di spiegarci meglio
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Significa che dalla fine degli anni Ottanta e si mette a fuoco una  nuova metodologia della politica economica, che si manifesterà concretamente nei decenni a venire (perché, checché se ne creda, in Italia si fa politica economica): una politica economica che possiamo definire, appunto,  dei “due tempi”.  Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto del pensiero neo-liberista, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità) e la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva prendere sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai beni comuni immateriali (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale della mancanza di crescita e dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che sia l’eccessiva rigidità del lavoro a essere la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà la prima responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

Il progetto di Renzi si colloca perfettamente in questa tradizione. Nulla di nuovo sotto il sole, anzi d’antico. E il progetto politico inizia ad apparire assai chiaro. L’obiettivo è rendere strutturale la cd. “trappola della precarietà”, ovvero quella condizione che porta a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria o perché cercare un lavoro stabile costa troppo o perché, in quanto sottoposti al ricatto del bisogno, non è possibile rifiutare richiesta di lavoro indecenti, ovvero sottopagate, a termine e senza diritti. In un contesto in cui  la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, la trappola della precarietà, non più solo nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata inoltre dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull’idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. Oggi, invece, si tratta di un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all’interno, favorendo quelle politiche di dumping sociale, che le politiche di flessibilizzazione (alias precarizzazione) dei vari governi, compreso l’attuale, hanno da sempre perorato e alimentato.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici e economici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un alto livello di precarietà, così come nel periodo fordista non era “conveniente” raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l’attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche. In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme  di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

Renzi non solo conferma questa politica, ma può andare oltre.  Infatti, i provvedimenti chesi vuole varare sono in linea con ciò che era stato eccezionalmente anticipato a Milano nel contratto di luglio 2013 per l’assunzione di 700 lavoratori in vista di Expo2015 (a fronte di una richiesta di 18.500  volontari a titolo gratuito!), ovvero la totale liberalizzazione del CDT. A quando una legge che impone il lavoro volontario e gratuito per tutte/i?

La MayDay 2014 ha un’altra ragione per farsi sentire. E con più forza.

da    SINISTRAINRETE – ARCHIVIO DI DOCUMENTI E ARTICOLI PER LA DISCUSSIONE POLITICA NELLA SINISTRA

Renzi, il pifferaio magico

di  | 29 marzo 2014
Siamo consapevoli che, se passano le “riforme” di Renzi, l’Italia avrà un uomo solo al
comando, cioè lui? Abbiamo capito bene che, con la trasformazione del Senato in un
enteesclusivamente dallaCamera, senza più la garanzia di una seconda lettura che spesso
nella storia repubblicana, ha evitato pericolosi colpi di mano di questo o quel governo?

È chiaro a tutti che, con la nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum) frutto dell’inciucio tra l’ex sindaco e l’ex Caimano, il partito che vince anche per un solo voto avrà un premio di maggioranza da dittatura parlamentare? Stando a tutti i sondaggi, quella supermaggioranza sarà appannaggio del PR, il Partito di Renzi che avrà nel frattempo trasformato il Pd nel proprio scendiletto (già qualcosa si è visto nel voto bulgaro della Direzione di ieri).

Il turbopremier, a quel punto, potrà far votare dalla Camera qualsiasi cosa desideri: dallo stravolgimento della Costituzione alla “creazione di un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali”. Parole contenute nel documento di Libertà e Giustizia sottoscritto da un gruppo di giuristi e intellettuali tra i più autorevoli e indipendenti (da Zagrebelsky a Urbinati, daRodotà a CarlassarePace, Azzariti, SettisDe MonticelliBonsanti) che ha trovato spazio solo sulla prima pagina del nostro giornale. Un silenzio che non può certo sorprendere. Con furbizia fiorentina Renzi sta infatti propinando agli italiani la favola di un taglio netto alla casta dei politici inetti e forchettoni, come se sacrificando gli emolumenti di 315 senatori (mantenendo però le monumentali spese dei relativi uffici) qualcosa potesse cambiare nella voragine dei conti pubblici.

Ma gli italiani, ormai troppo esasperati dalla mala politica, preferiscono credere al pifferaio magico, indifferenti o rassegnati. È difficile andare controvento e pur tuttavia bisogna provarci, perché sono in gioco i fondamenti della nostra democrazia. Possibile che nel Pd e nella sinistra abbiano tutti portato il cervello all’ammasso? Come disse il presidente Scalfaro nel 2006guidando il fronte del No al referendum che cancellò la controriforma di Berlusconi: “Meglio perdere in piedi che vincere in ginocchio”.

 

 

Riforme, il ‘lasciatemi lavorare’ di Matteo Renzi

di  | 1 aprile 2014

Dice Matteo Renzi ad Aldo Cazzullo del Corriere: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su
Rodotà o su Zagrebelsky”. Dirà il lettore del Corriere: perché, che c’entrano Rodotà e
 Zagrebelsky? IlCorriere infatti, come tutti i giornaloni, si è dimenticato di informare i
cittadini
che da una settimana Rodotà, Zagrebelsky e altri intellettuali hanno firmato un appello di
 ‘Libertà e Giustizia’ contro la “svolta autoritaria” delle riforme costituzionali targate
Renzusconi. Stampa e tv ne hanno parlato solo ieri, e solo perché Grillo e Casaleggio (molto
opportunamente) hanno aderito all’appello.

 

In ogni caso Renzi, che è pure laureato in Legge, dovrebbe sapere che la Costituzione su cui ha giurato non prevede la dittatura del premier: cioè il modello mostruoso che esce dal combinato disposto dell’Italicum, della controriforma del Senato e del premierato forte chiesto a gran voce dal suo partner ricostituente privilegiato (Forza Italia). All’autorevole parere dei “professoroni o presunti tali”, Renzi oppone “il Paese” che “ha voglia di cambiare”, dunque è con lui. Quindi, per favore, lasciamolo lavorare.

Grasso dissente dalla riforma del Senato? “Si ricordi che è stato eletto dal Pd”, rammenta la Serracchiani con un messaggio mafiosetto che presuppone un inesistente vincolo di mandato (o il Pd lo contesta solo se lo invoca Grillo?). Grasso tradisce la sua “terzietà”, rincara Renzi, confondendo terzietà con ignavia: come se il presidente del Senato non avesse il diritto di commentare la riforma del Senato. E aggiunge: “Se Pera o Schifani avessero fatto così, avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato”. Ora, i girotondi nacquero per difendere la Costituzione dagli assalti berlusconiani: dunque è più probabile che oggi sarebbero in piazza se B. facesse da solo quel che fa Renzi con lui.

Ma, visto che c’è di mezzo il Pd, anche i giornali di sinistra tacciono e acconsentono. E gli elettori restano ignari di tutto. Quanto poi al “Paese”: Renzi dimentica che nessuno l’ha mai eletto (se non a presidente di provincia e a sindaco) e il suo governo si regge su un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta e su una maggioranza finta, drogata dal premio incostituzionale delPorcellum. Altrimenti non avrebbe la fiducia né alla Camera né al Senato. Eppure pretende di arrivare a fine legislatura e financo di cambiare la Costituzione: ma con quale mandato popolare, visto che nel 2013 nessun partito della maggioranza aveva nel programma elettorale queste “riforme”?

Su un punto il premier ha ragione: la gente vuole cambiare. Ma cosa? E per fare cosa? Davvero Renzi incontra per strada milioni di persone ansiose di trasformare il Senato nell’ennesimo ente inutile, undopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (perlopiù inquisiti)? Davvero la “gente” gli chiede a gran voce di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che consentirà ai partiti di continuare a nominarsi i parlamentari come prima? Se la “gente” sapesse cosa c’è nelle “riforme”, le passerebbe la voglia di cambiare.

Prendiamo l’Italicum, approvato a Montecitorio e già rinnegato dai partiti che l’hanno votato (peraltro solo per la Camera). Pare scritto da uno squilibrato. A parte le liste bloccate, le variopinte soglie di accesso (4,5, 8 e 12%), e i candidati presentabili in 8 collegi, c’è il delirio del premio di maggioranza: chi vince al primo turno col 37% dei voti prende 340 deputati; chi vince al ballottaggio col 51% o più, ne prende solo 327 e governa con uno scarto di 6 voti. Cioè non governa. Ma levàtegli il vino.

Prendiamo il nuovo “Senato delle autonomie”. Sarà composto da 148 membri non elettivi e non pagati: i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione, due consiglieri regionali e due sindaci per regione (senza distinzioni fra Val d’Aosta e Lombardia, Molise ed Emilia Romagna, regioni ordinarie e a statuto speciale), più 21 personaggi nominati dal Quirinale.

Con quali poteri? Niente più fiducia ai governi né seconda lettura sulle leggi: il Senato però voterà ancora sulle leggi costituzionali, sul capo dello Stato, sui membri del Csm e della Consulta (ma con quale legittimità democratica, visto che non sarà eletto?), ed esprimerà un parere non vincolante su ogni legge ordinaria votata dalla Camera. Ma come faranno i governatori, i sindaci e i consiglieri a fare il proprio lavoro nelle regioni e nelle città e contemporaneamente a esaminare a Roma ogni legge della Camera? Renzi racconta che la riforma farà risparmiare tempo e denaro. Mah. Sul tempo: le peggiori porcate, come il lodo Alfano, sono passate in meno di un mese. E chi l’ha detto che all’Italia servono più leggi? Ne abbiamo almeno 350 mila, spesso pessime o in contraddizione fra loro. Andrebbero ridotte e accorpate, non aumentate.

Quanto al denaro, lo strombazzato risparmio di 1 miliardo all’anno in realtà non arriva a 100 milioni: la struttura resterà in piedi, spariranno solo i 315 stipendi (ma bisognerà rimborsare le trasferte dei nuovi membri). Perché non dimezzare il numero e le indennità dei parlamentari, conservando due Camere elettive con compiti diversi (tipo Usa) e con 315 deputati e 117 senatori pagati la metà, risparmiando più di 1 miliardo (vero)? Da qualunque parte la si prenda, anche questa “riforma” non ha senso, se non quello di raccontare che “le cose cambiano”. Cavalcando il discredito delle istituzioni, Renzi ne approfitta per distruggerle definitivamente. Forse era meglio giurare su Zagrebelsky e Rodotà, anziché su Berlusconi e Verdini.

PS. Napolitano fa sapere di essere “da tempo contrario al bicameralismo paritario”. E quando, di grazia? Quando presiedeva la Camera? Quando fu nominato da Ciampi senatore a vita? Quando fu eletto e rieletto al Colle da Camera e Senato? O quando nominò 5 senatori a vita? Ci dica, ci dica.

Il Fatto Quotidiano, 1 Aprile 2014

 

 

FRANCIA, TRIONFO DEGLI ANTI EURO DI LE PEN…

Elezioni Francia, Le Pen: “Nelle nostre città sicurezza, stop a clientele e giù le tasse

E’ un vero peccato che il volere sfuggire dai lacci e lacciuoli impostici dall!Europa germanizzata, (questa volta con l’arma economica- finanziaria della Merkel e non più con i carri armati hitleriani!sia insozzata dall’adesione di una destra fuori dalla storia e della civiltà!…

Non vorremmo che il contagio di questa infetta destra inducesse le persone di buon senso ad accomunarci ad essa, magari con la famosa frase secondo cui il rimedio sarebbe peggiore della malattia!

Poichè il valore della moneta, senza la preziosità dell’oro, non è più un valore creditizio, ma un valore convenzionale, non c’è più alcuna ragione che venga ancora emessa da una Banca Centrale che, prestandola la addebita, andando ad accrescere il Debito Pubblico dell’Italia!…..

Viceversa, se lo Stato in forza della sua Sovranità Monetaria provvedesse direttamente a stamparsi il denaro, la sua messa in circolazione non andrebbe ad accrescere il Debito Pubblico semmai lo diminuirebbe, esattamente nella misura della conseguente proporzionale inflazione!….

Adesso con una moneta straniera come l’Euro, ogni qualvolta che la BCE stampa miliardi di Euro per darli alle banche amiche non può sottrarsi alla relativa inevitabile inflazione, solo che noi in Italia non ne traiamo alcun beneficio!….

Tuttavia, noi “ben pensanti antifascisti”, che auspichiamo l’uscita dall’Euro EURO, imbarazzati dalla stessa presa di posizione da parte di Marine Le Pen, abbiamo reagito duramente, ma per onestà intellettuale non potevamo esimerci dal farvi vedere questo video ed ascoltarne i suoi contenuti.

 


UNA PREZIOSA TESTIMONIANZA…SU CUI RIFLETTERE

UNA PREZIOSA TESTIMONIANZA…SU CUI RIFLETTERE….         …E VALORIZZARE

  Mario e’ un artista calabrese trasferitosivivere alle Canarie.                                                   Si auto-definisce un gitano del mondo, e insieme ad un altro amico artista porta avanti un     suo progetto con esposizioni che vanno dal nord Italia fino alla Spagna.                                  Lo abbiamo intervistato per farci raccontare un po’ della sua vita al sole delle Canarie.

Ciao Mario parlaci brevemente di te.

Ciao a tutti, sono un ragazzo 31enne calabrese, di Paola esattamente.                         Laureato in Scienze geologiche, Vigile del Fuoco precario da 10 anni e artista “per caso” da alcuni anni.                                                                                                                                     Mi sono sempre definito un “gitano” del mondo.                                                                          E’ dal 2008 che non ho fissa dimora, avendo vissuto per lunghi periodi a SevillaMilanoRoma e ora Las Palmas de Gran Canaria.                                                   Amo viaggiare, conoscere nuove culture, fare nuove amicizie, condividendo tutto ciò che si può. Amo l’Arte, la fotografia in particolare, e questo mi ha portato ad iniziare un progetto artistico a 4 mani insieme ad un altro artista Paolano in crescita sul palcoscenico artistico nazionale.

Cosa ti ha spinto a partire ?

Semplicemente potrei risponderti perché amo viaggiare. Ma in realtà non è solo questo. Spesso non mi domando cosa mi spinge a partire ma cosa mi spinge a non restare nella mia terra.                                                                                                                                            Amo la Calabria e soprattutto il mio paese, ma anche quest’ultimo non è altro che lo specchio fedele dell’andamento politico e sociale della Nazione intera.                           Reputo la Calabria tra le più belle regioni italiane, una terra che potrebbe vivere solo di turismo ma che purtroppo si limita, come usiamo dire spesso dalle nostre parti, a TIRARE AVANTI!                                                                                                                                            Se di tutto questo qualcuno ha colpa? Credo di si.                                                                     La prima colpa è proprio di noi cittadini seguiti da quelle amministrazioni comunali , regionali e nazionali che ben pensano di darti sconforto e scoraggio ancor prima che tu possa, solo ideologicamente, creare un qualcosa di fertile per la tua e per le generazioni future.                                                                                                                                          Così ho preferito partire, certo che dal punto di vista politico avrei trovato (più o meno) lo stesso sfasciume italiano ma sicuro di trovare a livello sociale e organizzativo qualcosa che in Italia da tanto tempo ci sfugge.

Raccontaci qualcosa del posto in cui vivi e del tuo primo impatto con la nuova realtà.

Sono nato ed ho vissuto gran parte della mia vita al SUD, tra la montagna e il mare, tra il sole e il calore delle persone,

mario2 183x300 Arte, mare, viaggi .. e .. vivere alle Canarie   La storia di Mario.

quale posto migliore di un’isola dove il clima ha la media annuale di 24°?                               In realtà non cambierei Sevilla con nessun’altra città europea.                                         Ma Las Palmas ha il mare! Io credo che chiunque sia nato “a mare” ,quando lascia il proprio paese, l’unica cosa di cui sente realmente la mancanza è proprio di questo.                      Gran Canaria è una gran bella isola di 900mila abitanti circa, in continua espansione, definita anche “Il continente in miniatura” sia per il clima (le “isole della primavera”, temperature che oscillano tra i 18° invernali e i 30° estivi) sia per gli svariati paesaggi che è possibile trovare.                                                                                                                             Le persone sono molto simili a quelle del Sud Italia, gentili, cortesi, disponibili anche se non sono molto propensi subito a nuove amicizie, ma visto il mio carattere non ho trovato molta difficoltà nel farmi nuovi amici e trascorrere gran parte del tempo con loro.                             Il costo della vita è relativamente basso tanto quanto la tassazione statale, dal mercato comunale con 5 euro riesco a tornare a casa con una busta piena di frutta e verdura! All’inizio le uniche paure, come credo tutti, siano non sapere a cosa andrai incontro, a chi conoscereai, con chi vivrai…ma soprattutto se ti troverai bene. Io queste paure, fortunatamente, le ho sconfitte già il giorno dopo essere arrivato.                                              E poi, parliamoci chiaro, quando vivi in una città con il sole eterno è difficile temere di non vivere bene. Il sole in sé cambia l’umore delle persone, le rende più allegre, più disponibili, più sociali….il Sole è una cura….pensalo unito al mare :D!                                                         Ho avuto anche la fortuna di trovare casa e vivere nel centro della Città, nel mezzo tra la Spiaggia di Las Canteras a 300 mt e il Porto dall’altro lato a 400mt circa. Vivo con ragazzi e ragazze di varie nazionalità, siamo 5 in tutto, io, un ragazzo inglese, una ragazza spagnola, una ragazza tedesca e, ultima arrivata, una paesana di Reggio Calabria. Sono delle persone eccezionali e la cosa che più amo, nonostante viva in un luogo spagnolo, è che dentro casa si parla per di più la lingua Inglese. Sono arrivato qui che la mia ignoranza Inglese si limitava a What’s your name e How old are you ed oggi mi ritrovo a saper dire anche: Do you want cafè?…Scherzi a parte, l’apprendimento sull’inglese aumenta a dismisura giorno dopo giorno.

Che lavoro fai? Se svolgevi lo stesso lavoro in Italia quali sono le maggiori differenze?

In realtà non sono venuto qui per cercare lavoro ma per vedere se c’è la possibilità di crearne uno mio visto il gran turismo che ha Gran Canaria, circa 3 milioni di turisti tutto l’anno, soprattutto Inglesi e Tedeschi.                                                                         Attualmente, oltre ad informarmi bene sull’isola, conoscere il potenziale guadagno derivante dal turismo, i costi reali e la burocrazia mi dedico all’insegnamento privato della lingua Italiana e alla cucina.                                                                                                                     Ho pensato tempo fa di mettere alcuni annunci su varie pagine internet, dove mi offrivo ad impartire lezioni d’Italiano in cambio di soldi o intercambio con altre materie di mio interesse, tipo intercambio italiano-inglese, o italiano-surf, o italiano-subacquea; insomma, una sorta di baratto.                                                                                                                        E un altro annuncio dove mi rendevo disponibile a cucinare italiano in casa di privati.        Ho dovuto inventarmi qualcosa!!!!      E, ad oggi, ho alcuni “alunni” che presto andranno d’Erasmus in Italia e che quindi vogliono imparare a comunicare in Italiano (la prima lezione non sono stato altro che i gesti e qualche brutta parola. E’ inevitabile! le prime cose che si insegnano in lingua sono le parolacce! :D) Quindi se vi capiterà di incontrare qualche canario che vi manderà a quel paese senza apparente motivo, sapete già con chi prendervela!                                                                                                                                  Per quanto riguarda l’annuncio di cucina ho qualche cliente che è già diventato fisso…non fesso! Sò de bocca bbona! In Italia ho svolto per 10 anni il mestiere di Vigile del Fuoco precario, vincitore di concorso, scartato alle visite mediche per essere non idoneo al servizio permanente ma idoneo per quello precario; in poche parole buono per lavorare 160 gg l’anno e non per 365…le solite incoerenze italiane!                                                             Inoltre, ho avuto modo di conoscere molti Bomberos e di trascorrere giornate con loro in caserma e credetemi….le condizioni lavorative e di guadagno dei Vigili del Fuoco qui non hanno nulla a che vedere con quelle dei pompieri italiani….a tratti mi vergognavo anche a parlarne!                                                                                                                   Comunque….inoltre in Italia ho iniziato un buon progetto artistico con Fabrizio, pittore paolano in crescita. Il nostro progetto è un connubio tra pittura e fotografia, cercando di spiegare l’astratto come parte della realtà, come ciò che ci circonda e che non riusciamo a decifrare.                                                                                                                                 Questo progetto, dal nome Marbaf  (è possibile vedere le opere suwww.marbaf.com), attualmente ci stà dando tante soddisfazioni avendo avuto la possibilità di esporre a Milano, Roma, Firenze, Messina, Torino, Sevilla, ed io, da qui, riesco anche a continuare questo progetto in cui ,sia io che Fabrizio, crediamo fortemente.                                                            E questo amore per l’arte ha fatto sì che aprissimo un piccolo Spazio artistico a Paola dal nome CAP 87027 insieme ad altri due artisti, che reputo eccezionali, che sono Gabriele e Clemente. Ed è grazie soprattutto a loro 3 che lo spazio vive giorno dopo giorno.

Com’è la situazione economica?

Non mi iteresso dell’economia del Paese ma solo di quella delle mie tasche, e ad oggi non è male. Per quello che vivo e per quello che vengo a conoscenza, il costo della vita è relativamente basso rispetto a quello Italiano.                                                                       Tutto il mondo è paese, anche qui non sono molto soddisfatti di molti cose, soprattutto della politica, ma le Canarie orami sono una meta molto ambita dagli europei, chiamiamole le Seychelles low-cost!                                                                                                               Vigila il giusto compromesso tra qualità e costo della vita. Le Canarie sono isole a statuto speciale, dove la benzina costa 1 euro circa, l’iva è al 7% e la tassazione statale intorno al 4% se non erro, sono considerate isole periferiche d’Europa vista la locazione e usufruiscono di maggiori vantaggi e agevolazioni. La pasta si, quella costa un botto, ma per il resto la pressione fiscale rispetto l’Italia è bassissima. Ad esempio, io, tra affitto, tasse, spesa e cavolate varie spendo intorno le 500 euro mensili.

E la vita sociale?

Rispetto al Sud Italia qui è leggermente più difficile riuscire a farti subito amico qualcuno. Sono cortesi, disponibili, gentili…ma sull’amicizia ci vanno cauti.                                             Ma basta poco e un po’ di fiducia e si prosegue alla grande.                                                     La vita sociale è circa la stessa dell’Italia, con l’unica differenza che appena hai dieci minuti di tempo puoi andare a mare, in qualsiasi periodo dell’anno, a prendere il sole.             Inoltre la maggior parte pranza e/o cena nei vari locali della zona, che non sono per nulla cari, anzi!

Quali differenze trovi con l’Italia?

Per mia natura sono abbastanza critico sull’Italia.                                                                         Una nazione buttata allo sfasciume più totale, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri   sempre più poveri.                                                                                                                L’italia è una nazione “abituata”!  Sì, a noi và bene sempre tutto, anche se le cose non  vanno come dovrebbero prima o poi ci abitueremo.                                                              Sono critico con gran parte dei miei concittadini, soprattutto quelli che ancora oggi  sventolano bandiere di partito, che si fanno tessere partitiche e che soprattutto parlano  ancora di destra e sinistra.                                                                                                      Basta! Non esiste più ideologia politica, l’ideologia è il denaro!                                             Qui, ripeto, non è tutto rose e fiori ma ancora c’è gente che riesce ad incazzarsi, a ribellarsi e a farsi sentire.                                                                                                                               Per quanto riguarda il resto è più organizzata, anche nei servizi. E’ una terra che punta tutto sul turismo, e avendo capito quanto il turismo sia importante per la propria economia, fanno di tutto per rendere ogni giorno la città più pulita, più organizzata. Pensa, ogni mattina ci sono gli addetti del comune che spianano la spiaggia, lavano le ringhiere, curano le aiuole, puliscono gli spazi, disinfettano le strade, aggiustano ciò che è rotto, etc etc etc..                   La Calabria, ma in generale l’Italia, ancora non è riuscita ad arrivare a questo stadio.       Siamo una terra che dovrebbe vivere solo di turismo e che puntualmente ci lasciamo sfuggire questa opportunità…a volte mi chiedo se noi davvero siamo in Terzo Mondo, eppure la nostra è la famosa Terra dov’è nata prima la cultura e poi la nazione!                                   E per tutti quelli che mi chiedono: sei incazzato dell’Italia? Oh, si! Certo che sono incazzato!

Hai intenzioni di vivere per sempre all’estero? Perchè?

Sinceramente non so dirti se ho intenzione di vivere per sempre all’estero e neanche dirti se resterò ancora qui a lungo.                                                                                                 Preferirei di gran lunga vivere nella nazione in cui sono venuto al mondo ma, ad oggi, non è possibile!                                                                                                                                     Non te lo permette, non ti è permesso di vivere con dignità perché ormai anche questa ti è stata rubata.                                                                                                                     Ricordando il film “la meglio gioventù” mi viene in mente quando il professore consigliò al suo alunno: “Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire”.                                                                                                     Come dargli torto?
9. Cosa ha l’Italia che la Spagna non ha, e cosa ha la Spagna che l’Italia non ha
Io penso che l’Italia ha tutto ciò che non ha la Spagna e neanche il mondo intero.             Tutte le nazioni vorrebbero avere qualcosa dell’Italia, l’arte, la cultura, la bellezza…meno che la mala organizzazione, la mala giustizia e i cattivi servizi.                                                   Prova a domandare a qualcuno dell’estero dove vorrebbe andare a vivere? In molti sceglierebbero l’Italia. Perché parliamoci chiaro: L’ITALIA E’ UNICA, L’ITALIA è BELLA!             Ma se l’Italia non cambia, se noi italiani non siamo i primi a cambiare il nostro modo di pensare, di agire, se non siamo noi cittadini a cambiare le sorti del nostro Paese, continueremo ad essere noi stessi i primi a parlare male dell’Italia e a lasciarla.            Proprio come sto facendo io adesso!
10. Cosa ti manca di più dell’Italia?
Per quanto possa sembrare strano ciò che mi manca dell’Italia è l’Italia stessa! I miei amici, la famiglia, mia nipote, la mia Paola. Perché per me ognuno di loro è l’Italia intera.

Che consiglio daresti a chi vorrebbe trasferirsi all’estero , magari in Spagna?

Io l’unico consiglio che posso dare è che se solo hanno la minima possibilità di poter viaggiare e conoscere nuovi posti e nuove culture, devono farlo subito, senza esitare. Conoscere com’è la situazioni nel resto del globo, trovarne le differenze, cercare ideologie per il cambiamento.                                                                                                                   Solo così, credo, si può aiutare se stessi a migliorare, e perché no anche a migliorare la propria terra.                                                                                                                               Non devi mai fidarti di chi ti parla bene di un qualcosa se non sei tu il primo a viverlo e a fartene una tua idea.                                                                                                         Conoscere nuove culture, nuove lingue, nuove cucine, nuovi modi e nuove usanze ti arricchiscono la vita in meglio.                                                                                               Ultimo consiglio agli italiani che decidono di lasciare l’Italia, una volta fuori evitate di andare a vivere o uscire con italiani, finirete per non apprendere nessuna lingua e a rafforzare la sola cultura di cui si è in possesso, arrivando, come sempre, a finirla a“taradduzzi & vino”!

Potete seguire le opere di Mario sul suo sito Marbaf.

 

QUANDO LE PAROLE…

QUANDO LE PAROLE..

Marco Carrai, 38 anni, presidente di AdF, la società che gestisce gli aereoporti di FirenzeMarco Carrai, 38 anni, presidente di AdF, la società che gestisce gli aereoporti di Firenze
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Per trentaquattro mesi, l’ex sindaco Matteo Renzi ha vissuto in unappartamento al quinto piano di via degli Alfani 8, a due passi da Palazzo Vecchio. A pagare l’affitto, dal 14 marzo 2011 al 22 gennaio scorso, è stato l’imprenditore Marco Carrai (38 anni), fidato consigliere e migliore amico del premier. E adesso la Procura di Firenze, in seguito ad un esposto ricevuto nei giorni scorsi, ha aperto un fascicolo per fare chiarezza sui rapporti tra l’ex sindaco (oggi premier) e l’imprenditore fiorentino e per verificare se quest’ultimo abbia ottenuto favori in cambio. Si tratta di un fascicolo esplorativo: al momento non ci sono né indagati, né sono formulate ipotesi di reato. Il procuratore aggiunto Giuliano Giambartolomei, che dal 27 ottobre regge la Procura dopo il pensionamento di Giuseppe Quattrocchi, affiderà le indagini a un pm per accertare che non sia stato danneggiato l’interesse pubblico.

In quell’appartamento l’ex sindaco aveva trasferito la sua residenza da Pontassieve (paese a 20 chilometri da piazza Signoria, dove abitano la moglie Agnese e i tre figli) per seguire da vicino il governo di Palazzo Vecchio e, soprattutto, per votare nella città che amministrava. In quell’abitazione di cinque vani, con vista sulla città, il sindaco si riposava tra un impegno e l’altro. A pagare l’affitto, come rivelato da Libero nei giorni scorsi, (prima 900 e poi 1.200 euro al mese) non era però l’ex Rottamatore, bensì Carrai, che ha guidato in passato un’importante partecipata di Palazzo Vecchio come la Firenze Parcheggi e adesso è presidente di Adf, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze (di cui sempre il Comune detiene una quota). Carrai è anche un imprenditore che investe su diversi fronti. Tra questi anche quello della tecnologia applicata alla fruizione dei beni culturali. Carrai, con una delle aziende di cui è socio, la C&T Crossmedia, si è aggiudicato l’anno scorso dal Comune l’organizzazione di un servizio per visitare Palazzo Vecchio con la guida di un tablet interattivo. Per ogni dispositivo noleggiato dai turisti, la C&T riceve una percentuale.

Dopo aver duellato per giorni con il direttore Maurizio Belpietro, minacciando anche querele, alla fine Carrai ha inviato a Libero la copia del contratto di affitto dell’appartamento di via degli Alfani 8, che il quotidiano ha pubblicato ieri. Il proprietario dell’immobile è Alessandro Dini, consigliere d’amministrazione della Rototype, il cui sito internet è stato curato dalla Dotmedia, l’agenzia di comunicazione di cui è socio anche il cognato di Renzi. Fino al gennaio 2011, prima di trasferirsi nella casa pagata dall’imprenditore, l’allora sindaco aveva affittato (a proprie spese) una mansarda dietro Palazzo Vecchio, salvo poi recedere dal contratto perché con lo stipendio da sindaco non riusciva a sostenere i circa mille euro mensili di locazione.

A tenere puntati i riflettori su Carrai è da qualche giorno la polemica della sinistra fiorentina sulla mostra che nelle prossime settimane vedrà protagoniste a Palazzo Vecchio le opere di Jackson Pollock e Michelangelo. Per l’esposizione, una delle più attese degli ultimi tempi a Firenze, l’amministrazione pagherà agli organizzatori 375 mila euro. Una dei due curatori è Francesca Campana Comparini, 26 anni, laureata in filosofia, che a settembre sposerà Carrai nella basilica di San Miniato al Monte.

 

 

 

RENZIE…

SE QUESTO E’ IL NUOVO, ALLORA…

Non siamo più sereni.SE

Adesso #Renzirispondi

Da Palazzo Chigi ancora nessun segnale sugli interrogativi sollevati da «Libero». E la grande stampa continua a ignorare il problema

18 Marzo “2014

In genere, quello che Beppe Grillo posta sulla rete nel giro di pochi minuti viene ripreso dai principali siti di informazione.

Nonostante non sieda in Parlamento, l’ex comico è pur sempre il leader di un movimento che alle ultime elezioni ha preso il 25 per cento e che ad oggi, nonostante alcuni errori, viene ancora accreditato del 20 per cento dei consensi.

Dunque i suoi sospiri sono materia d’articolo per riflesso condizionato. Sempre o quasi sempre. Fa eccezione l’ultimo suo intervento, quello rilasciato nella mattinata di ieri e riguardante Renzi.

Che cosa ha scritto Grillo per meritare la congiura del silenzio attorno alle sue parole? Semplice, si è permesso di parlare dell’abitazione fiorentina in cui l’attuale presidente del Consiglio aveva tempo fa trasferito la propria residenza.

Di che si tratta? I lettori di Libero conoscono la storia, ma ad uso e consumo di chi non compra il giornale ogni giorno la riassumiamo per sommi capi.

Tutto inizia la scorsa settimana, quando il nostro Giacomo Amadori scrive un articolo dedicato all’abitazione che il sindaco di Firenze ha usato dal marzo 2011 fino a pochi mesi fa.

Un attico di cinque vani in pieno centro, a poca distanza da Palazzo Vecchio, in cui il Rottamatore ha tenuto fino a gennaio scorso la propria residenza, nonostante abbia casa a pochi chilometri.

Amadori si interroga sui perché dello strano trasferimento e soprattutto chi avesse preso in affitto l’alloggio. Il giorno dopo risponde un imprenditore molto amico di Matteo Renzi, tal Marco Carrai, il quale senza giri di parole, ma minacciando da subito querele, spiega che il contratto di locazione lo ha sottoscritto lui e poi ha deciso di ospitare il sindaco.

Perché un uomo dai molti affari come Carrai stipula un contratto d’affitto pur avendo la residenza altrove e poi dà la casa a quello che di lì a qualche anno sarebbe diventato il presidente del Consiglio? È opportuno che l’amministratore di una società partecipata dal Comune paghi l’affitto a chi quel Comune lo guida? Domande semplici e soprattutto legittime, considerato che Carrai è anche azionista di una società che senza gara d’appalto ha ottenuto l’incarico di gestire i musei del capoluogo toscano.

Ai nostri interrogativi Carrai replica una seconda volta, rincarando la dose e cioè minacciando di adire le vie legali se insistiamo a chiedere conto di quella storia, aggiungendo di non voler in alcun modo aderire alle nostre richieste di chiarimenti. È per questo che venerdì, presa carta e penna (anche se le penne non si usano più e anzi sembrano appartenere a un’era geologica molto antica), abbiamo deciso di rivolgerci direttamente a lui, cioè al premier. Molto umilmente, considerata la mole di lavoro di cui si è fatto carico (viaggi all’estero per trattare con alcuni dei più importanti capi di Stato come ad esempio Hollande e Merkel), a Renzi abbiamo chiesto in una lettera aperta di chiarirci i misteri di via degli Alfani e soprattutto di spendere qualche parola a proposito dell’opportunità che un imprenditore nominato in una società partecipata pagasse il suo affitto di casa.

Il giorno dopo il presidente del Consiglio non ha trovato tempo di chiarire e c’è da capirlo: l’incontro con l’inquilino dell’Eliseo deve averlo fiaccato. Dunque da Palazzo Chigi sabato non è arrivato alcun segnale. Ma se il giorno dell’incontro con il presidente francese non era quello giusto per rispondere a quegli scocciatori di Libero, ci saremmo aspettati che almeno la domenica il premier rompesse il riserbo e ci illuminasse, mostrando il contratto d’affitto.

E invece no, anche la giornata di domenica è volata via nel silenzio. Oddio, proprio nel silenzio no, perché Renzi non ha santificato la festa ma si è lasciato sfuggire un’intervista al Tg5 e però alla questione casa-affitto non fatto alcun cenno. Bocca cucita anche lunedì, giorno santificato alla Merkel. Il presidente del Consiglio non ha trovato tempo per chiarire come mai per tre anni ha avuto la residenza in una casa pagata da Marco Carrai, imprenditore a capo di Firenze parcheggi.

Vista la strana ritrosia a rispondere alla nostre domande, Beppe Grillo ha però deciso di ritornare sulla questione, mettendo in rete non solo alcuni brani dell’articolo pubblicato da Libero, ma anche di lanciare l’hashtag #Renzirispondi. Che dopo #Enricostaisereno rischia di essere il prossimo tormentone. Quanti gli chiederanno di rispondere? E, soprattutto, quando si deciderà a farlo? 

PS. Su alcuni cosiddetti siti d’informazione la richiesta di chiarimenti rilanciata da Grillo ieri non ha trovato spazio. In compenso gli stessi siti hanno avuto lo spazio per occuparsi del cappotto di Renzi. Ovvio, no? Se uno si abbottona male il pastrano la notizia è da prima pagina, se sta abbottonato sull’affitto di casa la notizia invece non va in pagina. E poi la chiamano stampa.

https://www.youtube.com/watch?v=tKN422jpVjA

Uscire dall’euro? Per andare dove?

Gli economisti di regime, con la puzza sotto il naso, scendiletto dei marpioni della finanza mondiale del Bilderberg, Commissione Trilaterale, Illuminati vari e sette massoniche, con dichiarata ironia, pongono questa domanda:

Uscire dall’euro? Per andare dove?

Certamente non in una Europa germanizzata, ma verso lidi accoglienti, in salvo e lontano dai marosi del default!

Uscire dall’Euro, riappropriarci della nostra Sovranità Monetaria, decidere autonomamente la nostra politica monetaria ed economica, affrancarsi dal ricatto speculativo delle banche, non dovere mai più elemosinare il denaro, stampandolo direttamente, riconvertire il Debito Pubblico nella moneta nazionale e, finalmente, mettere al riparo il nostro Paese dalle truffaldine manovre che avrebbero voluto indirizzarci verso l’abisso!…

Tra l’altro, l’esercizio della propria Sovranità Monetaria offre molti vantaggi, tra i quali l’inflazione che si crea con l’emissione di danaro!.….Questa, infatti, riduce l’entità del Debito Pubblico nella sua stessa identica proporzione, creatasi con l’emissione. Inoltre, Se questo denaro venisse utilizzato per “riscattare” i titoli in scadenza, il Debito Pubblico diminuirebbe ulteriormente tanto quanto i titoli di Stato “non rinnovati” e quindi pagati ai rispettivi POSSESSORI!…

Quanto al default ed alla nostra presunta fragilità economica, inventate per spogliarci della nostra enorme inestimabile ricchezza, del valore di svariate miniere d’oro,…. va ricordato che l’Italia, possedendo quasi il 90% di tutti i BENI CULTURALI del mondo, non soggetti ad inflazioni e della consistenza di svariate decine di migliaia di miliardi, rivendica una posizione egemonica in forza di una solidissima solvibilità, tale da far considerare risibile l’entità del suo attuale Debito Pubblico, ammontante a soli duemila miliardi circa!

Premesso che “a pensar male a volte ci si azzecca” ……e considerato che le potentissime indistruttibili FED, BCE e le altre Banche Centrali, agendo in regime di monopolio, possono stamparsi tutto il denaro che vogliono,………ci si chiede se i loro autorevoli referenti non abbiano messo gli occhi da predatori per ghermire I BENI CULTURALI dell’Italia, con tutte le preziosissime inestimabili Opere d’Arte in essi contenute !….

In effetti, valendo molto più dell’oro, in prospettiva presente e futura, I BENI CULTURALI dell’Italia costituirebbero il migliore bene di rifugio in assoluto, assai più sicuro dei loro sporchi denari che – nella evenienza di imprevedibili avvenimenti! – potrebbero andare fuori corso o ritornare ad essere carta straccia!

Le patetiche manfrine degli economisti di regime: spread che sale e scende a comando, bolla dei mutui subprime, debito sovrano e tutte le altre incomprensibili menate tecniche, sembrerebbero dei disperati tentativi per confondere la gente comune, fare sprofondare l’Italia nel disastro più totale ed impossessarsi a mo di rapina dei BENI CULTURALI, che costituiscono la grande ricchezza del Paese!…

 

Euro, questo sconosciuto

E’ stato ideato all’inizio degli anni quaranta del secolo scorso da Francois Perreaux, un economista francese in odore di nazismo

 

Alan Parguez: l’euro creato per azzopparci, ecco come e perché.

critto il 12/10/12

In questo mio contributo dedicato ai coraggiosi esponenti della Modern Money Theory in Italia, intendo enfatizzare la straordinaria natura della crisi dell’eurozona.Siamo al termine di un modo di produrre, del capitalismo dinamico inteso in termini marxiani.

È la regressione verso un sistema parassitario e decadente, un’economia di puri “rentier” che si alimentano attraverso le banche e le altre istituzioni finanziarie che estraggono risorse dall’economia reale grazie alle permanenti politiche di deflazione applicate dagli Stati.

Una regressione simile appare ovvia nel momento in cui si osservano i livelli di disoccupazione in Europa, in particolare in Francia, Belgio e Olanda.

Per esempio, in Olanda la disoccupazione effettiva eccede il 50, 60% della forza lavoro! Questo condurrà al drammatico collasso dei redditi anche per chi ancora gode di un normale lavoro, dato che il settore privato ha solo una regola: sbarazzarsi del lavoro mentre lo Stato si è trasformato nel disoccupatore di ultima istanza.

Nel frattempo, l’inflazione effettiva è ben oltre il controllo della Bce (7 o 8%).

Questi risultati gemelli contengono il collasso della quota lavoro nel settore della distribuzione: l’Europa ha la quota più alta di profitti tra i Paesi Oecd. Alain ParguezL’investimento privato sta crollando verso lo zero, i consumi diminuiscono e la crescita reale è negativa da cinque o sei anni. La catastrofe è il risultato del sistema euro. Esso incarnava il sogno di un Nuovo Ordine sociale, un profondo concetto religioso generante instabilità nella società, che, favorendo lo sbarazzarsi della moneta come fattore reale di produzione, avrebbe ripristinato la scarsità come legge suprema, in quanto i risparmi preesistenti dovranno essere la sola fonte di crescita come in una rinata società agraria.

Come è stato imposto questo Nuovo Ordine? L’astuta visione di coloro che avevano preparato l’Unione Europea era integrata con la completa liberalizzazione e smantellamento dello Stato. Richiedeva che esso abdicasse dalla sovranità della moneta.

In questo modo lo Stato sarebbe, d’ora in poi, trattato come un’azienda privata soggetta alla bancarotta e allo spreco di risorse reali. Tutti i trattati europei racchiudono questa radicale ideologia anti-Stato.

Il risultato finale è il nuovo patto per la stabilità che impone, in maniera permanente, sia il pareggio di bilancio sia il trasferimento delle politiche fiscali ad una autorità tecnocratica suprema indipendente come in Francia, soprattutto in Francia, contrariamente alle bugie dei governanti. François HollandeAppena scopre i deficit, l’autorità tecnocratica, taglia la spesa immediatamente.

Il regime Hollande è il figlio perfetto della controriforma del Nuovo Ordine. D’ora in avanti, anche la democrazia formale è morta: i Parlamenti sono inutili, le elezioni sono inutili, è la fine della politica. Perché un simile colpo di Stato nascosto? Semplicemente per domare i cosiddetti mercati finanziari e fornire loro, alle banche, redditi a bizzeffe.

Mentre i governi s’impegnavano ad austerità permanenti per cancellare i deficit, il settore privato smetteva di prestare soldi e cominciava ad allontanarsi dalla produzione. Le banche non avevano alternative: o assorbivano i titoli di Stato, oppure sarebbero state a corto di attivi.

Nel nuovo sistema, lo Stato, avendo perso la sovranità, era obbligato a non perseguire i deficit, i quali erano contabilizzati ex-post e riflettevano l’accumulazione delle dichiarazioni delle banche contro lo Stato. Tutti i collegamenti tra Stato e Banca centrale sono stati tagliati.

Con ciò le banche avevano da risolvere una contraddizione: come riconciliare la loro accumulazione forzata di attività deteriorate intese come debiti pubblici, con la loro sete di aumentare sempre il patrimonio netto?

Ora, possono imporre il tasso di interesse che desiderano. La Bce non ha più il controllo finale sui tassi d’interesse dei debiti pubblici, che sono diventati la “cornucopia” dei mercati finanziari, la loro maggiore fonte di reddito. Era abbastanza, perché come potrebbe uno Stato privatizzato che deve tagliare incessantemente la spesa essere in grado contemporaneamente di pagare gli interessi e di rimborsare il loro debito nei termini prestabiliti?  I banchieri e le agenzie di rating inventarono una nuova legge del valore: il valore di mercato per i debiti pubblici aumentava quando i governi imponevano rigide politiche di deflazione. Più l’economia reale veniva distrutta,Mario Draghimaggiore era la certezza di essere ricompensati attraverso un aumento degli interessi e dei rimborsi.

Nel bilancio delle banche, la deflazione reale generava plusvalenze crescenti. Con il crescente ottimismo delle banche. Rimane una domanda: come le plusvalenze potrebbero essere monetizzate e essere nuova fonte di reddito? Questo richiedeva un piano-Draghi, cioè l’acquisizione delle attività dei debiti pubblici da parte della Banca centrale ai prezzi di mercato. Infine, che cosa spiega il nuovo patto che provoca il totale asservimento della società ai cosiddetti mercati finanziari? La necessità di mantenere questa assurda legge del valore che genera dividendi crescenti come puro reddito da rentier agli azionisti delle banche che includono le maggiori corporations. Fondamentalmente, i “mercati” ricompensano il decadente sistema facendo sì che l’euro abbia un cambio favorevole rispetto al dollaro, mentre è ampiamente sopravvalutato in termini reali.

Sforziamoci, in conclusione, di spiegare nei dettagli la seguente diagnosi. Avrebbe potuto essere altrimenti, ma gli architetti del Nuovo Ordine crearono una moneta che, invece di favorire la creazione di ricchezza, ne promuoveva la distruzione. Con ciò, tutti coloro che sono stati avvertiti dovrebbero diventare dei militanti per rifiutare questa camicia di forza peggiore degli strumenti di tortura dell’Inquisizione.

Qualcuno argomenta che questo porterebbe al disastro? La mia risposta è no! Come la situazione potrebbe essere peggiore? Il nuovo patto conseguirà la distruzione dell’economia reale e accadrà quando la speculazione sui patrimoni netti crescenti genererà un totale collasso dei parassiti, cioè dell’attuale euro-Paolo Barnard sistema bancario.

Le persone devono essere consapevoli che il moltiplicatore del pareggio di bilancio è negativo.Uno deve sperare che gli Stati, aventi ancora la loro sovranità monetaria, gli ex Stati-membri, tutti loro, pianificheranno la ricostruzione dell’economia e della società incrementando gli investimenti pubblici attraverso un aumento dei deficit, e che proibiscano qualsiasi speranza futura di convergere verso il pareggio di bilancio.

Questo richiede una cooperazione circuitismo-Mmt per raggiungere una certa armonia. Il successo dipenderà dalla conversione dell’élite, dal rinnegamento di questa economia neo-medievale reazionaria e potrebbe essere possibile solo rompendo la cospirazione del silenzio.

Per esempio, in Francia nessuno è a conoscenza dei contenuti del nuovo patto e la totale mancanza di dibattito alimenta la folle e totalitaria ideologia del Nuovo Ordine, una polizia di Stato della mente e della disinformazione, il Kgb del fascismo finanziario! O ci sarà una vera Unione Europea orientata al benessere senza il peso di una moneta trans-nazionale (uscire dall’euro), oppure una nuova unione monetaria che dia carta bianca agli Stati membri per ricostruire l’economia e la società.

Io devo confessare che dubito della seconda opzione perché richiederebbe una sorta di Mmt tarata per una federazione.               Alan Parguez

CATTIVI, QUESTI EUROSCETTICI!…

CATTIVI, QUESTI EUROSCETTICI!…

L’uscita dall’Euro non è una fisima nazionalistica, ma l’esigenza di non finire triturati dalla Germania, che ha già avuto il vantaggio di un Euro più debole del marco tedesco e…molto più forte delle monete degli altri paesi europei!…Inoltre,  con la “sua” svalutazione competitiva a spese dei PIIGS, ha realizzato il colossale surplus di centinaia di miliardi di Euro!…

La politica monetaria della BCE aprendo e chiudendo il rubinetto del danaro, riesce a determinare quando e come i paesi presi di mira dalla speculazione finanziaria – da essa stessa controllata! – debbano essere mandati in default !

Da ricordare che tra i PIIGS c’è anche l’Italia!.

Da qui l’esigenza di riacquistare la sua Sovranità Monetaria, in modo che il nostro Paese non debba più elemosinare il denaro – l’Euro della BCE! – che, contabilizzato come un debito, va pericolosamente ad accrescere il nostro DEBITO PUBBLICO, che costa ogni anno quasi cento miliardi di interessi, 84 per l’esattezza!…….Situazione questa che non si verificherebbe se lo Stato riprendesse a stampare la propria moneta!

Sappiamo tutti che dal 15 agosto del 1971 venuta meno la riserva aurea! – il costo materiale di una banconota si è ridotto a circa 3 centesimi (quello tipografico e della carta filigrana!) e se stampata da una banca centrale, come ora dalla BCE, viene truffaldinamente addebitata non per il costo effettivo dei 3 centesimi, ma per il valore facciale …..grazie al connivente complice assenso dei corrotti politici, servi delle banche e di tutte le potentissime lobby!

Si sappia, quindi, che i politici  dalla parte dell’Europa, della Merkel e delle potenti cancellerie europee, se ne assumeranno la responsabilità di fronte al Paese, quando la gente che si sveglierà dal suo pigro torpore!…

Non è il signor nessuno, che suggerisce che bisogna scappare dall’Euro, ma fior di economisti Premi Nobel come Krugman e Stiglitz!

Certi collusi cattedratici discettano di economia in perfetta malafede per fuorviare la gente, facendo credere loro che lo Stato deve regolarsi come un padre di famiglia, (spendendo solo ciò si è incassato con le tasse e per servizi resi ai cittadini!), ovvero, AMMINISTRARSI IN PAREGGIO!…

Questa macroscopica menzogna viene disonestamente propagata da quasi tutti i mezzi d’informazione (giornali e TV), disciplinatamente al servizio delle consorterie finanziarie (Bilderberg, Commissione Trilaterale, Illuminati, sette massoniche etc..)……..

Tutto questo, nonostante il padre di tutti gli economisti, John Maynard Keynes abbia chiaramente DIMOSTRATO con i fatti e non con le chiacchiere che uno Stato per stimolare l’economia e non andare in default deve AMMINISTRARSI IN DEFICIT!…

Infatti, solo lo Stato può sobbarcarsi la spesa per PUBBLICI SERVIZI, assistenza SOCIALE e GRANDI OPERE, nelle quali i privati non avrebbero alcuna convenienza a fare degli investimenti a lungo termine; inoltre, le grandi quantità di denaro che verrebbero impiegate e messe in circolazione – oltre ad una automatica riduzione del DEBITO PUBBLICOl proporzionalmente alla limitata inflazione! – determinerebbe l’incremento degli scambi, dei consumi interni, della produttività, dell’occupazione ed anche delle esportazioni……conseguente al minor costo delle merci !

Quanto ai paladini dell’Euro, che evocano catastrofiche conseguenze per l’abbandono di una “presunta” moneta forte, c’è da precisare che da quando è stata abolita la riserva è venuta meno lasua  forza intrinseca, il danaro, non essendo più il titolo rappresentativo dell’oro si è trasformato in un valore convenzionale, accettato dai cittadini come la misura del valore, senza la quale non sarebbe possibile scambiarsi beni e servizi!…….

Questo significa che la moneta, senza ulteriori ipocrisie e disinformazioni di comodo, non è più un valore creditizio, ma un valore convenzionale.

Una florida economia è caratterizzata dallo scambio e accumulo (risparmio!) della RICCHEZZA, la quale è costituita da BENI REALI (oro, argento altri metalli ne fanno parte!) e SERVIZI!…Pertanto, essendo venuta meno la riserva aurea, le istituzioni deputate ad emettere danaro dovrebbero avere l’onestà di far sapere che NON CREANO RICCHEZZA, ma la misura del valore…alla pari del metro, che serve a misurare le distanze, del manometro che serve a misurare la pressione, del termometro che serve a misurare la febbre e così via!…

Non si dia quindi retta ai catastrofisti che, ipotizzano sconvolgenti inflazioni, guardandosene bene dall’ammettere che le cosiddette monete forti, come tutte le altre, sono continuamente soggette a fortissime svalutazioni, dal momento che Federal Reserve, BCE e le altre Banche Centrali sono continuamente costrette ad immettere in circolazione notevoli quantitativi di “moneta fresca” per fronteggiare i maturandi interessi sui DEBITI PUBBLICI di tutto il mondo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

le bufale sull’uscita dall’euro

Vi svelo le bufale sull’inflazione nel caso di uscita dall’euro

Antonio Maria Rinaldi Vi svelo le bufale sull'inflazione nel caso di uscita dall'euro

Gli ultimi indefessi che ancora sostengono di volersi immolare per Maastricht, non riescono a contrastare con argomentazioni scientifiche chi invece sta seriamente conducendo la “battaglia” nei confronti dell’insostenibilità della moneta unica. La loro tecnica risiede solamente nel terrorizzare letteralmente la popolazione, prospettando le disgrazie più apocalittiche nel caso di ritorno alla nostra valuta nazionale, non accorgendosi che i più grandi disastri stanno avvenendo proprio per l’appartenenza all’Eurozona.

SVALUTAZIONE E INFLAZIONE
I loro cavalli di battaglia, ma sarebbe più opportuno chiamarli “asini”, sono la svalutazione e l’inflazione, spesso identificandone nella stessa percentuale nel caso di abbandono dell’euro. Ebbene, anche chi non può accreditarsi di una semplice laurea in Economia, è a perfetta conoscenza che una cosa è la svalutazione e un’altra è l’inflazione. Alla semplice domanda poi di quanto credano che la potenziale ritrovata lira si deprezzerebbe nei confronti dell’euro, all’unisono rispondono non meno del 30%, riconoscendo inconsapevolmente che il nostro Paese attualmente ha adottato una moneta sopravvalutata per l’appunto del 30% rispetto ai propri fondamentali e pertanto destinata a patire senza appelli!

QUELLO CHE NON QUADRA
Anzi, non comprendono che la tanto vituperata, vergognosa e umiliante “svalutazione competitiva”, consentiamo di farla fare ora, sfacciatamente, proprio alla virtuosissima Germania, che per i motivi opposti ha nell’euro una valuta sottovalutata rispetto a quello che sarebbe il marco, di un buon 30%. Ma la mistificazione più evidente dei “o euro o morte”, che hanno trovato il loro apice di gloria (fortunatamente breve) con la scesa in campo del prof. Mario Monti, è nel presagire scenari d’inflazione da Repubblica di Weimar, quando gli allora Reichsmark non si contavano, ma per far prima, si pesavano!
Redarguiscono in continuazione i cittadini che in ogni caso comunque stanno intuendo ogni giorno sempre di più che qualcosa non quadra in questa Unione monetaria e che è meglio per loro stare buoni e tenersi l’euro stretto stretto, altrimenti il litro di latte lo pagheranno barattandolo con i gioielli di famiglia e il canonico litro di benzina più di 50mila delle nuove lire, pari, sempre secondo loro, a più di duro giorno di lavoro.

CONSUMI IN CALO
Dimenticano, o non vogliono capire, visto che per loro la matematica è invece solo una opinione, che nel caso estremo di una svalutazione nuova lira/dollaro pari al 20% (le materie prime le paghiamo in valuta statunitense), il costo alla pompa dei carburanti non dovrebbe aumentare più del 5% (a prelievo fiscale inalterato), incidendo il prezzo del “barile” per il 25% sul costo finale. Ricordo, per i distratti, che grazie alle acute politiche di austerity adottate dal senatore Monti, l’innalzamento del gettito fiscale combinato accise/IVA (siamo l’unico Paese al mondo dove si riescono a pagare anche le tasse sulle tasse!) hanno prodotto un incremento ben superiore al 5%, comprimendo inoltre i consumi tanto da annullare i vantaggi dei provvedimenti stessi in termini di entrate erariali.

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Fonte: goofynomics.blogspot.com

Come è facilmente possibile verificare dal grafico, anche durante l’uscita rocambolesca della lira dalla banda di oscillazione dello SME, avvenuta nel 1992, che portò ad una svalutazione media del 20%, il tasso d’inflazione non superò mai il 5%. Questo è sufficiente per dimostrare che la determinazione della svalutazione di una moneta è essenzialmente causata dal saldo della bilancia dei pagamenti, cioè dalla somma delle partite correnti e del conto dei movimenti di capitale, mentre l’inflazione è determinata dalla relazione fra la base monetaria esistente e l’offerta di beni e servizi.

IL RUOLO DELLE BANCHE CENTRALI
Negli USA e Giappone abbiamo esempi pratici evidenti, in cui le Banche Centrali (vere e non come la pseudo europea), iniettano mensilmente enormi dosi di liquidità nel sistema, non producendo significativi aumenti del saggio d’inflazione ma anzi stimolando proficuamente l’economia.

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Fonte: elaborazione propria su dati Istat

Dalla visione di questo secondo grafico si evince, secondo la nota Curva di Phillips, la relazione inversa tra il tasso d’inflazione e il tasso di disoccupazione riscontrata nel nostro Paese dal 1960. Pertanto è più che legittimo affermare di che cosa ce ne facciamo di un’inflazione tendenziale allo 0,7% se per poterla conseguire ci ritroviamo con il massimo storico della disoccupazione al 12,4%? Misteri noti solamente agli adepti alla setta che partecipa, senza aprire bocca, ai riti celebrati dall’ortodossia tedesca!

TECNICISMI AUTOMATICI
Ma a questi aspetti prettamente tecnici, i sempre ottusi difensori della stabilità dei prezzi come unica conditio necessaria e sufficiente per la crescita e la massima occupazione, non riescono ad associare un aspetto che invece è ancora più fondamentale. Per cercare di mantenere in vita la frettolosa scelta politica di dotare il Continente europeo di una stessa moneta, gli eurocrati hanno affidato esclusivamente a dei tecnicismi automatici gli oneri per la sua sopravvivenza. Questo è avvenuto essenzialmente per volontà della Commissione Europea, gestita da persone non elette dal suffragio universale, la quale ha preferito sempre più trasferire nei regolamenti di funzionamento e negli organismi tecnici creati ad hoc, il potere di governo dell’euro.

LA POLITICA NELL’ANGOLO
In questo modo la politica è stata completamente esautorata, essendosi spezzato il collegamento fra cittadini e Istituzioni, violando il primo elementare principio della democrazia. Non c’è più lo spazio all’intermediazione politica, unica forza in grado di correggere le immancabili distorsioni in un complesso processo di integrazione dove economie profondamente diverse sono state costrette a confrontarsi con una stessa moneta.

L’ANOMALIA DEL FISCAL COMPACT
Come non accorgersene, ad esempio nel Fiscal Compact, dove si impone di ridurre sistematicamente per vent’anni l’eccedenza del surplus dello stock di debito pubblico rispetto al dettame di Maastricht, come se le economie e le rispettive dinamiche fossero omogenee e gestite da macchinari per gli stampini dei tondini di ferro? Oppure obbligare, con l’incostituzionale pareggio di bilancio, tutti i soci del “club dell’euro” a reperire i fabbisogni finanziari esclusivamente facendo ricorso alla fiscalità e ai tagli di spesa, non tenendo conto che Paesi come l’Italia viaggiano da anni a botte di avanzi primari da uccidere un elefante per sopperire ai costi per il sostegno del debito, quest’ultimo oltremodo dilatato, grazie all’improvvido provvedimento del divorzio voluto da Andreatta-Ciampi nel 1981 che ne raddoppiò l’entità in quattordici anni.

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Fonte: elaborazione propria su dati Banca d’Italia

Il punto è proprio questo: la pretesa di riprenderci le chiavi di casa, non significa esclusivamente la possibilità di riappropriarci della politica economica e monetaria tarate secondo le nostre peculiari esigenze e compatibili secondo il nostro modello economico, ma soprattutto di ritornare a quei principi di democrazia che mettano il cittadino al centro dei processi decisionali e non invece come suddito passivo di un nuovo ordine che lascia ai mercati il gradimento o meno delle scelte economiche. In poche parole il ritorno alla piena Sovranità significa di dotarsi di una moneta al servizio dell’economia reale e non di piegare la realtà dell’economia alle regole di una moneta!

IL FALLIMENTO DELLA TROIKA
La classe politica dirigente italiana si ostina testardamente a non voler capire che il percorso intrapreso dalla Troika, per tentare di salvare l’euro in sala di rianimazione, è fallito. Pur di riuscire maldestramente nell’intento hanno calpestato e violato il più prezioso bene che ci è stato trasmesso: la democrazia. Sta a noi liberi cittadini prenderne coscienza è reclamare il ritorno alla nostra autodeterminazione affinché il nostro Paese possa uscire dal baratro economico e morale in cui è precipitato per effetto dei doppi vincoli. Il vincolo esterno dei Trattati e il vincolo interno, rappresentato da una classe politica scellerata e supina ai dettami economici europei che non consentiranno mai i reali interessi dell’Italia.

CONCLUSIONE

Non abbiamo paura perché l’Europa e l’euro sono anch’esse due cose diverse e qualsiasi temporaneo disagio determinato dalla ripresa delle chiavi di casa saranno ampiamente ricompensate dal ripristino dell’effettiva democrazia che non può assicurarci nessun surrogato di Sovranità!

ANTONIO MARIA RINALDI

(12/04/2014 – blog F! Formiche, analisi, commenti scenari)