Archivio mensile:aprile 2014

LA GUARDIA DI FINANZA!….

 

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Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.

Ossessione numeri – Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.

Indietro non si torna – A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.

Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.

Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!

Normativa astrusa – La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all’imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.

Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l’una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.

Chi sbaglia non paga – Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.

Imprese sacrificali – Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.

Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.

Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.

Tangente di Stato – L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.

Giustizia da farsa – Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.

Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.

La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.

Formazione assente – Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.

In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.

Risorse all’osso – I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.

Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.

Lontani dalla realtà – I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all’evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

Il colossale inganno del Fiscal Compact

Il colossale inganno del Fiscal Compact

La vera battaglia di Renzi?…                                              …È contro il fiscal compact.!…Ecco perché:

Nei giorni scorsi si è molto parlato del Fiscal compact, la cui abolizione costituisce uno dei punti del programma del M5S per le prossime elezioni europee. Forse è il caso di chiarire alcune cose al riguardo. Il Fiscal compact non fa parte del diritto comunitario e dei trattati dell’Unione Europea, ma è un semplice trattato internazionale firmato a Bruxelles da 25 dei 28 capi di governo degli Stati membri dell’UE lo scorso 2 marzo 2012.
Questo trattato intergovernativo dal punto di vista economico prevede disposizioni che avranno conseguenze notevoli per l’Italia che non solo non l’aiuteranno a uscire dalla crisi economica in cui versa ormai da anni, ma che l’impoveriranno ulteriormente. 
Il Fiscal compact rappresenta una confermae un ulteriore consolidamento delle misure di austerity sin qui adottate per risolvere la crisi dell’Euro. L’articolo 1 del Fiscal compact recita infatti: “Con il presente trattato le parti contraenti, in qualità di Stati membri dell’Unione europea, convengono di rafforzare il pilastro economico dell’unione economica e monetaria adottando una serie di regole intese a rinsaldare la disciplina di bilancio attraverso un patto di bilancio…”. Queste regole includono l’obbligo del pareggio di bilancio: “Le parti contraenti applicano le regole enunciate nel presente paragrafo in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea: a) la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo” (art. 3.1) e impongono altresì di accantonare ogni anno una somma necessaria per ridurre di un ventesimo la quota di debito superiore al 60% del PIL e rientrare così nei parametri stabiliti (art. 4).
Tale somma è onerosa soprattutto per quei paesi che come l’Italia presentano una quota di debito molto superiore a quella percentuale. Per il nostro paese parliamo infatti di un debito di oltre duemila miliardi di Euro, equivalente a circa il 133% del PIL. Rientrare al di sotto del 60% nell’arco di vent’anni comporterebbe per l’Italia un ulteriore aggravio di 
circa 50 miliardi di Euro all’anno, i quali potrebbero aumentare se, come avvenuto in questi anni, le ottimistiche previsioni di crescita del PIL non dovessero avverarsi.
Si tratta di una cifra enorme, se tanto per fare un paragone pensiamo che la contestata IMU sulla prima casa porta alle casse dello stato “appena” 4 miliardi di Euro. Come potrebbe lo Stato ottenere allora ogni anno questi 50 miliardi di Euro? Ovviamente attraverso l’introduzione di nuove tasse, operando 
nuovi pesanti tagli allo stato sociale e soprattutto svendendo quanto rimane di pubblico dopo decenni di privatizzazioni. Ma questi sacrifici per raggiungere il tanto agognato obiettivo del 60% non dovrebbero durare un anno o due, bensì almeno un ventennio. Insomma, il nostro futuro è la Grecia. Un altro aspetto del Fiscal compact merita di essere sottolineato. L’articolo 16 recita: “Al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull’Unioneeuropea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea. “
Queste parole confermano quanto abbiamo già detto all’inizio della nostra analisi, ovvero che 
il trattato approvato è stato redatto al di fuori dell’ordinamento giuridico comunitario, ma aggiungono anche un altro particolare di cui in questi mesi si è poco parlato: entro cinque anni dalla sua entrata in vigore tale accordo verrà incorporato nell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea. Se questo è lo scopo, perché dunque gli Stati firmatari del Fiscal compact non hanno scelto di seguire sin dall’inizio la procedura prevista dai trattati europei per la loro revisione inserendo subito queste norme all’interno dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea? Confrontando questi due diversi modi di procedere scopriamo altri elementi interessanti. A partire dal 2009 con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona l’elaborazione e la ratifica dei trattati europei secondo l’articolo 48 del trattato sull’Unione Europea (TUE) prevede la consultazione e il coinvolgimento di un ampio numero di attori, inclusi non solo i 28 capi di Stato, ma anche la Commissione Europea, i Parlamenti nazionali e il Parlamento Europeo.
Inoltre è prevista anche la ratifica e la discussione del nuovo trattato da parte di tutti i Parlamenti dei 28 paesi
dell’UE, nonché il ricorso al referendum laddove consentito dalla Costituzione. Il risultato negativo di tali referendum può obbligare alla rinegoziazione del testo originariamente firmato dai capi di Stato, com’è già avvenuto ad esempio nel 1992 in Danimarca per il trattato di Maastricht o ancora nel 2008 in Irlanda per il trattato di Lisbona.
Con il Fiscal compact al contrario si è scelto non solo di optare per un trattato internazionale, ma si è
 imposto l’obbligo di incorporare entro cinque anni il suo contenuto nel diritto comunitario, stravolgendo in questo modo la procedura prevista dall’UE per la modifica dei trattati.
È evidente che si è voluto aggirare l’ostacolo del Parlamento Europeo costringendo in pratica i Parlamenti nazionali ad approvare il Fiscal compact.
Così è avvenuto infatti nel nostro paese, quando a ridosso della chiusura estiva dei lavori parlamentari
 nel luglio 2012 il Fiscal compact è stato approvato con voto unanime delle due Camere dato dalle forze politiche che avevano aderito al governo Monti e il Presidente della Repubblica, dopo averne sollecitato la ratifica, l’ha controfirmato rendendolo a tutti gli effetti vincolante per il nostro paese. Che ora in vista delle prossime elezioni europee, alcune di queste forze politiche si facciano paladine dell’abolizione del Fiscal compact è pura ipocrisia.
Ecco perché è importante che i 
portavoce del M5S abbiano già presentato mozioni parlamentari denunciando pubblicamente i nomi di tutti coloro che hanno ratificato e firmato questo trattato. Ma la battaglia del M5S, assume un significato fondamentale anche per le prossime elezioni europee, perché come abbiamo visto l’articolo 16 del Fiscal compact prevede di inserire il suo contenuto all’interno dei trattati europei.
Una 
vittoria del M5S alle prossime elezioni europee servirà a impedire che ciò avvenga, difendendo la centralità del Parlamento Europeo come ora sta difendendo la centralità di quello italiano.”  Paolo Becchi e Federico Actite

Trattato di stabilità fiscale

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Questa pagina sull’argomento Europa sembra trattare argomenti unificabili alla pagina Patto di bilancio europeo.

MotivoSembrerebbe sempre il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria’

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Il trattato di stabilità fiscale (formalmente trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria), è un trattato intergovernativo approvato dal Consiglio europeo del 30 gennaio 2012. 25 dei 28 Paesi membri dell’Unione europea, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, lo firmano il 2 marzo 2012. Il trattato entrerà in vigore dal 1º gennaio 2013, se sarà ratificato da 12 membri della zona euro.

Il 28 febbraio 2012, seguendo il consiglio del Procuratore generale Máire Whelan, il governo irlandese annuncia che convocherà un referendum sulla ratifica del trattato.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La maggioranza degli stati membri dell’Unione europea partecipa all’Unione economica e monetaria, basata sulla moneta unica, l’euro, ma la maggior parte delle decisioni riguardanti le tasse e la spesa pubblica rimangono di competenza del governo nazionale. Il controllo sulla politica fiscale è tradizionalmente considerato centrale per la sovranità nazionale, ed oggi sostanzialmente non esiste un’unione fiscale tra stati indipendenti. Tuttavia l’Unione europea ha poteri limitati in campo fiscale ovvero sulla determinazione dell’aliquota IVA e delle tariffe del commercio estero e sulla determinazione di un bilancio annuale di vari miliardi di euro.

Proprio allo scopo di coordinare le politiche fiscali degli Stati membri della zona euro è in vigore il Patto di stabilità e crescita.

Risposta alla crisi del debito sovrano[modifica | modifica sorgente]

Una maggiore integrazione in tema di politiche fiscali, almeno tra i Paesi della zona euro, è ritenuto da molti il prossimo passo dell’integrazione europea o la necessaria soluzione per superare la crisi del debito sovrano. Assieme all’Unione economica e monetaria quella fiscale porterebbe ad una maggiore integrazione economica.

Nella primavera 2010 la Germania spinge gli altri Stati membri ad inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio, questo comporterebbe una rigorosissima applicazione del parametro riguardante il rapporto deficit-Pil inferiore al 3%.

Alla fine del 2010 vengono avanzate proposte emendative del Patto di stabilità e crescita volte al rafforzamento del coordinamento delle politiche fiscali, Nel febbraio 2011 la Germaniae la Francia propongono il Patto di competitività volto a rafforzare il coordinamento economico nella zona euro, tale proposta fu approvata anche dalla Spagna. Il cancelliere tedescoAngela Merkel, diversi Ministri delle finanze europei ed il Presidente della Banca centrale europea hanno sostenuto l’idea di un’unione fiscale.

Nel marzo 2011 viene proposta una nuova riforma del Patto di stabilità e crescita volta a rendere automatiche le sanzioni per chi viola i parametri riguardanti il 3% nel rapporto deficit-Pil e il 60% nel rapporto debito-Pil. Angela Merkel insiste perché la Commissione europea e la Corte di giustizia dell’Unione europea debbano svolgerere un ruolo importante di garanzia nel controllare il rispetto degli obblighi da parte dei Paesi.

Patto di bilancio europeo

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria (conosciuto anche con l’anglicismo fiscal compact, letteralmente “patto finanziario”), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea[1], entrato in vigore il 1º gennaio2013.

Il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro”, che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio dibilancio[2]. Ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca[3], tutti gli stati membri dell’Unione europea hanno firmato il trattato.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Per approfondire, vedi Trattato di stabilità fiscale.

La maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea partecipa all’unione economica e monetaria, basata sulla monetaunica, l’euro, ma la maggior parte delle decisioni riguardanti le tasse e la spesa pubblica rimane di competenza dei governi nazionali. Il controllo sulla politica fiscale è tradizionalmente considerato centrale per la sovranità nazionale e oggi, sostanzialmente, non esiste un’unione fiscale tra stati indipendenti.

Tuttavia l’UE ha dei poteri limitati in campo fiscale, in relazione alla determinazione dell’aliquota IVA, delle tariffe del commercio estero e alla determinazione di un bilancio annuale dei paesi. Proprio allo scopo di coordinare le politiche fiscali degli stati membri della zona euro è in vigore il Patto di stabilità e crescita. Una maggiore integrazione in tema di politiche fiscali, almeno tra i paesi della zona euro, è considerata, a livello europeo, precondizione del completamento del processo di integrazione europea e la necessaria strada per superare la crisi del debito sovrano. Assieme all’Unione economica e monetaria quella fiscale porterebbe, nei piani dell’UE, ad una maggiore integrazione economica.

Nel 1997 i paesi aderenti all’UE avevano adottato regole (Patto di stabilità e crescita) che avrebbero regolato i criteri di bilancio pubblico all’indomani dell’introduzione dell’euro. Tale accordo era stato raggiunto con l’idea che la partecipazione all’unione monetaria avrebbe contenuto i costi di indebitamento e, di conseguenza, se non erano stati posti vincoli a tal proposito, la possibilità di finanziare i deficit, tuttavia, faceva emergere il problema di porre un limite ai disavanzi tra gli stati, che se eccessivi, avrebbero potuto compromettere la stabilità della zona euro.[4] L’accordo poneva quindi limiti al deficit (entro un massimale del 3%) e alla percentuale di indebitamento sul Pil (che doveva rimanere nel limite del 60%), anche se quest’ultima non era imposta come vincolante al pari della prima.

Nella primavera 2010 la Germania spinse gli altri stati membri ad inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio: questo comportò una rigorosissima applicazione del requisito riguardante il rapporto deficit/PIL inferiore al 3%. Alla fine del 2010 furono avanzate proposte emendative del Patto di stabilità e crescita volte al rafforzamento del coordinamento delle politiche fiscali. Nel febbraio 2011 la Germania e la Francia proposero il Patto di competitività, volto a rafforzare il coordinamento economico nella zona euro; tale proposta è stata approvata anche dalla Spagna. Il cancelliere tedescoAngela Merkel, diversi ministri delle finanze europei ed il presidente della Banca centrale europea hanno sostenuto l’idea di un’unione fiscale.

Nel marzo 2011 fu proposta una nuova riforma del Patto di stabilità e crescita, volta a rendere automatiche le sanzioni per chi viola i parametri riguardanti il 3% nel rapporto deficit/PIL e il 60% nel rapporto debito/PIL. Angela Merkel insistette affinché la Commissione europea e la Corte di giustizia dell’Unione europea svolgessero un ruolo importante di garanzia nel controllare il rispetto degli obblighi da parte dei paesi. Nel 2011 la Germania, la Francia e altri paesi più piccoli dell’Unione europea hanno fatto un altro passo verso l’unione fiscale della zona euro,bilancio molto rigorose e sanzioni automatiche per chi dovesse mancare di rispettare quei parametri.

Il 9 dicembre 2011, nel Consiglio europeo, tutti i 17 membri della zona euro hanno concordato le linee fondamentali del Trattato di stabilità fiscale che irrigidisce i parametri riguardanti il rapporto deficit/PIL e quello debito/PIL, introducendo anche sanzioni automatiche per chi li violi. Dopo aver chiesto un parere ai rispettivi parlamenti, anche i paesi che non hanno adottato l’euro si sono detti pronti a partecipare, con l’eccezionedel Regno Unito. Originariamente i leader europei volevano modificare i trattati vigenti, ma questa soluzione si è scontrata con il veto del Regno Unito, che ha chiesto che la City londinese fosse esclusa dalla regolamentazione dei mercati finanziari e dall’applicazione della tassa sulle transazioni finanziarie.

Dopo qualche mese di trattative, il 30 gennaio 2012 il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, ha approvato il nuovo patto fiscale.[5]

A fine febbraio il capo del governo dell’Irlanda Enda Kenny annunciò che il suo paese intendeva sottoporre a referendumpopolare l’accordo sul patto di bilancio europeo.[6]

Il nuovo trattato entrerà in vigore quando sarà stato ratificato da almeno 12 dei paesi interessati e a partire dal 1º gennaio2013. Ogni paese, dopo la ratifica del trattato, avrà tempo fino al 1º gennaio 2014 per introdurre la regola che impone il pareggio di bilancio nella legislazione nazionale. Solo i paesi che avranno introdotto tale regola entro il 1º marzo 2014 potranno ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità.[7] L’obiettivo, dopo l’entrata in vigore, è quello di incorporare entro cinque anni il nuovo trattato nella vigente legislazione europea.

Contenuti[modifica | modifica sorgente] con regole di

██ Membri della zona euro

██ Membri dello SME

██ Altri membri UE

██ Membri UE che non hanno firmato il patto di bilancio

L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastrichtfissati dal Trattato CE[8][9], l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

  1. obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),[10]
  2. obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
  3. significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio (artt. 3 e 4).
  4. impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).

Sebbene sia stato negoziato da 25 Paesi dell’Unione europea, l’accordo non fa formalmente parte del corpus normativo dell’Unione europea.

I principali punti contenuti nei 16 articoli del trattato sono:[11]

  • l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%;
  • l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
  • l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 18 leader dei paesi che adottano l’euro.

 

Iter di ratifica[modifica | modifica sorgente]

Il 31 maggio 2012, nella consultazione popolare indetta per l’approvazione del Patto fiscale, il 60,3% degli elettori irlandesi si esprime per l’approvazione del vincolo europeo, mentre il 39,7% lo respinge con un’affluenza alle urne del 50%. L’Irlanda è l’unico Stato membro dell’UE ad aver indetto un referendum per autorizzare il Parlamento a ratificare il trattato.

Al 14 gennaio 2014 il trattato è stato ratificato da 24 dei 25 firmatari, di cui 17 membri dell’eurozona.

Nella tabella in calce sono riportati i dati riguardanti l’iter di ratifica del Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria. Le liste sono ordinate in base alla data di deposito degli strumenti di ratifica presso il Segretariato generale dell’Unione europea. Se la data di deposito risulta inserita, e dunque la consegna degli atti è avvenuta, risulterà la data di approvazione parlamentare. In grassetto i firmatari membri dell’eurozona.

 

Firmatario

Data

Istituzione

Risultato

Deposito[12]

Entrata in vigore

 Grecia 28/03/2012 Approvata dal Vulì ton Ellìnon (Parlamento ellenico). 194 sì, 47 astenuti e 59 no[13] 10/5/2012 1/1/2013
 Slovenia 19/04/2012 Approvata dal Državni zbor (Assemblea Nazionale). 74 sì e 2 astenuti 30/5/2012
30/04/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Danilo Türk[14][15]
 Lettonia[16] 31/05/2012 Approvata dal Saeima (Parlamento) 67 sì, 1 astenuto e 29 no[17] 22/6/2012
13/06/2012 Promulgata dal dal presidente della Repubblica Andris Bērziņš
 Portogallo 13/04/2012 Approvata dall’Assembleia da República (Assemblea della Repubblica). 204 sì, 2 astenuti e 24 no[18] 5/7/2012
27/06/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Aníbal Cavaco Silva
 Danimarca 31/05/2012 Approvata dal Folketing (Parlamento). 80 sì e 27 no[19] 19/7/2012
18/06/2012 Promulgata dalla regina Margherita II
 Cipro 28/04/2012 Approvata dal Consiglio dei ministri. 26/7/2012
29/06/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Dimitris Christofias
 Austria 04/07/2012 Approvata dal Bundesrat (Consiglio federale) 103 sì e 60 no 30/7/2012
06/07/2012 Approvata dal Nationalrat (Consiglio nazionale). 42 sì e 13 no
17/07/2012 Promulgata dal presidente federale Heinz Fischer
 Lituania 30/08/2012 Approvata dal Seimas (Parlamento) 80 sì, 21 astenuti e 11 no 6/9/2012
04/07/2012 Promulgata dalla presidentessa della Repubblica Dalia Grybauskaitė
 Italia 12/07/2012 Approvata dal Senato della Repubblica 216 sì, 21 astenuti e 24 no 14/9/2012
19/07/2012 Approvata dalla Camera dei deputati 368 sì, 65 astenuti e 65 no
23/07/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano[20]
 Spagna 18/06/2012 Approvata dal Senado de España (Senato del Regno di Spagna) 240 sì, 1 astenuto e 4 no 27/9/2012
21/07/2012 Approvata dal Congreso de los Diputados de España (Congresso dei Deputati di Spagna)
25/07/2012 Promulgata dal re Juan Carlos I
 Germania 29/06/2012 Approvata dal Bundestag (Dieta federale) 477 sì, 6 astenuti e 111 no 27/9/2012
29/06/2012 Approvata dal Bundesrat (Consiglio federale) 65 sì e 4 astenuti
13/09/2012 Promulgata dal presidente federale Joachim Gauck
 Romania 08/05/2012 Approvata dal Camera Deputaţilor (Camera dei deputati). 237 sì e 2 astenuti 6/11/2012
21/05/2012 Approvata dal Senat (Senato) 89 sì e 1 no
13/06/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Traian Băsescu
 Francia 09/10/2012 Approvata dall’Assemblée nationale (Assemblea nazionale). 477 sì, 21 astenuti e 70 no 26/11/2012
11/10/2012 Approvata dal Sénat (Senato) 306 sì, 8 astenuti e 32 no
22/10/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica François Hollande[21]
 Estonia 17/10/2012 Approvata dal Riigikogu (Assemblea dello Stato) all’unanimità 5/12/2012
05/11/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Toomas Hendrik Ilves
 Irlanda 31/05/2012 Approvata dal referendum 60,3% si e 30,7% no 14/12/2012
13/11/2012 Approvata dal Dáil Éireann (Camera dei rappresentanti) 90 si e 22 no
20/11/2012 Approvata dal Seanad Éireann (Senato) senza votazione
27/11/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Michael D. Higgins
 Finlandia 18/12/2012 Approvata dal ”Eduskunta/Riksdag (Parlamento finlandese) 139 si, 1 astenuto e 38 no 21/12/2012
21/11/2012 Promulgata dal presidente della Repubblica Sauli Niinistö
 Slovacchia 18/12/2012 Approvata dal Národná rada Slovenskej republiky (Consiglio Nazionale della Repubblica Slovacca) 130 si e 2 astenuti 17/1/2013 1/2/2013
11/01/2013 Promulgata dal presidente della Repubblica Ivan Gašparovič
 Svezia 07/03/2012 Approvata dal Riksdag (Parlamento) 251 sì, 37 astenuti e 20 no 3/5/2013 1/6/2013
 Lussemburgo 18/12/2012 Approvata dalla D’Chamber/Chambre des Députés/Abgeordnetenkammer (Camera dei deputati) 46 si e 10 no 8/5/2013
29/03/2013 Promulgata dal granduca Enrico
 Ungheria[22] 25/03/2013 Approvata dall’Országgyűlés (Assemblea Nazionale di Ungheria) 307 si, 13 astenuti e 32 no 13/5/2013
29/03/2013 Promulgata dal presidente della Repubblica János Áder
 Malta 11/06/2013 Approvata dalla Kamra (Camera dei deputati) all’unanimità 28/6/2013 1/7/2013
 Polonia 20/02/2013 Approvato dalla Sejm Rzeczypospolitej Polskiej 262 si, 1 astenuto e 155 no 8/8/2013 1/9/2013
21/02/2013 Approvata dal Senat Rzeczypospolitej Polskiej (Senato polacco) 57 si e 26 no
24/07/2013 Promulgata dal presidente della Repubblica Bronisław Komorowski
 Paesi Bassi 26/03/2013 Approvata dalla Tweede Kamer der Staten-Generaal (Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi) 112 si e 33 no 8/10/2013
21/06/2013 Approvata dalla Eerste Kamer der Staten-Generaal (Senato dei Paesi Bassi) senza votazione
26/06/2013 Promulgata dal re Guglielmo Alessandro
 Bulgaria 28/11/2013 Approvata dal Narodno sabranie (Assemblea Nazionale della Bulgaria) 109 si e 5 astenuti 14/1/2014 1/1/2014
3/12/2013 Promulgata dal presidente della Repubblica Rosen Plevneliev

Su ricorso del partito Die Linke, la Corte Costituzionale Federale tedesca ha stabilito che il Bundestag non può mettere in atto procedure permanenti da cui derivi l’assunzione di responsabilità per le decisioni volontarie di altri stati membri e che per la ratifica del patto di bilancio in Parlamento occorre la maggioranza dei due terzi, prevista per le leggi costituzionali.

A settembre, un’altra sentenza aveva stabilito che la gestione del bilancio da parte del Bundestag non può essere alienata a favore di alcuna istituzione europea.

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Non tutti gli economisti (soprattutto di scuola keynesiana) concordano sui vincoli imposti dal patto di bilancio.

premi Nobel per l’economia Kenneth ArrowPeter DiamondWilliam SharpeEric Maskin e Robert Solow, in un appello[23] rivolto al presidente Obama, hanno affermato che“Inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto questo “avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà diminuisce infatti il gettito fiscale (per concomitante diminuzione del PIL) e aumentano alcune spese pubbliche tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno dunque aumentare il deficit pubblico, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e quindi del potere di acquisto (che influiscono sul consumo o domanda di beni o servizi)”. Nell’attuale fase dell’economia, continuano, “è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole”.

Nell’appello si afferma che “anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo”.

Infine si afferma che “un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza”.[24]

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione dellostato sociale.[25]