Archivio mensile:giugno 2014

Zucchero: il killer silenzioso

SALUTE

19/05/2014 – QUASI OTTANTA DISTURBI CAUSATI DALL’ECCESSO DI ZUCCHERI

Zucchero: il killer silenzioso che causa malattie cardiache, e molto di più

Secondo un nuovo studio, tra i tanti danni causati dallo zucchero, c’è anche il rischio di malattie cardiache e cardiovascolari. Vediamo perché è bene limitare l’assunzione di questo dolce nemico della salute e i quasi 80 motivi per farlo
Attenzione perché lo zucchero può uccidere, in molti e molti modi. Foto: ©photoxpress.com/Marek Kosmal

Zucchero killer. In molti ormai sono convinti che un’assunzione eccessiva possa intaccare in modo grave la salute. Eccesso di zuccheri è, per esempio, causa di eccitabilità e iperattività. Eccesso di zuccheri è legato al rischio di obesità – e dunque di diabete. …Eccesso di zuccheri è molto molto dannoso in tanti modi. Se volete farvene un’idea maggiore potete leggere la lista dei ben 77 danni che lo zucchero può causare alla salute, e non solo, redatta dalla dott.ssa Nancy Appleton, autrice del libro Lick the Sugar Habit e che trovate in calce all’articolo.

Ma, per il momento, torniamo allo studio in questione. Qui, i ricercatori del Research Fellow in collaborazione con l’Otago Department of Human Nutrition hanno condotto uno studio revisionale e una meta-analisi di tutti gli studi internazionali che hanno confrontato gli effetti di un maggiore o minore consumo di zuccheri aggiunti sulla pressione arteriosa e i lipidi (grassi e colesterolo) nel sangue, che sono entrambi importanti fattori di rischio cardiovascolare.
La dott.ssa Lisa Te Morenga, con il professor Jim Mann e colleghi, hanno scoperto che lo zucchero ha un effetto diretto sui fattori di rischio per le malattie cardiache, con un probabile che impatto sulla pressione sanguigna, indipendente dall’aumento di peso.

La nuova ricerca ha preso in esame gli studi pubblicati tra il 1965 e il 2013. Di questi, 37 erano incentrati sulla segnalazione degli effetti dello zucchero sui lipidi e 12 sugli effetti sulla pressione sanguigna. I risultati delle singole prove sono state poi sommate per determinare gli effetti complessivi di tutti gli studi.
Le precedenti ricerche, commenta la dott.ssa Te Morenga, hanno suggerito che non vi sembra essere un qualsiasi particolare effetto metabolico degli zuccheri – che rende le persone più inclini ad aumentare di peso con diete ad alto contenuto di zucchero, rispetto a diete a basso contenuto di zucchero – quando la quantità totale di carboidrati e di energia rimane la stessa. Nonostante ciò, l’impatto sulla salute cardiovascolare rimane.
Lo studio è stato pubblicato sulla versione online dell’American Journal of Clinical Nutrition.

Ecco dunque come un nuovo studio sostiene l’idea che lo zucchero, specie se raffinato, e quello aggiunto possano avere un impatto significativo sulla salute. Ma, per concludere, ecco il lungo elenco stilato dalla dottoressa Appleton sui possibili danni dello zucchero.
1. Lo zucchero può sopprimere il sistema immunitario e mettere in pericolo le difese contro le malattie infettive. [1] [2]
2. Lo Zucchero sconvolge i rapporti dei minerali nel corpo: causa carenze di cromo e di rame e interferisce con l’assorbimento di calcio e magnesio. [3] [4] [5] [6]
3. Lo zucchero può causare un rapido aumento di adrenalina, iperattività, ansia, difficoltà di concentrazione e irritabilità nei bambini. [7] [8]
4. Lo zucchero può produrre un aumento significativo del colesterolo totale, trigliceridi e colesterolo LDL (cattivo) e diminuzione del colesterolo HDL (buono). [9] [10] [11] [12]
5. Lo zucchero causa perdita di elasticità e di funzione dei tessuti. [13]
6. Lo Zucchero alimenta le cellule tumorali ed è stato collegato con lo sviluppo dei cancri al seno, ovaie, prostata, retto, pancreas, vie biliari, polmone, stomaco e colecisti. [14] [15] [16] [17] [18] [19] [20]
7. Lo zucchero può aumentare i livelli di glucosio a digiuno, può indurre a mangiare di più a causa dell’ipoglicemia reattiva (senso di fame). [21] [22]
8. Lo zucchero può indebolire la vista. [23] [24]
9. Lo zucchero può causare molti problemi nel tratto gastrointestinale, tra cui: acidità di stomaco, cattiva digestione, malassorbimento, un aumento del rischio di morbo di Crohn e colite ulcerosa. [25] [26][27] [28] [29]
10. Lo zucchero può causare invecchiamento precoce. [30] Questo fattore di accelerazione dell’invecchiamento è dovuto all’insulina che viene prodotta in maggiori quantità dal consumo di zucchero. [31]
11. Lo zucchero può portare all’alcolismo. [32]
12. Lo zucchero può produrre acidità salivare, carie e malattie parodontali. [33] [34] [35]
13. Lo Zucchero contribuisce in maniera determinante all’obesità. [36] [31]
14. Lo zucchero può causare malattie autoimmuni come artrite, asma e sclerosi multipla. [37] [38] [39]
15. Lo zucchero favorisce di molto lo sviluppo e diffusione incontrollati del lievito Candida albicans. [40]
16. Lo zucchero può causare la formazione di calcoli biliari. [41]
17. Lo zucchero può essere causa di appendicite. [42]
18. Lo zucchero può favorire la formazione di emorroidi. [43]
19. Lo zucchero può favorire la formazione di vene varicose. [44]
20. Lo zucchero può elevare la glicemia e l’insulinemia nelle donne che assumono contraccettivi orali. [45]
21. Lo zucchero può contribuire allo sviluppo dell’osteoporosi. [46]
22. Lo zucchero può causare resistenza insulinica, ossia la diminuzione nella sensibilità all’insulina. Il livello anormalmente elevato di insulina ha anche come conseguenza il diabete. [47] [48] [49]
23. Lo Zucchero può ridurre i livelli di vitamina E.[50]
24. Lo zucchero può far aumentare la pressione arteriosa sistolica. [51]
25. Lo Zucchero può provocare sonnolenza e diminuzione dell’attività nei bambini. [51]
26. Lo Zucchero aumenta la produzione dei prodotti finali della glicazione (AGE), che sono molecole di zucchero che si attaccano alle proteine nel corpo. Le AGE accelerano l’invecchiamento delle cellule e contribuiscono a una moltitudine di malattie croniche e potenzialmente letali. [52] [31]
27. Lo Zucchero può interferire con l’assorbimento delle proteine. [53]
28. Lo zucchero può causare lo sviluppo di allergie alimentari. [53]
29. Lo zucchero può causare tossiemia durante la gravidanza. [54]
30. Lo zucchero può contribuire alla formazione dell’eczema nei bambini. [55]
31. Lo zucchero può causare l’aterosclerosi e altre malattie cardiovascolari (come suggerito dallo studio presentato in questo articolo). [56] [57]
32. Lo zucchero può alterare la struttura del DNA. [58]
33. Lo zucchero può modificare la struttura delle proteine e originare un’alterazione permanente delle funzioni delle proteine nel corpo. [59] [60]
34. Lo zucchero può far invecchiare la pelle alterando la struttura del collagene. [61]
35. Lo zucchero può procurare cataratta e miopia. [62] [63]
36. Lo zucchero può causare l’enfisema polmonare. [64]
37. L’alto consumo di zucchero può danneggiare l’omeostasi (l’equilibrio) fisiologica di svariati sistemi dell’organismo. [65]
38. Lo Zucchero riduce la capacità di funzionamento degli enzimi. [66]
39. L’assunzione di zucchero è risultata superiore nelle persone che hanno sviluppato la malattia di Parkinson. [67]
40. Lo zucchero può aumentare il volume del fegato inducendo una velocizzazione della divisione cellulare. Oltra a ciò, può far aumentare la quantità di grasso nel fegato, causando una condizione nota come steatosi epatica. [68] [69]
41. Lo zucchero può aumentare il volume dei reni e causare modificazioni patologiche, tra cui la formazione di calcoli renali. [70] [71].
42. Lo zucchero può danneggiare il pancreas. [72]
43. Lo zucchero può aumentare la ritenzione di liquidi del corpo. [73]
44. Lo zucchero è il principale nemico della peristalsi intestinale. [74]
45. Lo zucchero può compromettere il rivestimento dei capillari arteriosi. [75]
46. Lo zucchero può rendere più fragili i tendini. [76]
47. Lo zucchero può causare mal di testa ed emicrania. [77]
48. Lo zucchero può causare disturbi dell’apprendimento nei bambini. [78] [79]
49. Lo zucchero può causare un incremento delle onde cerebrali alfa, delta e theta. La conseguenza è anche un’alterazione della capacità di pensiero. [80]
50. Lo zucchero può causare depressione. [81]
51. Lo zucchero può aumentare il rischio di gotta. [82]
52. Lo zucchero può aumentare il rischio di malattia di Alzheimer. [83]. Diversi studi con risonanza magnetica mostrano che negli adulti di 60 e più anni con alti livelli di acido urico vi è 4-5 volte un aumentato rischio di soffrire di demenza su base vascolare – la seconda più comune forma di demenza dopo la Malattia di Alzheimer. [31]
53. Lo zucchero può causare squilibri ormonali tra cui un aumento di estrogeni negli uomini, un peggioramento di sintomi della sindrome premestruale (PMS) nella donna, e una diminuzione della secrezione dell’ormone della crescita. [84] [85] [86] [87]
54. Lo zucchero può provocare vertigini. [88]
55. Le diete ricche di zucchero aumentano la formazione di radicali liberi e lo stress ossidativo. [89]
56. Una dieta ad alto contenuto di zucchero (o saccarosio) nei soggetti con malattia vascolare periferica aumenta in modo significativo l’adesione delle piastrine. [90]
57. L’elevato consumo di zucchero da parte delle giovani donne in gravidanza può portare a una significativa diminuzione della durata della gestazione (rischio di parto prematuro) ed è associato con un doppio del rischio di avere bambino con dimensione inferiore per età gestazionale alla nascita (SGA). [91] [92]
58. Lo zucchero è una sostanza che crea dipendenza simile a quella prodotta dalle droghe pesanti – come per esempio la cocaina – e in molti casi anche più grave. [93]
59. Lo zucchero può essere inebriante come l’alcol. [94]
60. Lo Zucchero dato ai bambini prematuri può influire sulla quantità di anidride carbonica che producono. [95]
61. Una riduzione del consumo di zuccheri può aumentare la stabilità emotiva. [96]
62. Lo Zucchero  si trasforma in grasso tra 2 e 5 volte più velocemente nel corpo di quanto non faccia l’amido. [97]

63. Il rapido assorbimento di zuccheri favorisce un consumo eccessivo di cibo nei soggetti obesi. [98]

64. Lo zucchero può peggiorare i sintomi dei bambini con disturbo da deficit di attenzione o iperattività (ADHD). [99]
65. Lo zucchero influisce negativamente sulla composizione elettrolitica dell’urina. [100]
66. Lo zucchero può compromettere il corretto funzionamento delle ghiandole surrenali. [101]
67. Lo zucchero ha la capacità di favorire anomali processi metabolici in individui sani, che possono sfociare in malattie croniche degenerative. [102]
68. Infusioni per via endovenosa di acqua e zucchero possono ridurre drasticamente la quantità di ossigeno nel cervello. [103]
69. Lo zucchero aumenta il rischio di contrarre la poliomielite. [104]
70. L’assunzione di zucchero può provocare attacchi epilettici. [105]
71. Lo zucchero aumenta la pressione arteriosa nelle persone obese. [106]
72. Nelle unità di cura intensiva, la drastica limitazione dello zucchero salva la vita. [107]
73. Lo zucchero può indurre la morte cellulare. [108]
74. Nei centri di riabilitazione giovanile, quando ai viene ridotta la quantità di zucchero nelle diete dei bambini, si assiste ad un calo del 44% dei comportamenti antisociali. [109]
75. Lo zucchero disidrata i neonati. [110]
76. Lo zucchero può causare malattie gengivali (o parodontali). [111]
77. Lo zucchero causa problemi di memoria nelle persone anziane. [112]

Se ancora qualcuno ritiene che assumere zucchero, specie in misura consistente, faccia bene, be’, forse è meglio iniziare ad avere qualche lecito dubbio.

IL REGNO DELLE DUE SICILIE

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Le industrie meridionali erano così efficienti e produttive da guadagnarsi, nel 1856, alla conferenza internazionale di Parigi, il riconoscimento di terzo paese al mondo per lo sviluppo industriale raggiunto, dopo la Francia e l’Inghilterra, con un numero di occupati nell’industria pari al 20% contro l’8% del resto d’Italia.

 PERCHE’ ALLORA L’INDUSTRIA MERIDIONALE SCOMPARVE’?…

E PERCHE’ SI NEGA CHE QUANDO NELLE REGIONI SETTENTRIONALI NASCEVANO LE PRIME INDUSTRIE, NEL REGNO DELLE DUE SICILIE LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE ERA GIA’ UNA REALTA’ CONSOLIDATA’?…

CARLO BOMBRINI (Genova 3/10/1804-Roma 15/3/1882)  –  Senatore del Regno d’Italia, dal 1845 al 1849 Direttore Generale della Banca di Genova, dal 1849 al 1861 Direttore Generale della Banca Nazionale degli Stati Sardi, nel 1853 partecipa alla fondazione dell’Ansaldo di genova, dal 1861 al 1882 Governatore della Banca Nazionale del regno d’Italia, amico di Giuseppe Mazzini e del Conte Camillo Benso di Cavour, fu uno dei promotori dello smantellamento delle industrie meridionali, ma sopratutto l’uomo che espresse pubblicamente il volere del nuovo Regno d’Italia, secondo cui i meridionali “….non dovranno mai più essere in grado di intraprendere”.……e così è stato!

Così come sta accadendo ai nostri giorni nel nostro Paese ad opera dell’Europa della Merkel,

STRUMENTI DI QUESTA POLITICA DISTRUTTIVA  furono il rastrellamento di capitali e del risparmio, la strozzatura del credito, gli investimenti pubblici e la diminuzione delle commesse alle imprese del Sud.

ECCO COSA E’ SUCCESSO ALLE INDUSTRIE PIU’ IMPORTANTI.

INDUSTRIA METALMECCANICA.    Da Portici a Castellammare era un susseguirsi di cantieri e opifici. La principale industria sorse a Pietrarsa, dove si concentrò tutta la tecnologia allora disponibile e capace di realizzare dalle reti ferroviarie alle motrici navali. In quel luogo, nel 1836, fu costruita la prima locomotiva italiana.

Con l’Unità d’Italia la gestione è ceduta alla ditta Bozza. Il novo padrone aumenta l’orario di lavoro, abbassa gli stipendi e taglia il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il malcontento dilaga e sulle pareti della fabbrica di legge: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoia per ora e per sempre”. Seguirono scioperi e disordini repressi nel sangue. Il 6 Agosto 1863 una carica di Bersaglieri fa 7 morti 1 20 feriti gravi. PIETRARSA, nel 1989, diventerà museo ferroviario.

LA CANTIERISTICA NAVALE.  La flotta borbonica era la terza del mondo ed il cantiere di Castellammare era il più grande del Mediterraneo. Nel 1781, Michele De Jorio scrive il primo Codice Marittimo italiano, nel 1818 viene costruito il Ferdinando I, il primo piroscafo a vapore, considerato il più grande e potente del Mediterraneo. Nel 1833, la Ferdinando I effettua la prima crociera turistica del mondo arrivando, dopo 3 mesi di navigazione, a Costantinopoli. Nel 1836, viene creata la prima Compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo. Nel 1847, viene introdottam per la prima volta in Italia la propulsione ad elica. Nel 1854, il “Sicilia” è la prima nave italiana ad arrivare a NewYork, dopo 26 giorni di navigazione. Il volume degli scambi commerciali era di cinque volte maggiore del Piemonte, ma dopo il 1860 il Governo di Torino favorisce le società di navigazione genovesi, riducendo le commesse fino al 33% del totale del settore pubblico e all’11% di quello privato

L’INDUSTRIA SIDERURGICA.  Il polo siderurgico era costituito dalla Ferriera di Atina (subito sospesa dopo la conquista Piemontese), la Real Fonderia di Castelnuovo, la Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata e, sopratutto, il complesso calabrese di Mongiana e Ferdinandea che fino al 1860 fu il maggiore produttore in italia di ghisa e semilavorati per l’industria metalmeccanica. A Mongiana furono costruite le rotaie della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, ed il primo ponte sospeso in ferro ; il “Real Ferdinando ” sul fiume Garigliano.

Il 25 Giugno 1874, in esecuzione della Legge 23 Giugno 1873, Mongiana venne chiusa e i macchinari trasferiti in Lombardia. E tutto il complesso diventò la casa di campagna di achille fazzari, un ex garibaldino, che l’acqujistò per poco più di cinquecentomilalire (chissà da quali benche meridionali si era appropriato tale ingente somma!)….

Oggi Mongiana è un Borgo di pochi abitanrti e Ferdinandea è una località morta!

L’INDUSTRIA TESSILE.  Il tesssile fiorì in tutto il Regno con impianti a Salerno, Sarno, Pellezzano, Pedimonte, Messina, Arpino, Sora, Napoli, Otranto, Taranto e Gallipoli.

Il salernitano divenne il comprensorio in cui si concentrò per eccellenza il polo tessile, tanto che Salerno fu sopranominata la “Manchester delle Due Sicilie”.

San Leucio era il più prestigioso e godeva di un suo Statuto redatto personalmente da Re Ferdinando IV nel 1789, ed in cui è visibile la politica riformatrice dei Borboni non ispirata all’assolutismo monarchico, ma a principi di solidarietà ed uguaglianza.

L’Unità d’italia segna il fallimento dell’industria tessile e del complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile del Veneto.

Dopo varie fasi alterne, San Leucio passa in appalto (naturalmente!) ad un piemontese, poi al Comune fino alla definitiva chiusura nel 1910. Diventando un complesso monumentale, le vestigia di un fiorente Regno distrutto dalla bestiale ingordigia dei Savoja

LE ALTRE INDUSTRIE.

Le cartiere di Fibreno, la più grande d’Italia, del Rapido, della Melfa, e della costiera Amalfitana, grazie alla elevata qualità del prodotto esportavano sia nell’Italia Settentrionale che all’estero.

Dopo l’Unità lo Stato preferì acquistare il prodotto all’estero, mandando sul lastrico migliaia di operai meridionali.

L’industria conciaria di gran pregio era sviluppata a Napoli, a Catellammare, a Tropea, a Teramo ed in Puglia.

Si producevano finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, cuoi di lusso esportati in Inghilterra, Francia ed America.

I guanti napoletani si esportavano ovunque nel mondo!

Particolarmente pregiati erano i coralli del mare in prissimità di Trapani, della Penisola Sorrentina e Capri, il fiore all’occhiello dell’arte orafa napoletana!….A tale scopo fu istituita la “compagnia del corallo” per facilitare il credito e fabbriche-scuole per la lavorazione a Torre del Greco e Napoli.

Le saline di Puglia e Sicilia erano le più importanti d’Europa. Ferdinando II, nel 1847, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia (nel 1879,  ovviamente, ribattezzata “Margherita di Savoia”), popolandola con i lavoratori delle saline a cui venivano distribuiti gratuitamente i terreni ed i capitali per la costruzione delle loro case popolari.

A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli che esportavano a Tunisi, ad Algeri e persino in America.

La fabbrica di porcellane di Capodimonte, voluta da Carlo III, era famosa in tutto ill mondo.

Importantissima la produzione dello Zolfo siciliano (il petrolio dell’epoca!), con 134 zolfare attive, che nella prima metà dell’Ottocento copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l’industria estrattiva italiana.

L’industria alimentare vantava i migliori pastifici d’Italia che esportavano in tutto il mondo.

Molti dei loro impianti erano azionati a vapore come a Gragnano, Torre Annunziata, nei comuni della costiera Amalfitana, a Crotone e a Catanzaro.

Fiorentissima l’industria del pomodoro.

Famose le fabbriche di liquirizia calabresi e dei confetti a Sulmona ed Avola.

Numerosissimi gli stabilimenrti ittici e gli allevamenti delle ostriche, le cui tecniche furono insegnate ai francesi. Il pesce più rinomato era il tonno, solo in Sicilia esistevano 80 impianti di trasformazione del pescato e famose erano le tonnare di Favignana.

Importante anche la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il sud era all’avanguardia.

La fine “dell’uso civico” della terra, la mancata riforma agraria promessa da Garibaldi e la prograssiva chiusura delle fabbriche al sud da origine “alla questione meridionale”, ancora irrisolta.

Comincia così la “diaspora” degli italiani del sud, che porterà dal 1860 fino ad oggi alla fuga di oltre 20 milioni di meridionali, una delle più grandi ondate migratorie di tutti i tempi!…..

Alle popolazioni meridionali, sconfitte e colonizzare altro non rimaneva che battere in ritirata verso la via dell’oceano!, e comunque lontano da una Italia matrigna!….

 http://blog,libero.it/lecittadelsud/view.php

 

 

 

Chi e’ veramente ?………

 

Mario Monti e qual e’ il suo obiettivo

di Dioni per Informare x Resistere

Quando Mario Monti si è insediato con la sua variopinta squadra di professori seri, compunti, per la massa anonimi, gente che si capiva le lauree se le era conquistate studiando, frequentando l’università e andando a sostenere gli esami, con persone in grado di affrontare e sostenere confronti e  dibattiti sull’economia, sulla finanza, sul lavoro, sull’imprenditoria, sulla cultura, sull’ambiente, sulla società civile, molti hanno tirato un sospiro di sollievo.

Ci ha fatto credere che la Rinascita fosse alle porte.

Abbiamo scoperto invece che il loro intento non è quello di salvare nessuno ma di accompagnarci con dolcezza nel baratro.

Le tasse e i tagli imposti da Monti non sono necessari, perché il governo dovrebbe prima tagliare spese pubbliche parassitarie e gonfiate, e non lo fa. Le tasse e i tagli imposti da Monti non sono non sono idonei, perché, conti alla mano, non risolvono la crisi ma paiono aggravarla con l’avvitamento fiscale; inoltre non rientrano in un programma di interesse nazionale, non creano lavoro ma lo distruggono, non danno potere d’acquisto ma lo tolgono, anzi non si capisce nemmeno che fine stia perseguendo il governo.

Io vi risolleverò dalla vergogna, dall’umiliazione, perché usciremo tutti insieme dal baratro che si apre dinanzi a noi, da questa immensa voragine del debito pubblico che ci sta mangiando vivi e riconquisteremo la credibilità internazionale diventando orgogliosi di essere un popolo, una nazione, proiettati verso un futuro di progresso sociale e di equità”. Così Adolf Hitler (Ecco da chi ha preso spunto Monti) parlava al suo comizio elettorale conclusivo nel febbraio del 1932, quando vinse le elezioni, parlando continuamente –un vero e proprio mantra ossessivo- di “baratro” di “mancanza di alternative” di “necessità di rigore” di “regole ferree”.

Scopriamo qualcosa di più su Mario Monti e sul perché è stato messo al governo, non dai noi ovviamente, i cittadini non hanno avuto voce in capitolo sulla gestione della crisi.

Nato a Varese il 19 marzo 1943, a ventun’anni si laurea in Economia alla Bocconi e parte alla volta degli Stati Uniti per specializzarsi a Yale dove incontra, tra l’altro, James Tobin – padre della cosiddetta Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie che non smette si far discutere.

Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d’un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l’emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni.

Il che, a detta del Professore, garantiva il potere d’acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell’1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica. La proposta passò con standing ovation. Il deficit andò su come un proiettile. Le spese aumentarono invece di diminuire. Mentre Mario Monti procurava il credito a tassi impossibili, aumentarono tasse e benzina, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale. 

A soli ventisei anni inizia la sua carriera di accademico come ordinario presso l’Università degli Studi di Trento. L’anno successivo e fino al 1985 insegna a Torino.

Nel 1985 diventa direttore dell’Istituto di Economia Politica della Bocconi e assume la cattedra della medesima disciplina. Dal 1989 al 1994 è Rettore, sempre dell’Università Bocconi, e poi, con la morte di Spadolini nel 1994, ne diviene il Presidente, carica che tutt’ora ricopre.

Alle sue attività di accademico si sono affiancate, nel corso degli anni, consulenze e collaborazioni con diverse istituzioni e commissioni e sono soprattutto questi incarichi che destano non poche preoccupazioni non solo nei fanatici dei complotti.

È stato relatore della commissione sulla difesa del risparmio finanziario dall’inflazione nel 1981, presidente della commissione sul sistema creditizio e finanziario dal 1981 al 1982, membro della Commissione Sarcinelli dall’86 all’87, membro del Comitato Spaventa sul debito pubblico dall’88 all’89, vicepresidente della Banca Commerciale Italiana dall’88 al ’90.

Il premier Mario Monti, chiamato a salvare l’Italia dai gorghi del default, tra il 1989 e il 1992 nei tempi del sesto e settimo governo Andreotti, non riuscì a impedire il peggio. Cioè l’esplosione del rapporto tra debito e pil preludio della grande tempesta finanziaria che al principio degli anni Novanta costrinse Giuliano Amato alla manovra da 103.000 miliardi di vecchie lire. In quei tre anni il peso del debito balzò dal 93,1% del 1989 al 98% del 1991 e al 105,2% del 1992. Un vero boom, insomma, pari al 12,9% in termini relativi e al 44,5% in cifre assolute, da 533,14 miliardi di euro a 799,5 “

Nel 1994 è indicato dal governo Berlusconi come candidato alla carica di Commissario Europeo e con Jaques Santer ottiene le deleghe a Mercato Interno, Servizi Finanziari e Integrazione Finanziaria, Fiscalità e Unione Doganale.

Nel 1999 fu costretto a dimettersi insieme a tutti gli altri membri della Commissione Santer per cattiva gestione, corruzione e nepotismo. Nello stesso anno, con Romano Prodi alla presidenza della Commissione Europea, è Commissario con delega alla Concorrenza: è il momento in cui si apre il procedimento contro la Microsoft di Bill Gates per abuso di posizione dominante. Inizia così l’azione di approfondimento del ruolo di controllo della concorrenza, uno dei vessilli del liberismo che è caro a Monti, così come gli è caro il rigore dei conti pubblici e la tutela del mercato, tanto da aver mosso – dalle colonne del Corriere della Sera – non poche critiche a Silvio Berlusconi per la sua gestione della crisi.

Fin qui Monti sembra solo un uomo in gamba che ha fatto una bella carriera, ma se si affianca il nome di Mario Monti alla Commissione Trilaterale, all’Aspen Institute e alla banca Goldman Sachs, la situazione assume connotati, forse, decisamente più loschi.

La Commissione Trilaterale – la Trilateral Commission di cui Monti è stato presidente – nata ufficialmente per rafforzare i legami tra Nord Europa, Europa e Giappone, coopera con il discusso Bilderberg Group, il Gruppo Bilderberg e con non poche altre grosse istituzioni mondiali: il mondo è nelle mani di pochi influenti uomini che ne determinano il destino: un’oligarchia segreta o un gruppo di stimabili filantropi? I dubbi si moltiplicano e in molti danno ragione a Daniel Estulin che vede la Trilaterale, così come il Bilderberg, come una massoneria segretissima e ultraliberista. Cliccate sui link per approfondire.

LAspen Institute – a quanto pare Monti fa parte del Comitato Esecutivo – è un’organizzazione internazionale no profit finanziata dalla Fondazione Ford e dal Rockefeller Brothers Fund (almeno inizialmente) che persegue una serie di scopi più o meno segreti grazie all’appoggio dei suoi ricchi e facoltosi membri. La “filiale” italiana, l’Istituto Aspen – «Aspen Institute Italia è un’associazione privata, indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro caratterizzata dall’approfondimento, la discussione, lo scambio di conoscenze, informazioni e valori” – è stata fondata da Gianni Letta – proprio il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo uscente – l’attuale presidente è Giulio Tremonti e nel Comitato Esecutivo ce n’è per tutti i gusti, in un’inquietante miscellanea di appartenenze politiche: Corrado Passera – neo ministro per lo Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti, già consigliere delegato di Intesa Sanpaolo – con Emma Marcegaglia, Romano Prodi, Umberto Eco, Fedele Confalonieri, Giuliano Amato, Lucia Annunziata e molti altri. L’Aspen Institute Vigila e Suggerisce i contenuti informativi dei Media Italiani e anche Mondiali. Ne esiste una sede in quasi tutto il mondo. Segna le linee guida (praticamente censura ciò che non gli fa comodo)sui palinsesti e le materie da trattare, applicandone delle migliorie per non offendere il pubblico (censura).

E poi c’è la chiacchieratissima Goldman Sachs, di cui Monti è international advisor, in sostanza consiglia alla banca dove portare i propri investimenti, indirizzandola – preferibilmente – verso affari convenienti. Per la cronaca Goldman Sachs è una banca d’affari – forse la più influente al mondo – e quindi offre servizi ben diversi dalle banche commerciali. In particolare sembra che Goldman Sachs sia “specializzata” in speculazioni ad alto rischio e secondo il Telegraph avrebbe speculato anche sulla crisi dei mutui subprime – per intenderci quella iniziata con la bolla immobiliare del 2006, che nel 2008 portò al fallimento della Lehman Brothers e che ha causato l’attuale crisi mondiale – mentre lo Spiegel spiega come abbia anche sulla situazione Greca, aiutando il Paese a nascondere il debito pubblico che lo affliggeva.

Che altro occorre sapere? Ah, forse che il 16 aprile 2010 la Security and Exchange Commission – la Sec, l’organismo statunitense che vigila sulla borsa valori – ha incriminato per frode la Goldman Sachs a causa del titolo Abacus 2007-AC1, grazie al quale la banca avrebbe frodato molti suoi clienti. Inutile riportare il ribasso dei titoli bancari delle borse statunitensi e del Vecchio Continente seguito all’inchiesta.

Sembra che la Goldman abbia “sfornato” non poche influenti personalità: anche Prodi è stato un consulente per la banca, così come Gianni Letta, mentre Mario Draghi – attualmente a capo della Banca centrale europea, ex governatore della Banca d’Italia – ne è stato vicepresidente dal 2002 al 2005.

La Goldman Sachs è famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni, quasi dei civil servants con il pessimo difetto di passare spesso dalla banca privata ai posti di governo. Come peraltro i membri della Trilaterale o del Bilderberg Group. Mario Monti è uomo accorto: è presente in tutti e tre.

È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l’amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa. G&S riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo. Prima di lui era stato su quella poltrona Robert Rubin, con Clinton presidente; c’era poi tornato molto vicino, con Obama, ma dovette lasciare quasi subito il team economico: troppo evidente il suo doppio ruolo. Robert Zoellick è invece partito da G&S per coprire decine di ruoli per conto dei repubblicani, fino a diventare 11° presidente della Banca Mondiale.

Romano Prodi era stato lui advisor, prima di tornare all’Iri per privatizzarla e spiccare quindi il volo verso la presidenza del consiglio, per ben due volte. Al suo fianco, negli anni, Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Mario Draghi è certamente il più noto: dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs; in pratica il responsabile per l’Europa. Ha lasciato l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Forum (ora rinominato Board), incaricato di trovare e mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale. Compito improbo, che ha partorito molte raccomandazioni ma nessun risultato operativo di rilievo (le regole di Basilea 3 sono tutto sommato a tutela della solidità delle banche, non certo limitative di certe «audacie» speculative).

Per vedere meglio che aria tira in Goldman Sachs leggete la lettera di dimissioni di Gregh Smith: Perché sto lasciando Goldman Sachs – di Greg Smith

Purtroppo c’è dell’altro: Monti ratificherà, ossia farà passare al Parlamento Italiano, l’ennesimo, anzi ultimo Trattato con l’Europa, che cederà la restante SOVRANITA’ POPOLARE ad un ente chiamatoMES-MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA’, che ci condurrà alla fine.
Questo è un Ente che sovrasta la Costituzione Italiana ed ha Poteri Illimitati e Immunità , così come l’esercito che hanno creato per sedare eventuali rivolte, quando mai i cittadini volessero ribellarsi.
Gli EUROGENDFOR che potrebbero disperdere i manifestanti non più con manganellate o lacrimogeni o proiettili di gomma, ma sparando sulla folla, senza subire alcun processo per aver ferito o ucciso qualcuno.

THE AMERICAN JOB

 

QUELLO CHE IL GIORNALISTA ALAN FRIEDMAN NON HA VOLUTO DIRE SUL “GOLPE” DEL 2011.

– Francesco Amodeo –

Quando gli americani vengono a salvarci io sento sempre puzza di bruciato, la storia è piena di testimonianze di interessi made in Usa spacciati per aiuti filantropici al nostro paese. Non entro nei dettagli ma a buon intenditor poche parole.

Ultimo il caso del giornalista Alan Friedman che sembra essere venuto a smascherare il complotto ai danni del popolo italiano che di fatto dal 2011 ha favorito un governo non legittimato dal consenso popolare che a sua volta ha svenduto l’Italia all’Europa e ai suoi potentati finanziari. Se così fosse allora perché non ha voluto dire tutta la verità ?

Perchè mettere fertilizzante sulle foglie se si sa bene che è la radice ad essere marcia ?

Perchè fare credere a tutti che l’incontro tra Napolitano e Monti nel Giugno 2011 seguito poi dall’incontro tra Monti e Prodi e tra Monti e Carlo De Benedetti nell’agosto dello stesso anno siano davvero la prova del complotto ai danni del governo in carica e quindi di tutti gli italiani.

Perchè non proviamo ad analizzare insieme cosa è davvero accaduto in quei mesi che ha coinvolto su cose ben più gravi i protagonisti di quella vicenda. Cosa c’hanno tenuto nascosto per coprire scenari ben più ampi.

Cominciamo col dire che il punto cruciale sul quale andava focalizzata l’attenzione non risiede nella constatazione che Napolitano a Giugno 2011 (quando Berlusconi aveva la maggioranza e lo spread era di parecchio sotto il livello di guardia) avesse già in mente di sostituire Berlusconi con Monti, perchè è evidente che quella non fu una sua personale volontà bensì un diktat arrivato dalle lobby finanziarie di cui proprio Monti ha in passato occupato i vertici (membro Direttivo Bilderberg, Presidente europeo Commissione Trilaterale, Presidente lobby belga Brugel).

Quello che è grave, è capire come hanno costretto un governo democraticamente eletto a dare le dimissioni e soprattutto quanto questo giochino di tenere per alcuni mesi lo spread ai massimi storici per causare la caduta del Primo Ministro in carica e favorire la nascita dell’esecutivo tecnico, sia costata in termini di miliardi di euro agli italiani se si pensa che lo spread passò dai 214 punti del 24 giugno 2011 fino ad arrivare agli oltre 500 punti nella fatidica seconda settimana di quel travagliato Novembre, portando gli interessi del titolo di Stato decennale anch’esso a quote record ( http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-09/spread-btpbund-oltre-punti-063829.shtml?uuid=AajR9xJE ) con delle modalità che rendono assolutamente necessario aprire un dibattito su quanto tutto questo abbia palesemente imbavagliato e legato al palo il processo democratico nel nostro paese e rendendo necessaria quindi una immediata rivalutazione dei trattati e degli accordi siglati in quel periodo che hanno fortemente penalizzato la nostra sovranità nazionale ed escluso i cittadini dal processo di ratifica degli stessi.

Friedman parla dell’incontro avvenuto a Saint Moritz tra Mario Monti e Carlo De Benedetti nell’agosto del 2011 quando il professore della Bocconi in tempi non sospetti sarebbe andato ad informare l’editore/finanziere del suo probabile futuro incarico di governo. Non entriamo nel merito della assoluta gravità di una scelta del genere nell’atto di comunicare notizie così sensibili che arrivano dai massimi vertici dello Stato ad una persona che svolge attività sui mercati finanziari. Informazioni su eventi che avrebbero avuto ripercussioni immediate e prevedibili su quei mercati stessi. Lasciamo che su questo sia la magistratura a valutare se c’è ipotesi di reato o meno. Occupiamoci invece solo della cronaca giornalistica degli eventi ignorati dallo stesso Friedman.

Cosa è successo due mesi prima di quell’incontro proprio a Saint Moritz e sempre con Monti come protagonista ?

C’è stata la riunione Bilderberg 2011 dal 3 al 6 giugno. Una riunione nella quale, come gli eventi dimostreranno, è stata pianificata la parallela caduta dei governi eletti in Italia e Grecia adottando le medesime modalità, nello stesso preciso momento con lo scopo di favorire l’instaurazione di due governi tecnici guidati da uomini provenienti dalle medesime elite finanziarie. (http://www.bilderbergmeetings.org/participants_2011.html).

Una decisone che verrà poi comunicata ed imposta ai diretti interessati durante la riunione del G20 che si svolse il 3-4 Novembre 2011 ossia una settimana prima che i due rispettivi Presidenti del Consiglio di Italia e Grecia dessero le dimissioni mai annunciate prima.

Chi c’era con Monti a quella riunione ?

Tra gli oltre 100 uomini più potenti del mondo che si sono incontrati in quell’occasione (a Friedman sconvolge di più l’incontro tra Monti e De Benedetti) erano seduti al suo fianco anche i presidenti delle due banche d’affari che qualche mese dopo causeranno la speculazione sui mercati italiani e la conseguente impennata dello spread che porterà Monti al governo.

C’era, infatti il Ceo di Goldman Sachs e di Deutsche Bank.

Deutsche Bank ha inspiegabilmente venduto nei primi sei mesi del 2011 l’88% dei titoli italiani in portafoglio. (http://www.corriere.it/economia/11_luglio_28/prodi-deutsche-bank_02a8aac8-b914-11e0-a8dd-ced22f738d7a.shtml)

Goldman Sachs, invece, già responsabile per aver indotto la crisi sui mercati americani e per questo incriminata (http://www.repubblica.it/economia/2010/04/17/news/rampini_goldman-3407899/ ) ha effettuato a sua volta una massiccia vendita di titoli italiani ed una serie di speculazioni sui nostri mercati ( http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201111100904011010&chkAgenzie=PMFNW&sez=news&testo=&titolo=CRISI:%20Goldman%20Sachs%20ha%20innescato%20vendite%20Btp%20%28MF%29) ma la cosa più assurda sta nel fatto che con le conseguenze delle sue stesse speculazioni la Goldman Sachs e le lobby finanziarie ad essa collegate sono riuscite a piazzare i loro 4 uomini (tutti ufficialmente uomini Goldman Sachs) in posti chiave.

Basta guardare le date e l’incredibile tempistica.

1 Novembre: Mario Draghi (Goldman Sachs, Trilaterale, Bilderberg) viene scelto come Presidente della Banca Centrale Europea

11 Novembre: Lucas Papademos (Goldman Sachs, Trilaterale, Bilderberg) viene imposto in Grecia come Presidente del Consiglio tecnico. Era Governatore della Banca di Grecia nel 2001 quando vennero truccati i conti della Grecia con l’aiuto della Goldman Sachs per permetterle l’entrata nell’euro. (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/prestiti-goldman-sachs-dietro-conti-truccati-della-grecia/199893/). Papademos è stato poi scelto in questi mesi nella Commissione per la scandalosa ricapitalizzazione della Banca D’italia forse proprio per la sua specializzazione in questo tipo di operazioni/truffa ma lasciamo stare questo inquietante dettaglio.

16 Novembre: Mario Monti (Goldman Sachs, Trilaterale, Bilderberg) viene scelto da Napolitano come Presidente del Consiglio tecnico in Italia.

La Goldman Sachs aveva pubblicamente espresso il suo diktat in quelle settimane con un report che risulta una vera e propria minaccia ai politici italiani per fare in modo che seguissero alla lettera le sue istruzioni: “In caso di un esecutivo di centro-destra sostenuto da una coalizione più ampia, lo spread si attesterebbe 400-450, quindi sempre a livelli pericolosi. Le elezioni anticipate sarebbero invece “lo scenario peggiore per i mercati” e in questo caso Goldman non fa previsioni sullo spread, ma e’ evidente che salirebbe alle stelle.”                                                                                                                                      

In pratica la soluzione che proponeva era chiara: Nessun governo politico, nessuna elezione democratica ma governo tecnico imposto dalla finanza internazionale.

Il piano originale prevedeva anche Romano Prodi (Goldman Sachs, Trilaterale, Bilderberg) alla Presidenza della Repubblica e questo spiega perchè Monti – come rivelato da Friedman – andò ad incontrare proprio Prodi in quei mesi nonostante l’ex Presidente del Consiglio non ricoprisse più incarichi politici.

Questo fu l’unico intoppo di quel piano ben congegnato infatti Romano Prodi fu “impallinato” dai suoi con il voto segreto ed il piano saltò.

Fu a quel punto che i potentati finanziari perdendo il loro punto di riferimento in un ruolo chiave come la presidenza della repubblica e non avendo il tempo per riorganizzarsi in quel senso, furono costretti a favorire la riconferma di Napolitano impedendo che un’altra figura da loro indipendente salisse al Quirinale.

A questo punto, dopo aver creato la crisi sui mercati, dopo aver causato l’impennata dello spread dopo aver costretto Berlusconi alle dimissioni e piazzato Monti al governo, non restava altro che dimostrare agli italiani che era arrivato il salvatore della patria in modo da tenerlo in carica il tempo necessario a firmare quei trattati che avrebbero vincolato per sempre l’Italia all’austerity nel silenzio generale ( ed ecco che viene firmato dal binomio Monti /Napolitano il Mes, il fiscal compact e modificata silenziosamente la costituzione per introdurvi la ghigliottina del pareggio di bilancio). Per fare questo la BCE di Mario Draghi ha attivato in data  22 dicembre 2011, quindi immediatamente dopo la salita al governo di Monti, la long term refinancing operation (LTRO)(http://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/ltro.html ) dando il via ad una incredibile iniezione di liquidità pari a 1000 miliardi di euro alle banche che però non li distribuiranno nell’economia reale per salvare imprese e famiglie ma acquisteranno unicamente titoli di stato italiani in modo che la discesa repentina dello spread venisse in maniera ingannevole attribuita all’arrivo del professore della Bocconi al governo.

Perché la Bce non ha effettuato quell’iniezione di liquidità un mese prima per salvare un governo eletto democraticamente ? perché non è stata fatta per permettere agli italiani di tornare a votare ?

A tenere alta la tensione ci penseranno poi le agenzie di rating come la Moodys che arriveranno prima a declassare l’Italia ( http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-07-13/moddys-declassa-rating-titoli-074033.shtml?uuid=AbtZn66F ) e poi sempre nel caso di Moodys addirittura a prendere pubblicamente posizione sulle prossime elezioni italiane, appoggiando una rielezione di Mario Monti e provando a sbarrare la strada a un ritorno di Silvio Berlusconi.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/13/moodys-turbolenze-politiche-hanno-poche-conseguenze-su-affidabilita-italia/444770/

E anche qui nulla è stato lasciato al caso, infatti, qualche imbarazzo susciterà in quelle settimane la notizie che proprio Mario Monti era stato un collaboratore della Moodysdal 2005 al 2009 come sarà costretto ad ammettere lui stesso:http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1031694/Monti-Moody-s.html.

Nella questione Friedman è stato fatto anche il nome di Corrado Passera che ricordiamo essere un membro ufficiale del Bilderberg e della Commissione Trilaterale ed a questo punto è giusto ricordare che anche il figlio del succitato Carlo de Benedetti ,Rodolfo, ha partecipato più volte alle riunioni del Bilderberg.

Concludiamo ricordando a tutti che nel 2012 fu Enrico Letta l’unico politico italianochiamato a sostituire Monti alla riunione del Bilderberg 2012 in America ed in quel periodo i pochi che vennero a saperlo si interrogavano sul motivo di tale scelta da parte dell’alta finanza internazionale dato che Enrico Letta non era ne segretario del suo partito ne candidato alla presidenza del consiglio. Sta di fatto che pochi mesi dopo quella riunione sempre Giorgio Napolitano incaricò proprio Enrico Letta come Presidente del Consiglio al posto di Monti.                                                                                           

Le jeux sont faint. Banco vince anzi banca vince.

Detto questo, siamo sicuri che il vero scandalo di quanto accaduto nel 2011 sia da ricercare nell’incontro tra Napolitano e Monti come Friedman vuole farci credere ? O qualcuno ha voluto semplicemente fare una “tirata d’orecchie” al nostro Presidente della Repubblica per le posizioni contro l’austerity espresse poche settimane fa davanti alla Commissione Europea. Posizioni alle quali lui stesso ovviamente non crede dato che l’austerity è figlia delle sue scelte ma che evidentemente ha dovuto fare in un momento di anti-europeismo dilagante. Scelta che evidentemente ha urtato la suscettibilità degli orgogliosi e onnipotenti tecnocrati europei.

Siamo sicuri che non sia stato fatto tutto questo  semplicemente per farlo rientrare nei ranghi è fargli capire che è arrivato il momento che cominci ad allentare il suo sostegno al governo Letta dato che i poteri forti sono già pronti a scaricarlo in favore di Matteo Renzi ?

O Friedman è davvero un salvatore della nostra patria al quale sono solo sfuggiti dei “dettagli” che adesso si adopererà a rendere pubblici ?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Francesco Amodeo

PROFILO DI ENRICO LETTA

 

ALIAS MONTI JUNIOR

– ANDREA ALIPRANDI – comedonchisciotte.org –

“Io ce la metterò tutta perché gli italiani non ce la fanno più dei giochetti della politica.”
Enrico Letta

Al di là del volto pulito, dei 47 anni ben portati e dei modi più o meno galanti di Enrico Letta, è bene conoscere alcune cose sul suo passato recente e remoto, per capire che cosa ci riserva il futuro.

Posizioni politiche ed economiche:
– Appoggio incondizionato a Napolitano-Monti, suoi compagni nella loggia segreta (“mega-P2 globale”) Gruppo Bilderberg e nella loggia semi-segreta e super-esclusiva creata da Rockefeller: la Commissione Trilaterale;

– Euro sì. Morire per Maastricht, titolo e sottotitolo del suo libro edito da Laterza ( http://www.ibs.it/code/9788842052487/letta-enrico/euro-si-morire.html); Letta dunque è un eurocrate di lunga data, peraltro poco lungimirante, non avendo avvertito i pericoli dell’area euro; curiosamente, il “giovane” eurocrate Letta ha “trascorso parte dell’infanzia a Strasburgo  http://it.wikipedia.org/wiki/Strasburgo dove frequenta la scuola dell’obbligo  http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_dell%27obbligo” (dalla sua pagina di Wikipedia);

– Pro austerity di Monti. Letta dice, il 9 ottobre 2012: “Noi abbiamo voluto per primi Monti, caricandoci anche responsabilità non nostre. Noi rivendichiamo la giustezza di quella scelta. La  condivisione profonda di quanto è stato compiuto e la necessità di   una continuità programmatica nel prossimo governo è sancita, peraltro, dalle conclusioni della Carta d’intenti, ribadite e votate   dall’Assemblea di sabato all’unanimità” ( http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci–Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare–Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html );

–  Chi critica l’austerity di Monti è cattivo. Per Letta, Fassina con le sue critiche a Monti, compagno di merende di Letta nel Bilderberg e nella Trilaterale, “ha passato il segno” (http://www.liberoquotidiano.it/news/1094581/Nel-Pd-volano-stracci–Fassina-Monti-%C3%A8-da-rottamare–Letta-%C3%A8-in-contrasto-col-partito.html ); poco importa se oggi Letta si dichiara contrario all’austerity: ha già ampiamente dimostrato di essere ondivago e poco lungimirante.

– La nomina di Mario Monti è stata “un miracolo” (v. sotto, sezione “Amicizie e parentele”, voce Monti);

–  Goldman Sachs è coraggiosa. “Goldman Sachs” “sembra avere più coraggio e lucidità di analisi” rispetto a  “tanti rappresentanti dei poteri economici italiani che paiono timorosi nei confronti di una prospettiva di centrosinistra” (  http://www.asca.it/news-Pd__E_Letta__da_Goldman_Sachs_conferma_di_vocazione_europeista-1199195-POL.html ); NB: Mario Monti e lo zio Gianni Letta sono consiglieri per conto della Goldman Sachs. Goldman Sachs, la più grande banca d’affari statunitense (e del mondo), già nel 2007 è stata al centro di una inchiesta della Procura di Pescara per una frode al fisco per almeno 202 milioni di euro ( http://espresso.repubblica.it/dettaglio/banche-daffari-e-di-truffe/1629089; http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=5770& ). Goldman Sachs è ritenuta corresponsabile della crisi greca ed è stata additata come responsabile del crollo della lira agli inizi degli anni ’90, “dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato.” (http://www.movisol.org/draghi4.htm)

–  Privatizzazioni selvagge. Privatizzare tutto. Pro bono della Goldman Sachs. Letta annuncia: “È arrivato il momento di cominciare a parlare di privatizzazioni. Penso a Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e alle 20 mila aziende partecipate degli enti locali” ( http://vocialvento.com/2011/07/12/i-repubblichini/ ); anche in questo senso le privatizzazioni di Letta saranno in continuità con i metodi del suo maestro Andreatta e del suo idolo Monti (consigliere per la Goldman), a favore di Goldman Sachs, in combutta con lo zio Gianni e quindi in pieno conflitto di interessi (http://affaritaliani.libero.it/economia/privatizzazioni-il-tesoro-sceglie-goldman-sachs-e-soc-generale-valutazione-quote.html ); in caso di uscita dell’Italia dall’euro, con la conseguente svalutazione, e tramite il suo funzionario Letta, Goldman Sachs potrà acquisire i gioielli nazionali a prezzo molto ribassato. Il sogno di privatizzare l’Enel e altri gioielli nazionali, in parte realizzato, era già di Andreatta (http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/03/13/Altro/PRIVATIZZAZIONI-ANDREATTA-2_184900.php).

–  Affidare a Goldman Sachs la valutazione delle partecipazioni statali ad aziende per vedersi ridurre poi drasticamente i bond italiani che aveva in portafoglio. Questo infatti è accaduto con il governo Monti: lui ha affiodato a GS le valutazioni su “Fintecna, Sace e Simest in vista della cessione alla Cdp” e GS ha ridotto del 92% i bond italiani che aveva in portafoglio,” portandoli da 2 miliardi di euro a una misera quota di 155,2 milioni di euro. In pratica, le collusioni di Monti con Goldman Sachs sono controproducenti da ogni punto di vista e anche in prospettiva futura, perché invia un fortissimo segnale di sfiducia agli investitori. Lo stesso, si deve presumere, avverrà con il prossimo governo Napolitano-Letta  (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-08-09/doccia-fredda-goldman-sachs-160710.shtml?uuid=Abtzo0LG ). Del resto appare chiaro a cosa potrebbero essere mirate quelle riduzioni di portafoglio: a una svalutazione di tutto il patrimonio industriale nazionale, che poi verrà acquistato dalla a prezzi di favore dalla stessa Goldman Sachs.

– Smembrare l’ENI. “Terna e Snam Rete Gas scorporata da Eni”: smembrare l’ENI e quindi privatizzarla togliendoci il controllo sulle autentiche fonti di approvvigionamento del gas, utili alla NATO nell’ambito di una strategia di indebolimento della Gazprom e quindi della Federazione Russa, che collaborano strettamente con ENI ( http://vocialvento.com/2011/07/12/i-repubblichini/ ); anche questa operazione sarà probabilmente un bel regalo a Goldman Sachs; lo smembramento e la privatizzazione dell’ENI seguirà il precedente dello smembramento e privatizzazione dell’IRI operata tramite l’intervento di Andreatta, il mentore di Letta. Tramite l’accordo con l’eurocrate Van Miert siglato nel 1993, Andreatta diede il via allo smantellamento dell’IRI, che dai tempi di Mattei era un complesso di aziende statali (regno per lo più di monopoli naturali) fra i più grandi al mondo, che ci era invidiato all’estero “perché era in grado di fare tutto, e moltiplicava ogni lira investita per sei-sette volte” ( http://www.movisol.org/draghi4.htm ).

–  Una delle poche iniziative promosse Letta diverse dal duetto austerity/privatizzazioni – ma patrocinata dai soliti Monti e da Goldman Sachs, evidentemente per i profitti che potrà trarne avendoli in gestione – è quella degli “euro project bond quale possibile pilastro della strategia di rilancio della crescita”, sostiene Letta. Però questa soluzione è controversa e di difficile applicazione. Contro gli Eurobond si è espresso anche Mario Draghi, secondo il qualenon risolverebbero i problemi strutturali di fondo dei singoli paesi, oltre  a introdurre problemi di natura giuridica dovuti alla necessità di modificare i trattati (http://www.libertiamo.it/2010/12/17/eurobond-il-dado-e-tratto/ ).

Principali appartenenze e affiliazioni:
–  Loggia segreta (“mega-P2 globale”) Gruppo Bilderberg, cui ha partecipato nel 2012; fra i pochissimi personaggi italiani che vi appartengono: Mario Monti, membro del suo consiglio direttivo;

–  Loggia semi-segreta e super-esclusiva Commissione Trilaterale, creata da Rockefeller; fra i pochissimi politici italiani che vi appartengono, oltre a Vittorio Grilli, i due compagni di Letta, Giorgio Napolitano e Mario Monti;

–  Loggia esclusiva “a porte chiuse” Aspen Institute, come recita il loro sito, «Il “metodo Aspen” privilegia il confronto ed il dibattito “a porte chiuse”.» Membri del suo comitato esecutivo italiano, guarda caso, sono, oltre a Enrico e Gianni Letta, Monti, Amato e vari altri; Napolitano non ha mancato di partecipare alle loro iniziative;

–  Goldman Sachs, la più grande banca d’affari del mondo (http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/9/22/26536-la-goldman-sachs-vota-per-il-pd/; vedi anche sotto, voce zio Gianni Letta);

–  Dal 1990 collabora con “l’Arel, Agenzia per le Ricerche e le Legislazioni fondata da Nino Andreatta, il più ultraliberista tra i ministri e gli economisti democristiani,” (http://www.contropiano.org/news-politica/item/16124). Dal 1993 è segretario generale dell’Arel. Andreatta nel 1993 dichiarava quella delle privatizzazioni un’“emergenza nazionale” (http://archiviostorico.corriere.it/1993/marzo/03/Andreatta_privatizzare_emergenza_nazionale_co_0_9303039062.shtml); conosciamo bene le dichiarazioni di Letta a favore delle privatizzazioni: è probabile dunque che anche con Letta le privatizzazioni diverranno emergenza nazionale, a vantaggio (solo provvisorio) del bilancio e di Goldman Sachs.

–  Fondatore del think tank bipartisan Vedrò, che vede fra i numerosi partecipanti l’amico di Monti Corrado Passera, Gianluca Comin, dell’Enel, ed Enrica Minozzi, dell’Eni, due aziende che Letta vuole smembrare e privatizzare ( http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/04/24/perche-hanno-scelto-il-giovane-enrico/ ).

–  PD. “Il Pd si candida ad essere il country party, il partito dell’Italia” (http://vocialvento.com/2011/07/12/i-repubblichini/ ).

Amicizie privilegiate e parentele:
–   Napolitano, membro, come Letta, della Trilateral Commission e dell’Aspen Institute, e amico degli amici. In fondo è lui che ha appena nominato Presidente del Consiglio il suo compagno di logge Letta. –  Mario Monti, il Barone. Monti ha dunque come suo successore il suo compagno di logge ed estimatore Letta. Degno di nota è il cosiddetto “pizzino” di Letta a Monti – suo compagno di associazioni segrete ed esclusive quali il Bilderberg e la Trilateral Commission, e con interessi comuni in Goldman Sachs – un biglietto scambiato in Parlamento, la cui foto, assolutamente autentica, è stata pubblicata dal “Corriere della Sera” il 18 novembre 2011: «Mario, [si notino la confidenzialità e l’informalità, N.d.R.] quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) siariservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!» (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2011/11/18/pop_monti-foglio.shtml ); In altre parole: Mario Monti ha ricevuto l’incarico il 16 novembre 2011; subito dopo l’incarico Letta, che lo chiama “Mario” (in amicizia) gli dà il suo appoggio, “sia ufficialmente”, sia “riservatamente” (parola sottolineata da Letta; leggasi: in segreto); poi grida al miracolo per l’incarico al suo amichetto Monti della Trilaterale/Bilderberg/Aspen. Curiosità: nella parte finale della lettera, Letta scrive di aver “tenuto” – contatti? – con Stefano Grassi]. Il riferimento non è facilmente decifrabile ma potrebbe essere a Stefano Grassi, consigliere di Mario Monti, che ha frequentato la stessa università di Letta, conseguendo anch’egli un dottorato di ricerca in diritto presso la Scuola Superiore S. Anna di Pisa e che condivide con Letta attività nell’ambito di istituzioni della Comunità Europea. Mesi fa era scoppiato un mini-scandalo perché Monti avrebbe chiesto il distaccamento di Grassi, in qualità di consigliere per le politiche comunitarie e per le riforme economiche pagato dalla Comunità Europea (con i nostri soldi), per farlo lavorare al suo fianco nella Lista Monti.

– Beniamino Andreatta (1928-2007), il Guru delle Svendite. Economista democristiano ultraliberista, che già favorì la carriera universitaria del suo portaborse Prodi, è stato un vero mentore per Letta. Fra i suoi principali insegnamenti, la ricetta dello spezzatino. Lo spezzatino di colossi industriali nazionali, come l’IRI, che ora Letta vuole applicare a Finmeccanica, ENI eccetera. Andreatta “nel 1992 annunciò che per rientrare dal debito pubblico occorreva “ridurre il reddito delle famiglie italiane di almeno 5milioni di lire””. Andreatta, secondo alcune fonti, sarebbe stato presente sul panfilo Britannia il 2 giugno 1992 nella presunta trattativa segreta fra oligarchi angloamericani (dicesi anche: l’ubiquitaria Goldman Sachs) e membri della classe dirigente italiana per la privatizzazione e la svendita del patrimonio industriale italiano (http://www.movisol.org/draghi4.htm ). Esistono fonti che suggeriscono che Andreatta avesse come obiettivo la svendita integrale di tutte le quote statali di tutti i patrimoni pubblici. Andreatta, in qualità di neo-ministro degli esteri, accolse subito entusiasticamente la proposta britannica di mandare gli eserciti in Bosnia ( http://www.movisol.org/draghi4.htm ).

– Gianni Letta, lo Zio. Che il caso Letta sia un possibile caso di nepotismo (secondo varie possibili forme di favoritismo) è sotto gli occhi di tutti, ma in queste circostanze è il minore dei mali. Più problematiche sono le affiliazioni dello zio. Dal 18 giugno http://it.wikipedia.org/wiki/18_giugno2007 http://it.wikipedia.org/wiki/2007 Gianni Letta è “membro dell’advisory board di Goldman Sachs International http://it.wikipedia.org/wiki/Goldman_Sachs con compiti di consulenza strategica per le opportunità di sviluppo degli affari, con focus particolare sull’Italia” (http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Letta ). Si noti che un ruolo analogo è stato (è?) rivestito anche da Monti, il compagno di merende di Enrico Letta – che con lui frequenta il Bilderberg e la Trilaterale.

–  Pierluigi Bersani, l’amico che non vende più. Bersani, compagno di partito, e coautore di libri con Enrico Letta, nel 1992-1993, ha avuto un ruolo nelle vendite delle industrie di Stato e si è attirato critiche per certi versi simili a quelle che colpivano Andreatta, in merito all’abulia circa le svendite di gioielli industriali italiani. Nerio Nesi, su “Liberazione”, accusò l’allora ministro Bersani accomunandolo ai “bravi funzionari del Tesoro”, di cultura monetarista, capaci solo di “vendere e svendere”: “È possibile che il responsabile dell’Industria non abbia alcunché da dire sul futuro del secondo gruppo manifatturiero italiano? Faccia sentire la sua voce” (http://archiviostorico.corriere.it/1997/aprile/28/Caso_Fabiani_Andreatta_contro_Iri_co_0_9704287286.shtml). Tuttavia, Bersani il 14 febbraio 2013, pur essendosi dichiarato possibilista su una futura vendita di Finmeccanica, ha anche negato recisamente questa possibilità nel breve periodo, definendola “pazzesca” e quindi assumendo una posizione diametralmente opposta a quella di Letta. Evidentemente questo è uno dei motivi che l’hanno reso persona non grata ai poteri superforti, e quindi a Napolitano che non gli ha concesso incarichi (http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE91D00920130214 ).

–  In sintesi, come lo ha definito L. Pistelli, Enrico Letta è “l’Amato del 2000” perché “è dentro tutti i giochi” (. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/04/24/perche-hanno-scelto-il-giovane-enrico/ ).

Conclusioni
Il problema non è tanto che Letta sarebbe il responsabile di un governo di larghe intese
. Per quanto molti lo ritengano scandaloso, un governo di larghe intese sarebbe pur sempre una situazione migliore di quella reale, perché un inciucio alla luce del sole sarà pur sempre inciucio, ma è meglio di un inciucio segreto; in altri tempi lo si sarebbe chiamato compromesso storico – non che si possano fare paragoni con quello degli anni Settanta, che peraltro vedeva protagonista una classe dirigente di caratura infinitamente superiore a questa. Questa classe che, probabilmente non sapendo quello che ha fatto, con la rielezione di Napolitano ha compiuto il peccato originale dei prossimi sette anni.
Davvero sono stati così ingenui da credere che votando Napolitano avrebbero avuto in cambio qualcosa? Proprio quel Napolitano che “lavorava da tempo” alla sua rielezione, come afferma il deputato del PD Sandro Gozi ( http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/prodiani-allo-scoperto-contro-re-giorgio-lavorava-da-tempo-a-rielezione-54793.htm ).
Ben difficilmente i membri del PD e del PDL otterranno qualcosa, né per sé né per il Paese. Infatti:

–  un vero governo di larghe intese probabilmente non ci sarà, eccettuate le intese su questioni secondarie e sul salvataggio di qualche gruppetto di politici da guai giudiziari. Sarannograndi intese di facciata. Le vere intese, quelle sulle questioni fondamentali, saranno prerogativa dei soli compagni di merende di Letta Junior: Letta Senior, Monti, Napolitano, la direzione della Goldman Sachs e della Trilateral Commission e gli altri poteri superforti dietro a questo gruppo.

–  Letta è il rappresentante di un Governo Monti 2, per l’austerity, per le privatizzazioni, per lo smembramento e la svendita dei gioielli nazionali, come nel ’92-’94.

–  Letta, fino a prova contraria, è Monti Junior, e potrà presto trasformarsi in Andreatta Junior. Questo è espresso per l’ennesima volta a chiare lettere dallo stesso Letta:
“È chiaro – a chi è dotato di buon senso e responsabilità – che qualunque primo ministro si candidi a succedere a Monti dovrà farlo in continuità con Monti stesso.” (9 ottobre 2012, sito di Enrico Letta). Tutto ciò rende assolutamente non credibili i tranquillizzanti proclami dell’ultima ora di Letta contro l’austerità, diffusi anche dal “Financial Times”.

Dunque, Letta, fino a prova contraria, deve essere considerato un nemico del patrimonio pubblico italiano. In altri termini, un nemico della Repubblica.

http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=11777

GOLDMAN SACHS

 

TEORIA DEL COMPLOTTO TRA LEGGENDA E VERITA’

Negli ultimi anni si è parlato tanto del colosso finanziario americano Goldman Sachs, per via del suo coinvolgimento con la crisi economica che, dal 2008, ha fiaccato l’economia di tutto il mondo, specialmente quella europea.

Per quanto al sistema bancario degli ultimi anni sia attribuito una forte responsabilità, questa è molto più intensa per quanto riguarda l’azione propriamente esercitata da Goldman Sachs che ha offerto suo contributo efficace per camuffare il debito sovrano greco.

Come escogitato anche da altre anche grandi banche, la Goldman Sachs decise di adottare il diabolico strumento dei CDS (credit default swap).

Questo sistema, che è una sorta di assicurazione, prevede che chi vende i CDS avrà l’obbligo di compensare l’acquirente nel caso in cui un dato prestito o un evento di credito, fosse a un certo punto non esigibile.

Se avviene l’evento negativo chi ha acquistato il CDS, riceve solitamente il valore nominale del prestito, mentre titolare del prestito insoluto diventa il venditore di CDS.

Il parlamento europeo ha votato un provvedimento che vieta l’uso dei naked credit default swap (detti anche nudi), inteso come strumento finanziario che ha l’unico fine di scommettere sul rischio di default. Il divieto è stato esteso ai ventisette paesi dell’UE ed è stato votato da 507 eurodeputati su 641

Tuttavia esiste ancora un residuo di CDS in circolazione che nei primi mesi del 2012 è valutato di circa 25,5 miliardi di dollari, un valore importante ma ridicolo se si pensa nel marzo del 2006 su 882 banche censite ammontava a 5.472 miliardi di dollari e a gennaio del 2008 le stime parlando i 62.500 miliardi. Solo la Lehman Brothers al momento del suo default aveva un controvalore nominale in CDS compreso tra i 72 e i 400 miliardi di dollari!

L’uso spregiudicato dei CDS, associato all’elevato tasso d’interesse sul debito pubblico e il discredito che si è abbattuto sulla Grecia, l’ha portata vicino al default se non fosse intervenuta in suo favore, e con un drammatico aggravio di costi per la Grecia, l’UE attraverso il piano di 130 miliardi di finanziamento.

Questa non è solo un’ipotesi tra le tante, ma fu riconosciuta dallo stesso Ben Bernanke, Presidente delle Federal Reserve che dichiarò al Congresso degli Stati Uniti come Goldman Sachs e altre società finanziarie di Wall Street nel 2010 avessero istituito un complicato sistema finanziario capace di fare scommesse sul probabile default della Grecia, il riferimento è appunto ai CDS che rappresentano una forma di assicurazione contro i default obbligazionari che si è trasformata in un autentico sistema di scommesse, capace di aumentare la speculazione finanziaria fino a destabilizzare l’economia dell’intero paese. Questo sistema è stato dichiarato “controproducente” dallo stesso Bernanke. Concetto espresso con maggiore chiarezza dal senatore americano Christopher Dodd: “Abbiamo una situazione in cui le principali istituzioni finanziarie stanno amplificando una crisi del debito pubblico per quello che sembrerebbe a esclusivo vantaggio del guadagno privato.”

L’ingerenza di Goldman Sachs nell’economia e nella vita degli stati va al di là della speculazione diretta ai debiti pubblici sovrani di alcuni paesi. Negli ultimi anni ha compiuto un balzo in avanti attraverso le dislocazioni di uomini chiave nelle istituzioni pubbliche. Come scrisse Stephen Foley in un articolo pubblicano sull’Indipendent il 18 novembre 2011 “Il progetto è di creare uno scambio profondo di persone e idee e di denaro per il quale è impossibile capire la differenza tra l’interesse pubblico e l’interesse di Goldman Sachs.”

La critica si riferisce direttamente all’azione da parte di Goldman Sachs che in Italia e Grecia attraverso l’uso di strumenti derivati complessi, ha permesso di ridurre, in apparenza, la portata reale dei rispettivi debiti.

Mario Draghi, dal 1991 al 2001, fu direttore generale dell’Istituto Italiano del Tesoro, ma anche vicepresidente e amministratore delegato di Goldman Sachs tra il 2002 e il 2005 ed è diventato subito dopo, nel 2006, Governatore della Banca d’Italia; è stato allungo nell’occhio del ciclone per aver adottato questi strumenti per drogare i bilanci dell’Italia. Fu specialmente Pascal Confin, giovane politico francese e membro del parlamento europeo che si distinse per una netta ostilità nei confronti di Draghi ai tempi della sua nomina a Presidente della BCE, rimproverandogli i meccanismi di swap adottati per Italia e Grecia e soprattutto il suo passato in Goldman Sachs.

Altri uomini di Goldman Sachs si sono trovati nei posti chiave delle istituzioni; oltre Mario Monti che merita una trattazione separata, ci sono i greci Petros Christodoulou e Lucas Papademos.

Petros Christodoulou che è stato uomo di Goldman Sachs, dove ha iniziato la sua carriera, e ora magicamente si è trovato a essere capo dell’dipartimento per gestione del debito pubblico greco. In particolare le accuse rivolte a Christodoulou riguardano la creazione, insieme a Goldman Sachs, della società Titlos, che aveva sede a Londra e che servì al trasferimento del debito su quello della NBG (National Bank of Greece).

Lucas Papademos nominato Primo Ministro della Grecia, fu governatore della Banca Centrale ellenica tra il 1994 e il 2002, e nell’esercizio del suo incarico ha partecipato alla falsificazione dei conti secondo il piano realizzato da Goldman Sachs, operazione per la quale la potente banca americana è stata lautamente retribuita e al contempo che le ha consentito di esercitare la folle e remunerativa speculazione finanziaria attraverso il sistema del CDS che ha spinto la Grecia quasi al fallimento.

Oltre questi tre nomi, ormai tristemente noti, vi sono altre importati personaggi delle istituzioni europee che hanno avuto a vario titolo importanti legami con Goldman Sachs.

Otmar Issing, economista tedesco, considerato tra gli architetti dell’Euro, consulente di spicco per Goldman Sachs, tra il 1990 e il 1998 fu membro della Bundesbank e dal 1998 al 2006 del Comitato esecutivo della Banca Centrale europea.

L’aristocratico economista portoghese Antonio Borges, che tra il 2000 e il 2008 è stato Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione di Goldman Sachs International di Londra, ma al contempo ha avuto numerosi incarichi di prestigio e nel 2010 è stato nominato Direttore del Dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale.

Peter Sutherland dal 1995 è direttore esecutivo di Goldman Sachs International, ma al contempo ha avuto incarichi chiave nelle istituzioni europee: è stato commissario europeo per la concorrenza, direttore generale del GATT (Accordo Generale per il Traffico e il Commercio), dal 2006 segretario generale delle Nazioni Unite per le migrazioni, dal 2008 presidente della London School of Economics, presidente del Federal Trust e membro dell’European Policy Centre, in oltre tra il 2001 e il 2009 è stato presidente della sezione britannica dei Fondi per l’Irlanda.

Questi sono alcuni nomi, quelli più comuni, ma l’elenco è veramente lungo e le commistioni tra istituzioni nazionali, europee sono veramente impressionanti, tanto che è difficile parlare di una mera coincidenza.

A fronte di tutto ciò, abbiamo capito qual è lo scenario che si prospetta dietro al potere: le banche, in particolare e soprattutto una banca, la Goldman Sachs; ma dietro la Goldman Sachs chi c’è? Chi sono gli uomini che muovono le fila del potere mondiale? I personaggi che finora abbiamo incontrato: Mario Draghi, Mario Monti, Lucas Papademos, Petros Christodoulou, Otmar Issing etc non sono gli artefici del grande disegno di Goldman Sachs, ma sono gli strumenti dello stesso piano.

E’ necessario dunque fare un passo avanti, passo che deve essere compiuto con la massima cautela, innanzi tutto perché si tratta una chiave di lettura che fonda i suoi presupposti nell’osservazione del quadro politico e storico attuale, e com’è risaputo, l’analisi attraverso l’osservazione può notevolmente cambiare a seconda di dove l’osservatore stesso decida di collocarsi. In secondo luogo perché la teoria che sarà esposta, investe non solo gli interessi di una banca, ma la peculiarità stessa delle persone che sono coinvolte nei suoi meccanismi, peculiarità queste, che più spesso di quanto ci si vorrebbe augurare, entrando direttamente in rapporto con la formazione morale dell’individuo, formazione che, se riguarda l’aspetto religioso, potrebbe, troppo facilmente, essere confusa e scambiata per antisemitismo. Pertanto, ancor prima di esporre questa teoria, che all’estero ha ricevuto un ampio accoglimento, occorre precisare ancora una volta che riguarda una cerchia ristretta di persone, che per quanto ampia è pur tuttavia minuscola se paragonata all’intera popolazione, e non pregiudica e non esprime un’opinione che né direttamente né indirettamente, è attribuibile a quanti abbracciano la fede ebraica.

Il presupposto da cui occorre partire è che Goldman Sachs fa parte di un ampio progetto chiamato Nuovo Ordine Mondiale capace di plasmare l’economia mondiale e la politica al fine di raggiungere i propri interessi particolari. In origine il Nuovo Ordine Mondiale avrebbe portato il genere umano a un livello superiore e migliore di quello attuale, una sorta di evoluzione del genere umano. Per il raggiungere lo scopo si sarebbe generata un’oligarchia capace di guidare questo cambiamento.

Tuttavia questo processo è in un certo senso bloccato, e al contempo deviato dall’oligarchia stessa, che tradendo il proprio scopo ha creato un irrigidimento nei ranghi di potere, fino a strutturare, in modo permanente, quello che è il Vecchio Ordine Mondiale. Per intenderci un po’ come accadde quando ci fu l’instaurazione del regime comunista sovietico di cui tutti conosciamo storia e meccanismi.

Così la crisi finanziaria degli ultimi quattro anni, la conseguente crisi economica, l’incremento dei costi della vita, dai carburanti all’elettricità, lo stesso spostamento di risorse e il crescente livello di disoccupazione, non avrebbe altro scopo che indebolire e schiacciare la parte più ampia della popolazione, legandola indissolubilmente a un programma di stretta dipendenza dalle banche. Il secondo scopo dell’ingrossamento a dismisura degli istituti di credito e istituti finanziari, sarebbe quello di rendere le grandi banche capaci di generare enormi profitti per pochi che diverrebbero tanto potenti al punto che sarebbero in grado di orientare la politica stessa degli Stati.

Negli Stati Uniti, un esempio di siffatta capacità d’influenza, sarebbe rappresentata dalla guerra condotta dagli americani in Iraq. Guerra che tutti ricordiamo proprio per i falsi presupposti che videro l’esercito americano impegnato allungo in una regione dalla quale in teoria non avrebbe avuto nulla da pretendere.

Partendo dalla guerra in Iraq cerchiamo di capire chi avrebbe avuto da guadagnarci; non certo i cittadini americani, che dovettero pagare di propria tasca il finanziamento dell’imponente macchina bellica, ma non guadagnò nulla neppure il governo degli Stati Uniti, che fu duramente criticato per quest’azione poiché palesemente faceva intervenire i propri militari la dove non c’erano interessi americani da difendere.

Per contro a beneficiarne furono le aziende dell’industria militare. I teorici del complotto sostengono che dietro la Guerra in Iraq ci sarebbe stata ancora Goldman Sachs, perché in quanto organizzazione sionista, avrebbe tra i suoi principali obiettivi quello della difesa dello Stato di Israele. Infatti, durante gli anni di Saddam Hussein, Israele sarebbe stata fortemente minacciata dalla sua dittatura. L’obiettivo finale era quello di trasformare l’Iraq in uno stato improntato sui modelli occidentali, sarebbe stato possibile ottenere il petrolio a prezzi agevolati e Goldman Sachs avrebbe potuto estendere i suoi investimenti fino in Iraq, creando una sorta di corde sanitario accanto allo Stato di Israele.

Quando il mondo fu investito dalla drammatica crisi finanziaria, dove solo apparentemente i grandi istituti di credito, in primis Goldman Sachs, non furono in grado di prevedere la tempesta che si stava abbattendo sulle economie di tutto il modo, alimentata soprattutto dalle speculazioni scaturite dal sistema dei CDS, nessuna delle persone coinvolte: politici, economisti e investitori, sono stati destituiti dal loro incarico. Al contrario, soprattutto i banchieri, i manager e gli investitori hanno ricevuto dei bonus stratosferici come se avessero rispettato gli impegni di produttività assunti dall’azienda. E come se ci fosse una netta e antitetica distanza tra gli interessi della nazione e del popolo con quelli delle banche.

 Però, dopo che le banche, con le loro politiche sciagurate fatte di swap e speculazione selvaggia, hanno affossato il mondo, le istituzioni hanno chiamato quegli stessi banchieri ai posti chiave delle istituzioni: abbiamo visto Draghi, Monti, Papademos, Petros Christodoulou assumere il timone del comando.

 

Per esempio Fred Goodwin, ebreo da parte di madre, proveniva da una famiglia modesta, dove suo padre era un elettricista e lui della sua famiglia era stato il primo a frequentare l’università ha trasformato la RBS (Royal Bank of Scotald), attraverso acquisizioni e investimenti molto aggressivi, da banca di provincia nella seconda banca di stato. Nel 2008 la RBS è stata travolta da 29 miliardi Euro di debiti La situazione era assolutamente disperata, finché non è intervenuta la banca di Scozia nazionalizzandola. Nessuno ha chiesto a Goodwin di lasciare il suo il suo incarico, solo la regina Elisabetta, voce fuori dal coro, è intervenuta privando Goodwin del suo titolo di baronetto, uno smacco mai accaduto prima di allora.

Invece, non c’è nessuno trai i grandi banchieri e manager che hanno creato delle autentiche catastrofi economiche a essere andati in prigione. Nessuno; anzi, come ricordato, hanno ricevuto comunque bonus milionari.

Solo Bernard Madoff, l’astutissimo uomo d’affari di origine ebraica, l’11 dicembre del 2008 è stato arrestato dagli agenti federali con l’accusa di una mega truffa da 50 miliardi di dollari. Fu troppo facile con Madoff scoprire la truffa basata sullo Schema di Ponzi, o schema a piramide rovesciata come lo definiscono alcuni, con cui aveva attuato una catena d’investimento, dove i primi a essere coinvolti ottenevano investimenti grandiosi, ma a patto che si reclutassero nuovi membri che pagassero le quote continuando a finanziare il sistema, mentre tutto era scollegato dalle attività produttive e finanziarie. Madoff fu l’unico a pagare, ma fu solo il capro espiatorio di un intero sistema.

Quando Goldman Sachs si affermò, fu in un certo modo il trionfo del sogno americano dove era possibile per chi era dotato d’intelligenza e ingegno. Il suo fondatore era un povero immigrato di origine ebrea, Marcus Goldman che nel 1869 fondò quella che sarebbe diventata una delle banche più potenti del mondo. Quanto poteva essere geniale Marcus Goldman per fare tutto da solo senza mezzi e senza istruzione? Infatti, non sarebbe andata proprio così.

Goldman faceva parte di un’antica società Segreta, chiamata Ministero del Tesoro che faceva risalire le proprie origini fin all’antico testamento. Secondo i teorici del complotto, Goldman fu inviato negli Stati Uniti per portare a termine l’impresa, che sarebbe stata anche una bella storia di copertina capace di coinvolgere emotivamente il popolo americano. Il Ministero del Tesoro avrebbe avuto un unico obiettivo: quello di ottenere la ricchezza del mondo per poterlo poi governare.

Goldman s’imparentò con Samuel Sachs, ebreo originario della Baviera che divenne suo genero sposando la figlia minore. Sachs era profondamente legato a un altro uomo d’affari Philip Lehman, ebreo americano nato nel 1861 il cui padre era cofondatore della Lehman Brothers, e insieme hanno aperto la strada all’emissione di azioni come un modo per le nuove imprese per raccogliere fondi.

L’esempio della parentela tra Samuel Sachs e la famiglia Goldman è utile per spiegare com’erano e come sono in uso i matrimoni tra ebrei dell’élite tedesca e grandi dinastie finanziarie attraverso il legame dei matrimoni e la pratica del nepotismo.

Tutto questo ha portato un’altra importante unione che avrebbe portato alla situazione attuale, cioè, al fatto che gli ebrei tedeschi trapiantati in America per raggiungere prestigio e i livelli più alti del potere e della società, hanno costituito un sodalizio con l’altra forza del paese, la massoneria che è costituita quasi nell’intero da anglosassoni protestanti.

La necessità di questo legame era avvertito soprattutto dal Cosiddetto Ordine Nuovo, composto in larghissima parte da aristocratici e finanzieri ebrei che cominciarono a subire il declino del proprio prestigio sociale e che quindi avevano bisogno di nuova linfa vitale per proseguire i propri affari. Al contempo le logge massoniche si sarebbero lasciate sedurre dal potere finanziario e dall’antico prestigio sociale.

Questa fortissima alleanza dura fino ad ora tanto che i cristiani protestanti sono tra i maggiori sostenitori dello stato di Israele e questa corrente di pensiero è diventata tanto forte da costituire l’ossatura stessa dell’opinione pubblica e politica americana, che troppo spesso ha accettato acriticamente la politica e l’azione condotta da Israele. L’atteggiamento d’intransigente difesa della politica israeliana ha portato a pesanti conseguenze sulla politica estera americana tanto da creare una dura contrapposizione con gli stati musulmani.

L’unico vantaggio raggiunto da questa politica è stato quello di mantenere ottimi rapporti tra il potere politico e le lobby finanziarie americane di origine ebrea.

Se tanto lungamente si è parlato di Goldman non si può trascurare di nominare almeno il caso della Rothschild, la grande dinastia di origine tedesco giudaica che nel 1600 ha creato la più grande banca d’affari europea e che da molti è considerata come il “cuore satanico del Vecchio Ordine Mondiale.”

In origine la massoneria aveva lo scopo di generare una società migliore ma quest’aspirazione è andata in declino per essere stata assorbita e superata dalla volontà dell’Ordine Nuovo di mantenere e conservare le proprie posizioni.

Ordine Nuovo e massoneria non hanno fatto altro che mandare avanti i propri rampolli, attraverso uno strettissimo uso della pratica del nepotismo.

Di fatto, la Goldman Sachs ha fatto importanti investimenti umani nel selezionare la propria classe dirigente nelle Università più famose; tra questi sono stati reclutati anche cattolici di spicco che si sono perfettamente integrati con il programma massonico.

Questi uomini sono stati dislocati ovunque negli snodi centrali delle istituzioni europee, ma anche americane attraverso il cosiddetto sistema delle “revolving-door” dove personaggi di spicco della Goldman Sachs hanno guadagnato importati poltrone nel Governo degli Stati Uniti, per esempio Herny Paulson che nominato da George W. Bush divenne il 74° Segretario del Tesoro, ma che al contempo era stato per venti anni un uomo di spicco della Goldman Sachs.

Non è stato da meno Barack Obama il cui Capo di Gabinetto Rahm Emanuel è una figura di spicco della comunità ebraica, nel 1991 fu volontario nell’Esercito israeliano durante la Guerra del Golfo, e nel 2002 fu tra i massimi sostenitori della Guerra contro l’Iraq. Il padre di Raham Israel Emanuel, Benjamin M. Emanuel, fu membro dell’Irgum (Organizzazione Militare Nazionale) che operò in Palestina dal 1931 al 1948. In un certo modo, l’Irgum può essere considerato come il fondatore del movimento di destra israeliano Likud. Tuttavia alcuni continuano a considerare l’Irgum come un movimento indipendentista, mentre ad esempio le autorità inglesi considerano questo movimento fuori legge, in quanto gli attribuiscono il titolo di organizzazione terrorista.

Nell’economia attuale si assiste a un grande fiorire di nuovi geni e grandi imprenditori giovanissimi, che tutti, oltre alla giovane età, hanno in comune il fatto di essere nati in famiglie ebraiche, segno che probabilmente non è del tutto vero che questi nuovi pionieri delle grandi aziende informatiche americane fondano il loro successo solo sull’intuizione geniale, ma in realtà avrebbero potuto contare su un fortissimo sostengo di classe.

Per fare qualche esempio, tra i più noti c’è Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che proviene da una famiglia ebrea; Larry Ellison, fondatore di Oracle è di origini umilissime, figlio di una ragazza madre, fu adottato da una famiglia di origine russa di religione ebraica, ma anche Sergey Brin, fondatore di Google con Larry Page, è nato in Russia nel 1973 da famiglia ebrea, è arrivato negli Stati Uniti all’età di 6 anni; anche Max Levchin, fondatore di Paypal nasce nel 1975 da una famiglia ebrea di origine ucraina. Lo stesso Bill Gates proviene da parte materna da una dinastia di banchieri di origine ebraica. Se la teoria del complotto fosse vera, tutto questo spiegherebbe come questi giovani abbiano così facilmente recuperato i capitali e portato i propri progetti fino al livello attuale.

I sostenitori della teoria del complotto paragonano il numero di ebrei nel mondo, che sono circa 18 milioni, dei quali solo l’1,7% vive negli Stati Uniti, con il numero dei cittadini dei Paesi Bassi che sono circa 16,5 milioni e della diversa influenza che i due popoli esercitano nel mondo, per quanto entrambi siano gruppi appartenenti a nazioni che per livello culturale e socio economico possono essere perfettamente equiparate.

Come spiegato all’inizio, la teoria del complotto e dell’Ordine Nuovo Mondiale non ha nulla a che fare con la popolazione israeliana o con chi cittadino di qualsiasi nazione, abbia fede ebraica, ma riguarda una cerchia strettissima di finanzieri e uomini d’affari.

La strettissima relazione tra massoneria, banche e finanzieri di origine ebraica è piuttosto diffusa negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma la paura di essere tacciati di antisemitismo è troppo forte perché si apra un autentico dibattito pubblico che faccia luce su come e chi governi realmente le redini del potere.

La teoria del complotto si estende fino a studiare gli aspetti più complessi e teorici della fusione tra potere finanziario ebreo, massoneria e creazione del Nuovo Ordine Mondiale, dove la figura chiave è quella degli ILLUMINATI, che trae origine da una società segreta bavarese del 1600, che si sviluppa in alternativa e perfino in contrapposizione alla massoneria classica, assumendone però struttura e riti.
Al vertice degli Illuminati esiste il Consiglio di Governo composto di 12 uomini di cui 5 sono americani, 5 europei, 1 russo e 1 indiano. Gli illuminati conterebbero nel mondo 6000 membri divisi in varie classi e ordini. Caratteristica di ciascuno di questi membri e quello di essere molto ricchi, alcuni ricchissimi, tuttavia per questi “uomini speciali” la ricchezza non sarebbe il fine, ma il mezzo per raggiungere il fine, inteso come la creazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Gli illuminati intendono il loro ruolo come quello di liberatori della razza umana, che deve essere difesa dal suo primo nemico: il Vecchio Ordine Mondiale.

David Icke giornalista e scrittore inglese è il primo ha affrontato il problema degli illuminati e la teoria del complotto. Oggi Icke deve convivere con l’esclusione sociale e il pubblico diniego, oltre che una grave forma ossessiva, che ha portato il suo lavoro a degenerare dalle teorie cospirative fino alla categoria dei relittiani. Porzione della teoria di David Icke può comunque essere presa in considerazione nella parte in cui individua famiglie reali, presidenti, primi ministri, banchieri e uomini d’affari nella categoria degli illuminati.

Qui nasce una contrapposizione con chi ritiene di appartenere all’ordine degli illuminati, in quanto a loro volta individuano queste categorie come appartenenti e sostenitori del Vecchio Ordine, di cui il Nuovo Ordine Mondiale vorrebbe combatterne la forza e l’influenza. Perciò sulla base della teoria del complotto il mondo che oggi conosciamo con le sue strutture economiche e finanziarie sarebbe il risultato dell’attuale equilibrio nella perenne battaglia tra Vecchio Ordine e Nuovo Ordine Mondiale, dove il Vecchio Ordine farebbe ancora da padrone.

Il mistero degli illuminati sarebbe raccolto nei tre libri di Mike Hockney, che, sarebbe solo uno pseudonimo, per chi attraverso questi tre libri The Conspiracy Armageddon, The Millionaires’ Death Club e Divieto A rivelerebbe le tracce del percorso da seguire per raggiungere il segreto degli illuminati. Forse una grande trovata pubblicitaria, l’ennesima, però così dicono gli esperti della teoria della cospirazione. Solo una raccomandazione: non correte a comprare il libro per scoprire la grande trama degli illuminati, perché sempre secondo gli esperti, solo i prescelti sarebbero in grado di leggere attraverso le righe….

Fonte: lapennadellacoscienza

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita-107857756.html

BILDERBERG 2014: CRIMINALI DI GUERRA

PETROLIERI E BANCHIERI “TROPPO GROSSI DA INCARCERARE”

– di Julie Lévesque –

Mentre il Bilderberg afferma che la sua conferenza annuale è “per promuovere il dialogo tra Europa e Nord America”, vi saranno discussi a porte chiuse il sistema monetario mondiale e il piano USA-NATO di guerra globale.

Secondo l’esperto Daniel Estulin, il gruppo programmò la crisi economica del 2008. […] In questa luce, è importante sottolineare la presenza, all’incontro del 2014, dei gruppi bancari che hanno beneficiato dal collasso finanziario del 2008 e dai generosi salvataggi.

Questi comprendono la banca “troppo grande per fallire”: la Goldman Sachs, “la banca che governa il mondo”. E’ rappresentata da Peter D. Sutherland, presidente di Goldman Sachs International, e da Robert B. Zoellick, presidente del comitato di consiglieri internazionali del gruppo. La loro presenza è tutt’altro che casuale. Entrambi, prima di entrare in Goldman Sachs, avevano giocato ruoli chiave nei negoziati strategici commerciali di NAFTA e OMC. Ora nell’agenda del Bilderberg c’è il Partenariato per il Commercio e l’Investimento Transatlantico (TTIP).

Anche la “troppo grossa da incarcerare” HSBC ha i suoi rappresentanti: il presidente di HSBC Holdings, Douglas J. Flint, e il consigliere Sherard Cowper-Coles. Queste banche hanno una lunga storia di frodi finanziarie. Secondo Stephen Lendman (http://www.globalresearch.ca/goldman-sachs-making-money-by-stealing-it/29823)

“La Goldman Sachs è stata coinvolta praticamente in tutti gli scandali finanziari dal 19° secolo… Nel 2002 fu largamente responsabile per i problemi del debito greco… La Goldman beneficiò enormemente truffando un’intera nazione e milioni dei suoi abitanti.”
I leader delle banche “troppo grosse da incarcerare” non soltanto si incontrano a porte chiuse con i governatori delle banche centrali e con la direttrice generale del FMI, Christine Lagarde, ma scambiano punti di vista anche con i vertici militari occidentali, così come con il capo dei servizi segreti britannici e con il segretario generale della NATO Anders Fog Rasmussen.

[…] Nella lista dei partecipanti al Bilderberg di quest’anno compaiono anche figure assai influenti della stampa finanziaria, come Martin H. Wolf, principale commentatore economico del Financial Times, e John Micklethwait, caporedattore dell’Economist. Mentre non è loro permesso di riportare quello che succede dietro porte chiuse, giocheranno senza dubbio un ruolo chiave nel sostenere la legittimità delle elite e della loro distruttiva agenda neoliberista.

E’ una “cospirazione” quando truffatori finanziari si riuniscono in incontri riservati con politici, petrolieri e strateghi militari della NATO?
Il membro italiano del parlamento europeo Mario Borghezio ha accusato il Bilderberg per “la crisi economica italiana… che provoca disoccupazione, povertà e alte tasse.” Borghezio è appoggiato dall’avvocato italiano Alfonso Luigi Marra, che l’anno scorso ha chiesto alla Procura della Repubblica di Roma di investigare il gruppo Bilderberg per il suo ruolo in “attività criminali”. Marra ha accusato il gruppo di aver complottato, durante il Bilderberg 2011 in Svizzera, per installare Mario Monti presidente del consiglio, e ha definito l’organizzazione “una fratellanza illegale di elitisti che si considerano al di sopra della legge.”

[…] Anche il criminale di guerra Henry Kissinger, che architettò il golpe cileno del 1973 per portare al potere Pinochet, e che diresse i massacri di milioni di civili in Vietnam, Cambogia e Laos, questo fine settimana si trova al Marriott per “promuovere il dialogo”.
Tra i distinti ospiti c’è anche l’ex direttore della CIA e comandante dell’esercito USA David H. Petraeus, altro notevole criminale di guerra che ha usato droni per bombardare i civili afgani ai funerali e i soccorritori civili.

[…] La lista dei partecipanti indica chiaramente che economia e guerra saranno gli argomenti chiave. Spaventoso, a dir poco. Ma per i media di regime, che criminali influenti e potenti si riuniscano per 4 giorni in un hotel a 5 stelle giurando segretezza sulle loro discussioni, non significa nulla. Se pensate che si incontrino per scopi che potrebbero avere un impatto significativo sulle politiche mondiali e l’economia globale, siete solo degli svitati.

Fonte: Global Research

Un Front National anche per l’Italia

 

Un Front National anche per l'Italia

di Eugenio Orso

1. Necessario e urgente, per salvare il paese più colpito dalla crisi e dall’euro, la costituzione di un raggruppamento politico e sociale sull’esempio del Fronte Nazionale francese, che rappresenti un vero aggregatore di massa e una concreta speranza di riscatto per l’Italia.

Voglio aprire il discorso richiamando il compianto Costanzo Preve, che dopo aver letto in lingua originale il libro di Marine Le Pen, “Pour que vive la France “del 2012, ebbe a scrivere in, Se fossi francese, le seguenti cose:

<< Marine Le Pen (p. 135) afferma apertamente il deperimento attuale della dicotomia Destra/Sinistra. Se lo fa, questo significa che cerca voti a destra, al centro e a sinistra. Bene, è esattamente quello che da 15 anni aspetto da un politico. Perché ora che arriva dovrei sospettare l’inganno?

 

Essa critica la guerra dell’Iraq (p.37). Sostiene che la bolla speculativa immobiliare è stata una strategia voluta (p. 36). Sostiene con Polanyi che il mercato è più utopico del piano (p.26). Sostiene con Maurice Allais che il liberalismo ha un codice “stalinista” e che il mondialismo è un’alleanza fra consumismo e materialismo (p. 49). Sostiene con Todd che c’è incompatibilità fra libero scambio e democrazia (p.50). Sostiene che se c’è qualcosa di “fascista”, questo qualcosa è l’euro (pp. 54-61), affermazione certamente un po’ hard, ma meglio esagerare che sottovalutare. Le è perfettamente chiara la natura abbietta dell’interventismo umanitario di Kouchner (p. 127). Si rifà positivamente a Lipovetsky, a Michéa ed a Bourdieu, e cita positivamente sia De Gaulle che lo stesso comunista Marchais.

Ma soprattutto ci sono due punti importanti. In primo luogo, a differenza dei soliti politicanti ignoranti, la Le Pen traccia una vera genealogia teorica del capitalismo liberista, dai fisiocratici a Smith. In secondo luogo, non lascia dubbi sul fatto che la mondializzazione è cattiva in sé, è un orizzonte di rinuncia (p. 19), il modello americano è al cuore del progetto mondialista (p. 34), il debito pubblico è un buon affare mondialista (p. 72), l’organizzazione europea di Bruxelles è l’avanguardia europea del mondialismo (p. 74), e che infine l’immigrazione incontrollata è parte di un’offensiva economica e culturale del mondialismo (p. 80). Questa ultima affermazione è particolarmente sgradevole per le anime pie politicamente corrette di sinistra, perché identificata con il razzismo ed il populismo. Bisogna però sapere se essa è fondata o infondata, ed io la considero parzialmente fondata. La Le Pen afferma anche che il sarkozysmo è lo stadio supremo del mondialismo (p. 151), che la nazione non deve essere demonizzata (p. 103), che la scuola e la cultura classica devono essere difese (p. 111 e p. 235), che il popolo è diventato “indesiderabile” e viene sempre accusato di “populismo”, termine vuoto e per questo sorvegliato dalla polizia del pensiero (p. 128). E potrei continuare. Sottolineo per chiarezza che la mia dichiarazione “scandalosa” deve essere giudicata solo ed esclusivamente sulla base del libro e dei punti citati; essa non comporta in alcun modo la condivisione del razzismo e della xenofobia anti-immigrati, con le quali la Le Pen si deve e si dovrà inevitabilmente confrontare sul piano elettorale. >>

Mi pento di non aver ponderato a sufficienza questa “scandalosa” dichiarazione di Costanzo, come lui stesso la definisce, già nel 2012 e di aver avanzato, in proposito, fin troppi dubbi sulla “legittimità anticapitalistica” del Front National e sulle reali intenzioni di Marine Le Pen, che giudicavo un po’ “figlia d’arte” (di Jean-Marie) e comunque inserita nel sistema liberaldemocratico, dal quale non può uscire nulla di buono per i popoli e le classi dominate.

A distanza di oltre due anni, la mia considerazione della formazione politica francese e della stessa Le Pen è cambiata alquanto. Anche perché mi rendo conto che la trasformazione dell’Europa e del mondo, che implicherà il superamento del neocapitalismo finanziarizzato e della globalizzazione neoliberista, potrà essere lunga e sicuramente implicherà un complicato processo di cambiamento. Si passerà, non senza scossoni improvvisi, dalla posizione di preminenza riservata all’economia finanziaria alla rivalutazione della politica e del ruolo degli stati nazionali sovrani, dalla dominazione incontrastata della classe globale finanziaria al riscatto dei popoli e delle classi dominate, dall’eurolager alla vera Europa degli stati sovrani e dei popoli. Tutte cose, fra l’altro, assolutamente compatibili con le idee della Le Pen.

Come sempre, Costanzo ha avuto ragione e ha saputo veder lontano.

2. Nelle mie recenti analisi sono addivenuto a conclusioni nuove che voglio riassumere brevemente. Anzitutto, la fase “protorivoluzionaria” che stiamo vivendo, che è appena iniziata e che precede una futura fase propriamente definibile rivoluzionaria. Possiamo immaginare un periodo (quanto lungo non è dato sapere) d’interregno fra la dominazione dell’imperialismo finanziario privato, diverso, per esiti e presupposti, dai vecchi imperialismi otto-novecenteschi indagati e avversati da Lenin, e un nuovo ordine geopolitico che si accompagnerà alla trasformazione economico-sociale profonda nelle società. Noi, oggi, stiamo vivendo proprio in questo interregno, che sfocerà nel completamento di quella che ho chiamato la fase “protorivoluzionaria”. Il suffisso “proto” davanti a rivoluzionario, ci fa comprendere che già si palesano, pur confusamente, elementi caratterizzanti il nuovo ordine, visibili in una più compiuta e finale fase rivoluzionaria. Quali sono questi elementi? Nel nostro caso storico, il ritorno alla sovranità monetaria, l’abbandono del “punto di vista” finanziario come gestore assolutistico delle vicende economiche umane, la rivalutazione della socialità e dei legami classistico-comunitari, dell’identità culturale dei popoli e della giustizia sociale. Il metron greco (giusto mezzo) applicato alla necessaria ridistribuzione della ricchezza prodotta, il ristabilimento della giusta dimensione storica e culturale dei popoli, violata dalla globalizzazione neoliberista e dall’individualismo sminuente e omologante. In questa fase i più schizzinosi devono necessariamente “turarsi il naso” e accettare come veicoli positivi del cambiamento quelle forze, non importa se nate a destra o a sinistra, che mantenendo un piede dentro il sistema lo mettono in discussione con programmi alternativi, perché solo forze siffatte avranno la possibilità concreta di scardinare il sistema di potere globalista, e per noi, in Europa, di aprire le porte dell’eurolager. Ci si dovrebbe ricordare della metafora marxista e leninista dell’”Emiro dell’Afghanistan”, interpretandola alla luce della nostra realtà storica, sociale e politica. Fatte queste considerazioni, superati i dubbi iniziali e avendo ben presente la posizione assunta da Preve, oggi mi sento di scrivere Evviva il Fronte Nazionale Francese!

Ci sono altri raggruppamenti in Europa che condividono temi importanti con il FN, come il rispettabilissimo UKIP di Nigel Farage. Farage e gli indipendentisti britannici avversano la dominazione unionista e vorrebbero sottrarre il Regno Unito a questo percorso di sofferenze e ingiustizie sociali, ma l’ineliminabile fondamento liberista che li contraddistingue, molto comune nel mondo anglosassone, rende la formazione britannica per noi meno interessante del Fronte francese. Ciò non toglie che vi possono essere contatti e alleanze anche con UKIP, in nome della comune battaglia di libertà antiunionista.

Nella fase “protorivoluzionaria” che oggi è agli inizi, i popoli dominati cercano una strada da percorrere, pur fra mille difficoltà, per uscire dal percorso di morte tracciato dagli organismi soprannazionali della mondializzazione economica, dei quali fanno parte anche quelli unionisti europei, dalla bce alla commissione e al consiglio d’Europa. Un’epopea futura costellata di insidie in cui frequenti potranno essere gli errori, insidiosi i vicoli ciechi, una strada da percorrere assieme agli “Emiri”, in apparenza reazionari (per usare vecchie espressioni denigratorie) o accusati da media e sinistra di essere tali, ma nella realtà ribelli al mondialismo e alla dittatura liberal-mercatista e perciò con un contenuto che è già rivoluzionario.

Sottrarsi ai dogmi dell’ortodossia liberista, alle lusinghe “riformiste” dell’economia sociale di mercato (bestialità aporetica che valeva per Monti, vale per Merkel e varrà per Juncker), contrapponendogli il dirigismo, la salvaguardia delle attività produttive nazionali, la tutela protezionistica dei prodotti locali contro le invasioni di prodotti “emergenti”, è un confortante segnale di indisciplina e financo di antagonismo anti-sistemico. Per non parlare del riappropriarsi la sovranità monetaria e respingere la disintegrazione delle identità nazionali, innescata dalla necessità neocapitalistica di “spostare” masse di poveri, da sud a nord, da oriente a occidente, per diminuire il costo del lavoro, dove è ancora alto, e meticciare a forza le società.

Per contro, la disgustosa sinistra oggi interamente “globalizzata”, unionista e liberista, e il comunismo superstite, degenerato in individualistico con accettazione del neocapitalismo e dei suoi immaginari, rappresentano i peggiori cani da guardia dell’”europrogetto” e della globalizzazione, i primi odiatori della sovranità popolare e nazionale. Così il ps francese, il pasok greco e il pd italiano. Così molti sindacati, “gialli” in relazione al potere finanziario, i cui lavoratori subiscono in pieno, senza difese, le delocalizzazioni, i rigori della crisi strutturale e il conseguente calo dei redditi e dei posti di lavoro. Tornando alla metafora dell’”Emiro dell’Afghanistan”, sono costoro e non l’Emiro che si ribella i peggiori reazionari, schierati contro i popoli e i paesi d’appartenenza, a difesa delle istanze e degli interessi delle oligarchie finanziarie.

Infine, nella fase “protorivoluzionaria” le battaglie, realisticamente, avverranno in buona misura dentro il capitalismo e non fuori, si cercherà di modificare, non di superare, i rapporti sociali e di produzione combattendo la prevalenza della classe globale finanziaria sul resto della società e quella del capitale finanziario sul capitale produttivo. Di questo occorre prendere atto, senza continuare a cullarsi in sogni di crollismo improvviso o di miracolosa fuoriuscita, che gli esiti del novecento dovrebbero avere già dissolto.

3. Il risultato delle elezioni europee di maggio ha drammaticamente confermato lo stato comatoso in cui versa il paese e gran parte della sua popolazione. Declino economico irreversibile nella gabbia delle regole e dei parametri europei, occupazione totale da parte degli agenti strategici neocapitalistici, che governano attraverso direttori collaborazionisti non eletti, assenza di una chiara linea di opposizione politica, economica e sociale, passività estrema della popolazione, e addirittura consenso di una parte di questa a chi agisce politicamente contro i suoi interessi vitali. Il voto a valanga al pd e a Renzi lo conferma in pieno.

Mentre in Francia una popolazione più coriacea, non passivizzata, ancora legata ai valori nazionali e alla prospettiva d’indipendenza (se non di grandeur) nel decidere del proprio futuro, ha affossato il psf dell’euroservo Hollande e ha dato il consenso a una formazione come il FN, le cui proposte sono chiare e vanno nella direzione della riacquisizione totale della sovranità monetaria e politica, in Italia non solo ciò non è accaduto, ma l’esito è stato diametralmente opposto. Com’è potuto accadere? Il combinato disposto di una crisi economica senza vie d’uscita e del rimbecillimento sociopolitico di larga parte della popolazione, con lo zampino mediatico e l’abilità dell’euroservo pd nell’ingannare il popolo ha ottenuto un risultato sorprendente: quello della vittima che elegge suo rappresentante il carnefice. Oppure, se vogliamo, con molta minore tragicità, ha carpito il consenso di massa per fare l’interesse dei moderni oligarchi.

C’è però un’altra motivazione, da ponderare attentamente. L’opposizione confusa, senza una chiara legittimazione ideologica alternativa, contradditoria su temi importanti come l’euro, l’eurozona, i trattati-capestro unionisti e le regole da Maastricht in poi. Eccezion fatta per la nuova Lega di Salvini, che ha assunto una posizione chiara con “Basta euro!”, l’incertezza e una certa debolezza programmatica (se non una vera e propria confusione sul versante del programma politico) hanno caratterizzato il cinque stelle. Se il duumvirato Casaleggio-Grillo avesse assunto una posizione chiara sui predetti temi, cruciali per orientare almeno una parte del consenso, forse non ci sarebbe stato bisogno di Maalox, o almeno non in quantità industriali come suggeriva lo stesso Grillo (affaire pubblicitario?). La Lega di Salvini è ancora troppo piccola, troppo screditata al centro-sud, per reggere da sola il peso del confronto con gli euroservi. Ci voleva un cinque stelle con programma alternativo chiaro, fondato senza se e senza ma sull’”euroscetticismo” e su politiche economiche antiliberiste, in grado di attrarre ovunque il consenso. Questo avrebbe sicuramente ridotto la portata della vittoria governativa, offuscando un po’ l’immagine mediatica di un Renzi vincitore, senza alternative possibili. Acqua passata, tutto sommato, perché adesso bisogna guardare al futuro.

4. Per quanto scritto finora, per le osservazioni riassunte nei tre punti precedenti, io affermo – lanciando una provocazione che spero qualcuno raccoglierà – che in Italia c’è disperato e urgente bisogno di una formazione politica coesa, con un chiaro programma, simile al Front National francese. Simile ma non uguale, ovviamente. Non un replicante del partito francese, una sua mera imitazione, ma una forza di massa, e per la massa dominata, indissolubilmente legata alla realtà sociale italiana. Un forza – non generata dalla rete, dal virtuale o dall’ambizione di singole personalità – in grado di accogliere le istanze antagoniste dei lavoratori e dei ceti medi rovinati dalla crisi strutturale, dall’euro e dal neoliberismo globalista. Ci potranno essere differenze, con il FN francese, in particolare per quanto riguarda la questione dell’immigrazione, ma la direzione di marcia sarà la stessa. Non necessariamente la via per l’affrancamento del paese dalle catene unioniste e globaliste dovrà essere quella elettorale, come lo è, parrebbe obbligatoriamente, per il cinque stelle e per la Lega, e per lo stesso FN in Francia. Non necessariamente, all’opposto, si ricorrerà in modo sistematico alla militarizzazione e alla “violenza di piazza”, per portare al collasso l’impianto di sub-potere euroservo – pd-Renzi-presidenza della repubblica – che ci opprime per conto terzi. Infine, resto dell’idea, come suggerito a suo tempo dal compianto Costanzo Preve, che il programma politico, immediatamente applicabile nella realtà, si formerà sul campo, nella sabbia calda della storia procedendo lo scontro sociale, sulla base delle esigenze della popolazione. Non sarà deciso aprioristicamente a tavolino. Ciò che si può tracciare sin d’ora sono le linee generali di politica strategica, in un orizzonte di generale riacquisizione della sovranità monetaria, dell’autonomia di bilancio e della libertà di scelta in politica estera.

Il programma del Fronte francese – Notre Projet. Programme politique du Front National, link http://www.frontnational.com/pdf/Programme.pdf – potrà costituire un utile termine di paragone, se non una fonte d’ispirazione, nonostante una certa, inevitabile retorica e le differenze fra la Francia e l’Italia. Pur essendo 106 le pagine del pdf in cui è fissato il programma i punti essenziali, sintetizzando all’estremo, sono i seguenti: uscita dall’euro con la riappropriazione della moneta e della politica monetaria, fine dell’egemonia europoide, dell’imposizione dei trattati e delle regole con il primato della legislazione nazionale su quella europea, protezione dello stato sociale, dell’istruzione e dei servizi pubblici, protezione dei prodotti e delle industrie nazionali, regolamentazione dei flussi migratori, uscita dal comando integrato della nato (Otan per i francesi) e un solido partenariato militare e energetico con la Federazione Russa. Antieuro e antiunionismo, ostilità nei confronti della nato e ricerca di un’intesa con la Russia sono chiaramente scritti nel programma del FN. L’obiettivo geopolitico rilevante, tale da modificare profondamente l’ordine mondiale, è la costituzione di un’Unione paneuropea di Stati sovrani che includa la Russia. Tutto ciò non è solo nell’interesse dei francesi, ma anche degli italiani e della maggioranza degli europei. Senza voler sconfinare nella retorica, ma restando concreti, la famiglia è l’elemento centrale e fondamentale della società. Questo è chiaramente scritto nel programma del FN, in opposizione alla spinta dissolutoria proveniente dai modelli ultra-individualistici, proposti da neoliberisti, neoliberali e sinistre euroserve, che esaltano l’isolamento del singolo e l’ambiguità sessuale (Hollande in Francia, pd, sel e trista compagnia in Italia).

La battaglia in Europa e per l’Europa si preannuncia come una battaglia complessiva di civiltà. Per vincerla sarà di vitale importanza la costituzione di una forza simile al FN anche in Italia. L’area del consenso potenziale dovrebbe essere vastissima, dagli operai supersfruttati ai ceti medi declassati e al lavoro intellettuale umiliato. Nonostante l’idiotizzazione sociopolitica di una parte significativa della popolazione, che vota in massa pd e Renzi, offrendosi come vittima sacrificale. Un’eventuale dissoluzione del movimento cinque stelle, sotto il peso delle sue contraddizioni irrisolte, l’ovvia difficoltà leghista di valicare i confini dell’Italia settentrionale espandendosi a sud, aprirebbero spazi interessanti per la nuova formazione politica, ampliandone il bacino di consensi. Se l’espressione “Fronte” non dovesse essere la più opportuna, si potrebbe ricorre alla parola “Blocco”. L’espressione “Nazionale” potrebbe essere sostituita, sempre per ragioni di opportunità, da “Popolare”. Ad esempio, Blocco Popolare di Salvezza, o Blocco Popolare di Liberazione.

5. Questo scritto, di natura squisitamente politica, si chiude qui. Il mio scopo, come già chiarito, è di lanciare il classico sasso nello stagno. Una provocazione che altri potranno raccogliere costruttivamente. Nel vuoto di proposte alternative che ci circonda, in questa latitanza di un vero antagonismo, è utile e doveroso cominciare a pensare, pur fra mille difficoltà, a iniziative concrete da mettere in campo, non aprioristicamente votate al fallimento e non effimere. Non è mia intenzione analizzare a fondo il programma del FN, che pur conosco nella sua versione originale, perché, scendendo nel dettaglio, le peculiarità del sistema sociale ed economico francese prendono il sopravvento sui tratti generali, sulle grandi questioni dell’epoca condivise con il resto d’Europa. Né è mia intenzione profetare su come potrà essere una nuova aggregazione politica italiana, nata sull’esempio del Front National ma rispondente ai bisogni di libertà, sovranismo, indipendenza e giustizia sociale del popolo italiano. O chiamare a raccolta, con un’autorevolezza che non possiedo, forze resistenti e anti-unioniste che sicuramente sono scarse e purtroppo disunite. Per ora, mi basta la provocazione. Domani vedremo.

In fede

Eugenio Orso

 

La questione meridionale…

Gaetano Salvemini e la questione meridionale

Esiste ancora la questione meridionale? Questa domanda, di sicuro, può essere considerata insidiosa ma non retorica non fosse altro perché la questione meridionale è entrata, con forza, in quell’elenco che include tutte le tematiche ricorrenti. Seguendo il magistero tramandatoci da Norberto Bobbio, si possono considerare ricorrenti quei temi che continuano ad essere proposti e discussi, analizzati e studiati.

Considerare, oggi, la questione meridionale un tema ricorrente è un fatto che, di certo, non avrebbe riscosso, in colui che con maggiore intensità quella questione la sollevò, alcuna forma di compiacimento. Probabilmente ci si sarebbe dovuti accontentare di un sorriso, di un sorriso amaro però, di quei sorrisi che solo un pazzo malinconico avrebbe potuto elargire.

È chiaro che le labbra deluse a cui si sta facendo riferimento sono quelle di Gaetano Salvemini, e questo perché il meridionalismo è stato presente in ogni sua pagina, in ogni suo giudizio, in ogni suo pensiero; attorno ad esso ruotavano tutte le sue polemiche e le sue critiche.

Il pensiero che Gaetano Salvemini ha elaborato fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rappresenta, di certo, uno dei contributi più lucidi e lungimiranti che la classe politica ed intellettuale di quegli anni sia riuscita a produrre. In un’epoca in cui l’Italia viveva una profondissima crisi politica, sociale ed economica, Salvemini ha anticipato molti dei suoi contemporanei nell’analisi e nella proposta di risoluzione dei più gravi problemi che travagliavano l’Italia.

Le numerose battaglie che Salvemini ha combattuto nei primi anni del Novecento, rappresentano un importantissimo patrimonio per il mondo delle idee politiche. Salvemini è stato un grande studioso e un grande maestro di vita e di impegno etico-politico. Il ruolo da lui ricoperto è oramai da molti riconosciuto anche se  oggi, come del resto allora, il suo pensiero non è ancora sufficientemente conosciuto.

E dunque, dicevano, che non avrebbe fatto piacere allo storico pugliese il ritrovare, a distanza di circa cento anni, la questione meridionale ascritta in quell’elenco che indica chiaramente che laquestione è ancora presente,  è ancora viva, in altri termini, è ancora irrisolta. L’amore che Salvemini nutriva per i meridionali fu forte al punto da influenzarne tutte le scelte; e la questione meridionale era da lui considerata l’irrinunciabile punto da cui partire per lo sviluppo dell’Italia intera. Salvemini aveva infatti chiaro, così come sostiene Gaetano Arfè, che “il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento o rivoluzione”[1]. E  Salvemini, infatti, considerò la questione  meridionale come punto di confine fra la corruzione e lo sviluppo dell’Italia.

E’ questo, quindi, il motivo per cui ogni sua azione ed ogni suo scritto furono volti alla risoluzione di un unico problema: quello della disparità fra il Nord e il Sud d’Italia.  E’ importante tenere presente che, a parere di molti studiosi, le condizioni di squilibrio fra il Nord e il Sud  erano dovute ad una serie di fattori non superabili che ponevano il Sud in una posizione di insanabile inferiorità rispetto al Nord. Infatti, come scrive Lelio Basso, “le spiegazioni positivistiche, scientifiche, della maggioranza degli scrittori di cose meridionali, attribuivano la causa dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno a fatti naturali come il clima e la razza, contro cui sarebbe stato vano lottare”[2]. E’ ovvio che considerazioni di questo tipo furono fatte in funzione di un disinteresse sprezzante per le condizioni del Meridione. Analizzandola, la posizione di Salvemini è di totale contrasto: “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; […] spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti”[3]. In realtà, la posizione di Salvemini è  storicamente documentata; è confermata, infatti, la tesi secondo cui l’arretratezza del meridione era dovuta a minori opportunità  di sviluppo del Sud rispetto al Nord. Allora, come per troppi aspetti ancora oggi, il Nord rappresentava il centro degli interessi economici, e quindi la zona su cui maggiormente investire.

“I paesi dell’Italia meridionale si possono dividere in due grandi classi: paesi di grandi e paesi di piccola proprietà”[4]. Il Meridione, a parere di Salvemini, soffriva di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale. Le prime due, generate da politiche protezionistiche ed autoritarie, permettevano al Nord di opprimere il mezzogiorno. Cosa strana è che, quando si unì l’Italia, il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti; l’unità, quindi, ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gli interessi dei debiti contratti dai settentrionali. Infatti la ripartizione del carico fiscale era estremamente iniqua e “faceva sì che l’Italia settentrionale, la quale possedeva il 48% della ricchezza del paese, pagava meno del 40% del carico tributario, mentre l’Italia meridionale, con il 27% della ricchezza pagava il 32%”[5]. L’Italia meridionale, quindi, dava senza ricevere, poiché tutti gli investimenti, come quelli destinati all’esercito ed alle ferrovie, erano concentrati prevalentemente nel settentrione. “L’Italia meridionale – scrive Salvemini – deve oggi comprare dall’Italia del Nord  i prodotti manifatturieri ai prezzi, che gli industriali si son compiaciuti di stabilire […]; viceversa non può vendere al Nord le sue derrate agricole, perché le tariffe ferroviarie rendono impossibile la circolazione delle merci di gran volume e di basso prezzo quali sono appunto i prodotti dell’agricoltura meridionale”[6]. Quindi, le tasse ed i dazi sui prodotti agricoli, ben “dieci volte superiori a quelli dei prodotti manifatturieri”[7], impedivano in Italia il commercio dei prodotti meridionali, esclusivamente agricoli. “Così – accusa Salvemini – noi assistiamo allo spettacolo che i limoni si pagano cinque a soldo a Messina e due soldi l’uno a Firenze, e un litro di vino costa venti centesimi a Barletta e cinquanta a Lodi”[8]. Dunque le tasse ed i dazi furono stabiliti con un unico scopo: sviluppare il mercato del Nord e rendere non concorrenziale quello del Sud. Gli industriali settentrionali poterono accordarsi con il governo a loro piacimento tanto che Salvemini, sarcasticamente, scrive così: “[…] e meno male che in Lombardia sono scarsi i vigneti, e che i proprietari lombardi non sono minacciati, come  i piemontesi dalla concorrenza dei vini meridionali: se questo fosse, noi vedremmo anche in Lombardia le amministrazioni comunali, dominate dai proprietari, istituire dazi differenziali a danno dei vini a forte gradazione alcolica (meridionali) in modo da rialzarne artificialmente i  prezzi più che non sieno rialzati dalle tariffe ferroviarie, e restringerne il consumo a tutto vantaggio dei vini locali”[9]. Da qui il rammarico sconsolato di un Salvemini alla continua ricerca di una via d’uscita; un provvedimento, una riforma che avesse creato i presupposti di una concorrenza onesta nel commercio italiano ed internazionale. “Potessimo almeno le nostre merci venderle fuori dall’Italia […] Ma le nazioni straniere, non potendo per le tariffe del 1887 venderci i loro prodotti industriali – ché il monopolio di questi se lo sono attribuito gl’industriali del Nord – non vogliono saperne naturalmente dei nostri vini, dei nostri ortaggi, della nostra frutta dei nostri agrumi[10].

Per meglio spiegare la terza “malattia”, la struttura sociale semifeudale, Salvemini ricorda che la società meridionale era distinta in  tre classi sociali: la grande proprietà, la piccola borghesia e il proletariato agricolo.

Ora, il potere incontrastato dei latifondisti, impediva la formazione di una borghesia moderna come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Salvemini, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del meridione. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè dura e spietata; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.

La grande proprietà, antichissima nelle sue dinastie, era riuscita a superare indenne tutti i vari cambiamenti di regime restando sempre in sella, ed aveva “fatto sì che il Risorgimento risultasse nel Mezzogiorno non una rivoluzione, ma una corbellatura, ed [era] e sarà pronta sempre a vestire nuove livree pur di difendere il suo potere fino all’ultimo sangue”[11]. A parere di Salvemini, il potere della grande proprietà sarebbe rimasto forte perché risulta essere coordinato, oltre che appoggiato dalla piccola borghesia con cui  si era creato un solido legame di cooperazione. “I due alleati si distribuiscono, da buoni amici, il terreno da sfruttare”[12]. Dunque, i latifondisti si adoperavano perché nulla cambiasse. Ogni  loro azione era volta al mantenimento di quei vecchi privilegi ormai perduti in ogni altra parte dell’Italia. Come scrive Giuseppe Bedeschi: “i latifondisti e la grande proprietà fondiaria erano indenni dai mali che affliggevano il Mezzogiorno, ed erano i veri beneficiari dello status quo, che perciò essi erano pronti a difendere con le unghie e con i denti”[13]. Sarebbe necessario ricordare che i grandi proprietari non erano neppure oppressi dalle tasse. Ad esempio, posto che nel sistema tributario meridionale aveva grossa consistenza il dazio sul consumo, i latifondisti pagavano poche tasse perché il calcolo era fatto non in base a quanto il terreno avrebbe potuto produrre, ma a quanto in realtà produceva. E poiché i terreni producevano poco, poco pagavano. “Se  i grandi proprietari non erano oppressi dalle tasse, – scrive Bedeschi – in compenso essi e soltanto essi si giovavano dei dazi di importazione sul grano, che costituivano un grosso tributo annuo pagato dai consumatori al loro dolce far niente”[14].

Della piccola borghesia Salvemini, sottolinea il perenne senso di frustrazione e gli appetiti mai soddisfatti per l’impossibilità in cui era questa classe di migliorare la propria condizione economica. Ad essa era precluso l’accesso alle attività produttive. I piccoli borghesi erano “costretti a vivere dei modestissimi redditi loro derivanti dei pochi terreni che [possedevano] e sulla lontana e difficile prospettiva di diventare professionisti o impiegati”[15]. Calcando le tinte Salvemini spiega che le ristrettezze in cui i piccoli borghesi erano costretti a vivere facevano sì che “la lotta per l’esistenza [assumesse] per loro un carattere di mostruosità, di ferocia, di pazzo accanimento e la vita [divenisse] uno spasimo continuo, un inferno, di fronte al quale l’inferno vero sarebbe il più desiderabile dei paradisi”[16]. Un’analisi simile, ed un giudizio che non si distacca molto da quello di Salvemini è formulato da Basso quando scrive così: “questa piccola borghesia meridionale, che dopo aver conseguito un diploma o una laurea non trovava possibilità di impiego o di sbocco di qualche attività produttiva, si riduceva a vivere sfruttando in qualche modo i contadini e cercando di volgere a proprio profitto le magre risorse dei bilanci pubblici locali [..]”[17].

Pur avendo però una laurea o un diploma i piccoli borghesi del Sud non erano affatto persone colte; se lo fossero state si sarebbero forse  condotti in modo differente. Non avrebbero certamente sfruttato una situazione così precaria proprio a discapito dei loro concittadini più umili. Non si sarebbero certo accontentati di sfruttare una società così “disgraziata”, da cui avrebbero potuto trarre molti vantaggi solo se avessero cooperato per elevarne gli enormi potenziali di sviluppo. “Andate – scrive Salvemini – un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi. E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!”[18].

Salvemini ha speso, nei confronti della piccola borghesia, parole sempre più aspre, evidenziandone l’animo cupido ed il costume ozioso, centrando la sua accusa sul comportamento parassitario ed opportunista. “L’Italia meridionale di oggi non è più quella di quindici anni fa. I contadini meridionali non sono più i miserabili di una volta. Ogni giorno più miserabile, invece diventa la piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale”[19]. Parole dure, vibranti di disprezzo per l’egoismo che aveva distrutto le terre del meridione, a lui tanto care.

“La borghesia non esiste; il proletariato non ha diritti politici: la classe che forma il corpo elettorale è la piccola borghesia dei cui voti i latifondisti hanno, quindi, bisogno per tenersi su. Si ha così un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi, che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale”[20]. L’alleanza consisteva in un macchinoso, ma ben studiato gioco elettorale che avrebbe garantito loro posti di potere, contrastando ogni forma di progresso a danno del proletariato agricolo. Ciò non è paradossale, se si tiene presente che, non essendoci ancora il suffragio universale, le persone con diritto di voto erano realmente poche. Come scrive Salvemini “la presente legge elettorale escludendo dal voto gli analfabeti, e riducendo nel Mezzodì a proporzioni minime il numero degli elettori, fa sì che lo spostamento di cento o duecento voti determini la vittoria”[21]. Ecco, questo è il punto di appoggio della critica salveminiana. Non  esistendo una vera e propria borghesia, la piccola borghesia “frustrata” formava la gran parte del corpo elettorale. Avveniva così che la grande proprietà se ne serviva per poter controllare le elezioni, mantenendo sempre intatti i suoi poteri ed i suoi  privilegi e impedendo la nascita di una borghesia moderna. “I deputati meridionali – scrive Salvemini – facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori,  e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni […]”[22]. Così, il patto scellerato fra i latifondisti e i piccoli borghesi permetteva una vera e propria spartizione dei seggi assegnati o da assegnare con le elezioni. Si aveva così che “i latifondisti si prendevano il parlamento e la piccola borghesia lavorava nei Consigli comunali. […] Dominio dei latifondisti nella vita politica, dominio di una frazione della piccola borghesia a danno del proletariato nella vita amministrativa”[23]. Viene da sé che, stando così le cose, queste classi avevano un illimitato potere su ogni atto che riguardasse l’Italia meridionale.

“Ignoranti peggio dei macigni. I più non hanno mai imparato o hanno disimparato a lo scrivere”[24]. Poche parole, che però la dicono lunga sulle condizioni dei contadini. Il proletariato agricolo, non potendo vantare alcun diritto politico per povertà e mancanza di istruzione, riesciva sconfitto ed impossibilitato a fare qualunque cosa per risollevare la sua posizione.

“Nessuno si occupa di essere elettore; se qualcuno si trova, senza saperlo come, iscritto nelle liste, non va a votare, o ci va trascinato da qualche conoscente, da ebete, senza aver coscienza di quel che fa”[25]. Vittima, quindi, della carnefice alleanza fra i “potenti”, “i contadini meridionali sono abbandonati a se stessi, non possono far nulla, hanno bisogno di essere illuminati e guidati, ma non hanno nessuno che possa illuminarli e guidarli”[26].  Il proletariato, come denuncia Salvemini, viveva in uno stato di totale abbandono. Lasciati allo sbando dalla borghesia e dai troppo potenti latifondisti i proletari vivevano inermi lo sfruttamento e la miseria.

“Dove gli operai industriali mancano ed i contadini sono impermeabili alla propaganda nostra, ivi l’idea socialista o non penetra o, se penetra si corrompe”[27]. È facile dedurre dalle parole di Salvemini che le pratiche dei favoritismi, della corruzione e dello sfruttamento, risultavano all’ordine del giorno nella vita pubblica meridionale, così precisamente, così realisticamente ma, allo stesso tempo, così dolorosamente dipinta da Salvemini. Ed infatti, come egli scrive, “la vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti”[28].

Salvemini sofferma, poi, la sua analisi su di un altro fattore che impediva il riscatto dei proletari meridionali: l’atteggiamento governativo. Nel meridione, a differenza di ciò che accadeva al Nord, ogni manifestazione e ogni forma di protesta contraria alle disposizioni governative veniva inevitabilmente repressa. “In questi anni abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale, […] abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minimo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”[29]. Al Nord, infatti, il governo tollerava le manifestazioni, concedendo inevitabilmente la possibilità di numerose azioni volte alla conquista dei diritti fondamentali. Ma, come denuncia Salvemini, quando qualcuno lamentava le infamie commesse, e le disparità con la “razza gentile”, “essi o non rispondevano o ci facevano capire che non credevano alle nostre parole, o facevano una scrollata di spalle e dicevano: da noi il governo non fa così; la colpa non è di Giolitti; è vostra”[30]. Queste parole non possono che confermare la scarsa considerazione umana che si aveva nei confronti del mezzogiorno. È amaro pensare che, proprio alla parte più debole di un unico popolo fossero riservati tali trattamenti. È difficile accettare come “per molti settentrionali, anche fra coloro che più spesso fanno sfoggio di retorica unitaria, le popolazioni meridionali sono cagnaccia da macello e da bordello”[31]. Ma questo non è un luogo comune; il disprezzo che le popolazioni settentrionali provavano nei confronti dei loro connazionali, emerge anche in  altre pagine di Salvemini. Toccante, ad esempio, il racconto in cui egli, memore di un viaggio in treno, riporta il giudizio di un piemontese: “postacci – si lasciava andare il piemontese al passaggio per un villaggio del Sud – creda pure che qui non ci si vive. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione superstiziosa barbara”[32].

Il meridione, quindi, viveva in condizioni difficili che andavano affrontate in modo energico. Si capisce come Salvemini, molfettese fino alle midolla delle ossa, si adoperò cercando di risollevarne le condizioni, e di trovare delle soluzioni concrete che ne riscattassero lo stato d’arretratezza.

E’ importante però chiarire un punto. Molti criticano Salvemini accusandolo di aver difeso il Mezzogiorno, trascurando, così, quelle che erano le reali necessità del momento. Il problemismo ed il concretismo di cui si fa interprete Salvemini, poggiava invece su basi molto solide che non possono essere trascurate.  Quello di Salvemini, infatti, era un socialismo che,  pur ponendo al primo posto la protezione delle classi più deboli della società, non si lasciò mai corrompere dallo spirito di parte e restò sempre legato alla concreta realtà.

A conferma di ciò è bene ricordare come lo stesso Salvemini fu, in relazione ad una sua scelta, accusato di antimeridionalismo.

Nel 1896 il partito decise la fondazione del quotidiano l’Avanti!, e Salvemini fu fra i pochissimi che si oppose alla scelta di Roma, proponendo invece Milano, come sede del giornale. Ovviamente una posizione di questo tipo provocò scandalo ed accuse fra i compagni di partito. Questi credevano che, la sede del giornale a Roma, avrebbe certamente sollevato il livello culturale ed economico di una parte del meridione. Ad aggravare ancora di più le cose ci fu il fatto che persino i socialisti settentrionali erano favorevoli a questa opzione; ovviamente non certo per improvvisa magnanimità nei confronti del meridione, ma per l’eco maggiore che un giornale romano avrebbe prodotto nel mondo parlamentare. La risposta alla differente proposta fu avversa tanto che “laLotta di classe, di Milano, allora organo ufficiale ebdomadario del Partito rifiutò di pubblicare degli scritti di Salvemini in difesa della sua tesi e lo stesso fece il Grido del popolo di Torino: solo laGiustizia prampoliniana ospitò due note di Salvemini”[33].  Ed in queste due note Salvemini, spiegava che il suo atteggiamento – checché se ne dicesse, – non si distaccava dalla politica socialista in cui egli aveva sempre creduto. “Ciò posto – scrive infatti Salvemini –  un giornale socialista oggi dove è meglio che sorga? Scartiamo subito Napoli: in città il giornale si vende poco; meno nelle province meridionali in tanta parte apatiche, corrotte, indifferenti, ignoranti, in cui il socialismo non esiste; dove tutta una città comprerà al massimo ogni giorno trenta copie di tutti i giornali messi insieme”[34]. Le accuse di incoscienza[35] che gli furono mosse, avevano, almeno apparentemente, una loro giustizia dato che si rischiava di oscurare l’informazione nel meridione. Come scrive Salvemini, però, “l’Italia da Firenze in giù è per il socialismo un muro solidissimo e per ora incrollabile; […] raccogliamo le nostre forze sul punto in cui il nostro lavoro è più utile. […] Il giornale quotidiano deve essere conseguenza, non causa dello sviluppo del partito”[36]. Ciò dimostra che, se è vero che Salvemini non avrebbe mai rinunciato al suo meridionalismo, è anche vero che non avrebbe mai rinunciato al suo amore per la giustizia ed alla propensione per il gradualismo e la concretezza. Dalla frase sopra citata questo atteggiamento è chiaro al di là di ogni ulteriore discorso. Non era giusto creare la sede del giornale a Roma perché questa non era ancora pronta ad accoglierlo e quindi sarebbe stato più conveniente ospitarlo a Milano che, sicuramente, avrebbe ricevuto con  molto più calore l’arrivo del nuovo organo. In realtà, come scrive Basso, “le accuse apparsero infondate visto che le ragioni in favore di Milano fatte valere dal Salvemini erano assolutamente valide. Infatti tre anni dopo si fecero forti le difficoltà di mantenere il giornale a Roma, – confermando quindi la posizione di Salvemini – ed egli ritornò di nuovo sulla sua idea chiedendone il trasferimento a Milano, con una lettera a Prampolini pubblicata ne La Giustizia del 24 dicembre 1899”[37].

La posizione che Salvemini assunse nei confronti della questione meridionele, influenzò in modo non indifferente anche il suo rapporto con il partito socialista. C’è da dire, prima di ogni altra cosa, che la posizione da lui assunta all’interno del partito è stata assolutamente originale.

Come dicevamo all’inizio, la questione meridionale influenzò, direttamente o indirettamente, ogni pagina ed ogni pensiero di Gaetano Salvemini. Viene da sé che queste posizioni finirono per influenzare anche i rapporti e le posizioni di politica che lo stesso tenne per molti anni.

Salvemini, è noto, era un socialista riformista, ma il suo riformismo fu sempre innovativo perché ebbe come stella polare l’abito della concretezza. Concretezza equivaleva per lui a onestà. Odiava, quindi,  l’ideologismo “tutto fini e niente mezzi” e diffidava delle grandi filosofie della storia che pretendono di rispondere, con un unico schema, a tutti i grandi problemi della vita, compresi… i problemi insolubili.

Così, anche se quello della “Critica sociale” fu il gruppo politicamente a lui più vicino, ciò non influì sulle numerose critiche, che anzi si svilupparono in totale coerenza con le sue idee e con il suo carattere.

I riformisti si differenziavano dai rivoluzionari perché credevano che la trasformazione sociale sarebbe dovuta avvenire per via di conquiste graduali del proletariato. Salvemini, quindi, faceva emergere il problema dei destinatari di queste “conquiste”. Le  riforme proposte dai riformisti finivano per avvantaggiare soltanto una parte del proletariato: quello del Nord. Ed ecco da dove partono le critiche ai riformisti, ed ecco come ritorna la questione meridionale. Ma andiamo con ordine.

Per meglio comprendere la critica salveminiana è però necessario intendere le differenze tra conquiste graduali e conquiste parziali. E’ cosa differente, ammonisce infatti Salvemini, procedere secondo conquiste graduali e secondo conquiste parziali. Il gruppo di Turati, pur se nelle sue aspettative maturava l’idea di conquiste graduali, finiva per procedere per conquiste parziali. “Far succedere – scrive Salvemini – il suffragio universale, cioè il diritto di voto per tutti i lavoratori, alla conquista del diritto di organizzazione per tutti i lavoratori; […] questo è il processo delle conquiste graduali, e nel tempo stesso generali. Far succedere, invece, una legge sul lavoro delle industrie, a una legge sugli infortuni industriali; […] questo è lo sviamento verso le conquiste non solamente graduali, ma anche parziali, che si succedono sempre a profitto della medesima minoranza”[38].

Ovviamente  la differenza fra “conquiste graduali” e “conquiste parziali” sta nel fatto che,  di queste ultime, può beneficiare soltanto una parte del proletariato. Procedere secondo riforme graduali vuol dire, invece, “coordinare tra loro i vari problemi in ordine d’urgenza, secondo un organico sistema d’idee, non frammentariamente”[39].  Concorde con Salvemini è il parere di Bedeschi, che individua il limite fondamentale della politica riformista di allora proprio nell’eccessivo interessamento per gli operai settentrionali e il conseguente disinteresse per le vicende del mezzogiorno. “La politica del leader riformista – scrive Bedeschi –  esprimeva, infatti, le aspirazioni e gli interessi del proletariato industriale  e agricolo dell’Italia settentrionale; non esprimeva la disposizione, il ribellismo, il pessimismo radicale dei socialisti del Mezzogiorno, escluso pressoché interamente, per la sua arretratezza economica dai benefici del nuovo corso liberale”[40].

La distinzione fra conquiste graduali e parziali, fa parte, se vogliamo, della più ampia distinzione fra riforme politiche e sociali; e la critica di Salvemini si concentra  anche su questo punto. Le prime, intese al miglioramento delle condizioni sociali dei proletari, punto di partenza irrinunciabile per ogni altro tipo di riforma, devono essere indiscutibilmente anteposte alle seconde. Le seconde, avvantaggiando un proletariato già organizzato, devono seguire alle prime. È bene ricordare, come fa Gaetano Arfè, che “il socialismo di Salvemini si qualifica come riformismo politico prima che sociale”[41].

A parere di Salvemini i riformisti, abbandonato il riformismo politico, dedicavano la loro azione esclusivamente al riformismo sociale. Posto che, come scrive Salvemini, “la conquista della libertà politica è la base di qualunque altra riforma”[42], era giusto che il Nord, dopo averla conquistata con dure lotte contro uno stato oppressore, si dedicasse alle riforme sociali. Come riconosce anche Salvmeini, fu certamente giusto concentrare, all’inizio del novecento, tutti gli sforzi riformisti in un Nord pronto ad accoglierli, “io, socialista meridionale, sono sempre stato in dissidio con tutti i meridionali, e ho sempre affermato che essi avevano torto a combattere l’indirizzo allora prevalente nel partito”[43].

“Io – scrive Salvemini – affermo che, se nei dieci anni passati, subito dopo la conquista della libertà di organizzazione, era giusto e necessario che le forze politiche del partito si concentrassero tutte nel promuovere l’organizzazione economica di quelle zone della classe lavoratrice che erano meglio disposte ad accogliere questa opera di fecondazione, perché quando si comincia bisogna prendere il meglio della classe per costituire con esso l’avanguardia – ora che questa avanguardia si è costituita, e può difendere da sé, per mezzo delle sue organizzazioni, i propri interessi immediati e diretti sul terreno della lotta di classe, il partito non deve più adagiarsi a servizio di costoro che hanno già la forza nelle mani per fare da sé; ma deve passare a una zona ulteriore, più arretrata, della classe lavoratrice, per trascinare elementi nuovi nell’agone politico e portare fratelli nuovi in aumento di quelli che hanno fatto la prime conquiste”[44].

Dunque, scrive ancora Salvemini, “il partito socialista del Nord nei tempi di reazione, impedito nell’opera economica e nella propaganda delle leggi sociali, dové  raccogliere le sue forze sulla conquista delle libertà e sulla propaganda delle riforme politiche. Ma non appena si è aperto uno spiraglio di libertà, ha abbandonato le riforme politiche e si è dedicato all’opera di azione economica e sociale”[45]. Ciò è stato un grave errore, poiché le riforme sociali non hanno portato alcun beneficio per il proletariato non organizzato. “La legislazione sociale, – spiega infatti Salvemini –   se non ha dietro di sé un proletariato assai agguerrito, o è impossibile, o è monca, o non viene applicata, perché il proletariato non sa servirsene. Ora la parte veramente agguerrita del proletariato italiano è una infima minoranza”[46]. Il riformismo politico, invece, avrebbe certamente posto le basi per la formazione di una coscienza di classe che non sarebbe stata circoscritta soltanto al proletariato organizzato. “Col riformismo sociale – scrive ancora Salvemini – abbiamo sperperati tre anni, abbiamo sconquassato il partito, non abbiamo conquistato nulla né per noi né per altri. Col riformismo politico, ci sarebbe facile riacquistare in parte il tempo perduto, saneremmo, in parte, la crisi del partito socialista, lavoreremmo intorno a riforme di utilità generale, indiscutibile, immediata: cioè faremmo del riformismo sul serio”[47].  Dunque il disinteresse dei riformisti per i proletari più bisognosi, per “l’Italia vera” risulta lampante da questi atteggiamenti. Ai riformisti non interessa, come scrive Salvemini, che “per noi meridionali, la legislazione sociale è parola quasi vuota di senso, perché ignoriamo quei rapporti economici che la legislazione sociale, ha l’intento di disciplinare”[48].

Come scrive Turati: “se vi è una speranza di vedere la politica generale mutare di indirizzo in Italia e modernizzarsi, ciò sarà soprattutto per effetto della pressione misurata, ma assidua, che il proletariato industriale farà sul capitalismo industriale della penisola, che è già una poderosa forza politica, sforzandolo, con le proprie crescenti esigenze, a intensificare la produzione, a sgravare i consumi, a recidere nelle spese superflue dei comuni e dello stato. Quegli intenti di riforma finanziaria, politica e morale che il proletariato industriale non saprebbe – perché non lo toccano direttamente – direttamente imporre  o conseguire, esso l’imporrà e conseguirà costringendo a volerli, nel proprio immediato interesse, la borghesia. E avrà fatto un viaggio e due servizi: conquistando per sé avrà conquistato per tutti”[49]. Se questo è il pensiero di Turati, diciamo subito che non è possibile concordare con la sua impostazione perché la conquista di un vantaggio da parte di una classe sociale non è detto che necessariamente si estenda alle altre. Infatti, come scrive Salvemini: “le riforme, se interessano direttamente la borghesia industriale, non per questo toccano indirettamente, come scrive Turati, il proletariato”[50]. Inoltre, come aggiunge Salvemini, si dovrebbe conoscere meglio la borghesia di cui parla Turati. E infatti “il partito socialista, che dovrebbe muovere il proletariato dietro un gruppo di idee, è formato in buona parte da piccoli borghesi, per i quali le riforme sociali sono astrazioni che non li toccano […]”[51]. Inoltre proseguiva Salvemini, “mi permetta Turati di capovolgere le sue parole, col riformismo politico il proletariato più evoluto avrà fatto un viaggio e due servizi: conquistando per tutti avrà conquistato per sé”[52].

L’azione del partito socialista, e soprattutto dei riformisti, doveva essere intesa allo sviluppo delle riforme politiche. In realtà, però, i riformisti, vantando interessi per il proletariato del Nord, lottavano solo e soltanto per il riformismo sociale. Dello stesso avviso era Arturo Labriola, che espresse un’aspra critica ai riformisti ed in difesa del riformismo politico. “La vostra azione politica – egli disse rivolto ai riformisti – fu diretta ad ottenere la legislazione sociale, quale l’hanno i paesi industrialmente sviluppati. Ma l’Italia non è nelle condizioni di questi paesi, nei quali la grande industria compie lo sfruttamento dei lavoratori e a misura che quella si svolge, questi si organizzano per diminuire lo sfruttamento di cui sono vittime, ed adoperano a ciò anche la legislazione sociale”[53]. Promuovere una politica di questo tipo era, al di là delle “chiacchiere” e delle “chitarrate teoriche”, un chiaro segnale del disinteresse dei riformisti per i proletari del Sud. Come scrive Salvemini: “i socialisti riformisti se non voglio essere nella loro azione pratica degli acchiappanuvole, devono capire che dalla loro teoria generale non deriva oggi in Italia il riformismo sociale ma il riformismo politico”[54].

Un altro aspetto proposto dai riformisti turatiani riguardava la prospettiva secondo cui i miglioramenti ottenuti dalle singole avanguardie operaie organizzate, producevano benefici che si estendevano a tutto il proletariato; quindi “compiono funzioni di utilità collettiva anche quando pensano a se stesse”[55]. Ma, anche in questo caso, l’azione riformista non includeva il proletariato meridionale.

Una volta ottenuto un nuovo diritto, infatti, i proletari del Nord non ebbero nessun interesse ad aiutare quelli del Sud. Come spiega Salvemini: “il guaio era che tutta l’esperienza del precedente decennio stava lì a dimostrare che le organizzazioni privilegiate, dopo aver conquistato un nuovo diritto per sé sole, non esplicavano mai nessuna azione nel conquistare per gli altri ciò che esse avevano già ottenuto, ma passavano immediatamente a domandare un diritto nuovo: il quale cominciava quasi sempre col presentarsi come un diritto per tutti; ma al momento della realizzazione, si rattrappiva sempre in un privilegio per alcuni, sempre gli stessi”[56].

“Quando  fu conquistata – scrive Salvemini –  per gli operai delle industrie la legge dei provibiri tutti applaudimmo e dicemmo: è bene che l’avanguardia faccia questa conquista. Però l’avanguardia non pensò che la legge dei provibiri occorreva estenderla ai lavoratori della terra. O meglio ci pensò ma non fece nulla. E preferì chiedere nuove leggi sociali, ma solo per sé. Venne così la legge sugli infortuni industriali. Almeno ora occorreva lottare affinché la conquista dell’avanguardia fosse estesa a tutti gli altri. Neanche per idea: gli altri restarono sempre a bocca asciutta, e l’avanguardia chiede qualcosa di nuovo per sé”[57].

Con questi esempi, Salvemini voleva dimostrare come, in realtà, la tesi riformista del vantaggio indiretto, ed era di fatto fallace. Il settentrione, infatti, era progredito sia socialmente che economicamente, e la crescita era proporzionale all’indifferenza e all’egoismo che questo nutriva nei confronti del meridione. “Ed ecco perché – scrive Salvemini – io non taccio più e protesto contro la vostra indifferenza vera”[58]. Ed infatti non tacque, perché mai avrebbe potuto accettare che il proletariato, quello “vero”, fosse trascurato dalle iniziative del Partito socialista.

“Il Partito socialista – scrive Salvemini –  che deve essere il partito dell’intera classe lavoratrice, deve correggere le tendenze localiste, egoistiche, corporativistiche, dei gruppi d’avanguardia. Deve avere anche il coraggio qualche volta di dire ai più fortunati: alto là! Niente di nuovo per voi fino a che gli altri che sono in coda, non abbiano ottenuti anch’essi qualche cosa”[59]. Ma il partito questo coraggio non lo aveva e una minoranza avvantaggiata era l’unica beneficiaria delle riforme e non, come sarebbe dovuto essere, la base d’appoggio da cui partire per promuovere il miglioramento delle condizioni del proletariato. “Le falangi proletarie della grande industria e dell’agricoltura industriale – scrive Salvemini – debbono essere i fattori della trasformazione sociale, non i beneficiari esclusivi di quei vantaggi che l’ordinamento sociale presente può sempre concedere ad una minoranza proletaria purché si disinteressi del destino generale”[60]. In realtà, infatti, veniva a mancare del tutto la prospettata collaborazione delle organizzazioni proletarie con alcune frazioni della borghesia, a vantaggio dell’intero proletariato. Con questo modo di fare politica, quindi, lamentava Salvemini, si producevano soltanto dei compromessi oligarchici fra alcune organizzazioni ed i gruppi di governo. Quello che Salvemini definì il “pervertimento oligarchico dei riformisti”.  “Voi dovete rendervi conto – chiarisce Salvemini –  del fatto che le riforme, se si accumulano tutte in una direzione e si concentrano tutte sui gruppi organizzati della classe lavoratrice, mentre la gran massa resta esclusa, produrranno questo effetto: che la organizzazione operaia finirà per costituirsi in oligarchia privilegiata, nemica della classe intera, pronta a tirare la focaccia tutta per sé, lasciando debole e abbandonato il resto della classe”[61]. Ciò vuol dire che la politica riformista andava guardata con sospetto perché riusciva dannosa per tutte le zone dell’Italia più arretrate. Ed infatti, su questo punto  la polemica di Salvemini incalza, sollevandosi nei toni e diventando sempre più aspra. Le accuse, oltretutto ben fondate, non possono non essere tenute in considerazione. Non è possibile sottovalutare parole come:  “i risultati della politica socialista si possono classificare in tre categorie fondamentali: per gli operai delle industrie: leggi sociali che non si estendono mai ai lavoratori della terra; per le organizzazioni agricole della zona padana: concessioni continue dei lavori pubblici, anche non urgenti, anche non necessari; per gli impiegati pubblici: aumenti di stipendi ed aumento continuo della burocrazia centrale”[62]. Dunque, quello dei riformisti, non può essere considerato socialismo poiché, come scrive Salvemini, loro si atteggiavano “a difensori degl’interessi industriali… futuri del Mezzodì per chiedere nuovi favori agli interessi industriali… presenti al Nord”[63]. La politica esclusivista di cui essi si facevano promotori e portavoce, escludeva, giocoforza, la vera anima del socialismo prospettato da Salvemini. “Il Partito socialista – scrive Salvemini – ha perduto di vista da alcuni anni questo suo dovere fondamentale. Allorché si costituisce un gruppo di forze proletarie, e questo gruppo di avanguardia afferma di essere socialista impadronendosi così di quella meravigliosa forza di espansione morale che è racchiusa nella formula dell’ideale socialista, e suscita così intorno a sé grandi simpatie morali, e riesce ad imporsi alla borghesia con una forza di pressione che è certo superiore alla reale forza delle sue organizzazioni, quest’avanguardia non ha il diritto di conquistare per sé tutti i vantaggi della situazione: ha il dovere di adoperare queste forze per tutti coloro che sono diseredati”[64].

A parere di Salvemini, quindi, quest’ala socialista, provava un profondo ed inspiegabile disinteresse per una parte del paese. Promuoveva, infatti, una politica estremamente attenta al proletariato del Nord, senza tenere in nessuna considerazione i bisogni e le differenti necessità del Sud. Una politica classista, dunque, contraria ad ogni principio socialista, che non teneva in nessuna considerazione la grande massa della proletariato, il quale restava inerme ed impossibilitato a reagire ad ogni forma di sopruso e di violenza.

Pasquale Padula

Collaboratore della cattedra di

Dottrina dello Stato Università LUISS Guido Carli e di

Storia delle dottrine politiche Università del Sannio

 

OGGI E’ IL 2 GIUGNO…EVVIVA!

OGGI E’ IL 2 GIUGNO, EVVIVA LA REPUBBLICA ITALIANA!…

La data è stata scelta perché tra il 2 e il 3 giugno 1946, si tenne il referendum con cui gli italiani, dopo 85 anni di regno della dinastia dei Savoia (di cui 20 di dittatura fascista), scelsero – con il determinante “aiutino” dell’allora Ministro dell’Interno, On.le Giuseppe Romita” – di far diventare l’Italia una Repubblica costituzionale, abolendo la monarchia.

I festeggiamenti nella Capitale italiana proseguono nel pomeriggio con l’apertura al pubblico dei giardini del palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica Italiana, con concerti delle bande dell’Esercito Italiano, della Marina Militare Italiana, dell’Aeronautica Militare Italiana, dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, del Corpo di Polizia Penitenziaria e del Corpo Forestale dello Stato.

FRATELLI D’ITALIA, L’ITALIA S’E’ DESTA. DELL’ELMO DI……

Oggi è l’anniversario della Repubblica che ha sancito il definitivo tramonto della dinastia Savoia, ma non possiamo far finta che non sia esistito un evento assai più importante: la feroce guerra di annessione dell’esercito piemontese, il Risorgimento, che si celebra il 17 Marzo di ogni cinquant’anni come festa dell’Unità d’Italia!

Bisognerebbe invece celebrarla ogni anno, per ricordare gli eroici soldati borbonici che – diversamente dai certi generali felloni – non hanno tradito il loro Re, combattendo in difesa del Regno delle Due Sicilie fino all’estremo sacrificio delle loro vite!….

Dei superstiti, caduti prigionieri dei piemontesi, si è saputo più tardi che – avendo rifiutato di cambiare bandiera e “vestire” la divisa del nemico! – sarebbero stati segretamente deportati nei lager di Fenestrelle, sulle gelide Alpi piemontesi, a morire di freddo e fame!

I più fortunati che erano riusciti a darsi alla macchia, venivano insistentemente ricercati come “briganti” e fucilati sul posto una volta catturati!….

La feroce repressione non risparmiava neanche i luoghi di cattura, considerati contigui ai ricercati, pertanto, interi paesi venivano rasi al suolo ed i loro abitanti, donne, vecchi e bambini passati per le armi!….

Veri e propri genocidi, che ricordano le mattanze di Casaduni, Pontelandolfo, Soverato, Cirò Marina, Reggio e tanti altri piccoli paesi, messi letteralmente a ferro e fuoco dai crudeli comandanti preposti alla repressione:  Enrico Cialdini ed Emilio Pallavicini, autori di indicibili crimini contro l’umanità!……..

Per chi ne volesse sapere di più, cliccare sui seguenti link:

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1862f.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Brigantaggio_postunitario

Un’idea di quale iattura sia stata la “liberazione” dal legittimo Re Francesco II di Borbone, ce la da l’attuale degrado nel quale è precipitata la città di Napoli, quando un tempo non remoto era indicata come la quarta capitale del mondo per importanza e bellezza e funzionalità, naturalmente, prima che il Risorgimento la trasformasse in una città del terzo mondo!…

Chi si rifiuta di ammettere la vergognosa evidenza storica, potrà in qualche modo arginare con la cattiva informazione le gravissime responsabilità dei cosiddetti Padri della Patria, ma non potrà fermare il corso ineluttabile della…. nemesi!

Parlando proprio di Nemesi (la Dea della vendetta!), non si spiegherebbe diversamente la sinistra analogia tra lo sciagurato passato vissuto dai popoli del Regno delle Due Sicilie ed il precario presente imposto all’Italia, un tempo benestante e operosa !

Dal Piemonte alla Liguria, dal Veneto alla Lombardia e giù di li, è rimasto ben poco della opulente nazione, presentemente avviata verso il baratro del default, per la sistematica spoliazione della quale sembrerebbe ci si compiaccia!….                                                                E visto l’autolesionistico modo di votare degli italiani c‘è da pensare alla sindrome di Stoccolma!….

Dato che ai giorni d’oggi, al posto di Vittorio EmanueleII di Savoia c’è la Germania della Merkel;  al posto di Enrico Cialdini ed Emilio Pallavicini ci sono Mario Draghi e Monti; mentre in luogo  delle  cannonate,  bastano BCE e la Bundesbank!…,.

Queste sono le sole differenze tra l’inquietante passato che ha distrutto il Regno delle due Sicilie ed il tragico presente che sta polverizzando una sgangherata Italia, succube dell’Europa!

Il tutto, in un silenzio assordante sul sacrificio degli eroici martiri meridionali, una lacerante offesa per i popoli del Meridione, un vulnus incancellabile che non può non gridare eternamente vendetta!….