Archivio mensile:gennaio 2015

Ieri sera!….

 

Ieri sera, giovedì 29/01/2015, nel corso della trasmissione di Michele Santoro,                     Giuliano Ferrara – nella sua ben nota e sprezzante maniera! – esprimeva dei giudizi poco lusinghieri nei confronti degli oltre 50 mila persone registrate nel blog di Beppe Grillo, autorizzate ad esprimere il loro voto “vincolante” in rappresentanza della cosiddetta       “Rete del M5S”.

 Pur non condividendone l’impietosa forma, sotto certi aspetti, le critiche di Giuliano Ferrara avevano la sua ragione di essere e, pur nella loro sgradevolezza, non sembravano del tutto campate in aria,.

 Se non altro per ben quattro soli motivi:

1°) – primo, perchè il blog nel quale si esprimono questi 50 mila volenterosi, NON ESSENDO CERTIFICATO, può facilmente essere manomesso;

2°) – secondo, perchè questo blog è sotto l’esclusivo controllo dei loro due proprietari;

3°) – terzo, per avere personalmente sperimentato che nel blog di Beppe Grillo vige la censura!….                                                                                                                                                Tutti i commenti non graditi, che non riescono ad essere bloccati prima della loro pubblicazione, vengono il giorno dopo regolarmente rimossi.

4°) – quarto, ove tutti questi problemi non esistessero, sarebbe comunque ridicolo affidare al giudizio di soli 50 mila persone le decisioni importanti che coinvolgerebbero la vita di 60 milioni di italiani.

Tra l’altro, i giudizio di questi 50 mila creduloni varrebbe quanto il due di briscola nel momento in cui i “due proprietari” del blog avessero una visione diversa dalla loro!….

Infatti, dopo il trionfale esito delle elezioni politiche del Febbraio 2013, i due “proprietari” del blog e del Movimento Cinque Stelle decisero di gettare nel cesso i quasi NOVE MILIONI DI VOTI, optando per i “TANTO PEGGIO TANTO MEGLIOe deludendo profondamente coloro che avendo creduto in loro gli avevano dato il loro prezioso consenso!…..  Ingenerando dubbio che il Movimento 5 Stelle sia stato creato per conto di persone molto in alto (quelli del panfilo Britannia!), preoccupati di controllare e quindi convogliare pacificamente il malcontento degli italiani e…..non disturbare “il manovratore” designato!

Tra l’altro, un governo presieduto da Pierluigi BERSANI e appoggiato dal Movimento 5 Stelle – che in qualsiasi momento avrebbe potuto togliergli la fiducia e lasciarlo in mutande!| – sarebbe stato comunque MENO PEGGIO di tutte le tragiche vicissitudini che sono capitate tra capo e collo sui tartassati, derubati e vilipesi ITALIANI che, sommersi da una miriade di NUOVE TASSE, balzelli e quant’altro,……….. hanno dovuto inoltre subire:

 – la rielezione del Presidente della Repubblica                                                                                    – il trionfale ritorno in campo di Berlusconi                                                                                          – il governo di larghe intese di Enrico Letta                                                                                          – la vittoria di Matteo Renzi alle primarie del PD                                                                                – il siluramento di Enrico Letta                                                                                                                 – l’insediamento di Matteo Renzi a Capo di Governo                                                                          – lo stravolgimento della Costituzione in chiave autoritaria                                                          – il segretissimo “Patto del Nazzareno” tra Renzi e Berlusconi                                                         – l’accordo sulla Legge elettorale e sul nuovo Presidente Repubblica

Nessuna meraviglia, quindi, se rifacendoci a quanto espresso nel mio “CARO DIARIO”, e considerata impellente la necessità di USCIRE DALL’EURO e regolamentare la IMMIGRAZIONE CLANDESTINA, la gente esasperata – non potendo più credere in Beppe Grillo e nel suo M5S potrebbe decide di votare il “leghista” SALVINI

 

 

La ditta dei Due Premier

La ditta dei Due Premier è un regime che spaventa. Speriamo in un Pertini

27 gennaio 2015

La crisi politica italiana avanza a grandi passi.
Procede con gli stivali delle sette leghe, dunque risulta persino più veloce del suo attore numero uno, Matteo Renzi.

Lo sfacelo dei nostri partiti ci fa toccare record mai conosciuti prima. 
Da qualche giorno abbiamo in casa un mostro che non esiste in nessun’altra nazione del mondo: il governo dei due Premier.

Al ragazzone fiorentino si è aggiunto il vegliardo di Arcore, Silvio Berlusconi. Ormai l’Italia è in mano a una nuova diarchia. 
La vera Ditta è questa, non il catorcio in rovina del povero Pier Luigi Bersani. 
Siamo alla Ditta Renzi & Cav, un regime da paura.

Anche da solo il signore di Firenze era pericoloso. 
I lettori di Libero conoscono la mia opinione su di lui. 
Un giovane con tutti i difetti dei principianti che arrivano al vertice del potere politico sotto la spinta di un’ambizione sfrenata e un concorso di circostanze irripetibili.

Nessuna esperienza parlamentare. 
Niente apprendistato in un governo. 
Ignoto all’Europa. 
Ma sin dall’inizio della sua premiership Renzi ci ha spiegato che fare la carogna in politica paga sempre.

Ha tradito e assassinato Enrico Letta. 
Poi ha portato nelle stanze di Palazzo Chigi tutto il peggio della fiorentinità.
La passione per le congiure. 
Il clientelismo senza vergogna, a favore degli amici, da premiare anche al di là dei meriti. 
La minaccia vendicativa. 
L’assenza di rispetto per gli avversari. 
Sino a costruire il baraccone di oggi. 
Dove contano soltanto la fedeltà, l’obbedienza pronta, cieca e assoluta, secondo l’antica formula mussoliniana, l’uso del dileggio e dell’insulto. 
Il tutto in un clima ridanciano, goliardico e muscolare, che la televisione ci porta in casa tutti i santi giorni, sino alla nausea. 
Per il momento mancano la veline, ma prima o poi arriveranno anche loro.

Eppure la crisi dei partiti italiani è ormai più forte di qualsiasi premier. 
Quasi tutte le parrocchie stanno alla canna del gas. 
La guerra civile è diventata l’ossessione di tutte le loro giornate. 
Anche i bastioni in apparenza più robusti sono incrinati dall’esistenza di minoranze irriducibili.

Se Renzi deve vedersela con quel che resta dell’esercito di Bersani, il Cavaliere si trova alle prese con la dissidenza di un Raffaele Fitto che, presto o tardi, dovrà alzare la testa e ribellarsi se non vuole essere decapitato.

Il caos ha partorito il Governo dei Due Premier, una novità assoluta nell’intero orbe terraqueo. 
Uno, il Renzi, governa, o almeno così pare. 
L’altro, il Berlusconi, lo sostiene con i suoi voti e gli consente di comandare. 
Erano una doppia debolezza per quel che riguarda i conti del Senato e della Camera. 
Adesso, per lo meno sul terreno dei numeri, abbiamo di fronte una doppia forza. 
Che promette di resistere a lungo, poiché non esiste vincolo maggiore dello stato di necessità. 
E potrebbe aprire la strada a un regime da paura.

Non so dire quanti altri lo temano. 
Ma il Bestiario confessa di toccare ferro. 
Renzi e il Cavaliere sono mossi da un interesse esistenziale. 
Il primo per durare, il secondo per non morire. 
Insieme diventano un’accoppiata imbattibile. 
E infatti nessuno li batterà.

Appariranno invincibili per un tempo lungo. Daranno vita a un regime autoritario che costringerà molti italiani senza potere a farsi una domanda angosciosa: viviamo ancora in una democrazia o no? 
Per il momento i Due Premier sembrano avere un obiettivo limitato, ancorché importante. 
È quello di mandare al Quirinale un presidente della Repubblica che si prenda cura delle esigenze espresse dalla nuova Ditta. 
Renzi vuole un capo dello Stato che obbedisca ai suoi ordini, controfirmi tutto quello che il leader del Renzismo deciderà, porcate comprese.

Berlusconi pretende dal successore di Giorgio Napolitano il regalo che aspetta da tempo: la grazia e la possibilità di ripresentarsi a pieno titolo sulla scena politica.

Siamo di fronte a un uso privato del potere pubblico. 
Purtroppo l’Italia è un paese snervato dalla crisi economica, impaurito dal proprio futuro, senza più fiducia nella partecipazione politica, come dimostrano i numeri sempre più ridotti degli elettori che vanno ai seggi. 
I giovani, poi, sono in pieno marasma. 
Pensano di vivere in un paese nemico. 
E prima o poi cominceranno a combattere. 
Non certo per il Califfato nero, ma contro i califfi della Casta italiana. 
Quale rimedio può essere in grado di scongiurare questa tragedia?

Al momento ne vedo un solo. 
È quello di mandare al Quirinale un presidente in grado di tenere testa ai Due Premier. 
Possiamo sperare soltanto in un uomo o in una donna che sia consapevole dei propri doveri. 
E rifiuti di diventare il passacarte di Palazzo Chigi. 
Sappia dire molti no e pochi sì. 
E si ritenga il difensore dei cittadini che, ancora una volta, non hanno potuto votarlo.

Capisco che non sarebbe un successo da poco. 
Il capo dello Stato viene eletto dall’ammucchiata dei partiti e non dagli italiani senza potere. 
E tutto congiura affinché sia mandata al Colle una figura debole, poco più di un fantasma. 
Pronta a inchinarsi al potere governativo e non a fargli argine. 
Ma come sappiamo, la speranza è sempre l’ultima a morire.

Uno dei presidenti della Repubblica che ho conosciuto meglio e ho raccontato più di una volta è il socialista Sandro Pertini. 
Non immaginava di diventare il Capo dello stato. 
Ma nel 1978 i candidati di Bettino Craxi venivano scartati uno dopo l’altro. 
Il leader del Psi non voleva Pertini al Qurinale. 
Lo considerava troppo bizzoso e indipendente. 
La truppa del Psi aggiungeva che era troppo vecchio.

Il 25 aprile di quell’anno, invitato a Parma per ricordare la Resistenza, mentre parlava in piazza aveva perso la dentiera ed era stato costretto a fingere un malore. 
Pertini era un osso da mordere. Irascibile e battagliero, se la prendeva con mezzo mondo. 
Un giorno arrivò a licenziare il suo bravo addetto stampa, Antonio Ghirelli, per un errore inesistente.
Insomma, una vera carogna e capace di apparire anche peggio. 
Un giorno mi spiegò perché la cattiveria era la qualità indispensabile di un presidente della Repubblica italiano. 
Disse: «Sto al Quirinale per volontà dei partiti che mi hanno eletto. 
Ma non sarò mai il loro maggiordomo. 
Sono diventato presidente a 82 anni e ci resterò per tutto il mandato. 
Andrò via quando ne avrò 89.

Sai perché riesco sempre a schivare le trappole destinate a mandarmi in pensione prima del tempo? 
Perché so essere più brutale e feroce di loro. 
Assomiglio a mia madre che è scampata tantissimo e ha sempre fatto vedere i sorci verdi a tutti.

Anche in carcere ero un galeotto che non s’inchinava a nessuno. Mi sono sempre attenuto alla regola: a brigante, brigante e mezzo». 
Già, essere più carogna dei due Premier. 
Ma nel carnevale dell’Italia 2015 esiste un soggetto così, maschio o femmina che sia? 
Temo di no. Siamo in un’epoca dove il tipo umano che va di moda è il quaquaraquà.

Tuttavia, è opportuno non mettere limiti alla Provvidenza. Presto sapremo chi andrà al Quirinale. 
E conosceremo il destino che ci aspetta: vivere sotto una dittatura in guanti bianchi o in una repubblica di uomini liberi.

di Giampaolo Pansa

MONOPOLI sulla nostra pelle!…

IL PIANO DI DRAGHI

 Capire il Quantitative easing

Come funziona e gli effetti sul risparmio

di Giovanni Stringa, Giuditta Marvelli e Gino Pagliuca

SCHEDA 1 DI 7

I titoli sotto la lente

Come funziona il programma di acquisto di titoli di Stato deciso dalla Bce?                         Innanzitutto, le operazioni saranno condotte sul mercato secondario: non durante le aste lanciate dai singoli Stati, ma successivamente, quando i privati che hanno comprato Btp italiani o Bonos spagnoli (per citare due esempi) decidono di rivenderli prima della scadenza.

Ma vediamo ora gli altri dettagli più numerici.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Il programma prevede l’acquisto di titoli per 60 miliardi al mese a partire da marzo. Verranno
comprati soprattutto bond di Stato, ma non solo.
                                                                     
Saranno acquistate anche obbligazioni delle istituzioni sovranazionali europee.                             Il
piano include la prosecuzione delle operazioni di acquisto di titoli cartolarizzati (Abs) e garantiti
(covered bond).                                                                                                                                            
La ripartizione,secondo le stime dei ricercatori di Unicredit, potrebbe essere la seguente: 5-10
miliardi in titoliprivati (cartolarizzati e garantiti), 45 miliardi in bond pubblici nazionali e il resto
in obbligazionidelle istituzioni europee sovranazionali.  
                                                                   
Il programma durerà fino al settembre 2016 o, almeno finché l’inflazione non si sarà risollevata
verso l’obiettivo del 2%.

L’importo totale del piano, fermandosi a settembre del prossimo anno, dovrebbe aggirarsi sui 1.140 miliardi .                                                                                                                                            Ma l’importo scende a circa 850 miliardi se si considerano solo gli acquisti di titoli di Stato. Entreranno nel programma i bond con scadenza dai due ai 30 anni.                                               Gli acquisti avverranno sulla base delle quote dei singoli paesi nell’azionariato della Banca centrale europea.

SCHEDA 2 DI 7

La condivisione dei rischi

Il punto non è tanto chi acquisterà i titoli, se la Bce o le banche centrali, quanto chi si farà carico dei relativi rischi.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Concentriamoci quindi sui bond pubblici (europei o nazionali): solo il 20% sarà comprato in un
regime di condivisione del rischio, a carico dell’eurosistema, mentre il restante 80% peserà sulle
spalle delle banche centrali nazionali. E visto che, di questo 20%, un 12% sarà composto da titoli
emessi da istituzioni europee, la quota di titoli di Stato nazionali soggetti a mutualizzazione si
ferma all’8%.
SCHEDA 3 DI 7

I tetti

Le operazioni di acquisto previste dal «quantitative easing» avranno poi i due tetti seguenti: non si potrà comprare più del 25% dei titoli messi in circolo con ogni emissione.     E non potrà essere acquistato più del 33% del debito pubblico di un singolo Paese, inclusi i titoli di Stato già in pancia alla Bce.                                                                                                                                   Entreranno nel programma solo titoli considerati «investment grade» (quindi non al livello “spazzatura”) da almeno una delle principali agenzie di rating.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Ma sono previste eccezioni per i Paesi che si trovano sotto un programma di assistenza
internazionale e che ne rispettano le indicazioni.
Lo sguardo è rivolto alla Grecia: potranno essere acquistati anche titoli di Stato ellenici se il
Fondo monetario, attraverso le diverse «review», considererà Atene in linea con le condizioni
previste dal piano.
SCHEDA 4 DI 7

 

Le banche

La Bce ha anche abbassato il tasso di interesse sulle Tltro, le operazioni di liquidità finalizzate ai prestiti alle aziende.                                                                                                                                 Non si applicherà più lo spread di 0,10 punti percentuali sul tasso di riferimento.                             Le banche potranno richiedere denaro allo 0,05% e non più allo 0,15%.                                           La Bce vuole cosi’ rendere queste aste più interessanti, dopo la domanda sotto le aspettative nel corso del 2014.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

La Bce vuole cosi’ rendere queste aste più interessanti, dopo la domanda sotto le aspettative
nel corso del 2014.

 

SCHEDA 5 DI 7

Mutui più facili

Il quantitative easing è difficile da pronunciare.                                                                               Meglio saltare direttamente alle conclusioni, ai suoi (auspicabili ma non garantiti) effetti sulla vita quotidiana.                                                                                                                                               In sintesi: mutui a buon mercato e banche più disponibili a prestare denaro a famiglie e imprese; listini azionari europei di nuovo al centro dell’attenzione dei grandi investitori internazionali con conseguente rialzo delle quotazioni; tassi di interesse e rendimenti obbligazionari bassi.                                                                                                                                     Se poi il piano della Bce funziona e il motore dell’economia si rimette in moto, gli interessi dei bond e le rate dei mutui risaliranno, insieme al costo della vita.                                                      Dire quando, è impossibile.                                                                                                        Nemmeno gli Usa, che praticano il Qe da otto anni, hanno ancora deciso di rompere il tabù del costo del denaro diverso da zero.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Arduo ipotizzare ulteriori diminuzione dei tassi, perché i parametri di indicizzazione sono ai
minimi storici.
                                                                                                                                                                        Ieri l’Euribor (il tasso interbancario che fa da base per i mutui variabili) è finito addirittura a zero
sulla scadenza mensile. I migliori variabili oggi sono offerti sotto il 2%, i fissi sotto il 3,5%: non è
escluso che le banche decidano di mettere un «pavimento» ai variabili per impedire discese
eccessive.
E’ vero che dovrebbero diventare più generose sul fronte delle risorse da destinare ai mutui.
Ma gli spread (le maggiorazioni applicate ai tassi di mercato pari oggi al 2% circa) scenderanno
ancora solo per i clienti migliori, quelli più solvibili.
Un consiglio: se si trova oggi un fisso sotto al 3,5% vale la pena pensarci.
Perché?
                                                                                                                                                                        Se entro due anni inflazione e tassi tornassero sul serio al 2%, un mutuo variabile da 120 mila
euro a 20 anni vedrebbe la sua rata salire da da 613 a 797 euro.
 Scegliendo il fisso invece si continuerebbe a pagare lo stesso importo della prima rata e cioè
684 euro al mese.

 

SCHEDA 6 DI 7

Bond con qualche rischio

Negli ultimi tre anni le emissioni pubbliche italiane sono state fonte di guadagni notevoli, anche nell’ordine del 30-40%.                                                                                                                             Ora gli spazi di riduzione degli spread e di discesa dei rendimenti si sono veramente ristretti.                                                                                                                                                                                 Il Btp decennale rende l’1,6% (chiusura di ieri), le emissioni brevi poco più di zero.                     Per guadagnare con le obbligazioni bisogna allungare la scadenza, alzare la posta del rischio emittente, accettare la diversificazione valutaria.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Tutte mosse possibili, che però comportano un certo grado di rischio, diverso da quello che ci si
è presi quando i Bot rendevano l’8% e lo spread era a 570 punti (9 novembre 2011).
 In prospettiva il ritorno dell’inflazione accende i riflettori sui titoli variabili, come i Btp Italia o le
emissioni collegate al costo della vita in Europa.

 

SCHEDA 7 DI 7

Azioni, chi può salire

Le Borse europee potrebbero andare incontro ad un processo virtuoso di «riabilitazione». L’anno scorso Wall Street è salita a rotta di collo anche perché i grandi investitori internazionali non avevano alternative.                                                                                                                               Il bazooka di Draghi rimetterà in gioco i listini di casa?                                                                      Piazza Affari e il paniere dei principali titoli europei da inizio anno sono saliti del 7-8%: i primi commenti degli analisti di tutto il mondo, dopo il verbo del Qe, lasciano intravvedere la possibilità di un interesse.

</p><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
<p>

Se Piazza Affari e le altre si trovassero con un premio di rischio diminuito e di un maggior valore
potenziale chi può permettersi il rischio azionario può sperare in buone performance
Per le banche (simbolo della crisi), per le utilities e per le industrie del made in Italy e
più in generale dell’export. Visto che già da qualche giorno si possono fare i conti con un
cambio euro-dollaro che sfonda la soglia di 1,15.

RIEPILOGANDO,                                                                                   per riuscire a far capire alla gente l’essenza di questi imperscrutabili tecnicismi:

Si sappia che alla fine di questo tortuoso percorso gli Stati si indebiteranno ancora di più ed il loro Debito Pubblico crescerà proporzionalmente ai cosiddetti soldi “generosamente” ricevuti “in prestito” dalla BCE…..

Rascida, «Un neonato per te è un nemico?»

 

Oriana Fallaci a una terrorista: 
«Un neonato per te è un nemico?»

La giornalista e scrittrice nel 1970 intervistò Rascida Abhedo, palestinese, che fece esplodere due bombe in un mercato di Gerusalemme provocando una carneficina

di Oriana Fallaci

Un ritratto della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci Un ritratto della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci
shadow

Oriana Fallaci, il terrorismo, il rapporto dell’Occidente con il mondo islamico.                       La grande giornalista ha affrontato questi temi molte volte nei suoi articoli e nelle sue interviste.                                                                                                                                       Con l’iniziativa «Le parole di Oriana» abbiamo scelto di ripubblicare alcuni di questi suoi interventi, che mantengono – a distanza di molti anni – una forza, un valore e un fascino straordinari.                                                                                                                                 Ecco l’intervista del 1970 all’attentatrice palestinese Rascida Abhedo. 

Sembrava una monaca. O una guardia rossa di Mao Tse-tung.                                             Delle monache aveva la compostezza insidiosa, delle guardie rosse l’ostilità sprezzante, di entrambe il gusto di rendersi brutta sebbene fosse tutt’altro che brutta. Il visino ad esempio era grazioso: occhi verdi, zigomi alti, bocca ben tagliata.                                             Il corpo era minuscolo e lo indovinavi fresco, privo di errori.                                                     Ma l’insieme era sciupato da quei ciuffi neri, untuosi, da quel pigiama in tela grigioverde, un’uniforme da fatica suppongo, di taglia tre volte superiore alla sua: quella sciatteria voluta, esibita, ti aggrediva come una cattiveria.                                                                         Dopo il primo sguardo, ti apprestavi con malavoglia a stringerle la mano, che ti porgeva appena, restando seduta, costringendoti a scendere verso di lei nell’inchino del suddito che bacia il piede della regina.

In silenzio bestemmiavi: «Maleducata!».

La mano toccò molle la mia.                                                                                                           Gli occhi verdi mi punsero con strafottenza, anzi con provocazione, una vocetta litigiosa scandì:

«Rascida Abhedo, piacere».                                                                                            

Poi, rotta dallo sforzo che tal sacrificio le era costato, si accomodò nel grande divano in fondo al salotto dove occupava il posto d’onore.                                                                   Dico così perché v’erano molte persone, e queste le sedevan dinanzi a platea: lei in palcoscenico e loro in platea.                                                                                                       Una signora che avrebbe fatto da interprete, suo marito, un uomo che mi fissava muto e con sospettosa attenzione, un giovanotto dal volto dolcissimo e pieno di baffi, infine Najat: la padrona di casa che aveva organizzato l’incontro con lei.ò meglio contro la spalliera 

Come lei, essi appartenevano tutti al Fronte Popolare, cioè il movimento maoista che da Al Fatah si distingue per la preferenza a esercitare la lotta coi sabotaggi e il terrore.             Però, al contrario di lei, eran tutti ben vestiti, cordiali e borghesi: invece che ad Amman avresti detto di trovarti a Roma, tra ricchi comunisti à la page, sai tipi che fingono di voler morire per il proletariato ma poi vanno a letto con le principesse.                                           La signora che avrebbe fatto da interprete amava andare in vacanza a Rapallo e calzava scarpe italiane.                                                                                                                         Najat, una splendida bruna sposata a un facoltoso ingegnere, era la ragazza più sofisticata della città: in una settimana non l’avevo mai sorpresa con lo stesso vestito, con un accessorio sbagliato.                                                                                                                         Sempre ben pettinata, ben profumata, ben valorizzata da un completo giacca-pantaloni o da una minigonna.                                                                                                                             Non credevi ai tuoi orecchi quando diceva: «Sono stanca perché ho partecipato alle manovre e mi duole una spalla perché il Kalashnikov rincula in modo violento».                   Stasera indossava un modello francese e il suo chic era così squisito che, paragonata a lei, la monaca in uniforme risultava ancor più inquietante.                                                             Forse perché sapevi chi era.                                                                                                         Era colei che il 21 febbraio 1969 aveva fatto esplodere due bombe al supermercato di Gerusalemme, causando una carneficina.                                                                                   Era colei che dieci giorni dopo aveva costruito un terzo ordigno per la cafeteria della Università Ebraica.                                                                                                                         Era colei che per tre mesi aveva mobilizzato l’intera polizia israeliana e provocato Dio sa quanti arresti, repressioni, tragedie.                                                                                             Era colei che il Fronte custodiva per gli incarichi più sanguinolenti.                                           Ventitré anni, ex maestra di scuola.                                                                                               La fotografia appesa in ogni posto di blocco: «Catturare o sparare».                                     La patente di eroe.                                                                                                                         Al suo tono strafottente, provocatorio, ora s’era aggiunta un’espressione di gran sufficienza: la stessa che certe dive esibiscono quando devono affrontare i giornalisti curiosi.                                                                                                                                             Mi accomodai accanto a lei sul divano.                                                                                   Lasciai perdere ogni convenevole, misi in moto il registratore:

«Voglio la tua storia, Rascida. Dove sei nata, chi sono i tuoi genitori, come sei giunta a fare quello che fai».        

Alzò un sopracciglio ironico, tolse di tasca un fazzoletto.                                                           Si pulì il naso, lenta, rimise in tasca il fazzoletto.                                                                         Si raschiò la gola.                                                                                                                   Sospirò.                                                                                                                                           Rispose.

 Sono nata a Gerusalemme, da due genitori piuttosto ricchi, piuttosto conformisti, e assai rassegnati.                                                                                                                                     Non fecero mai nulla per difendere la Palestina e non fecero mai nulla per indurmi a combattere. Fuorché influenzarmi, senza saperlo, coi loro racconti del passato.               Mia madre, sempre a ripetere di quando andava a Giaffa col treno e dal finestrino del treno si vedeva il Mediterraneo che è così azzurro e bello.                                                   Mio padre, sempre a lagnarsi della notte in cui era fuggito con la mia sorellina su un braccio e me nell’altro braccio.                                                                                                       E poi a dirmi dei partiti politici che c’erano prima del 1948, tutti colpevoli d’aver ceduto, d’aver deposto le armi, ma il suo era meno colpevole degli altri eccetera.                               E poi a mostrarmi la nostra vecchia casa al di là della linea di demarcazione, in territorio israeliano.                                                                                                                                        Si poteva vederla dalle nostre finestre e penso che questo, sì, m’abbia servito.             Prima di andare a letto la guardavo sempre, con ira, e a Natale guardavo gli arabi che si affollavano al posto di blocco per venire dai parenti profughi.                               Piangevano, perdevano i bambini, i fagotti.                                                                         Erano brutti, senza orgoglio, e ti coglieva il bisogno di fare qualcosa.                               Questo qualcosa io lo scoprii nel 1962 quando entrai a far parte del Movimento nazionale arabo, il Fronte Popolare di oggi.                                                                                           Avevo quindici anni, non dissi nulla ai miei genitori.                                                                 Si sarebbero spaventati, non avrebbero compreso.                                                                 Del resto si faceva poco: riunioni di cellula, corsi politici, manifestazioni represse dai soldati giordani.

Come eri entrata in contatto con quel movimento?

 A scuola. Cercavano adepti fra gli studenti.                                                                              Poi venne il 1967: l’occupazione di Gerusalemme, di Gerico, del territorio a est del Giordano.                                                                                                                                         Io in quei giorni non c’ero, ero nel Kuwait: insegnavo in una scuola media di una cittadina sul Golfo.                                                                                                                                     C’ero stata costretta perché nelle scuole della Giordania c’era poca simpatia per i maestri palestinesi.                                                                                                                       L’occupazione di Gerusalemme mi gettò in uno stato di sonnolenza totale.                       Ero così mortificata che per qualche tempo non vi reagii e ci volle tempo perché capissi che agli altri paesi arabi non importava nulla della Palestina, non si sarebbero mai scomodati a liberarla: bisognava far questo da soli.                                                                 Ma allora perché restavo in quella scuola a insegnare ai ragazzi?                                             Il mio lavoro lo amavo, intendiamoci, lo consideravo alla stregua di un divertimento, ma era necessario che lo abbandonassi.                                                                                           Mi dimisi e venni ad Amman dove mi iscrissi subito al primo gruppo di donne addestrate dall’FPLP.                                                                                                                                           Ragazze tra i diciotto e i venticinque anni, studentesse o maestre come me.                     Era il gruppo di Amina Dahbour, quella che hanno messo in prigione in Svizzera per il dirottamento di un aereo El Al, di Laila Khaled, che dirottò l’aereo della TWA, di Sheila Abu Mazal, la prima vittima della barbarie sionista.

La interruppi: anche questo nome m’era familiare perché ovunque lo vedevi stampato con l’appellativo di eroina e sui giornali occidentali avevo letto che era morta in circostanze eccezionali. Chi diceva in combattimento, chi diceva sotto le torture.

Rascida, come morì Sheila Abu Mazal?

Una disgrazia. Preparava una bomba per un’azione a Tel Aviv e la bomba scoppiò tra le sue mani.

Perché?

Così.

Raccontami degli addestramenti, Rascida.

Uffa. Eran duri.                                                                                                                               Ci voleva una gran forza di volontà per compierli.                                                                   Marce, manovre, pesi.                                                                                                               Sheila ripeteva: bisogna dimostrare che non siamo da meno degli uomini!                             E per questo in fondo scelsi il corso speciale sugli esplosivi.                                                   Era il corso che bisognava seguire per diventare agenti segreti e, oltre alla pratica degli esplosivi, prevedeva lo studio della topografia, della fotografia, della raccolta di informazioni.                                                                                                                                     I nostri istruttori contavano molto sulle donne come elemento di sorpresa: da una ragazza araba non ci si aspettano certe attività.                                                                 Divenni brava a scattar fotografie di nascosto ma specialmente a costruire ordigni a orologeria.                                                                                                                                     Più di ogni altra cosa volevo maneggiare le bombe, io sono sempre stata un tipo senza paura.                                                                                                                                         Anche da piccola. Non m’impressionava mai il buio.                                                                   I corsi duravano a volte quindici giorni, a volte due mesi o quattro.                                         Il mio corso fu lungo, assai lungo, perché dovetti anche imparare a recarmi nel territorio occupato.                                                                                                                                   Passai il fiume molte volte, insieme alle mie compagne.                                                           A quel tempo non era difficilissimo perché gli sbarramenti fotoelettrici non esistevano, ma la prima volta non fu uno scherzo.                                                                                       Ero tesa, mi aspettavo di morire.                                                                                                 Ma presto fui in grado di raggiungere Gerusalemme e stabilirmici come agente segreto.

Dimmi delle due bombe al supermarket, Rascida.

Uffa. Quella fu la prima operazione di cui posso rivendicare la paternità.                       Voglio dire che la concepii da sola, la preparai da sola, e da sola la portai fino in fondo. Avevo ormai partecipato a tanti sabotaggi del genere e potevo muovermi con disinvoltura.                                                                                                                                     E poi avevo una carta di cittadinanza israeliana con cui potevo introdurmi in qualsiasi posto senza destare sospetto.                                                                                               Poiché abitavo di nuovo coi miei genitori, scomparivo ogni tanto senza dare nell’occhio. L’idea di attaccare il supermarket l’ebbi quattro giorni dopo la cattura di Amina a Zurigo, e la morte di Abdel.                                                                                                                       Nella sparatoria con l’israeliano, ricordi, Abdel rimase ucciso.                                             Bisognava vendicare la morte di Abdel e bisognava dimostrare a Moshe Dayan la falsità di ciò che aveva detto: secondo Moshe Dayan, il Fronte Popolare agiva all’estero perché non era capace di agire entro Israele.                                                                                                   E poi bisognava rispondere ai loro bombardamenti su Irbid, su Salt.                                   Avevano ucciso civili?                                                                                                                   Noi avremmo ucciso civili.                                                                                                           Del resto nessun israeliano noi lo consideriamo un civile ma un militare e un membro della banda sionista.

Anche se è un bambino, Rascida?                                                                                         Anche se è un neonato? 

(Gli occhi verdi si accesero d’odio, la sua voce adirata disse qualcosa che l’interprete non mi tradusse, e subito scoppiò una gran discussione cui intervennero tutti: anche Najat, anche il giovanotto col volto dolcissimo.                                                                       Parlavano in arabo, e le frasi si sovrapponevan confuse come in una rissa da cui si levava spesso un’invocazione: «Rascida!».                                                                                             Ma Rascida non se ne curava.                                                                                                   Come un bimbo bizzoso scuoteva le spalle e, solo quando Najat brontolò un ordine perentorio, essa si calmò.                                                                                                     Sorrise un sorriso di ghiaccio, mi replicò.
«Questa domanda me la ponevo anch’io, quando mi addestravo con gli esplosivi.           Non sono una criminale e ricordo un episodio che accadde proprio al supermarket, un giorno che vi andai in avanscoperta.                                                                                               C’erano due bambini. Molto piccoli, molto graziosi. Ebrei.                                    Istintivamente mi chinai e li abbracciai.                                                                                     Ma stavo abbracciandoli quando mi tornarono in mente i nostri bambini uccisi nei villaggi, mitragliati per le strade, bruciati dal napalm.                                                                       Quelli di cui loro dicono: bene se muore, non diventerà mai un fidayin.                             Così li respinsi e mi alzai.                                                                                                                 E mi ordinai: non farlo mai più, Rascida, loro ammazzano i nostri bambini e tu ammazzerai i loro.                                                                                                                       Del resto, se questi due bambini morranno, o altri come loro, mi dissi, non sarò stata io ad ammazzarli. Saranno stati i sionisti che mi forzano a gettare le bombe.                           Io combatto per la pace, e la pace val bene la vita di qualche bambino.                       Quando la nostra vera rivoluzione avverrà, perché oggi non è che il principio, numerosi bambini morranno.                                                                                                                       Ma più bambini morranno più sionisti comprenderanno che è giunto il momento di andarsene.                                                                                                                                     Sei d’accordo?                                                                                                                               Ho ragione?»

No, Rascida. 

La discussione riprese, più forte.                                                                                                   Il giovanotto dal volto dolcissimo mi lanciò uno sguardo conciliativo, implorante.         V’era in lui un che di straziante e ti chiedevi chi fosse.                                                           Poi, con l’aiuto di alcune tazze di tè, l’intervista andò avanti. 

Perché scegliesti proprio il supermarket, Rascida?

Perché era un buon posto, sempre affollato.                                                                              Durante una decina di giorni ci andai a tutte le ore proprio per studiare quando fosse più affollato.                                                                                                                                         Lo era alle undici del mattino.                                                                                             Osservai anche l’ora in cui apriva e in cui chiudeva, i punti dove si fermava più gente, e il tempo che ci voleva a raggiungerlo dalla base segreta dove avrei ritirato la bomba o le bombe.                                                                                                                                           Per andarci mi vestivo in modo da sembrare una ragazza israeliana, non araba.             Spesso vestivo in minigonna, altre volte in pantaloni, e portavo sempre grandi occhiali da sole.                                                                                                                                                 Era interessante, scoprivo sempre qualcosa di nuovo e di utile, ad esempio che se camminavo con un peso il tragitto tra la base e il supermarket aumentava.                 Infine fui pronta e comprai quei due bussolotti di marmellata. Molto grandi, da cinque chili l’uno, di latta. Esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Per le bombe?

 Sicuro.                                                                                                                                                L’idea era di vuotarli, riempirli di esplosivo, e rimetterli dove li avevo presi.                   Quella notte non tornai a casa.                                                                                               Andai alla mia base segreta e con l’aiuto di alcuni compagni aprii i bussolotti.                     Li vuotai di quasi tutta la marmellata e ci sistemai dentro l’esplosivo con un ordigno a orologeria.                                                                                                                                     Poi saldai di nuovo il coperchio, perché non si vedesse che erano stati aperti e…

Che marmellata era, Rascida?

Marmellata di albicocche, perché?

Così… Non mangerò mai più marmellata di albicocche….

 (Rascida rise a gola spiegata e a tal punto che le venne la tosse). «Io la mangiai, invece.   Era buona. E dopo averla mangiata andai a dormire. 

Dormisti bene, Rascida? 

Come un angelo. E alle cinque del mattino mi svegliai bella fresca.                                        Mi vestii elegantemente, coi pantaloni alla charleston, sai quelli attillati alla coscia e svasati alla caviglia, mi pettinai con cura, mi truccai gli occhi e le labbra.                           Ero graziosa, i miei compagni si congratulavano: «Rascida!».                                         Quando fui pronta misi i bussolotti della marmellata in una borsa a sacco: sai quelle che si portano a spalla. Le donne israeliane la usano per fare la spesa. Uh, che borsa pesante! Un macigno! L’esplosivo pesava il doppio della marmellata. Ecco perché negli addestramenti ti abituano a portare pesi.

Come ti sentivi, Rascida? Nervosa, tranquilla?

Tranquilla, anzi felice.                                                                                                                   Ero stata così nervosa nei giorni precedenti che mi sentivo come scaricata.                          E poi era una mattina azzurra, piena di sole.                                                                       Sapeva di buon auspicio.                                                                                                     Malgrado il peso della borsa camminavo leggera, portavo quelle bombe come un mazzo di fiori. Sì, ho detto fiori.                                                                                                                   Ai posti di blocco i soldati israeliani perquisivano la gente ma io gli sorridevo con civetteria e, senza attendere il loro invito, aprivo la borsa: «Shalom, vuoi vedere la mia marmellata?».                                                                                                                             Loro guardavano la marmellata e con cordialità mi dicevano di proseguire.                       No, non andai dritta al supermarket: dove andai prima è affar mio e non ti riguarda.         Al supermarket giunsi poco dopo le nove.

Che pensi?

(Pensavo a un episodio del film La battaglia di Algeri, quello dove tre donne partono una mattina per recarsi a sistemare e Rascida aveva visto il film.                                           Magari sì. Bisognava che glielo chiedessi quando avrebbe finito il racconto.                       Ma poi me ne dimenticai.                                                                                                               O forse volli dimenticarmene per andarmene via prima).                                           Pensavo… a nulla.

Cosa accadde quando entrasti nel supermarket, Rascida? 

Entrai spedita e agguantai subito il carry-basket, sai il cestino di metallo dove si mette la roba, il cestino con le ruote.                                                                                                          Al supermarket c’è il self-service, ti muovi con facilità.                                                           La prima cosa da fare, quindi, era togliere i due bussolotti di marmellata dalla mia borsa e metterli nel carry-basket.                                                                                                              Ci avevo già provato ma con oggetti più piccoli, non così pesanti, coi bussolotti grandi no e per qualche secondo temetti di dare nell’occhio.                                                                     Mi imposi calma, perciò. Mi imposi anche di non guardare se mi guardavano altrimenti il mio gesto avrebbe perso spontaneità.                                                                                 Presto i bussolotti furono nel carry-basket.                                                                             Ora si trattava di rimetterli a posto ma non dove li avevo presi perché non era un buon punto.                                                                                                                                             Alla base avevo caricato i due ordigni a distanza di cinque minuti, in modo che uno esplodesse cinque minuti prima dell’altro.                                                                           Decisi di mettere in fondo al negozio quello che sarebbe esploso dopo.                         L’altro, invece, vicino alla porta dove c’era uno scaffale con le bottiglie di birra e i vasetti.

 Perché, Rascida?

Perché la porta era di vetro come le bottiglie di birra, come i vasetti.                                 Con l’esplosione sarebbero schizzati i frammenti e ciò avrebbe provocato un numero maggiore di feriti. O di morti.                                                                                                         Il vetro è tremendo: lanciato a gran velocità può decapitare, e anche i piccoli pezzi sono micidiali. Non solo, la prima esplosione avrebbe bloccato l’ingresso. Allora i superstiti si sarebbero rifugiati in fondo al negozio e qui, cinque minuti dopo, li avrebbe colti la seconda esplosione.                                                                                                                     Con un po’ di fortuna, nel caso la polizia fosse giunta alla svelta, avrei fatto fuori anche un bel po’ di polizia.                                                                                                                           Rise divertita, contenta. E ciò le provocò un nuovo accesso di tosse.

Non ridere, Rascida. Continua il tuo racconto,

Rascida. Sempre senza guardare se mi guardavano, sistemai i due bussolotti dove avevo deciso.                                                                                                                                             Se qualcuno se ne accorse non so, ero troppo concentrata in ciò che stavo facendo. Ricordo solo un uomo molto alto, con il cappello, che mi fissava.                                         Ma pensai che mi fissasse perché gli piacevo.                                                                           Te l’ho detto che ero molto graziosa quella mattina.                                                               Poi, quando anche il secondo bussolotto fu nello scaffale, comprai alcune cose: tanto per non uscire a mani vuote.                                                                                                     Comprai un grembiule da cucina, due stecche di cioccolata, altre sciocchezze.                 Non volevo dare troppi soldi agli ebrei.

Cos’altro comprasti, Rascida? 

I cetriolini sottaceto. E le cipolline sottaceto.                                                                            Mi piacciono molto. Mi piacciono anche le olive farcite.                                                        Ma cos’è questo, un esame di psicologia?

Se vuoi.                                                                                                                                             E li mangiasti quei cetriolini, quelle cipolline? 

Certo. Li portai a casa e li mangiai.                                                                                           Non era un’ora adatta agli antipasti e mia madre disse, ricordo: «Da dove vengono, quelli?».                                                                                                                                           Io risposi: «Li ho comprati al mercato».                                                                                       Ma che te ne importa di queste cose?                                                                               Torniamo al supermarket.                                                                                                         Avevo deciso che l’intera faccenda dovesse durare quindici minuti.                                         E quindici minuti durò.                                                                                                               Così, dopo aver pagato uscii e tornai a casa.                                                                           Qui feci colazione e riposai.                                                                                                   Un’ora di cui non ricordo nulla. Alle undici in punto aprii la radio per ascoltar le notizie.   Le bombe erano state caricate alle sei e alle sei e cinque, affinché scoppiassero cinque ore dopo. L’esplosione sarebbe dunque avvenuta alle undici e alle undici e cinque: l’ora dell’affollamento.                                                                                                                         Aprii la radio per accertarmene e per sapere se… se erano morti bambini nell’operazione. 

Lascia perdere, Rascida. Non ci credo, Rascida.                                                                     Cosa disse la radio? 

Disse che c’era stato un attentato al supermarket e che esso aveva causato due morti e undici feriti.                                                                                                                             Rimasi male, due morti soltanto, e scesi per strada a chiedere la verità.                           Radio Israele non dice mai la verità.                                                                                           La verità era che le due bombe avevan causato ventisette morti e sessanta feriti fra cui quindici gravissimi.                                                                                                                      Bè, mi sentii meglio anche se non perfettamente contenta.                                                  Gli esperti militari della mia base avevano detto che ogni bomba avrebbe ucciso chiunque entro un raggio di venticinque metri e, verso le undici del mattino, al supermarket non contavi mai meno di trecentocinquanta persone. Oltre a un centinaio di impiegati.

Rascida, provasti anzi provi nessuna pietà per quei morti? 

No davvero. Il modo in cui ci trattano, in cui ci uccidono, spenge in noi ogni pietà.             Io ho dimenticato da tempo cosa significa la parola pietà e mi disturba perfino pronunciarla.  

Corre voce che ci fossero arabi in quel negozio

Non me ne importa.                                                                                                                       Se c’erano, la lezione gli servì a imparare che non si va nei negozi degli ebrei, non si danno soldi agli ebrei.                                                                                                                             Noi arabi abbiamo i nostri negozi, e i veri arabi si servono lì.

Rascida, cosa facesti dopo esserti accertata che era successo ciò che volevi?

Dissi a mia madre: «Ciao, mamma, esco e torno fra poco».                                                     La mamma rispose: «Va bene, fai presto, stai attenta».                                                     Chiusi la porta e fu l’ultima volta che la vidi.                                                                         Dovevo pensare a nascondermi, a non farmi più vedere neanche se arrestavano i miei.       E li arrestarono.                                                                                                                           Non appena il Fronte Popolare assunse la paternità dell’operazione, gli israeliani corsero da quelli che appartenevano al Fronte.                                                                                 Hanno schedari molto precisi, molto aggiornati: un dossier per ciascuno di noi.                   E tra coloro che presero c’era un compagno che sapeva tutto di me.                                   Così lo torturarono ma lui resistette tre giorni: è la regola.                                                     Tre giorni ci bastano infatti a metterci in salvo.                                                                     Dopo tre giorni disse il mio nome, così la polizia venne ad arrestarmi ma non mi trovò e al mio posto si portò via la famiglia. Mio padre, mia madre, mia sorella maggiore e i bambini.                                                                                                                                         Mia madre e i bambini li rilasciarono presto, mio padre invece lo tennero tre mesi e mia sorella ancora di più.                                                                                                                       Al processo non ci arrivarono mai perché in realtà né mio padre né mia sorella sapevano niente.

E tu cosa facesti, Rascida?

Raggiunsi una base segreta e preparai la bomba per la cafeteria dell’Università Ebraica. Questo accadde il 2 marzo e purtroppo io non potei piazzare la bomba, che non ebbe un esito soddisfacente.                                                                                                                   Solo ventotto studenti restaron feriti, e nessun morto.                                                           In compenso le cose peggiorarono molto per me: la mia fotografia apparve dappertutto e la polizia prese a cercarmi ancor più istericamente.                                                                 Fu necessario abbandonare la base segreta e da quel momento dovetti cavarmela proprio da me.                                                                                                                                             Mi trasferivo di casa in casa, una notte qui e una notte là, per strada mi sembrava sempre d’esser seguita.                                                                                                                             Un giorno un’automobile mi seguì a passo d’uomo per circa due ore.                                     Esitavano a fermarmi, credo, perché ero molto cambiata e vestita come una stracciona. Riuscii a far perdere le mie tracce e, in un vicolo, bussai disperatamente a una porta.     Aprì un uomo, cominciai a piangere e a dire che ero sola al mondo: mi prendesse a servizio per carità.                                                                                                                           Si commosse, mi assunse e rimasi lì dieci giorni.                                                                       Al decimo, giudicai saggio scomparire.                                                                                       Ero appena uscita che la polizia israeliana arrivò e arrestò l’uomo. Al processo, malgrado ignorasse tutto di me, fu condannato a tre anni. È ancora in prigione.

Te ne dispiace, Rascida?

Che posso farci? In carcere ce l’hanno messo loro, mica io.                                                       E io ho sofferto tanto. Tre mesi di caccia continua.

Ci credo, avevi fatto scoppiare tre bombe!                                                                                  E come tornasti in Giordania, Rascida? 

Con un gruppo militare del Fronte.                                                                                               Si passò le linee di notte.                                                                                                             Non fu semplice, dovemmo nasconderci molte ore nel fiume e bevvi un mucchio di quell’acqua sporca.                                                                                                                     Sono ancora malata.                                                                                                                     Ma partecipo lo stesso alle operazioni da qui e l’unica cosa che mi addolora è non poter più mettere bombe nei luoghi degli israeliani.

E non vedere più i tuoi genitori, averli mandati in carcere, ti addolora?

La mia vita personale non conta, in essa non v’è posto per le emozioni e le nostalgie.         I miei genitori li ho sempre giudicati brava gente e tra noi c’è sempre stato un buon rapporto, ma v’è qualcosa che conta più di loro ed è la mia patria.                               Quanto alla prigione, li ha come svegliati: non sono più rassegnati, indifferenti.                 Ad esempio potrebbero lasciare Gerusalemme, mettersi in salvo, ma rifiutan di farlo. Non lasceremo mai la nostra terra, dicono. E se Dio vuole…

Credi in Dio, Rascida?

No, non direi.                                                                                                                                 La mia religione è sempre stata la mia patria. E insieme a essa il socialismo.                       Ho sempre avuto bisogno di spiegare le cose scientificamente, e Dio non lo spieghi scientificamente: il socialismo sì.                                                                                                   Io credo nel socialismo scientifico basato sulle teorie marxiste-leniniste che ho studiato con cura.                                                                                                                                   Presto studierò anche Il Capitale: è in programma nella nostra base.                               Voglio conoscerlo bene prima di sposarmi.

Ti sposi, Rascida?

Sì, tra un mese. Il mio fidanzato è quello lì. (E additò il giovanotto dal volto dolcissimo. Lui arrossì gentilmente e parve affondare dentro la poltrona).

Congratulazioni. Avevi detto che nella tua vita non c’è posto per i sentimenti.

Ho detto che capisco le cose solo da un punto di vista scientifico e il mio matrimonio è la cosa più scientifica che tu possa immaginare.                                                                           Lui è comunista come me, fidayin come me: la pensiamo in tutto e per tutto nel medesimo modo.                                                                                                                   Inoltre v’è attrazione fra noi ed esaudirla non è forse scientifico?                                           Il matrimonio non c’impedirà di combattere: non metteremo su casa.                               L’accordo è incontrarci tre volte al mese e solo se ciò non intralcia i nostri doveri di fidayin.                                                                                                                                         Figli non ne vogliamo: non solo perché se restassi incinta non potrei più combattere e il mio sogno più grande è partecipare a una battaglia, ma perché non credo che in una situazione come questa si debba mettere al mondo bambini.                                                   A che serve? A farli poi morire o almeno restare orfani?

Allora si alzò il fidanzato, che si chiamava Thaer, e con l’aria di scusarsi venne a sedere presso di me.                                                                                                                          Guardandomi con due occhi di agnello, parlando con voce bassissima, dolce come il suo viso, disse che conosceva Rascida da circa tre anni: quando lei insegnava nel Kuwait e lui studiava psicologia all’università.                                                                                              «Mi piacque come essere umano, per i suoi pregi e i suoi difetti.                                       Dopo la guerra del 1967 le scrissi una lettera per annunciarle che sarei diventato fidayin, per spiegarle che l’amavo, sì, ma la Palestina contava più del mio amore.                           Lei rispose: “Thaer, hai avuto più fiducia in me di quanta io ne abbia avuta in te.         Perché tu m’hai detto di voler diventare fidayin e io non te l’ho detto.                       Abbiamo gli stessi progetti, Thaer, e da questo momento mi considero davvero fidanzata con te”.»

«Capisco, Thaer. Ma cosa provasti a sapere che Rascida aveva ucciso ventisette persone senza un fucile in mano?»

Thaer prese fiato e congiunse le mani come a supplicarmi di ascoltarlo con pazienza.

«Fui orgoglioso di lei.                                                                                                                     Oh, so quello che provi, all’inizio la pensavo anch’io come te.                                           Perché sono un uomo tenero, io, un sentimentale.                                                                 Non assomiglio a Rascida.                                                                                                               Il mio modo di fare la guerra è diverso: io sparo a chi spara.                                                 Ma ho visto bombardare i nostri villaggi e mi sono rivoltato: ho deciso che avere scrupoli è sciocco.                                                                                                                                         Se invece d’essere uno spettatore obbiettivo tu fossi coinvolta nella tragedia, non piangeresti sui morti senza il fucile.                                                                                               E capiresti Rascida.»

Certo è difficile capire Rascida.

Ma vale la pena provarci e, per provarci, bisogna avere visto i tipi come Rascida nei campi dove diventano fidajat: cioè donne del sacrificio.

Lunghe file di ragazze in grigioverde, costrette giorno e notte a marciare sui sassi, saltare sopra altissimi roghi di gomma e benzina, insinuarsi entro reticolati alti appena quaranta centimetri e larghi cinquanta, tenersi in bilico su ponticelli di corde tese su trabocchetti, impegnarsi in massacranti lezioni di tiro.                                                                                     E guai se sbagli un colpo, guai se calcoli male il salto sul fuoco, guai se resti impigliato in una punta di ferro, guai se dici basta, non ce la faccio più.                                                   L’istruttore che viene dalla Siria, dall’Iraq, dalla Cina, non ha tempo da perdere con le femminucce: se hai paura, o ti stanchi, ti esplode una raffica accanto agli orecchi.             Hai visto le fotografie.                                                                                                                 Ch’io sappia, neanche i berretti verdi delle forze speciali in Vietnam, neanche i soldati più duri dei commandos israeliani vengono sottoposti ad addestramenti così spietati.             E da quelli, credi, esci non soltanto col fisico domato ma con una psicologia tutta nuova.

Dice che in alcuni campi (questo io non l’ho visto) le abituano perfino alla vista del sangue.                                                                                                                                               E sai come?                                                                                                                              Prima sparano su un cane lasciandolo agonizzante ma vivo, poi buttano il cane tra le loro braccia e le fanno correre senza ascoltarne i guaiti.                                                                 Dopo tale esperienza, è dimostrato, al dolore del corpo e dell’anima non badi più.  

Al campo Schneller conobbi una fidajat che si chiamava Hanin, Nostalgia.                           La intervistai e mi disse d’avere venticinque anni, un figlio di sei e una figlia di due.           Le chiesi:

«Dove li hai lasciati, Hanin?».

Rispose: «In casa, oggi c’è mio marito».

«E cosa fa tuo marito?»

«Il fidayin. Oggi è in licenza.»                                                            

«E quando non c’è tuo marito?»                                                                                           

«Qua e là.»

«Hanin, non basta un soldato in famiglia?»

«No, voglio passare anch’io le linee, voglio andare anch’io in combattimento.»

 Poi ci mettemmo a parlare di altre cose, del negozio di antiquariato che essi possedevano a Gerusalemme, del fatto che non gli mancassero i soldi eccetera.                                         La conversazione era interessante, si svolgeva direttamente in inglese, e io non mi curavo del lieve sospiro, quasi un lamento, che usciva dalle pieghe del kaffiah.                                 I grandi occhi neri erano fermi, la fronte era appena aggrottata, e pensavo: poverina, è stanca.                                                                                                                                           Ma poi l’istruttore chiamò, era giunto il turno di sparare al bersaglio, e Hanin si alzò: nell’alzarsi le sfuggì un piccolo grido.

«Ti senti male, Hanin?»

«No, no. Credo soltanto d’essermi slogata un piede.                                                               Ma ora non c’è tempo di metterlo a posto, lo dirò quando le manovre saranno finite.»       E raggiunse le compagne, decisa, col suo piede slogato.

Per capire Rascida, o provarci, bisogna anche avere visto le donne che hanno fatto la guerra senza allenarsi: affrontando di punto in bianco la morte, la consapevolezza che la crudeltà è indispensabile se vuoi sopravvivere.                                                                         In un altro campo conobbi Im Castro: significa Madre di Castro.                                           Im essendo l’appellativo che i guerriglieri palestinesi usano per le donne, e Castro essendo il nome scelto da suo figlio maggiore: fidayin.                                                                             Im Castro era un donnone di quarant’anni, con un corpo da pugile e un volto da Madonna bruciata dalle intemperie.                                                                                                             Acqua, vento, sole, rabbia, disperazione, tutto era passato su quei muscoli color terracotta riuscendo a renderli più forti e più duri anziché sgretolarli.                     Contadina a Gerico, era fuggita nel 1967 insieme al marito, il fratello, il cognato, due figli maschi e due femmine.                                                                                                                 Qui era giunta dopo Karameh e qui viveva sotto una tenda dove non possedeva nulla fuorché una coperta e un rudimentale fornello con due pentole vecchie.                               Le chiesi:

«Im Castro, dov’è tuo marito?».

Rispose: «È morto in battaglia, a Karameh».

«Dov’è tuo fratello?»

«È morto in battaglia, a Karameh.»

«Dov’è tuo cognato?»

«È morto in battaglia, a Karameh.»

 

«Dove sono i tuoi figli?»

«Al fronte, sono fidayin.»

«Dove sono le tue figlie?»

«Agli addestramenti, per diventare fidajat. »

«E tu?»

«Io non ne ho bisogno. Io so usare il Kalashnikov, il Carlov, e queste qui.»

Sollevò un cencio e sotto c’era una dozzina di bombe col manico.

«Dove hai imparato a usarle, Im Castro?»

«A Karameh, combattendo col sangue ai ginocchi.»

«E prima non avevi mai sparato, Im Castro? »

«No, prima coltivavo grano e fagioli.»

«Im Castro, cosa provasti ad ammazzare un uomo?»

«Una gran gioia, che Allah mi perdoni. Pensai: hai ammazzato mio marito, ragazzo, e io ammazzo te.»

«Era un ragazzo?»

«Sì, era molto giovane.»

«E non hai paura che succeda lo stesso ai tuoi figli?»

«Se i miei figli muoiono penserò che hanno fatto il loro dovere. E piangerò solo perché essendo vedova non potrò partorire altri figli per darli alla Palestina.»

«Im Castro, chi è il tuo eroe?»

«Eroe è chiunque spari la mitragliatrice.»

Le guerre, le rivoluzioni, non le fanno mai le donne.                                                             Non sono le donne a volerle, non sono le donne a comandarle, non sono le donne a combatterle.                                                                                                                                   Le guerre, le rivoluzioni, restano dominio degli uomini.                                                         Per quanto utili o utilizzate, le donne vi servono solo da sfondo, da frangia, e neanche la nostra epoca ha modificato questa indiscutibile legge.                                                       Pensa all’Algeria, pensa al Vietnam dove esse fanno parte dei battaglioni vietcong ma in un rapporto di cinque a venti coi maschi.                                                                             Pensa alla stessa Israele dove le soldatesse son così pubblicizzate ma chi si accorge di loro in battaglia se non sono una figlia di Moshe Dayan.                                                                   In Palestina è lo stesso.                                                                                                                   Dei duecentomila palestinesi mobilitati da Al Fatah, almeno un terzo son donne: intellettuali come Rascida, madri di famiglia come Hanin, signore borghesi come Najat, contadine come Im Castro.                                                                                                         Però quasi tutte sono in fase di riposo o di attesa, pochissime vivono nelle basi segrete, e solo in casi eccezionali partecipano a un combattimento.                                                         È indicativo, ad esempio, che tra i fidayin al fronte non ne abbia incontrata nessuna e che l’unica di cui mi abbian parlato sia una cinquantaquattrenne che fa la vivandiera per un gruppo di Salt.                                                                                                                                   È indiscutibile, inoltre, che l’unica di cui si possa vantare la morte sia quella Sheila cui scoppiò una bomba in mano.                                                                                                         A usare le donne nella Resistenza non ci sono che i comunisti rivali di Al Fatah i quali le impiegano senza parsimonia per gli atti di sabotaggio e di terrorismo.

La ragione è semplice e intelligente.                                                                                             In una società dove le donne hanno sempre contato quanto un cammello o una vacca, e per secoli sono rimaste segregate al ruolo di moglie di madre di serva, nessuno si aspettava di trovarne qualcuna capace di dirottare un aereo, piazzare un ordigno, maneggiare un fucile.                                                                                                                Abla Taha, la fidajat di cui si parlò anche alle Nazioni Unite per gli abusi che subì in prigione sebbene fosse incinta, racconta: «Quando mi arrestarono al ponte Allenby perché portavo esplosivo, gli israeliani non si meravigliarono mica dell’esplosivo.               Si meravigliarono di scoprirlo addosso a una donna.                                                               Per loro era inconcepibile che un’araba si fosse tolta il velo per fare la guerra».

La stessa Rascida, del resto, spiega che al corso di addestramento le donne venivano incluse come «elemento di sorpresa ».                                                                                         Il discorso cui volevo arrivare, comunque, la morale della faccenda, non è questo qui.         È che la sorpresa su cui gli uomini della Resistenza palestinese contavano per giocare il nemico, ha colto di contropiede anche loro.                                                                         «Tutto credevamo,» mi confessò un ufficiale della milizia fidayin «fuorché le donne rispondessero al nostro appello come hanno fatto.                                                           Ormai non siamo più noi a cercarle, sono loro a imporsi e pretendere di andare all’attacco.»

«E qual è la sua interpretazione?» gli chiesi.

 L’ufficiale non era uno sciocco.                                                                                            Accennò una smorfia che oscillava tra il divertimento e il fastidio, rispose:

«Lo sa meglio di me che l’amore per la patria c’entra solo in parte, che la molla principale non è l’idealismo.                                                                                                                              È… sì, è una forma di femminismo.                                                                                           Noi uomini le avevamo chiuse a chiave dietro una porta di ferro, la Resistenza ha aperto uno spiraglio di quella porta ed esse sono fuggite.                                                             Hanno compreso insomma che questa era la loro grande occasione, e non l’hanno perduta.                                                                                                                                            Le dico una cosa che esse non ammetterebbero mai in quanto è una verità che affoga nel loro subcosciente: combattendo l’invasore sionista esse rompono le catene imposte dai loro padri, dai loro mariti, dai loro fratelli. Insomma dal maschio».

«E sono davvero brave?»

«Oh, sì. Più brave degli uomini, perché più spietate.                                                 Abbastanza normale se ricorda che il loro nemico ha due facce: quella degli israeliani e la nostra. »

«E crede che vinceranno?»

«Non so. Dipende dal regime politico che avrà la Palestina indipendente.                   Capisce cosa voglio dire?»

Voleva dire ciò che dice, silenziosamente, Rascida.                                                                   La società araba non è una società disposta a correggere i suoi tabù sulla donna e sulla famiglia.                                                                                                                                           Le tradizioni mussulmane sono troppo abbarbicate negli uomini del Medio Oriente perché a scardinarle basti una guerra o il progresso tecnologico che esplode con la guerra.     Finché dura l’atmosfera eroica, lo stato di emergenza, può sembrare che tutto cambi: ma, quando sopraggiunge la pace, le vecchie realtà si ristabiliscono in un battere di ciglia.       Lo si è visto già in Algeria dove le donne fecero la Resistenza con coraggio inaudito e dopo ricaddero svelte nel bui

Chi comanda oggi in Algeria? Gli uomini o le donne?                                                               Che autorità hanno le Rascide che un tempo piazzavano le bombe? Perfino gli ex guerriglieri hanno quasi sempre sposato fanciulle all’antica, senza alcun merito militare o politico.                                                                                                                                       Maometto dura: dura più di Confucio.

 Sicché tutto fa credere che i palestinesi, pur essendo tra gli arabi più europeizzati e moderni, commettano in futuro la stessa scelta o ingiustizia degli algerini: «Brave, bravissime, sparate, aiutate, ma poi via a casa».                                                                     Ma, sotto sotto, le loro donne lo sanno e, poiché la Storia non offre solo l’esempio dell’Algeria, corrono fin da ora ai ripari.                                                                             Come?                                                                                                                                 Buttandosi dalla parte di coloro che abbracciano l’ideologia della Cina maoista: cioè il Fronte Popolare di George Abash.

In Cina le donne non sono mica tornate a lavare i piatti; stanno anch’esse al potere, hanno vinto.                                                                                                                                               Per vincere è necessario annullare ogni sentimento, incendiare le case dei vecchi, gli ospedali dei bambini, il più innocuo supermarket?                                                                    E va bene.                                                                                                                                     Per vincere è necessario imbruttirsi, sacrificare i genitori, credere nel socialismo scientifico, rendersi odiose?                                                                                                           E va bene.                                                                                                                                       Ciò che conta è non ricadere nel buio come le algerine, quando la pace verrà.                     Ciò che conta è non rimettere il velo quando gli uomini saranno in grado di cavarsela, come sempre, da soli.                                                                                                                 Può sembrare un paradosso, e forse lo è.                                                                                 Ma vuotando quei due bussolotti di marmellata e ficcandoci dentro esplosivo, Rascida non fece che comprarsi il domani.                                                                                               In fondo le ventisette creature che essa maciullò a Gerusalemme morirono perché lei si togliesse per sempre il velo e lo trasferisse sul volto dolcissimo del suo fidanzato, l’ignaro Thaer. 


Amman, marzo 1970
(Tratto da Intervista con il potere, Rizzoli 2009)

10 gennaio 2015 | 01:40

QUANDO SI HA FAMIGLIA!….

 

PRIMA DI ANDARE VIA, NAPOLITANO LASCIA IN EREDITÀ INCARICHI E POLTRONE D’ORO AI FIGLI! ECCO QUALI

Consulenze, Incarichi di rilievo e poltrone d’oro…E’ questa la grande eredità lasciata amorevolmente da Giorgio Napolitano ai suoi eredi, NONCHE’ FIGLI ADORATI…

Solo che la successione non spetta al primogenito di Sua Maestà, bensì a un/a suo/a favorito/a ancora in via di selezione…I restanti, anche se esclusi dal trono reale… sono comunque ben piazzati e potranno continuare la loro dinastia.

COME SCRIVE ANCHE MARCO TRAVAGLIO PER  ”IL FATTO QUOTIDIANO

Il primo,Giovanni, è in forza alla Direzione conflitto di interessi dell’autorità Antitrust, dando un tocco di surrealismo al tutto. Anche perchè probabilmente è il primo a dover essere preso in causa…
Il secondo, Giulio, classe 1969, è il più attivo tra i salotti salotti, atenei, palazzi del potere e
spiaggia di Capalbio. Insomma..Quasi un tutto fare che opera in vari settori. Se non in tutti!

Le sue doti di bravo avvocato erano già state richieste nel 2003… Quando venne interpellato dalla giusta Roana di Veltroni per 2 consulenze alla MODICA CIFRA DI 15.000 €.
Altra sua perla indiscussa è stata la carriera universitaria…Trascorsa brillantemente, (ovvio), affiancandosi all’illustre Professor Cassese, nonché grande amico indiscusso del Padre Napolitano Giorgio… Che caso!!!

Una bravura davvero eccelsa che addirittura portò Giulio Napolitano fin sulla cattedra di Istituzioni di diritto pubblico all’ università Roma Tre. Tanto bravo e professionale, lì per puro caso, ha regnato per 4 mandati ossia bel 15 anni, il magnifico rettore Guido Fabiani, marito della sorella di donna Clio, cognato di Giorgio e zio di Giulio. Insomma…Un intreccio familiare ben radicato. Il cui principio fautore di tutto è senza dubbio la MERITOCRAZIA! Ma l’intreccio non finisce qui… Marco Travaglio continua imperterrito: e nell’università insegnano Giulio e la cugina Anna Fabiani, figlia del rettore, mentre il di lei marito A. Tenderini curano le iniziative sportive dell’ateneo. Quando poi Letta Nipote va al governo, i due fedelissimi  diventano finalmente sottosegretari…Insomma…in un’ Italia che raggiunge sempre più, altri traguardi di disoccupazione, c’è sempre qualcuno in grado di tener testa a questa sconvolgente realtà degli Italiani… Mentre noi portiamo curriculum a destra e a manca con la speranza di ottenere anche un part-time…C’è chi fa prima! Arrivando prima di noi e occupando poltrone e sedie di prestigio senza rispettare una legge etica e morale! Insomma…Questo è uno dei tanti casi che attualmente abbiamo in Italia. Troppi politici, rafforzati dal potere ricoperto hanno “piazzato”parenti e amici in posti di convenienza, intanto a noi… Non resta altro che fare i disoccupati in un terra che invece di aiutarci, ci demoralizza sempre più!!

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/infanto-italia-ogni-monarchia-che-si-rispetti-principe-79718.htm

L’INFANTO D’ITALIA – IN OGNI MONARCHIA CHE SI RISPETTI, C’È IL PRINCIPE EREDITARIO. A NOI È TOCCATO GIULIO NAPOLITANO, CON IL REAL PIEDINO IN TUTTA LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, DALL’UNIVERSITÀ ALLO SPORT, DAI MINISTERI AL COMUNE DI ROMA – LA SUA REPLICA: ‘NON “SUSSURRO” NE’ HO “MIEI” MINISTRI, LE MIE OPINIONI SULLA P.A. SONO PUBBLICHE’

Una pioggia di consulenze pubbliche, incarichi e poltrone per il figlio del Presidente della Repubblica, che scrive leggi, studia riforme, diventa giovane professore nell’università dove rettore è lo zio – I suoi protetti, Zoppini e Martone, non hanno brillato come sottosegretari, ma nulla oscura la stella di Giulio…

Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano”

 Come ogni monarchia che si rispetti, anche il nuovo Regno d’Italia ha la sua Real Casa con tutta la dinastia. Solo che la successione non spetta al primogenito di Sua Maestà, bensì a un/a suo/a favorito/a ancora in via di selezione (oltreché dei soliti Amato e Cassese, si parla financo della ministra Pinotti). Esclusi dall’eredità al Trono, i figli di Re Giorgio I-II sono comunque ben piazzati.

GIULIO E GIORGIO NAPOLITANO FOTO LA PRESSE 

GIULIO E GIORGIO NAPOLITANO FOTO LA PRESSE

Il primo, Giovanni, è in forza alla Direzione conflitto di interessi dell’autorità Antitrust, dando un tocco di surrealismo al tutto. Il secondo, Giulio, classe 1969, è il più attivo nel bel mondo (si fa per dire) romano fra salotti, atenei, palazzi del potere e spiaggia di Capalbio. È l’Infante d’Italia, omologo dell’Infanta di Spagna Elena María Isabel Dominica de Silos de Borbón y Grecia che tanti guai ha procurato al povero Juan Carlos, accelerandone l’abdicazione (istituto previsto dai cerimoniali della Corona spagnola, non di quella italiana).

 

GIULIO E GIORGIO NAPOLITANO FOTO LA PRESSE

GIULIO E GIORGIO NAPOLITANO FOTO LA PRESSE

Nel 2003, a 34 anni, Giulio già beneficiava – per la sua leggendaria bravura, s’intende, mica per i lombi e il lignaggio – di due consulenze legali da 15mila euro dalla giunta romana di Veltroni (la Corte dei conti accertò poi che le sue prestazioni potevano essere tranquillamente svolte dal folto ufficio legale del Comune e condannò la malcapitata funzionaria che l’aveva reclutato a risarcire 10mila euro).

 Intanto Giulio era già passato a migliori incarichi, tra consulenze pubbliche (Coni, Federcalcio, presidenza del Consiglio) e fondazioni private o quasi (VeDrò di Letta jr. e Arel del duo Amato&Bassanini). Sempre grazie ai meriti scientifici conquistati sul campo, partecipò alla stesura del decreto sulle Authority, che in ultima analisi fanno capo al Papà Re. Poi fu chiamato dal n.1 dell’Agcom, Corrado Calabrò, a presiedere l’Organo di vigilanza sull’accesso alla rete Telecom.

 Senza trascurare la travolgente carriera universitaria, all’ombra del suo maestro Cassese (di cui ha curato il Dizionario di diritto pubblico), amico del Genitore Regnante (che nel 2013 tenterà di issarlo sul suo trono). Un’irresistibile ascesa, quella dell’Infante prodige, fin sulla cattedra di Istituzioni di diritto pubblico all’università Roma Tre. Lì, per puro caso, ha regnato per 4 mandati (15 anni) il magnifico rettore Guido Fabiani, marito della sorella di donna Clio, cognato di Giorgio e zio di Giulio.

E lì, sempre in ossequio alla meritocrazia, insegnano il Divo Giulio e la cugina Anna Fabiani, figlia del rettore, mentre il di lei marito Alberto Tenderini, non potendo proprio insegnare, cura le iniziative sportive dell’ateneo. Quando l’anno scorso l’amico Letta Nipote va al governo, due fedelissimi dell’Infante diventano finalmente sottosegretari.

 Alla Giustizia l’inseparabile Andrea Zoppini, avvocato, autore di libri a quattro mani con Giulio e ordinario di Diritto privato a Roma Tre, ça va sans dire (presto costretto a dimettersi da un’indagine per frode fiscale, poi archiviata). Al Lavoro l’indimenticabile Michel Martone, che si segnala per gaffe memorabili prima d’inabissarsi nel nulla.

 

Michel Martone e Giampaolo Toriello

MICHEL MARTONE E GIAMPAOLO TORIELLO

Ma ci vuol altro per oscurare la stella di Giulio, che séguita a collezionare poltrone: riformato il diritto sportivo per il Coni di Malagò, è commissario ad acta alla Figc di Abete. Sulle prime Renzi pare infastidito dall’ubiquo Infante, ma poi – in piena “emulsione” con S.A.R. – si arrende.

 Il Colle storce il naso per il decreto Franceschini sulla Cultura? Ecco sbucare al suo fianco il consigliere Lorenzo Casini, altro gemello siamese di Giulio, con cui firmò l’imprescindibile “Prospettive della globalizzazione. Come uscire dalla crisi”. La Madia tribola a partorire il decreto PA, respinto con perdite dal Quirinale? Chi meglio del rampollo, che le fu pure fidanzato, per lubrificare l’ingranaggio?

 Lui nega tutto: quello avvistato qua e là dev’essere un fantasma, o un sosia. La Napoli del dopoguerra ironizzava sulla somiglianza fra Umberto di Savoia e Giorgio Napolitano, il “figlio del Re”. Ora che questi s’è incoronato da solo come Carlo Magno, Giulio è figlio di un re e nipote di quell’altro. Viva l’Italia, viva la Repubblica.

REPLICA DI GIULIO NAPOLITANO:

 Pubblicato sabato scorso da Il Fatto Quotidiano in “Diritto di replica” nello stesso numero nel quale è comparso il pezzo di Marco Travaglio  

 Gentile Direttore, non è mia abitudine replicare al gossip(nemmeno se “giurato”, purtroppo falsamente, come quello di cui riferite a pagina 7 del numero del 19 giugno), ma ci tengo a smentire quanto congetturato nell’articolo a pagina 4 del numero del 20 giugno e intitolato “L’altro Napolitano, il Giulio che sussurra ai suoi ministri”. Capisco (e apprezzo da appassionato di cinema) il gioco del titolista con il riferimento al film “L’uomo che sussurrava ai cavalli”.

 Ma, ovviamente, non ho “miei” ministri. E, soprattutto, non “sussurro”, né “consiglio”. Non sono un esperto di beni culturali e quindi non ho nulla da suggerire in proposito, né direttamente al Ministro competente, né per interposta persona del suo staff. Quanto alla recente riforma della pubblica amministrazione, non ho mai visto o discusso con nessuno né i propositi, né le bozze del provvedimento. E non ho nemmeno partecipato ai relativi seminari organizzati in Astrid da Franco Bassanini.

 Le mie opinioni sulla pubblica amministrazione e sui suoi disegni di riforma, ammesso che siano rilevanti, non sono oggetto di presunti sussurri, ma sono pubbliche: le ho espresse a lezione in università, in un corso molto frequentato dagli studenti e appena terminato, e nel manuale di diritto amministrativo che ho avuto il piacere di donarle. Ringraziandola per l’attenzione e per l’ospitalità, le invio i più cordiali saluti.

 Giulio Napolitano

 

 

Caro DIARIO…..

 

                                                                                                      

Oggi è il primo giorno di questo 2015 e spero sia foriero di buone notizie!..       Ma veramente buone, anche se diverse da quelle che secondo me sarebbero migliori!……                                                                                                     Basta che siano buone, e non come i soliti slogan dei politici, ai quali gli italiani sono affezionati, per non essere distolti dalle loro occupazioni preferite: partite di calcio, soap opera, telegiornali e talk show…….  

Quanto a quei pochi curiosi che avrebbero tempo da perdere, a loro ricordo che c’è a disposizione tutto questo ben di Dio, almeno fino a quando la censura non ne vieterà la divulgazione!…

 Caro Diario,

Consumato il bagaglio di banalità disponibili, nei talk show televisivi certi sgangherati conduttori – per scongiurare una flessione dell’ascolto! – debbono attaccarsi al fumo della pipa, con dei filmati sulle disastrate condizioni degli invisibili che si incrociano per strada, tra il disinteresse generale!….

Sono i clochard, barboni nostrani, che rischiano ogni notte di morire bruciati per il demenziale divertimento di certi depravati figli di papà!

Liquidata in quattro e quattrotto con lacrime di coccodrillo questa esecrabile oscenità, i ligi pennivendoli di regime non si fanno pregare per dare il via al paludato cinguettio di politici, giornalisti e opinionisti presenti in studio!…..

Ovviamente, al filmato dei barboni ne segue un altro, su argomenti più “pregnanti”, che suscitano indignazione generale e di facile presa sull’opinione pubblica!…..

Tutto questo al solo ed unico scopo di deviare lattenzione della gente da quelle Istituzioni usuraie che stanno portando l’Italia alla canna del gas.

 Chiariamo subito che per “usurai istituzionalizzati” intendiamo le Banche Centrali che, controllandone l‘emissione, aprono e chiudono i rubinetti del denaro a loro piacimento per indurre i paesi – da loro stessi messi in crisi di liquidità! – alle cessioni delle residue Sovranità Nazionali, al fine ultimo di sostituire la putrida politica con la propria egemonia finanziaria ancora più inesorabile, violenta e umiliante!

Conduttori e opinionisti di regime, ossequiosi ai voleri dei loro padroni, non lesinano argomenti clamorosi, ma nella sostanza appena risibili, pur di potere riuscire a confondere le idee alla gente, discettando su autentici fatti di cronaca che hanno avuto clamoroso impatto sulla opinione pubblica……riuscendo, finalmente, a mettere in atto il fuorviante disonesto DEPISTAGGIO MEDIATICO!….

 Credibilissime personalità quali:                                                                    Vladimiro Giacchè con Fra fabbriche del falso e discariche dal …                                     e Noam Chomsky,“con i suoi 10 modi per capire tutte le menzogne che ci dicono”

 http://www.linkiesta.it/blogs/cavoletti-di-bruxelles/noam-chomsky-e-il-decalogo-sulla-mistificazione-della-realta 

hanno diffusamente trattato questo argomentomettendo in guardia la gente perchè potesse difendersi dalla ambigua disinformazione pilotata!..

Quanto al contestatissimo Euro, creato – ad immagine e somiglianza del marco tedesco! – per costringere i paesi europei a cedere le loro Sovranità Monetarie, è stato inequivocabilmente giudicato uno sciagurato disastro ed una immane tragedia da autorevolissimi economisti, come:

Joseph Stiglitz, Premio Nobel 2001                                                                                          Paolo Krugman, Premio Nobel 2008                                                                         James Galbraith col suo Il Governo non deve prendere in prestito per poter spendere” “

per avere, inoltre, sfacciatamente favorito la “cosiddetta virtuosa” Germania!…

L’allora Cancelliere Gerhard Schröder, disattendendo infatti le rigorose disposizioni della Unione Europea:

quella del deficit, che non doveva assolutamente superare il 3%                        e quella della inflazione che non doveva essere inferiore al 2%,                         

ha potuto accumulare quelle risorse necessarie per ampliare i benefici sociali, fiore all’occhiello degli agguerriti sindacati tedeschi, ed  instaurare una generalizzata riduzione delle tasse per mettere in atto una “svalutazione competitiva”, con una politica di bassa inflazione e sfrenata liberalizzazione del mercato del lavoro!….Il tutto  a scapito dei suoi partner europei, 

Le rigorose regole infrante dalla “virtuosa” Germania, ben oltre gli inderogabili limiti imposti dall’U.E., le ha consentito di produrre merci a prezzi concorrenziali, con cui invadere e sottomettere economicamente i paesi europei, primi fra tutti i PIIGS!           Confermando, quanto sia paradossale essere portato ad esempio come “paese virtuoso”, dopo avere barato nella applicazione delle regole, di cui non se ne può essere orgogliosi, e neanche da potere portare ad esempio a paesi a cui non è stato permesso niente, come la Grecia!

Sul Debito Pubblico sono tante le sciocchezze che si dicono, enfatizzate da un paralizzante terrorismo mediatico che fa di tutto per non far sapere che grava sui contribuenti italiani la bellezza di 84 miliardi di euro l’anno, per interessi non interamente dovuti!…..Un Debito “presunto” frutto tra l’altro di un sottile     marchingegno speculativo di infimo profilo, da parte delle Banche Centrali!….     Non avendo lo Stato italiano ricevuto ORO, ARGENTO, INCENSO, MIRRA e quant’altro i Re Magi portarono in dono a Gesù Bambino!…      

Se proprio vogliamo essere precisi, non dimentichiamoci che a sua più rilevante voce debitoria è costituita dalla fornitura di semplice carta stampata, nella forma di banconorte dall’effettivo costo (tipografico) di 2/3 centesimi l’una, “prestate” allo Stato non per il suo costo effettivo, ma per il suo scandaloso valore facciale!….

Questo immane salasso si sarebbe potuto facilmente evitare, solo se lo Stato non fosse stato indotto a cedere la sua Sovranità Monetaria dai suo irresponsabili uomini politici e le banconote se fosse stampate direttamente da se, dal momento in questo modo il suo Debito non sarebbe cresciuto e non si sarebbe neanche formato lo stratosferico onere truffaldino degli 84 miliardi di interessi annualmente sul groppone degli ignari contribuenti italiani!

Ma questa è storia vecchia, la solita storia!….                                                   Quella degli italiani furbi e creduloni  che si fanno incantare dalle chiacchiere degli imbonitori di turno, offrendosi indifesi ad una continua scandalosa insopportabile spoliazione di ricchezza…..puntualmente dirottata  verso le banche uisuraie!…

Emblematica quella dei 4 miliardi di Euro di IMU fatti pagare ai contribuenti italiani, girati poi nelle casse vuote del Monte dei Paschi di Siena dal Governo Monti!….

Non meno scandalosa ed intollerabile la decisione governativa disspendere be 90 miliardi di Euro per l’acquisto dei “difettosi” caccia bombardieri F35.

Nessuno osa parlarne, l’omertà non passa di moda e gli italiani debbono fare finta di non saperlo, dal momento che non si possono “disattendere” le invadenti lobby delle armi, sponsorizzate delle istituzioni finanziarie internazionali!….             

Di porcate politiche, ben oltre le più depravate immaginazioni e senza limiti di decenza, sembra non volercene perdere neanche una, spaziando nello specifico anche nel campo della economia, quella che uno Stato responsabile e consapevole dovrebbe darsi.

La patetica immagine del “buon padre di famiglia” è una delle tante sciocchezze veicolate da certi ritardati mentali di regime che, in perfetta malafede e poco ritegno, non si vergognano di disinformare la gente propagandandolo come modello ideale di uno Stato “virtuoso” che dovrebbe Gestirsi in Pareggio, provvedendo quindi a tutti i suoi bisogni, ivi compresi investimenti straordinari in Opere Pubbliche e nel “sociale”, con i soli soldi dei sempre più esausti contribuenti soffocati e spogliati da inique tasse!….     

Viceversa, per creare ricchezza e non martellarsi gli attributi con le proprie mani, in ossequio alle più elementari regole di economia insegnateci da John Maynard Keynes, lo Stato dovrebbe assolutamente Gestirsi in Deficit, recuperando la propria Sovranità Monetaria.

Questo significherebbe emettere direttamente il denaro necessario per le Grandi Opere Pubbliche – che una volta completate diventerebbero dei beni patrimoniali a disposizione dei cittadini che, utilizzandole, ne pagherebbero la relativa fruizione! – e la cui realizzazione costituirebbe l’unico indispensabile volano per rimettere in moto l’economia del Paese.

Infatti, l’enorme quantità di denaro immessa a tale scopo e distribuita in tantissimi rivoli, incoraggerebbe e faciliterebbe i cittadini nei reciproci scambi di beni reali e servizi, oltre a creare una vigorosa ripresa dei consumi interni, una maggiore produttività e l’incremento dell’occupazione.

Inoltre ci sarebbe un ulteriore beneficio quale il rilancio notevole delle esportazioni, non dovendo più operare con l’Euro, la mortifera moneta unica europea , ma con una valuta nazionale che – come per il passato!- ritornerebbe ad essere nell’area del Dollaro USA!

Le sane regole economiche keynesiane consentirebbero una considerevole riduzione delle tasse a favore dei cittadini, dal momento che la leva fiscale avrebbe la sua principale funzione come regolatore della circolazione del denaro, ovvero, maggiori o minori tasse in rapporto a maggiori o minori flussi del circolante!

In conclusione, molti degli episodi ricordati in questo diario si sarebbero verificati a seguito della caduta del muro di Berlino, 9 novembre 1989, che di fatto avrebbe interferito pesantemente negli affari e gli interessi dell‘Italia !

Infatti, la caduta del muro di Berlino (9 Novembre 1989) e la conseguente riunificazione delle due Germanie (3 ottobre 1990), segna l’inizio della più grande iattura che potesse capitare all’Italia!

In quei momenti di generale euforia, rispondendo alle sollecitazioni dei giornalisti che gli contestavano una sua palese freddezza di fronte al clamoroso abbattimento del muro, Giulio Andreotti sorridendo replicava:                     “Amo talmente la Germania che ne preferisco due”!….                                        Evidentemente, presagiva che sarebbero stati guai seri per l’Italia.

 Il Cancelliere Helmut Khol, infatti – in pieno e totale accordo con Francois Mitterand! – allo scopo di scaricare sugli ignari paesi europei gli enormi costi della riunificazione delle due Germanie (circa 1.500 miliardi di Euro!), apparecchiò in fretta e furia una raffazzonata Unione Europea.

Perchè questo enorme progetto diventasse operativo ed assolutamente funzionale si doveva deindustrializzare la virtuosa Italia, che a quel tempo era posizionata assai meglio della stessa Germania!

 Ecco, dunque, come nasce Maastricht(29 Gennaio 1992)!…..                              

Con tutti i lacci e lacciuoli imposti all’Italia, per paralizzarne gli eventuali tentativi di salvare e mantenere intatte le proprie fiorenti industrie, i famosi “gioielli” di Stato creati dalle iniziative patriottiche di Enrico Mattei, che permisero all’Italia di risorgere dalle ceneri di una guerra rovinosamente perduta!

Seguita a ruota dalla clamorosa esplosione di mani pulite-tangentopoli (7 Febbraio 1992, arresto di Mario Chiesa), occasione abilmente sfruttata /e, forse, creata!) per fare fuori e decapitare la vecchia guardia socialista e democristiana che si sarebbe opposta alla diabolica e criminale deindustrializzazione dell’Italia, depistando inoltre l’attenzione della gente sugli scandalosi episodi di corruzione che venivano alla luce, sui vari arresti eccellenti e sui clamorosi suicidi che seguirono!

Con una opinione pubblica morbosamente impegnata a seguire i clamorosi sviluppi di mani pulite-tangentopoli, non è stato difficile far passare sotto silenzio – tra l’indifferenza generale, complici anche giornali e TV,! – le criminali autolesionistiche “privatizzazioni” che sancirono la definitiva criminale deindustrializzazione dell’Italia, ovvero, la felice conclusione del disegno di Helmut Khol e Francois Mitterand!

Il de profundis dell’industria e del benessere italiano ebbe luogo a bordo dello Yacht reale Britannia, il 2 giugno 1992, alla presenza di autorevolissimi esecutori testamentari, quali:

Giovanni Bazoli, Presidente del Banco Antonveneto,                                      Lorenzo Pallesi, Presidente INA Assitalia,                                                            Gabriele Cagliari, Presidente dell’Eni,                                                                Innocenzo Cipolletta, Direttore Generale di Confindustria, e                          Barucci Piero Ministro del Tesoro,

Dini Lamberto Direttore di Bankitalia,

Ciampi Carlo Azeglio Governatore Bankitalia,                                              Amato Giuliano Presidente del Consiglio,                                                         Draghi Mario Direttore Generale del Tesoro, 

 

 

http://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm