Archivio mensile:giugno 2015

Nobiltà Nera: I Dominatori del Mondo

 

Nobiltà Nera Veneziana: I Dominatori del Mondo

 

La guerra in Afganistan sarebbe servita anche per prendere possesso dei campi da papavero che i talebani stavano distruggendo.                                                                                Infatti sotto il loro governo, la produzione di eroina era scesa di molto.

Attualmente e dall’inizio della guerra,la produzione è triplicata!                                                   Forse, in coincidenza che anche le basi dell’esercito italiano – come tutte le altre dell’alleanza! – siano situate proprio al centro di ogni campo di papavero, ingenerando il dubbio che le loro missioni consistano nel controllare che non succeda nulla a questi “preziosi” campi.

Sarebbe veramente il colmo, al limite dell’assurdità, che i contribuenti italiani, americani, inglesi, francesi, tedeschi etc…etc…, pagassero insostenibili tasse per alimentare le industrie delle armi e mandare i propri figli, rischiando la loro vita, a difendere campi di papavero per la produzione di eroina, che sarebbe poi venduta nelle piazze delle loro città, alimentando micro criminalità e far arricchire le corrotte élite che li governano.

Per centinaia di anni, un piccolo gruppo di famiglie ha pensato, organizzato e guidato ciò che accade in Europa e nel Mondo.

Tutto questo sarebbe iniziato a Venezia, quando un gruppo di famiglie ricche, avrebbero ‘creduto’ alle parole di Aristotele:

 “La schiavitù è un’istituzione necessaria perché alcuni sono nati per governare e gli altri per essere governati”.                                                                                                                                (Nota: è da questo che la parola Aristocrazia avrebbe avuto origine?). 

Questi erano conosciuti a Venezia come la “Nobiltà Nera” (in pratica, gli ebrei sionisti di oggi).

venezia 1

 

Unendo le loro ricchezze, queste famiglie, avrebbero usato il commercio e la schiavitù per aumentare la potenza di Venezia.                                                                                                     Nel 1082, solo a Venezia furono concessi diritti commerciali esentasse in tutto l’Impero Bizantino.

Più tardi, durante la Quarta Crociata, nel 1202, Venezia avrebbe usato i cavalieri feudali francesi per catturare e saccheggiare Costantinopoli, la capitale dell’Impero Bizantino (classico degli infami).

I Veneziani servirono Gengis Khan con intelligenza, avendo permesso loro di spazzare via quelli che un tempo erano gli oppositori di Venezia.

 I banchieri veneziani, spesso conosciuti come Longobardi, prestarono denaro a tutta Europa ed avrebbero incoraggiato la guerra di 100 anni tra Inghilterra e Francia, prestando denaro a entrambe le parti.                                                                                                   Più tardi avrebbero pure incoraggiato La Guerra delle 2 Rose in Inghilterra e poi sostenuto l’opposizione di Enrico VIII al papa.

Europa

Questi Veneziani presero tutte le opportunità per le loro famiglie, unendosi in matrimonio con le altre della nobiltà europea.                                                                                   Creando e consolidando famiglie d’élite consapevole di essere nati per governare il mondo e che i loro nomi sarebbero diventati luoghi comuni per descrivere il potere  che esprimono::                                               

Rothschild, Kuhn, Loeb, Lehman, Rockefeller, Sach, Warburg, Lazard, Seaf, Goldman, Schiff, Morgan, Schroeder, Bush e Harriman.

Nel corso dei secoli, queste famiglie, attraverso il matrimonio, avrebbero esteso il loro numero e la loro influenza in tutta Europa e nel 1600, sotto il patronato della famiglia reale britannica, avrebbero costituito la Compagnia Britannica delle Indie Orientali.            Da quel momento in poi il gruppo sarebbe stato identificato come: Il Comitato dei 300.

 La Compagnia delle Indie, crebbe fino a diventare la più grande azienda del suo tempo.      La società ha aumentato la ricchezza del gruppo verso il commercio di oppio dalla Cina. (Il nonno di G.W.Bush (Prescott Bush), sarebbe stato commerciante d’oppio e fondatore della società massonica Skull & Bones, simbolo dei pirati protagonisti in quel tempo).

E’ importante notare, a questo punto, che né la Cina, né l’India, né la Gran Bretagna sembravano arricchirsi da questo commercio molto redditizio.                                                     Essendo tutti i profitti andati al Comitato dei 300.

Dopo la morte della regina Vittoria, il gruppo si sarebbe reso conto che era giunto il momento di non rimanere più solo come gruppo di aristocratici e che avrebbero dovuto includere anche gli imprenditori.

America

Con la comparsa degli Stati Uniti sulla scena mondiale, il gruppo ha dovuto espandere la propria influenza per includerla nel sistema.

Stavano già facendo grandi guadagni finanziari attraverso il commercio degli schiavi, ma per garantire la loro influenza, avrebbero creato la Federal Reserve, una società privata.

Possedere lo stock della Federal Reserve, serviva al Comitato dei 300 per controllare le grandi aziende, le banche, assicurazioni e fondazioni.

La Nobiltà Nera, ancora oggi sarebbe probabilmente più potente di quanto non sia mai stata.                                                                                                                                                             La loro situazione finanziaria sarebbe assicurata dal loro controllo della “Fed” e di (quasi tutte)  le diverse Banche Centrali europee.                                                                                          Il loro dominio sarebbe garantito dalla loro enorme influenza, attraverso le associazioni con la Banca Mondiale, il FMI, la NATO e le Nazioni Unite.

Ancora oggi però, come in passato, gran parte del loro reddito scaturirebbe dai proventi del traffico di droga.                                                                                                                                 Quando vengono fatti i grandi sequestri, ma nessun progresso sembra essere compiuto, è perché quelli che vengono catturati (anche i mafiosi) sono solo i concessionari che hanno cercato di lavorare al di fuori del monopolio del comitato.

Inganno

La storia del Comitato dei 300, e il loro successo, è caratterizzato dal segreto.

Al fine di “distrarre” gli occhi indiscreti, hanno nel tempo incoraggiato e formato sette o società segrete come: 

Commissione TrilateraleBilderberg GroupCouncil on Foreign RelationsClub di RomaIlluminatiSkull and BonesThule Society e Tavola Rotonda.

Tutti questi gruppi, a parte la gerarchia superiore, sarebbero beatamente inconsapevoli del loro vero scopo, o fanno finta di non saperlo!…                                                                           In alcuni casi, gli stessi membri sono tratti nell’inganno di credere di servire a degli scopi assolutamente nobili, mentre in realtà sono tenuti all’oscuro, con una cortina fumogena, delle risoluzioni più drastiche, compromettenti ed inconfessabili!….. 

Un altro metodo di distrazione utilizzato dal gruppo sarebbe l’Associated Press, che sarebbe diventato un monopolio di notizie, di proprietà della famiglia Rothschild e utilizzato per lavare il cervello alle masse (anche la Reuters).

La teoria del caos non esiste.                                                                                                                   Le vicende del nostro passato e del nostro presente, sono state dettate da un piccolo gruppo di elitari che non ha alcun riguardo per l’uomo “comune”.

Se non si facesse nulla per fermare questo gruppo, continuerebbero ad essere gli inamovibili dittatori del nostro futuro, così come lo sarebbero stato per il nostro passato, un futuro in cui l’ambigua segretezza avrebbe, finalmente, fine!……                                         Ed il Comitato dei 300 verrebbe allo scoperto come leader del Nuovo Ordine Mondiale, con il resto dell’umanità schiavizzata ai loro capricci!….

E, infatti, non si è fatto nulla allora, non si sta facendo nulla adesso e…non si farà nulla domani, con i risultati non dissimili a quelli dei seguenti video!….

INTERESSANTISSIMI QUESTI ALTRI VIDEO!….

 

 

Liberismo contro Keynesismo

 

SUGGERIAMO LA VISIONE DI QUESTI PRIMI 3 VIDEO

Se volete saperne di più cliccate su questi 4 link e con molta pazienza ed attenzione cercate di capire quanto più è possibile, per persone comuni che non hanno alcuna esperienza nello specifico!,…

https://www.youtube.com/watch?v=0DXasqR8hTE         Margaret Tatcher

https://www.youtube.com/watch?v=b1tz-MBiwGk         Il Modello economico liberista

https://www.youtube.com/watch?v=M6xwvi1lLho

RIMEDIO CONTRO LE ZANZARE

MOSQUITO

Se le zanzare ti amano, è colpa dei tuoi geni. Una ricerca dimostra che l’attrattività per le zanzare è scritta nel dna

Ogni anno, insieme all’estate, torna immancabile l’appuntamento con le zanzare. E allora non c’è scampo: non ci sono candele alla citronella né lozioni che tengano, cospargersi con creme repellenti non sempre basta a tenere lontani i loro morsi. Se ad attirarle sono sempre le stesse “prede”, poi, non è un caso: è colpa dei geni. A dirlo è uno studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PLosSOne, condotto su 18 coppie di gemelli omozigoti e 19 di gemelli eterozigoti.

Ogni partecipante allo studio è stato messo in coppia con il fratello gemello. Poi ad entrambi è chiesto di inserire la mano nelle forche di un tubo a forma di Y. I ricercatori, nel frattempo, hanno rilasciato un certo numero di zanzare nel tubo centrale per misurare quanti insetti sarebbero volati verso una mano o verso l’ altra. Ne è risultato che le zanzare erano attratte allo stesso modo dai gemelli identici ( che presentano lo stesso corredo genetico), in modo differente, invece, dai gemelli eterozigoti. Per l’esperimento, i ricercatori hanno utilizzato un tipo di zanzara chiamata Aedes aegypti, notoriamente difficile da controllare o eliminare, nota peraltro per la trasmissione di dengue, febbre gialla e altre malattie.

La ricerca, comunque, dimostra che i geni giocano, nei confronti dell’attrattività per le zanzare, un ruolo paragonabile a quello esercitato nella determinazione dell’altezza o del quoziente intellettivo. E poiché è noto che le zanzare sono attratte da un certo tipo di odori, i ricercatori ipotizzano che siano proprio questi geni ad avere una responsabilità in tal senso.

“Ripetere l’esperimento su larga scala, individuando esattamente i fattori che determinano l’attrattività nei confronti delle zanzare, potrebbe servire a escogitare un metodo efficace per respingere definitivamente le zanzare” ha detto il dottor James Logan, che ha condotto l’esperimento.

“Se si riuscisse a individuare i geni alla base delle variazioni tra un soggetto e un altro, si potrebbero sviluppare nuovi metodi per prevenire i morsi di zanzara. In futuro saremo in grado di produrre delle pillole che stimolano nel corpo la produzione di repellenti naturali da parte del corpo, da utilizzare in sostituzione delle lozioni correnti”. ha continuato. Così, sarà più semplice combattere la dengue e altre malattie mortali.

 

Paolo Barnard

 

Paolo Barnard:                                                                                       Ho le prove che l’Italia regala miliardi alla Germania,       non me lo hanno fatto dire

Barnard prove italia germania la gabbia

Delirio Barnard alla trasmissione”la Gabbia” si La7.                     L’economista aveva le prove che molte delle nostre tasse le incassa la Germania a nostra insaputa!                                                                         Per impedirglielo è stato censurato e cacciato dalla trasmissione da Paragone, il quale non lo ha fatto nemmeno parlare!!

Successivamente a questo episodio ha lanciato un comunicato sul suo sito personale dove spiega con precisione cosa è realmente successo alla trasmissione, e perchè alla fine non è riuscito a fare questo intervento che avrebbe sicuramente indignato milioni e milioni di italiani di fronte alla tv:

“Sono 2 anni che porto la macroeconomia salva nazione e salva vite alle trasmissioni di Gianluigi Paragone.

Hey, GRATIS, anzi, pago io ogni volta che ci vado per cena e colazione.                                                   Sti pezzenti di La7, Cairo per primo, non sborsano un soldo.                                                                     Ma lui, Paragone si compra la moto da un miliardo e ci racconta come la tiene in curva. Ehm…

Ok. Io faccio volontariato per La7, come sempre, quasi a ogni puntata rischio di rovinare me e la mia famiglia per le cose che SOLO IO dico in Tv, e naturalmente La7 non mi protegge legalmente neppure per 20 euro.                                                                                                                 Ma ieri sera è stato il massimo.                                                                                                               Prima mi trasmettevano alle 22,30, e il secondo intervento era dopo mezzanotte.                               Ok. Poi sono diventate le 22,45, poi le 23. Poi….

Ieri sera alle 23:05 chiedo all’ameba che fa da autore di La Gabbia a che cazzo di ora mi mandano. Lui vagheggia fra le 23,15 in poi.

Hey, io ci vado GRATIS, e porto l’economia salva vite, e salva nazione.                                                   Ma no, prima fanno parlare quel pupazzetto di Cruciani, quel falsario di Gomez, poi la Lidia Undiemi, che non è nulla, ma la Gabbia la sottotitola come ECONOMISTA, una che è lì solo perché è carina, ma vi rendete conto…?                                                                                                                         ECONOMISTA.

Io ho un pezzo di macro che rivela come l’Italia ha trasferito in tasse migliaia di miliardi alla Germania.                                                                                                                                                 Mica nulla, giornalismo serio, con le prove, drammatico per 60 milioni di noi.                              Ma prima devono venire il cretino (Cruciani) e le gnocche, inclusa quella che dalle scale fa le classifiche.

Da sempre Paragone mi mette lì come il Jolly che spunta fuori dalla scatola, fa il suo strano numero, e torna nella scatola.                                                                                                                                   Nulla mai mai segue quello che dico, che è sempre salva vite e salva Paese.                                        COSÌ TUTTO CADE NEL NULLA.                                                                                                                     Ne avevamo discusso 1000 volte che così non ha senso il mio lavoro.                                                   Ma no.                                                                                                                                                             La Gabbia non è cambiata, hanno passato l’estate al mare sti qua…

Allora, alle 23:05 chiedo all’autore di La Gabbia a che cazzo di ora mi mandano.                                 Lui vagheggia fra le 23,15 in poi, come detto.                                                                                             Mi sono strappato il microfono e me ne sono andato.                                                                                 Il mio intervento oltre la mezzanotte era pre-registrato.                                                                       Quello di mezza serata non l’avete visto, li ho mandati a cagare per tutto quanto sopra.

Al ristorante, dopo la fine della trasmissione, ho mangiato la faccia a Paragone, voi non crederete mai a cosa gli ho detto di fronte alla sua gnocca preferita.                                                                     Lui sa giocare a basket e guidare la moto, ma un Uomo non lo affronta, è rimasto seduto come un pirla.                                                                                                                                                                 Mi sa che sono fuori dalla Tv un’altra volta.                                                                                               Ve ne frega un cazzo?                                                                                                                                       Bacini.”

Di Paolo Barnard

LA FORTUNA DEL M5S È CHE I GRILLINI NON LEGGERANNO MAI QUESTO ARTICOLO

15 giugno 2015 By 
M5S, LA STAMPELLA DEL POTERE DI FEDERICO DEZZANIfedericodezzani.altervista.org

Le recenti elezioni regionali certificano l’arretramento del M5S che perde 900.000 voti rispetto alle
europee del 2014 e quasi 2 mln di voti rispetto alle politiche del 2013: è il prezzo della defezione di
Beppe Grillo, ritiratosi nel novembre 2014 dalla guida del movimento perché “un po’ stanchino”.
Perché Grillo abdica quando la situazione economica dell’Italia, sempre più esplosiva, permetterebbe
di assestare il colpo definitivo al governo Renzi e realizzare la “rivoluzione araba” promessa nel 2013?
La risposta è che M5S è la stampella dell’establishment euro-atlantico.
Dall’American Chamber Of Commerce alla Telecom Italia, come è stata assemblata la piattaforma di
Gian Roberto Casaleggio: l’arroganza è tale che è apposta pure la firma “nuovo ordine mondiale”.

Italia: poligono per le sperimentazioni politiche

Quando una nuova arma è perfezionata è abitudine sperimentarla in qualche poligono di tiro lontano dal territorio metropolitano, oppure in qualche teatro bellico: ne sanno qualcosa i cittadini sardi che subiscono gli effetti del poligono sperimentale Salto di Quirra, il più grande della NATO in Europa, oppure i ribelli Houthi dello Yemen, contro cui è stato di recente scagliata una bomba termobarica, immortalata nel video che mostra tutta la potenza devastatrice dell’ordigno.                                                                                                                                                Le armi convenzionali sono solo uno degli strumenti cui il sistema euro-atlantico ricorre per esercitare il proprio dominio.                                                                                                               Esiste poi un vasto arsenale di armi riconducibile alla “guerra psicologica”, combattuta contro nemici esterni o contro le opinioni pubbliche di paesi alleati se non, come sempre più spesso capita, direttamente contro i propri cittadini: rientrano tra le armi psicologiche gli attentati falsa bandiera, la propaganda contro governi ostili, gli omicidi politici e le rivoluzioni colorate.

Anche in questo campo l’Italia, uscita sconfitta dall’ultima guerra, ha il triste primato di essere uno dei poligoni preferiti dalla NATO, dove sono testate le nuove armi psicologiche che, se funzionanti, sono poi applicate all’occorrenza in altri Paesi.                                                                   È nel Bel Paese ad esempio che è sperimentata la strategia delle tensione, applicata poi negli stessi USA con gli attentati dell’11 settembre e le lettere all’antrace.

Le basi della strategia della tensione sono poste nel settembre 1963, tre mesi prima che nasca il primo governo di centrosinistra (DC,PSI, PSDI, PRI) presieduto da Aldo Moro: è in quei giorni che dall’Ufficio Ricerche Economico Industriali del SIFAR parte una relazione riservata indirizzata al generale Giovanni Allavena, capo del controspionaggio del Servizio Informazione Forze Armate.                                                                                                                                               Qui si contempla, pur di arginare l’avanzata comunista, la possibilità di:

“creare gruppi di attivisti, di giovani, di squadre che possano usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, dell’intimidazione, della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto, del sabotaggio, del terrorismo”.

Ad attuare questo innovativo, eversivo, disegno (che metabolizza molti dei concetti della guerra rivoluzionaria marxista-leninista) è chiamato il maggiore Adriano Magi Braschi, tra i massimi esperti della NATO in guerra psicologica e futuro ponte tra servizi segreti e terrorismo nero, anche internazionale (è infatti in stretto contatto anche con l’Organisation armée secrète francese).

Due anni dopo, nel maggio del 1965, si svolge presso l’hotel romano Parco dei Principi, il convegno organizzato dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio che posa il primo mattone della futura strategia della tensione: intervengono alla conferenza il suddetto maggiore Magi Braschi, alti esponenti delle forze armate e dei servizi, accademici e figure di spicco dell’estremismo di destra (tra cui Pino Rauti e Guido Giannettini).

La fine del mondo bipolare e la volontà di procedere a tappe forzate verso ilnuovo ordine mondiale” (Stati Uniti d’Europa, allargamento della NATO nell’est Europeo, neoliberismo e finanza selvaggia) comporta per l’establishment euro-atlantico la necessità di sbarazzarsi della vecchia classe politica dei “paesi alleati”, con cui si è vinta la guerra fredda: abituati a ritagliarsi una certa libertà di manovra entro i paletti della NATO e propugnatori dell’intervento dello Stato nell’economia, questi politici sono infatti obsoleti nel nuovo assetto unipolare.

In Italia è quindi testata una nuova arma psicologica che negli anni a venire sarà largamente impiegata in tutto l’Occidente: gli scandali mediatici-giudiziari, con cui si discreditano e/o eliminano politicamente singole figure o intere classi dirigenti.                                               Quest’arma psicologica, recentemente impiegata contro i vertici della FIFA rei di non aver cancellato i mondiali in Russia del 2018, si avvale di illeciti o di ipotesi di reato, portati alla luce se e quando la vittima disobbedisce alle direttive o occorre sostituirla con uomini più freschi e fidati.

La prima e, la più potente in Europa Occidentale, bomba mediatica-giudiziaria è sganciata su Milano nel 1992, facendo leva sul finanziamento illecito dei partiti che, fino a quel momento, era stato il segreto di Pulcinella della politica italiana: è l’inchiesta Mani pulite condotta, come ha ammesso l’ex-ambasciatore americano Reginald Bartholomew prima di morire per un tumore, dal pool milanese di Francesco Saverio Borrelli in stretto contatto con il consolato americano di Milano.                                                                                                           Il console generale americano a Milano, Peter Semler, riceve nei suoi uffici il futuro uomo simbolo di Mani Pulite, il magistrato Antonio Di Pietro, quattro mesi prima dello scoppio dell’inchiesta: scopo dell’incontro è essere “informato” sulle implicazioni politiche delle indagini.

 

Antonio Di Pietro (che attira l’ammirazione del console Semler perché sa usare il computer “a differenza di gran parte degli italiani”) entra alla procura di Milano nel 1985 e la sua padronanza degli strumenti informatici (poi persa nel tempo se, come vedremo in seguito, per aprire il suo blog deve avvalersi di Gianroberto Casaleggio) gli consente di essere cooptato nel 1989 dal Ministero della Giustizia come consulente per l’informatizzazione.                                           Carlo Alberto Dalla Chiesa   centro Sisde di Milano afferma che in quegli stessi anni Di Pietro è in contatto con un diplomatico USA attivo nel nord Italia e con una società vicina alla CIA. Perché gli americani inseriscono Di Pietro nel pool di Mani pulite, quando la squadra di Borelli sarebbe capace di condurre l’inchiesta contro i vertici della Prima Repubblica anche senza il suo apporto?                                                                                                                                                         La spiegazione è duplice: la volontà di avere un proprio referente fidato dentro la squadra di Mani Pulite e, non meno importante, il piano di lanciare Di Pietro, l’eroe nazionale che libera l’Italia dal marciume del DC ed il PSI, come nuovo astro nascente della politica italiana.

Tutti i media del periodo infatti, dal Corriere a Repubblica, preparano il terreno in questo senso e, non appena Di Pietro lascia la toga nel dicembre del 1994, gira l’ipotesi che l’ex-magistrato si schieri a destra dell’arena politica, usando come base di partenza il Movimento Mani pulite.

Nel luglio del 1995 Antonino Di Pietro compie il terzo misterioso viaggio negli USA dalla scoppio di Mani Pulite (un primo nell’ottobre del 1992 finanziato dalla United States Information Agency ed il secondo nel 1994 prima di lasciare la magistratura): là è ricevuto dall’American Enterprise Institute (lo stesso pensatoio che 15 anni dopo sforna Matteo Renzi) e dal politologo Edward Luttwak.

Al suo ritorno in Italia, stupendo tutti i collaboratori, Di Pietro decide di non entrare in politica con un soggetto autonomo bensì appoggiandosi al centro-sinistra.                                                   A Washington devono avergli spiegato che sono infatti i governi di sinistra che negli anni successivi spadroneggeranno dopo l’effimera esperienza del governo Berlusconi : il loro compito è infatti smantellare l’industria di Statoagganciare l’Italia all’euro a qualsiasi costo e piegarsi alla politica angloamericana nei Balcani.

Tonino è ministro dei lavori pubblici del governo Prodi (1996) e poi nuovamente ministro delle infrastrutture del governo Prodi II (2006-2008): è nella veste di responsabile di questo dicastero che l’ex-pm, in ottimi rapporti con gli USA, nomina nel febbraio 2007 Gianroberto Casaleggio ed i fondatori della Casaleggio associati (Mario Bucchich e Luca Eleuteri) come esperti del ministero per le strategie comunicative ed i nuovi media.

Siamo entrati nella sperimentazione dell’ultima arma psicologica, concepita ed applicata con discreto successo già in Ucraina con la rivoluzione arancione del 2004: l’impiego della rete per influenzare l’opinione pubblica, screditare i governi ostili e, all’occorrenza, organizzare manifestazioni di piazza o moti contro le istituzioni.

È nel 2004 che Casaleggio allestisce il sito Beppegrillo.it e, a distanza di tre anni, replica l’operazione con il sito di Antonio Di Pietro: è singolare che tra le centinaia di esperti di comunicazione operanti in Italia, un ministro della Repubblica italiana si affidi “per imparare a schiacciare i bottoncini di Twitter e di Facebook” allo stesso guru informatico che sta  contro il governo Prodi, preparando il primo Vaffanculo-day

 

La collaborazione tra l’ex-pm di Mani Pulite e Casaleggio prosegue per tre anni, finché Di Pietro si accorge che non è più lui a dettare la linea politica del proprio sito, bensì a subirla, talvolta anche con imbarazzo a causa del toni sempre più aggressivi e denigratori dei contenuti: nel settembre del 2009 si consuma il divorzio tra il segretario dell’Idv e l’esperto informatico.

Da quel momento Di Pietro non è più un socio, seppur di minoranza, della corazzata Casaleggio bensì un rivale politico con cui spartirsi il voto di protesta: a due riprese, man mano che il governo Berlusconi IV affonda sotto il peso degli scandali-mediatici giudiziari e si avvicinano le elezioni, Tonino è liquidato.                                                                                                                           Nel febbraio del 2010 è pubblicata sul Corriere delle Sera un foto di 18 anni prima che immortala Di Pietro a cena con l’allora capo del Sisde del Lazio, Bruno Contrada, ed uno 007 in servizio all’ambasciata americana.                                                                                                           Poi, nel novembre del 2012, la conduttrice di Report Milena Gabanelli assesta il colpo letale all’Italia dei Valori con un’inchiesta sui rimborsi elettorali.

Addio Di Pietro! 

Il sol dell’avvenire è ora il Movimento 5 Stelle, nato e cresciutio attorno al blog Beppegrillo.it messo a punto da Casaleggio.                                                                                                                     È quindi il tempo di indagare sul passato del guru informatico, diviso tra Olivetti, esoterismo e finanza anglosassone.

Casaleggio: tra Olivetti, Telecom, Goldman Sachs e nuovo ordine mondiale

Telecomunicazioni e servizi segreti sono pressoché diventati sinonimo dopo le rivelazioni dell’ex-tecnico informatico della CIA Edward Snowdenche nel 2013 dimostra come l’NSA intercetti e sorvegli illegalmente americani e stranieri, semplici cittadini o capi di Stato, appoggiandosi anche a servizi segreti alleati per coprire i rispettivi territori nazionali.                   Al vertice della piramide che vaglia centinaia di peta-bite al giorno è il Five Eyes, l’alleanza spionistica tra le potenze anglosassoni (USA, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada). Sotto, in base ad affinità politiche e peso internazionale, scendono a cascata gli altri Paesi della NATO.

È superfluo dire che l’Italia, dove il governo Letta neppure fiata quando esplode lo scandalo NSA, è considerata un’espressione geografica, preziosa solo perché dalla Sicilia transitano i fondamentali cavi sottomarini che connettono l’Europa con tutto l’Oriente ed il Sud America: il controllo di Telecom Italia cui fa capo la rete fissa e le linee transoceaniche (Telecom Sparkle) è quindi fondamentale per Washington, tanto che ciclicamente ricorre l’ipotesi di una fusione con la texana AT&T.                                                                                                                       La penetrazione dei servizi angloamericani nell’ex-monopolio dei telefoni affonda le radici già nel dopoguerra e, dal confezionamento di dossier alle intercettazioni diffamatorie, è sempre stata usata per esercitare il ferreo controllo sul Paese.

È nella cornice Telecom/servizi segreti che deve essere inquadrata la figura di Gianroberto Casaleggio.                                                                                                                                             Perito informatico, mai laureato, entra nel 1975 alla Olivetti dove incontra la prima moglie, la britannica Elizabeth Clare Birks da cui ha un figlio.                                                                               Il padre di Gianroberto è interprete di lingua russa e questo è dato interessante perché Adriano Olivetti (1901-1960), l’imprenditore visionario che lascia un’impronta indelebile all’azienda, è appassionato di letteratura russa.                                                                                  In particolare Adriano Olivetti, che con il nome in codice “Brown” è in stretto contatto con i servizi segreti inglesi sin dalla primavera del 1943, è un fervido seguace dell’esoterismo ed occultismo russo: Helena Blavatsky, fondatrice della Società teosofica ed autrice del libro Iside Svelata, ed il teosofo russo Vladimir Sergeevič Solov’ëv.

Ad un occultista russoGeorge Gurdjieff (1877-1949), Gianroberto Casaleggio si richiama espressamente, definendosi suo discepolo.                                                                                             Il profilo esoterico di Gianroberto Casaleggio si arricchisce poi di nuovi importanti particolari nel marzo del 2013, quando sul settimanale Panorama compare l’intervista al massone Giuliano Di Bernardo, ex-Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, dove, commentando la visione del guru di M5S, sono evidenziate le forti analogie tra il Casaleggio-pensiero e l’esoterismo della massoneria speculativa.                                                                                                                               Sia per Casaleggio che per l’ex- Gran Maestro del GOI, in un futuro non troppo lontano scompariranno le differenze ideologiche, politiche e religiose, ma secondo Di Bernardo:

Per me a governare sarà una comunione di illuminati, presieduta dal “tiranno illuminato”per Casaleggio a condurre l’umanità sarà la rete.

Nel 1999, con un’azzardata scalata a debito che lascerà un segno indelebile, la Olivetti di Roberto Colaninno, attiva nella telefonia con Omnitel ed Infostrada, lancia un’offerta pubblica d’acquisto su Telecom Italia, arrivando a detenerne il 51%. Da circa un anno l’ex-monopolio dei telefoni è guidato da Franco Bernabé che, legato a doppio filo con l’establishment euro-atlantico (è uno dei massimi referenti italiani del Round Table, nella veste di membro del Council on Foreign Relationsgruppo Bilderberg, International Councildi JP Morgan e vice presidente di Rothschild Europe), è reduce dell’esperienza in ENI, dove da amministratore delegato ha curato la privatizzazione del gigante petrolifero italiano al motto di “vendere, vendere, vendere”.

Il 22 febbraio del 2000 l’Olivetti acquista, per 52 mld di lire, dalla britannica Logica Plc il 45% della società Logicasiel, di cuFinsiel (controllata da Telecom Italia) detiene il restante 55%: la società, che cambia il nome in Webegg Spa, è quindi ora in mano al 100% al gruppo Telecom Italia/Olivetti.

La britannica Logica plc non è un’azienda qualsiasi, bensì il colosso inglese delle nuove tecnologie: nel 1974 è la prima azienda europea ad importare sul Vecchio Continente il papà di internet (Arpanet) quando è ancora un tecnologia militare statunitense e, in quegli stessi anni, disegna la rete elettronica per lo scambio di dati tra banche (il celebre SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication).

La neonata Webegg Spa che, si legge nel comunicato aziendale,“offre consulenza e soluzioni informatiche alle aziende che si organizzano in rete su modello delle web company” è davvero ben inserita nel comunità economica anglofona, se si considera che appena un anno prima, nel 1999, ha siglato un accordo di collaborazione con la società di nuove tecnologie Neon (New Era Of Networks, con sede in Colorado), fondata nel 1995 dal responsabile informatico di Goldman Sachs, RickAdam (laurea a West Point, già ufficiale della US Air Force ed ex-esperto informatico presso il colosso degli armamenti Litton Industries, poi Northrop Grumman.         Un personaggio decisamente in odore di servizi).

Amministratore delegato delle ex-Logicasiel, ora Webegg spa, è nientemeno che Gianroberto Casaleggio, affiancato dai fidi collaboratori che il guru porterà poi con sé nelle future esperienze aziendali e politiche: Luca Eleuteri (direttore generale tra il 2000 ed il 2003), Mario Bucchich (responsabile della comunicazione tra 2000 e 2003) e Enrico Sassoon (membro del cda dal 2001 al 200320).                                                                                                                       Merita qualche approfondimento quest’ultimo: Sassoon, membro del consiglio della camera di commercio americana in Italia sin dal 1998 e direttore responsabile della Harvard Business Review dal 2006, ha le sembianze del classico “agente di collegamento” tra l’ambasciata americana di Via Vittorio Veneto e gli uffici della Webegg Spa.

Come sono le prestazioni economiche del gruppo Webegg?                                                             Nel 2011 il bilancio si chiude con 91 mln di fatturato ed un utile di 6 mln; nel 2002 la società è consolidata da Telecom, gli utili crollano a 45 mln e l’utile a 2,8 mln; nel 2003 continua la caduta dei ricavi che si attestano per la Webegg Spa a soli più 19 mln.                                                   Nonostante i non eclatanti risultati, la Webegg di Casaleggio non bada a spese per i propri dipendenti, come se la società godesse di qualche connaturato privilegio: tre sedi con uffici avveniristici, feste di fine anno con celebri personaggi delle tv, trasferte internazionali per partecipare a tornei di calcio aziendali, etc. etc.

L’enigmatica attività di Casaleggio in Webegg, tale da richiedere la collaborazione del responsabile informatico di Goldman Sach e la consulenza della camera di commercio americana, si interrompe bruscamente sotto il governo Berlusconi II: nel giugno del 2001 il Cavaliere vince le elezioni, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera acquista nel luglio successivo, grazie al placet del governo, il controllo di Telecom Italia e, a distanza di due anni, Gianroberto Casaleggio è costretto a lasciare la Webegg Spa.                                                           Poi, nel giugno del 2004, la controllata della Telecom è venduta alla società Value Partners.

Con l’avvento del governo Prodi II (2006-2008), Tronchetti Provera perde la sponda con l’esecutivo: prima si dimette dalla presidenza e poi accetta un nuovo patto di controllo che diluisce progressivamente la percentuale di Pirelli fino all’uscita definitivaÈ facile scorgere nella salace satira di Beppe Grillo fa contro Tronchetti Provera, eletto a suo bersaglio preferito finché questi non cede Telecom, una vendetta di Casaleggio per la chiusura del “laboratorio Webegg”.

L’ex-perito informatico dell’Olivetti non si perde d’animo: traghetta i suoi uomini più fidati e soprattutto il consigliere della American Chamber of Commerce in Italy, Enrico Sassoon, verso nuovi lidi e nel gennaio del 2004 nasce la Casaleggio Associati.                                             È molto significativo che il blasonato Sassoon (è corrispondente de il Sole 24 Ore e consulente per le maggiori multinazionali americani operanti in Italia), anziché permanere nel cda di Webegg, decida di seguire Casaleggio nella neonata impresa.                                               Corrobora il sospetto che Sassoon, più che alle nuove tecnologie, sia interessato allo specifica attività cui sta lavorando l’enigmatico perito.

Siamo nel 2004 ed internet è parte integrante dell’allora innovativa strategia angloamericana per rovesciare i governi ostili, ossia le rivoluzione colorate: l’Ucraina è teatro di un primo tentativo di cambio di regime, la rivoluzione arancione finanziata da George Soros e dal Dipartimento di Stato americano, dove sono massicciamente impiegati blog e siti d’informazione, ampiamente pubblicizzati dai media anglofoni.

Proprio in quell’anno, stando alla ricostruzione ufficiale, Beppe Grillo legge un libro di Casaleggio, ne rimane affascinato e gli telefona. I due si incontrano al termine di uno spettacolo a Livorno e stordendolo con racconti sull’esoterista Gurdjieff e sul celebre scrittore dell’imperialismo inglese, il massone Rudyard Kipling, Casaleggio convince il comico genovese (fino ad allora un fervente luddista) ad affidarsi alle sue mani per la creazione deblog Beppegrillo.it.

La verità deve essere probabilmente un’altra: il comico genovese (che con l’ex agente del Sisde Antonio di Pietro condivide il profilo giustizialista, anti-casta e demolitore) deve essere stato segnalato da qualcuno come idoneo al progetto che Casaleggio sta sviluppando.                            Chi è questo qualcuno? Gli indizi portano all’ex-colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto: amico di Grillo sin dagli anni ’9027, in contatto sin dal 2000 con Franco Bernabé che lo nomina 12 anni dopo consulente strategico in Telecom, Rapetto è docente alla NATO School di Oberammergau e consulente del Pentagono in materia di sicurezza.

 

Una peculiarità che Casaleggio conserva dalla precedente esperienze in Webegg è la prodigalità negli investimenti: nell’autunno del 2004 la neonata società di Casaleggio sigla infatti un accordo di collaborazione con Enamics, società di Stanford fondata “dall’esperto mondiale di IT ed autore di best seller internazionali” Faisal Hoque, che costruisce le architetture informative per giganti come GE, MasterCard, American Express, Northrop Grumman, PepsiCo, IBM, Netscape, InfosysJP Morgan Chase, etc. etc.

Come è possibile che un divo dell’informatica che lavora per i colossi delle finanza e degli armamenti americani si lasci coinvolgere nei progetti di una neo-costituita ed anonima azienda italiana?                                                                                                                                                 Bisogna forse porre la domanda ad Enrico Sassoon ed ai suoi amici dellAmerican Chamber of Commerce in Italy, perché difficilmente la Casaleggio Associati avrebbe le risorse finanziarie per pagare la parcella di Faisal Hoque.

Arriviamo ad un punto fondamentale: se in Telecom Italia i progetti del guru di Beppe Grillo erano finanziati direttamente dall’ex-monopolio dei telefoni, dove trae ora sostentamento la Casaleggio Associati?                                                                                                                                    In rete sono disponibili i bilanci per il triennio 2009-2012 che mostrano ricavi ed utili in costanti calo, passando da un 1,6 mln a 1,4 e da un attivo di 118.000 € ad un perdita di 57.000 €. Nulla si sa circa i clienti, ma se si considera che nel 2012 il sito beppegrillo.it è già nato da otto anni, M5S da tre, e che circa un milione di ricavi proviene dai servizi venduti dall’ex-Sisde Antonio Di Pietro, sorgono spontanei i dubbi sulla capacità della Casaleggio Associati di stare sul mercato senza qualche aiuto interessato.

Di certo, come nel caso di Antonio Di Pietro, è la Casaleggio Associati che produce i contenuti del blog di Grillo, stabilisce la linea politica, decide quando e contro chi alzare i toni.

Direttamente prodotti dalla Casaleggio Associati e diffusi in rete dalla società milanese sono i celebri video Prometheus – la Rivoluzione dei media (2007) e Gaia – The future of politics (2008): prescindendo dagli scenari ivi contenuti (terza guerra mondiale, pace perpetua, fusioni tra colossi della rete, trionfo dell’informazione angloamericana), è interessante soffermarsi sui richiami esoterici che, come abbiamo precedentemente visto, sono parti integrante del profilo di Casaleggio.                                                                                                           Si cita espressamente il nuovo ordine mondiale che, da George Bush senior a Giorgio Napolitano passando per Jacques Delors è sulla bocca di tutti i membri dell’élite euro-atlantica. Inoltre, al termine di Prometheus (personaggio chiave della dottrina massonica/teosofica), compare il celebre occhio divino nel triangolo raggiante.

Siamo nel 2008: sfruttando il sito Meetup per l’organizzazione di incontri e manifestazione, Grillo ha iniziato da tre anni a radicarsi sul territorio e, l’8 settembre dell’anno precedente, si è tenuto in diverse piazze italiane il Vaffanculo-Day con cui il comico genovese (condannato nel 1985 a 14 mesi di reclusione per omicidio colposo) pubblicizza l’iniziativa “Parlamento pulito” contro la casta, la corruzione, i segretari di partito, i politici condannati in appello, etc. etc.

Già in quell’occasione a dare un particolare rilievo mediatico al Vaffanculo-day di Grillo sonoça va sans rien dire, i media anglofoni: in particolare la BBC inglese (che fomenta disordini a casa altrui dai tempi della rivoluzione iraniana del 1979) non perde mai di vista il comico giustizialista, diffondendo su radio34, televisione e internet, gli spettacoli con cui, come ai tempi di Mani Pulite, si demolisce la classe politica italiana.

I tempi sono quindi maturi per il primo incontro ufficiale tra l’astro nascente della politica italiana ed il corpo diplomatico americano in Italia: nell’aprile del 2008, George Bush junior imperante, si consuma il pranzo/esame tra Beppe Grillo e l’ambasciatore americano Ronald Spogli (lo stesso che di lì a poco ammonirà Silvio Berlusconi per i suoi pericolosi legami con la Russia).

Al termine dell’incontro, l’intimo amico di Bush, consigliere tra l’altro della J. William Fulbright Foreign Scholarship (emanazione del Round Table), scrive soddisfatto un cablo al segretario di Stato Condoleeza Rice dal titoloLunch with italian activist Beppe Grillo: No hope for Italy. Un obsession with corruption.                                                                                                                  Grillo, dice Spogli, è un tipo berbero ma capisce di tecnologie ed è all’avanguardia nella lotta contro la corruzione che mina l’economia italiana (insomma, il Di Pietro degli anni 2000).

L’esame è superato e dalla politica arriva il via libera al progetto sui cui i servizi d’informazione britannici e statunitensi lavorano dai tempi della Logicasiel/Webegg: il 4 ottobre 2009, al Teatro Smeraldo di Milano, nasce il Movimento 5 Stelle come filiazione del blog di Beppe Grillo, appena eletto dalla rivista americana Forbes a settima celebrità mondiale della rete.

Dalla “rivoluzione araba” allo “sono un po’ stanchino”

Arriviamo all’interrogativo decisivo: a cosa serve il Movimento 5 Stelle?

In base alla storia recente, i movimenti politici finanziati dagli angloamericani e costruiti attorno alla rete, sono riconducibili a tre tipologie: movimenti per rovesciare governi ostili, per rovesciare governi amici e, infine, per mantenere lo status quo,fornendo una valvola di sfogo al malcontento.

Alla prima categoria è riconducibile il golpe ucraino del 2014 o l’attuale tentativo angloamericano di rovesciare il governo macedone di Nikola Gruevski: tramite siti d’informazione, blog e microblog si organizzano manifestazioni e proteste contro l’esecutivo in carica, accusandolo normalmente di corruzione, brogli elettorali e repressione dei dissidenti (stranamente nessuna protesta è mai scoppiata nel Regno Unito contro l’infamante piaga delle pedofilia che da sempre affligge la BBC eWestminister). La protesta ha la tendenza a fallire perché l’apparato di sicurezza, fedele al governo, reprime i disordini: occorrono quindi attentati falsa bandiera di grande impatto mediatico, come l’impiego di cecchini o attentati dinamitardi, per conseguire il risultato.

Il secondo caso è quello della Tunisia o dell’Egitto del 2011: fantomatici blogger incitano alla rivolta con l’ausilio della rete Otpor!/CANVAS, il movimento di protesta si evolve in un’aperta disobbedienza alle istituzioni, le forze di sicurezza fedeli agli USA non reprimono i disordini, ed il cambio di regime si conclude con un limitato spargimento di sangue e la fuga del premier.

Il terzo caso è invece quello del Movimento 5 Stelle che, dopo aver dato ottimi risultati Italia, è riprodotto perfino negli Stati Uniti attraverso il movimento Occupy Wall Street, finanziato dal miliardario George Soros, come ammesso dall’agenzia Reuters nell’ottobre del 2011 prima di ritrattare rapidamente.

Scrive infatti il fondatore di Occupy Wall Street, il trentenne Micah White, sul blog di Grillo:

Al momento il M5S è il più importante movimento sociale al mondoSiete voi che ci state mostrando la strade dove andare, la direzione.                                                                        E adesso vi voglio spiegare perché il vostro movimento è così importante.                                   Noi siamo come il popolo eletto, siamo i prescelti, i prescelti per creare una nuova realtà.       Ci troviamo davanti a tre grosse sfide, che hanno bisogno di soluzioni urgenti.

Sia in Italia, colonia americana sin dal 1945, che, a maggior ragione negli USA, non c’è nessuna volontà di rovesciare l’establishment né di metterlo in discussione: come le rivoluzioni colorate di Ucraina, Georgia o Libia, si agisce sì sul malcontento e sulla frustrazione della popolazione per organizzare manifestazioni e occupazioni di luoghi pubblici, ma lo scopo è offrire una valvola di sfogo, impedendo che l’accumularsi della tensione esploda in autentici disordini o moti di piazza contro la classe dirigente.

Da quando l’Italia è precipitata nella depressione economica, l’unica genuina ed autentica protesta è stata quella dei Forconi, commercianti e piccoli imprenditori piegati dalla crisi, non a caso ignorati o disprezzati dai media, messi in quarantena dal M5Se duramente repressi dalle autorità giudiziarie.

Il Movimento 5 Stelle ha quindi il compito, in una prima fase, di catalizzare la protesta esacerbando i toni, e poi, superate le scadenze elettorali decisive, sterilizzare i voti raccolti, lasciando ai partiti d’establishment la possibilità di governare indisturbati, autonomamente o in coalizione se necessario.

Il sito Beppegrillo.it e M5S fa proprie le tematiche più impellenti per l’elettorato e più scottanti per la UE/NATOi a (l’ostilità verso la moneta unica, il rifiuto alle installazioni militari americani, l’impopolarità delle sanzionlla Russia, lo sdegno per la responsabilità degli angloamericani nel golpe ucraino, etc.) ma poi le castra, proponendo soluzioni irrealistiche o limitandosi a qualche innocua invettiva (il referendum sull’euro cui la nostra Costituzione non riconoscerebbe nessun valore, l’esultanza per la sentenza per il provvedimento della procura di Caltagirone con cui è stato sospeso il MOUS, generiche indignazioni contro la rivoluzione colorata ucraina, etc. etc.).

Ripercorriamo la breve parabola del M5S per dimostrare la nostra tesi.

Nell’autunno del 2012 imperversa la campagna elettorale per le imminenti politiche, dove, tra l’altro, l’apparato del PD è riuscito a bloccare l’Opa ostile di Matteo Renzi, cavallo di Troia degli americani, presentando Pierluigi Bersani come candidato premier.

Il duo Casaleggio-Grillo alza al massimo i toni dello scontro, non perché voglia espugnare i palazzi romani con la forza e mettere in discussione il sistema, ma perché deve risucchiare tutto il voto di protesta: è la fase dei “giornalisti carogne”, “se va avanti così ci sarà una rivoluzione violenta”, “il sistema sta collassando”, “la rivoluzione è iniziata” etc. etc..

L’imponente tsunami tour che porta Grillo in 87 città, e di cui manca qualsiasi rendicontazione sui costi e sulle fonti di finanziamento, è un grande successo di piazza.       Il 25 febbraio 2013, prima ancora che le urne siano chiuse, sul sito Open Democracy finanziato da George Soros si può leggere:

There is no telling what the outcome of today’s remarkably uncertain Italian elections will be. But the real story might just be Beppe Grillo’s Movimento 5 Stelle, which could become the third political force in the country, and set a model for others in Europe to follow.

La profezia di Soros è corretta, perché M5S, raccogliendo il 25% delle preferenze, si afferma come la terza forza del Paese, dietro alle coalizioni guidate da Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi.

A questo punto scatta la seconda fase della strategia per cui M5S è stato studiato, ovvero la sterilizzazione del voto di protesta: entrati in Parlamento, i grillini bocciano qualsiasi tipo di alleanza in Parlamento, bollato come “inciucio”, condannando così all’irrilevanza gli 8 mln di voti raccolti.

Il problema che si pone per gli angloamericani è ora quello di sbarazzarsi di Pierluigi Bersani, portando Matteo Renzi prima alla segretaria del PD e poi a Palazzo Chigi.

A inizio di aprile 2013, in vista delle elezioni del nuovo presidente della repubblica, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo si recano in pellegrinaggio all’ambasciata inglese per discutere sulle votazioni del nuovo presidente della Repubblica

È significativo che gli inglesi propongano loro la riconferma di Giorgio Napolitano: il loro obbiettivo è infatti bloccare ad ogni costo l’elezione di Romano Prodi, considerato anti-americano e filo-russo, assestando così un colpo definitivo anche a Pierluigi Bersani.             Grillo si adegua, dichiarando che i suoi parlamentari non voteranno mai il professore bolognese, mentre Matteo Renzi coalizza i famosi 101 parlamentari che affossano Prodi: l’effetto domino non riserva sorprese e cadono prima Bersani e poi il premier Letta. L’americano Matteo Renzi è finalmente a Palazzo Chigi e può recitare un simpatico teatrino con il sodale Beppe Grillo, quando si incontrano tête-à-tête nel febbraio del 2014.

Siamo nella primavera del 2014 e si avvicinano le fondamentali elezioni europee di maggio, importanti non perché si decide la composizione dell’inutile Parlamento europeo, ma perché servono a dare un’investitura pseudo-democratica a Matteo Renzi, il cui ultimo vaglio elettorale risale alle comunali di Firenze del 2009.

Grillo riveste i panni dell’agitatore blanquista, coadiuvato dai sondaggi falsati e dai media che danno il M5S ad un soffio dal PD o addirittura in testa: urlando come un ossesso “Siamo il primo partito! Siamo al 60%!                                                                                                     Chiederemo le dimissioni di Napolitano e vinceremo le politiche!”, Grillo spinge il voto moderato, allarmato da una vittoria del M5S, verso il PD di Renzi.                                                       È la celebre vittoria del 40%stranamente sfuggita a qualsiasi sondaggista, che consente a Renzi di presentarsi come il trionfatore delle europee, celebrato da tutti i media di regime (“Si legge PD, si scrive DC”, “Con Renzi ha vinto il partito della Nazione”).

Arriviamo all’autunno del 2014: malauguratamente per Renzi, ma soprattutto per 60 mln di italiani, le ricette della Troika si confermano fallimentari, il terzo trimestre del 2014 si chiude con un -0,1% rispetto all’anno precedente e ci si avvia verso l’ennesima stagione di recessione, con un -0,4% su base annua50.

A Beppe Grillo la congiuntura economica dovrebbe fornire l’assist decisivo: la cura della BCE-UE-FMI sta precipitando l’Italia nella depressione economica, Renzi ha fallito nell’impresa di rivitalizzare l’economia, la disoccupazione continua a crescere e pure il malcontento… è tempo di assestare il colpo decisivo al governo e scatenare quella “rivoluzione araba” promessa nel 201351.

Invece Giuseppe Piero Grillo che fa?

Sostiene di essere “un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump” e, tra lo sconcerto della base, passa la palla ad un direttorio di cinque parlamentari del M5S, sotto l’occhio vigile della Casaleggio Associati. Adieu, révolution!

Da allora, ghiottissime occasioni per mandare al tappeto le fatiscenti istituzioni della Repubblica italiana scorrono placidamente sotto i ponti (perché M5S non organizza un oceanico Vaffanculo-day in Piazza del Popolo contro Mafia Capitale? Misteri d’Italia).

In cambio, l’establishment euro-atlantico, lo stesso che marchia i video della Casaleggio Associati coll’occhio divino nel triangolo irradiato, prepara l’ennesima mostruosa trasformazione del M5S, questa volta in partito di governo da sostituire/affiancare al già fuso PD di Matteo Renzi.

Sull’americana La Stampa del 3 giugno si legge infatti l’articolo53 “D’Alimonte: l’anti Renzi non può essere Salvini. Il politologo:con l’Italicum sarebbe più favorito Di Maio”.

Stanno apparecchiando un governo Renzi-Di Maio per tenerci agganciati alla UE?

P.S.: non ce ne vogliano i grillini per il nostro articolo. A noi interessa solo la verità.                               Per il resto, chioserebbe Gianroberto Casaleggio con un’equivocabile motto massonico5            honi soit qui mal y pense”.

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

Link: http://federicodezzani.altervista.org/m5s-la-stampella-del-potere/

Tratto da: Fonte

m5sschema

 

 

 

Ttip IL TRATTATO GLOBALE

 

 

La GLOBALIZZAZIONE è stata la prima inc…..

Il Ttip  la seconda inc...iuciata                                                           Transatlantic Trade and Investment Partnership

 IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Il trattato globale che fa paura

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti.

La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta.

Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

di GIULIANO BALESTRERI,                                                                                                                            VINCENZO BORGOMEO,                                                                                                                        FEDERICO RAMPINI,                                                                                                                                    MONICA RUBINO e                                                                                                                                      CARMINE SAVIANO 07 maggio 201

Se gli accordi stravolgono gli schieramenti

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – 
“TPP Free!..
Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio”.
La promessa solenne risuona nell’aula del consiglio comunale.
È d’accordo il sindaco Bill de Blasio.
E’ d’accordo il deputato democratico Jerrold Nadler che rappresenta questa città al
Congresso di Washington.
Così come esistono in Italia i comuni che si proclamano “denuclearizzati”, può New York
City chiamarsi fuori dai nuovi trattati di libero scambio?
Naturalmente no, è un gesto politico, dal valore simbolico.
Ma la dice lunga sulle resistenze che si oppongono alle nuove liberalizzazioni dei
commerci e degli investimenti.
Eppure, se non tutta l’America, certamente New York sta dalla parte dei “vincitori” della
globalizzazione, con Wall Street che domina la finanza senza frontiere, un mercato che
risucchia capitali dal mondo intero
Lo stesso paradosso si applica alla Germania.
Il suo attivo commerciale sta polverizzando tutti i record storici: vale l’8% del Pil tedesco.
E’ una nazione che riemerge dalla crisi con la ricetta (squilibrata) di sempre: esportando
molto più di quanto importa.
Dalla globalizzazione sembra avere tratto solo vantaggi.
E tuttavia è proprio in Germania che il mese scorso si sono svolte le manifestazioni più
affollate per dire no ai nuovi trattati.
Un partito di governo, i socialdemocratici della Spd che partecipano alla coalizione con
Angela 
Così come negli Stati Uniti la spaccatura attraversa il partito democratico
Barack Obama vuole questi trattati con tutte le sue forze.
Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che è la beniamina della sinistra, guida
la rivolta contro le nuove liberalizzazioni
Tpp o Ttip?
Attenzione alle sigle, segnalano una sfasatura nei tempi e nei dibattiti.
In America al momento si parla del primo: Trans Pacific Partnership.
Riguarda i paesi dell’Asia-Pacifico, con i due pesi massimi che sono Stati Uniti e Giappone,
ma senza la Cina.
È il primo in dirittura di arrivo.
Per il Tpp Obama ha già ottenuto al Congresso il “fasttrack“: la corsìa veloce che consente
un’approvazione rapida perché i parlamentari possono votare solo sì o no all’intero
pacchetto, senza emendamenti su singoli aspetti.
Obama ha ottenuto il “fast-track” grazie ai voti dei repubblicani, tradizionalmente
liberisti.
Non avrebbe mai avuto la maggioranza dei democratici.
La sinistra del suo partito, gli ambientalisti, i sindacati, le organizzazioni della società
civile come MoveOn, 350. org, Courage Campaign, Corporate Accountability, Democracy
for America, continuano a battersi per far deragliare questo accordo: si moltiplicano le
petizioni popolari, i sit-in davanti al Congresso e agli uffici dei singoli deputati e senatori.
Il trattato che interessa gli europei è in seconda posizione nella tabella di marcia, si
chiama Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip).
Che cos’hanno in comune Ttip e Tpp?  
Tre cose importanti.    
                                                                                                                                                           Anzitutto si tratta della prima revisione generale delle regole della globalizzazione dal
lontano 1999 (creazione della World Trade Organization, l’arbitro del commercio
mondiale), cui poi seguì nel dicembre 2001 la dirompente adesione della Cina.  
 Secondo: questi due nuovi trattati riuniscono paesi abbastanza simili tra loro per livelli
di sviluppo e garanzie di diritti (Usa, Giappone, Ue) mentre non includono i Brics (Brasile
Russia India Cina Sudafrica).  
 Terzo: la nuova tappa delle liberalizzazioni cerca di smantellare i protezionismi occulti,
fatti di barriere non-tariffarie, perché i tradizionali dazi doganali sono già scesi molto.
 
Su questi aspetti Obama insiste nella sua campagna a favore dei nuovi trattati: “Ci
danno l’occasione  –  dice il presidente  –  di scrivere regole che proteggano i nostri
lavoratori, tutelino l’ambiente, i consumatori, la salute, i diritti umani.  
 Se non siamo noi a stabilire queste regole, il commercio mondiale andrà comunque
avanti, ma le regole le faranno i cinesi e con priorità ben diverse”
La Dottrina Obama punta quindi a creare un “fatto compiuto”, fissare dei principi che
poi la stessa Cina e altre nazioni emergenti saranno costrette ad applicare in futuro.
Perché questa argomentazione non convince una parte delle opinioni pubbliche
europee?                                                                    
                                                                           
Il Ttip riguarda 850 milioni di abitanti fra il Nordamerica e l’Europa, che insieme
rappresentano il 45% del Pil mondiale.            
                                                                                     
Il commercio transatlantico che verrebbe influenzato dalle nuove regole del Ttip, in
settori come le commesse, opere pubbliche, servizi, supera i 500 miliardi di euro all’anno.
I soli investimenti diretti dagli Usa in Europa superano i 320 miliardi, quelli europei negli
Stati Uniti sono un po’ più della metà.
Siamo quindi nel cuore della globalizzazione “avanzata”, quella che unisce tra loro paesi
ricchi, non c’entra qui la concorrenza asimmetrica con le potenze emergenti.
E tuttavia si è fatta strada nel Vecchio continente l’idea  –  non infondata  –  che siano gli
europei a godere oggi delle regole più avanzate in materia di salute, protezione del
consumatore, qualità dei servizi pubblici.    
                                                                                     
Le obiezioni al Ttip si concentrano su due aspetti.
                                                                           
Da un lato si teme che sia il cavallo di Troia per introdurre nei supermercati e sulle tavole
degli europei gli organismi geneticamente modificati, la carne agli ormoni, o altri tabù
del salutismo.
     
 Ma questo problema è già risolto: l’Unione europea ha stabilito che non rinuncerà al suo
“principio di precauzione”; sugli ogm resta perfino il diritto dei singoli Stati membri
dell’Unione di vietarli se lo ritengono necessario.  
 L’altro tema scottante è la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che
consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per
annullare provvedimenti considerati discriminatori.  
 Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire
piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi.
 
 L’Unione europea potrebbe attenuare il pericolo, se otterrà che queste
cause vengano giudicate da un’apposita corte, permanente e pubblica, non da collegi
arbitrali privati.
Un punto debole resta la trasparenza.
 
Lo rinfaccia Elizabeth Warren a Obama: “Se sono nell’interesse dei lavoratori e
dell’ambiente, perché non pubblicare la totalità dei testi in discussione? “.  
 Anche l’ultima tornata negoziale Usa-Ue, che si è svolta a fine aprile a New York, è
avvenuta a porte chiuse.  
                                                                                                                         
Le stime sui benefici di questa globalizzazione 2.0 indicano un aumento dello 0,5% del Pil
europeo (che di questi tempi non è poco) grazie all’abbattimento delle “barriere
invisibili” che ostacolano le imprese.
                                                                                                       
Ma in passato le previsioni sui benefici del Nafta o del mercato unico europeo peccarono
sistematicamente per eccesso di ottimismo.  
                                                               
E dal 1999 in poi, la fiducia delle opinioni pubbliche nella preveggenza degli esperti è in netto calo.

Regole e tariffe al centro del Ttip

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO – 
La voglia di accelerare sulle trattative per la conclusione del Ttip, il Trattato
transatlantico di libero scambio tra Usa e Ue, arriva proprio dall’Italia, premier Matteo
Renzi in testa: “Mi auguro che il 2015 sia l’anno decisivo” aveva detto durante la visita
ufficiale negli Stati Uniti a metà aprile.
D’altra parte in base alle stime economiche diffuse dalla Ue e dagli Usa una conclusione
positiva del negoziato avrebbe vantaggi per entrambe le sponde dell’oceano, sia in
termini occupazionali che economici: la Commissione europea si aspetta un impatto
positivo dello 0,4% medio annuo sul Pil del Vecchio continente fino al 2027 e dello 0,5%
per quello americano.
Secondo altri, per l’Italia il dato sarebbe ancora più alto.
Ecco perché Renzi vuole spingere sull’acceleratore: l’idea di aprire un nuovo enorme
mercato per le piccole e media imprese solletica l’ambizione del presidente del Consiglio
che nel via libera al Ttip vede uno spiraglio per la ripresa economica.
La voglia di rinsaldare le relazioni tra gli Stati Uniti ed Europa, però, non è dettata solo
esclusivamente da una necessità economica.
Sul tavolo delle trattative, iniziate nel 2013, c’è molto di più in gioco.
Soprattutto sul fronte geopolitico: la supremazia dell’Occidente non è più incontrastata
come vent’anni fa.
L’ascesa della Cina e, a ruota, degli altri paese emergenti è prepotente.
Ecco perché l’approvazione del trattato rilancerebbe la supremazia del Vecchio mondo
sul Nuovo.
Un’intesa ad ampio spettro, poi, incentiverebbe le altre economie mondiali ad adeguarsi
alle regole fissate dal Ttip.
D’altra parte al centro delle trattative non ci sono tanto le tariffe doganali – peraltro già
piuttosto contenute – quanto le barriere non tariffarie: quei vincoli adottati da un
mercato per limitare la circolazione di merci che non consistono nell’applicazione di
tariffe.
Sono limiti – per esempio – quantitativi come i contingentamenti o barriere tecniche e di
standard (cioè di regolamento).
Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai
bovini sostanze ormonali, nell’Ue è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a
causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.

I negoziatori, quindi, parlano soprattutto di regole per arrivare a una serie di standard uniformi che vengano universalmente riconosciuti sulle due sponde dell’Atlantico.          Sul tavolo, però, ci sono anche temi come l’accesso alle commesse pubbliche in molti settori, la definizione di nuovi e più ambiziosi standard in alcuni settori                                   Un mercato che nel complessivo, nel 2013, valeva qualcosa come 484 miliardi di euro, con acquisti di beni europei da parte degli Stati Uniti pari a 288 miliardi.                                         Enormi anche gli investimenti diretti: dagli Usa arrivano verso l’Ue 312 miliardi, mentre fanno il tragitto opposto altri 159 miliardi di euro.   Il problema più ricorrente nel commercio dei beni e dei servizi è sempre lo stesso: la mancanza di standard procedurali comuni costringe – di fatto – chi esporta a rispettare due diverse procedure, con un aggravio in termini di tempo e costi.                                                                                                    Si calcola che i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti ai prodotti europei siano pari all’1,2%, mentre le barriere non tariffarie comportino un peso addizionale di circa il 19%. Con settori, come quello dell’auto, che arrivano a punte del 25%, quando i beni dagli Usa arrivano in Europa. “Il Ttip ridurrà la burocrazia elevando i nostri standard di lavoro: prodotti testati e certificati in un continente lo saranno automaticamente anche nell’altro.                                                                                                                                                       In questo modo – hanno assicurato i negoziatori americani ed europei al temine dell’ultima sessione di trattative lo scorso 24 aprile  –  rinforzeremo le nostre relazioni e diventeremo un modello per il resto del mondo.                                                                   Abbiamo già fatto molti passi avanti”.                                                                                                   E altri potrebbero esserne fatti con il prossimo round di negoziazioni previsto in agenda a Bruxelles prima della pausa estiva. Insomma, nonostante Usa e Ue siano i principali partner commerciali gli uni degli altri nonché i primi fornitori esteri di servizi e i maggiori investitori nei rispettivi mercati, il vasto complesso dell’economia transatlantica non riposa su alcun trattato che ne regoli il funzionamento interno in maniera sistematica. I lavori del Ttip, però, sollevano le proteste di vari movimenti.                                                     “Il trattato affronta il tema delle barriere non tariffarie che limitano la libertà delle grandi imprese.                                                                                                                                 Ovvero tutte quelle leggi, le normative, le procedure, spesso emanate in difesa dei diritti”, dice Marco Bersani del Comitato Stop Ttip secondo cui a rischio c’è lo svilimento del welfare in nome della competitività e del mercato.                                                             Secondo le letture più critiche, infatti, i cittadini diventerebbero semplici clienti. Addirittura, secondo il Movimento 5 Stelle, il Trattato impoverirebbe l’Italia: a rischio ci sarebbero 1,3 milioni di posti di lavoro con un calo del 30-40% di scambi di prodotti a danno soprattutto delle Pmi.                                                                                                       Numeri che vengono tratti dall’esempio del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico: in 12 anni gli Usa hanno perso un milione di posti di lavoro, anziché crearne migliaia di nuovi.                                                                                                        Le aziende, infatti, hanno preferito spostarsi verso il Messico dove tutele e diritti – e di conseguenza costi – sono inferiori rispetto agli Stati Uniti. Un rischio che i negoziatori non vogliono neppure prendere in considerazione, spiegando come in tutti gli ambiti della trattative gli standard qualitativi verranno elevati.                 Non abbastanza per i contestatori secondo cui, invece, il Ttip “svuoterebbe di potere gli organismi eletti democraticamente a tutto vantaggio di organismi tecnici e regolatori”. Di certo la strada perché il Trattato veda la luce, nel bene e nel male, è ancora lunga. Manca un testo finale condiviso – anche se dopo le proteste la trasparenza sta aumentando come dimostrano i documenti pubblicati da Ue e Usa che un volta approvato avrà bisogno del via libera del Congresso Usa, del Parlamento europeo e di tutti i Parlamenti nazionali dell’Ue: basterebbe un solo no per affossare il Trattato intero.

Trattative segrete sul nodo agroalimentare

di MONICA RUBINO

ROMA –
 
“Se non c’è accordo sull’agroalimentare, il trattato salta”.
Non poteva essere più chiaro l’ambasciatore americano in Ue Anthony Luzzatto Gardner.
Segno che la partita del Ttip si gioca per buona parte sul cibo, un settore destinato a
esplodere sul piano globale nei prossimi anni, come dimostra Expo 2015 non a caso
dedicata proprio al tema dell’alimentazione in tutte le sue più importanti implicazioni.
Di certo la posta in ballo è grossa e potrebbe cambiare la vita di ben 850 milioni di
consumatori tra le due sponde dell’Atlantico.
Parliamo del secondo mercato più grande dopo quello asiatico, pari a circa il 45% del Pil
mondiale, secondo i dati del Fondo monetario internazionale.
Il   Ttip dovrebbe abolire dazi e rendere più libera la circolazione di merci e servizi, ma
non si discute solo di tariffe (in verità  il profilo tariffario degli Stati Uniti è già favorevole
all’export Ue), bensì anche di barriere non tariffarie: abbattere gli ostacoli tecnico-
regolamentari al commercio di beni e servizi potrebbe avere ripercussioni enormi in tanti
settori, ma soprattutto in quello agroalimentare, che in questa trattativa gli Usa
considerano strategico.

Trattative segrete.                                                                                                                           L’ultima tornata di negoziati si è tenuta dal 20 al 24 aprile a New York. Ma di ciò che si sono detti i negoziatori si sa poco o nulla, perché le trattative sono segrete.                           Questo particolare non è secondario.                                                                                                   Perché discutere a porte chiuse?                                                                                                             Forse perché, come ipotizza Lori Wallach, direttrice dell’Osservatorio sul commercio  globale (una divisione dell’associazione statunitense dei consumatori indipendente Public Citizen), “i sostenitori del Ttip sanno bene che questo accordo non supererebbe mai l’esame dell’opinione pubblica”.                                                                                                Wallach fa parte di quel fronte anti-Ttip che descrive le conseguenze dei trattato in termini molto pessimistici: “Si tratta di un lento colpo di stato – ha dichiarato in varie occasioni – un cavallo di Troia che apre le porte a un attacco devastante alle più elementari leggi e regolamenti nazionali”.                                                                                       Un fronte, quello che si oppone al trattato, molto attivo in tutta Europa, e che trova anche alcuni punti di congiunzione con il movimento No-Expo.                                                   “È un patto scellerato – commenta Monica Di Sisto, tra i portavoce della campagna Stop-Ttip Italia – che usa l’agricoltura europea e i suoi produttori come merce di scambio”. Grandi preoccupazioni esprime anche Carlo Petrini, presidente di Slow Food: “In  questo momento in tutta Europa associazioni e anche istituzioni temono la piega che sta prendendo il negoziato.                                                                                                                            In segreto stanno mettendo al centro di tutto una strada ampia di libero commercio che pensa solo ai fatturati”.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
  EXPORT IMPORT SALDO
  (euro) (euro) (euro)
PRODOTTI ALIMENTARI, BEVANDE E TABACCO 2.796.619.091 289.717.621 2.506.901.470
di cui:
Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne 76.495.495 43.417.216 33.078.279
Pesce, crostacei e molluschi lavorati e conservati 7.060.388 20.458.894 -13.398.506
Frutta e ortaggi lavorati e conservati 140.088.240 60.502.823 79.585.417
Oli e grassi vegetali e animali 425.694.138 72.086.138 353.608.000
Prodotti delle industrie lattiero-casearie 245.907.824 244.456 245.663.368
Granaglie, amidi e di prodotti amidacei 29.718.219 826.808 28.891.411
Prodotti da forno e farinacei 252.253.604 1.533.804 250.719.800
Altri prodotti alimentari (zucchero, cioccolata, spezie) 286.831.511 13.539.071 273.292.440
Prodotti per l’alimentazione degli animali 4.979.700 8.511.135 -3.531.435
Bevande 1.327.267.713 68.560.744 1.258.706.969
– di cui Vini di uve 1.077.732.505 46.420.144 1.031.312.361
– di cui Birra 12.770.383 1.163.700 11.606.683

I numeri dell’export Ue.                                                                                                                          Ad oggi non possiamo prevedere le reali ricadute del trattato proprio perché la segretezza dei negoziati non ci aiuta a capire quali ne siano i reali contenuti.                        E questo spinge ad essere sospettosi o quanto meno vigili.                                                            In tutti i paesi c’è qualche politico che conosce la verità, ma la maggior parte crede che si tratti solo di un accordo commerciale.                                                                                                   Il premier Matteo Renzi ha definito il Ttip “vitale” e i grandi industriali italiani lo considerano una benedizione.                                                                                                           Sebbene le posizioni in Federalimentare, l’associazione di Confidustria delle aziende del settore, non siano univoche, per il presidente Luigi Scordamaglia “chiudere l’accordo transatlantico senza aver risolto il problema delle barriere non tariffarie che limitano il nostro export non servirebbe assolutamente a niente”.                                                                   Ma, a ben vedere, i vantaggi in termini di maggiore export per l’Europa non sarebbero così sconvolgenti: “Parliamo di un aumento del Pil europeo di appena lo 0,5% – spiega Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori  e a dirlo è la stessa Commissione Ue. Forse il gioco non vale la candela”. Dai dati della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo in totale l’Italia esporta negli Stati Uniti merci per quasi 3 miliardi di euro, in gran parte cibi trasformati,  mentre acquista dagli Usa prodotti per 806 milioni, di cui circa i 2/3 riconducibili all’agricoltura. Nello specifico, il saldo è negativo per commodity come cereali e soia ed è ampiamente positivo per il vino (oltre 1 miliardo di saldo attivo), l’olio, i formaggi, la pasta.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
  EXPORT IMPORT SALDO
  (euro) (euro) (euro)
PRODOTTI AGRICOLI, SILVICOLI E DELLA PESCA 64.041.381 516.759.599 -452.718.218
di cui:      
Prodotti di colture agricole non permanenti 17.887.796 267.072.859 -249.185.063
– di cui Cereali (escluso il riso), legumi da granella e semi oleosi 1.019.739 240.358.467 -239.338.728
Prodotti di colture permanenti 40.170.158 181.403.002 -140.232.844
– frutta in guscio 35.895.691 177.393.423 -140.497.732
Animali vivi e prodotti di origine animale 1.128.686 20.962.715 -19.834.029
Prodotti della pesca e dell’acquacoltura 1.249.311 35.332.253 -34.082.942

Come spiega Paolo De Castro, coordinatore per il Gruppo dei Socialisti e Democratici della Commissione Agricoltura dell’Europarlamento, tra i rischi dell’accordo ci sono “le condizioni di partenza delle differenti agricolture, con la struttura di quella americana che per dimensioni aziendali e costi di produzione potrebbe surclassare, in condizioni di mercato aperto e senza protezioni, la produzione di materie prime europee”.                       Ma De Castro rassicura: “Bisogna lavorare per il raggiungimento di un risultato ambizioso per il comparto agricolo, con particolare impegno su accesso al mercato, indicazioni geografiche e misure sanitarie e fitosanitarie.                                                                           Mantenendo intatti gli alti standard qualitativi di sicurezza alimentare e di salute umana e animale in vigore nell’Unione”.

Cloro e ormoni, le paure dei consumatori

di MONICA RUBINO

ROMA 
Per Coldiretti è piuttosto concreto il rischio che l’eliminazione di ogni ostacolo al
libero scambio tra Usa e Ue si traduca in un peggioramento della qualità dei prodotti.
Per capire l’impatto del Ttip sul cibo che portiamo in tavola ci siamo fatti aiutare da un
esperto, Rolando Manfredini, .

Ttip, allarme di Coldiretti: “Conseguenze enormi per l’agroalimentare”

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Facciamo qualche esempio pratico.                                                                                                     Se compriamo del pollo al supermercato troveremo confezioni tracciate, anche in virtù dellnuova normativa europea sull’etichettatura delle carni avicole, ovine e suine.         In pratica sull’etichetta è indicato dov’è nato l’animale e dove è stato allevato. Su una ipotetica confezione di pollo americano importato in seguito al Ttip, invece, non troveremo indicazioni circa l’origine dell’animale.                                                                         “Il regolamento statunitense impone di mettere in etichetta i valori nutritivi, ma non la provenienza – spiega Rolando Manfredini, responsabile qualità e sicurezza alimentare di Coldiretti –                                                                                                                                                     Né ci sarà scritto che quel pollo è stato lavato con il cloro utilizzato come antimicrobico. Una pratica abolita in Europa dal 1996 perché ritenuta dannosa per la salute, ma consentita invece per legge negli Usa.                                                                                                   E non a caso i regolamenti europei dal 1997 vietano l’importazione di pollo americano”. Anche sulla carne di bovino ci sono sostanziali differenze. In Ue 15 anni fa, ossia dopo l’epidemia della mucca pazza, è stata istituita l’anagrafe bovina che ci permette di ricostruire la vita e gli spostamenti dell’animale dalla nascita alla macellazione.                   Inoltre in Europa l’uso di ormoni e antibiotici per accelerare la crescita non è consentito (e se qualche allevatore disonesto lo fa è fuorilegge).                                                     “Viceversa negli Usa ormoni e antibiotici si possono utilizzare legittimamente per far ingrassare l’animale più in fretta, così come si può mettere in commercio carne proveniente da animali clonati – continua l’esperto di Coldiretti –  Il rischio, dunque, è quello di ritrovarci nello scomparto della carne bistecche piene di ormoni, che possono interferire con il sistema endocrino, specie nei bambini, e antibiotici, che possono favorire fenomeni di farmacoresistenza in chi se ne nutre”.

Petti di pollo e bistecche, come cambierebbero con l’ok al Ttip

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Quanto agli Ogm, è recente la dura reazione del governo Usa alla proposta di Bruxelles di nuove regole sull’import di Ogm nell’Ue, che lascia ai singoli Stati membri la possibilità di decidere se limitarne o proibirne l’uso sul proprio territorio.   Per Michael Froman, l’incaricato del presidente Obama per la politica commerciale statunitense, si tratta di un approccio “non costruttivo” per i negoziati sul Ttip, mentre per la Commissione europea “i due temi non sono legati”. Il principio di precauzione europeo.                               Insomma, la differenza sostanziale tra Europa e Stati Uniti sta nell’approccio al cibo: nel Vecchio Continente vale il principio di precauzione.                                                                       In pratica se esiste il dubbio che una sostanza possa nuocere all’uomo, viene bandita. Gli Stati Uniti, invece, ritengono che sia necessario provare in modo inconfutabile che il prodotto è nocivo per la salute prima di ritirarlo dal mercato, secondo il cosiddetto criterio “fondato sulla scienza”.                                                                                                         Sarà forse un caso, ma i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie statunitensi (Centers for Disease Control and Prevention) calcolano che circa 48 milioni di persone ogni anno (1 americano su 6) sono colpite da “foodborne illness”, ossia patologie causate da alimenti non sicuri, che per circa 3000 persone hanno conseguenze letali. “Noi in Europa siamo abituati bene per quanto attiene alla sicurezza alimentare – spiega Dario Dongo, esperto di diritto alimentare e fondatore del portale Great Italian Food Trade –  e lo dobbiamo alla solida legislazione sviluppata a partire dal Libro bianco della Commissione europea per la sicurezza degli alimenti, che risale al 2000.                                               Veniamo anche informati dei rischi emergenti nell’intero mercato unico grazie al Rasff (Rapid alert aystem for food and feed), il sistema europeo di allerta rapido su alimenti, mangimi e materiali a contatto che prevede il ritiro immediato dal mercato dei prodotti ritenuti pericolosi”. Sul Ttip i nostri governanti rassicurano: “Non ci sarà l’apertura alla carne agli ormoni o al pollo alla clorina”, sostiene Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo Economico.           Così pure il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina: “Bisogna fare chiarezza: nessun trattato commerciale potrà mai modificare le leggi europee in tema di sicurezza alimentare e protezione del consumatore.                                                                                                                                  Abbiamo standard altissimi a cui non rinunceremo mai.                                                               Al contrario dobbiamo guardare al Ttip come opportunità per crescere anche su questo fronte nel dialogo con gli Usa”.  

La clausola Isds.                                                                                                                                       Ma se l’accordo dovesse passare e una grande azienda di carni americana trovasse ostacoli normativi nell’esportare i suoi prodotti nel nostro Paese, potrebbe rivalersi contro lo Stato italiano chiedendo un risarcimento?                                                                   “La risposta purtroppo è sì – spiega ancora Manfredini – in virtù della clausola sull’Isds  (acronimo di Investor to state dispute settlement) che, per quanto venga sconfessata, è parte integrante della trattativa.                                                                                                           Se la clausola venisse introdotta, in pratica l’azienda che ravvisa una violazione dei suoi interessi potrebbe appellarsi a un tribunale privato sovranazionale che potrebbe dargli ragione, imponendo allo Stato che la ostacola un risarcimento milionario”.                       Vuol dire che se c’è un accordo internazionale e se c’è uno stato che legifera in contrapposizione all’accordo stesso, l’azienda chiede una compensazione rivolgendosi a una sorta di corte di giustizia privata.

Igp e Dop patrimoni da salvaguardare

di MONICA RUBINO

ROMA –
Ma c’è ancora un ultimo punto da considerare riguardante soprattutto il nostro Paese,  
che in Ue ha il numero più alto di Igp, (Indicazioni geografiche protette),  per non parlare
delle Dop (Denominazioni origine protetta): “Siamo famosi nel mondo per la qualità del
nostro cibo – sostiene Rolando Manfredini di Coldiretti – non possiamo accettare un
trattato al ribasso, che si traduca in un appiattimento delle nostre eccellenze
enogastronomiche.
Il Ttip deve dunque aiutarci a tutelare le produzioni agroalimentari italiane dal
fenomeno dell’Italian sounding, ossia l’imitazione di prodotti tipici nostrani, molto
diffuso sul mercato statunitense dove i prodotti made in Italy taroccati, dal Parmesan
all’Asiago, dai pomodori San Marzano al salame Milano, valgono quasi 20 miliardi.
La presunzione statunitense di continuare a chiamare con lo stesso nome o nomi simili
alimenti del tutto diversi è inaccettabile perché è una concorrenza sleale che danneggia i
nostri produttori”, conclude l’esperto.
Un mercato, quello del falso made in Italy, che nel mondo vale oltre 60 miliardi di euro,
ossia esattamente il doppio delle esportazioni dei prodotti originali.

Prodotti italiani Dop a rischio con il via libera al Ttip

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Secondo uno studio dell’Icei (Istituto di cooperazione economica internazionale),  illustrato durante un’audizione presso la Commissione Agricoltura della Camera il 20 marzo scorso, “interi comparti produttivi dell’agroalimentare europeo – oggi tutelati nelle loro scelte qualitative – domani potrebbero trovare più conveniente uscire dai consorzi di tutela per avere più carte da giocare, specie sul piano dei prezzi, sul mercato unificato”.                                                                                                                                             Inoltre l’Icei paventa un altro rischio legato all’Italian sounding: “I prodotti di imitazione statunitensi, che in Europa finora non potevano entrare, troveranno un vastissimo mercato acquirente nelle fasce di popolazione a minor reddito, oppure nei paesi Ue con minor tradizione alimentare.                                                                                                                   È prevedibile – conclude l’Istituto di cooperazione economica – che i danni per l’export italiano non si verificheranno nel commercio con il Nordamerica, ma sui mercati terzi europei.                                                                                                                                                         In Germania, Regno Unito, Paesi Bassi i consumatori troveranno per la prima volta al supermercato prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli italiani, ma a minor prezzo”. Dobbiamo dunque rassegnarci a un mercato spaccato in due, fatto da un lato di cibo di massa a buon mercato ma di bassa qualità e dall’altro di alimenti  eccellenti ma non alla portata di tutte le tasche?                                                                                                                   “No – sostiene ancora Trefiletti di Federconsumatori – la sicurezza alimentare deve essere garantita a tutti.                                                                                                                     Anche il cibo più economico deve essere sicuro per i consumatori”. Trattativa a rilento.                                                                                                                               Non è detto che comunque l’accordo Ue/Usa si faccia, almeno non entro il 2015.     Sebbene nelle conclusioni dell’ultimo vertice Ue si legga che “Unione europea e Usa  dovrebbero fare ogni sforzo per concludere i negoziati sul Ttip entro la fine dell’anno”, sottolineando la necessità che l’accordo sia “ambizioso, completo e con mutui benefici”, ma anche che gli stati coinvolti “dovrebbero incrementare gli sforzi per comunicare i benefici  dell’accordo e per promuovere la discussione sul dossier con la società civile”. Come a dire, basta con la segretezza, concetto ribadito anche dal presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz: “I Parlamenti vanno coinvolti nei trattati, il Ttip non fa eccezione”.                                                                                                                              Oltretutto, dal punto di vista politico all’interno dell’Europarlamento le posizioni sono divise.                                                                                                                                                             A favore dell’accordo sono tendenzialmente i Popolari e i Liberali, chiaramente contrari sono i Verdi, la sinistra radicale e la destra nazionalista.                                                     Incerti i Socialisti, vero ago della bilancia in un prossimo voto.                                                     Le criticità del trattato toccano inoltre in maniera diversa le sensibilità dei vari paesi dell’Unione.                                                                                                                                                  Se la Francia, ad esempio, è la più sospettosa, la Germania è invece decisamente favorevole all’accordo, sebbene abbia riserve sull’Isds.                                                               Fra tutti gli stati dell’Unione l’unica ad essere totalmente favorevole alla clausola Isds è la Polonia, perché  questa verrebbe a sostituire una clausola analoga contenuta in un accordo di investimento bilaterale Usa-Polonia, che la vede molto svantaggiata (attualmente è il secondo paese europeo, dopo la Repubblica ceca, per numero di cause Isds). Parallelamente al Ttip, l’America è impegnata nei negoziati del Tip, ossia un omologo trattato di liberalizzazione con l’Asia-Pacifico, sul quale Obama sta avendo non pochi problemi con il suo partito.                                                                                                                       I democratici infatti si sono spaccati, New York è stata dichiarata dalla corrente anti-liberista “TIP free-zone”, un po’ come i comuni denuclearizzati.                                              Ma il presidente Usa tiene duro ed è disposto and andare avanti con i voti dei repubblicani, favorevoli anche al trattato con l’Europa.                                                                 Le energie, dunque, sembrano per il momento concentrate più sul Tip che sul Ttip Di certo, se non si chiude entro la fine del 2015, sarà tutto rimandato a dopo le presidenziali americane.                                                                                                                                                        E Obama lascerà i negoziati in eredità al suo successore.

Auto, sicurezza omologata e dazi da eliminare

di VINCENZO BORGOMEO
ROMA 
Come nelle assemblee di condominio: ci si incontra per parlare dell’ascensore e si finisce
per azzuffarsi sui lavori della facciata.
Nel mondo dell’auto le negoziazioni del Ttip si trasformano regolarmente in risse
furibonde sulle barriere tariffarie.
E già perché il trattato, oltre a parlare del mutuo riconoscimento delle normative sulla
sicurezza degli autoveicoli, deve arrivare a definire un chiaro provvedimento di legge che
elimini le barriere, tariffarie e non.
Così le parti in causa – Acea, l’associazione tra le case automobilistiche europee, il
Consiglio politico dell’automotive americano (Aapc) e l’Alleanza dei costruttori
automobilistici (Auto Alliance) a nome dell’industria automobilistica transatlantica  – 
non perdono mai occasione per focalizzare tutta l’attenzione sui dazi.
“Il commercio di auto – spiegano infatti Acea, Aapc e Auto Alliance – già rappresenta il
10% dell’interscambio commerciale tra tra Usa e Ue.
Chiediamo insieme un nuovo accordo che includa l’eliminazione di barriere tariffarie e
non tariffarie.
Questo aumenterà i volumi commerciali, abbasserà i costi di produzione, creerà più posti
di lavoro e migliori, e migliorerà la competitività industriale”.
Secondo le associazioni, “questo può accadere senza abbassare gli standard ambientali e
di sicurezza che abbiamo sia negli Usa che nell’Ue”.
Proprio sul fronte sicurezza, le associazioni chiedono che Usa e Ue riconoscano i rispettivi
standard, visto che sono nei fatti equivalenti, ma costringono i costruttori che esportano
i loro veicoli a maggiori spese, senza che questo si traduca nei fatti in ulteriori
garanzie.
L’attenzione alle tasse doganali d’altra parte è primaria perché questi balzelli per
l’importazione di un veicolo variano dal 2,5% al 25% a seconda del paese.
Eppure anche i risparmi possibili uniformando le omologazioni sarebbero enormi.
Secondo Bmw e Mercedes potrebbero ammontare  a circa 5 miliardi di euro all’anno solo
per i costruttori tedeschi.
Una vera enormità.
Il trattato Ttip è costituito da 24 capitoli, divisi in tre parti, che riguardano accesso al
mercato, cooperazione in campo normativo e norme.
In sostanza, l’obiettivo generale è quello di abbattere le barriere doganali e aprire il
mercato attraverso un’armonizzazione delle norme in vari settori: si va dalle merci agli
appalti pubblici, dagli investimenti all’energia, dalla concorrenza alla proprietà
intellettuale, dalle medicine ai pesticidi.
E tante altre voci.
Ma l’auto, essendo la più grande industria del mondo, rappresenta il capitolo più
importante.
Il capitolo che porta ad avere gli investimenti più pesanti legati alla produzione
(fabbriche, infrastrutture, ecc.).
Produrre un iPhone, si sa, non è come produrre una Panda…
Eppure uno degli elementi più controversi del Ttip, vale a dire la clausola per la gestione
delle dispute in materia di protezione degli investimenti (Isds), è ancora in stand-by per
via della consultazione in corso nell’Ue tra Commissione, Consiglio e Parlamento.
Una questione difficile, sulla quale un’intesa appare ancora lontana.

Nei servizi restano fuori difesa e televisioni

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO –
Sul fronte dei servizi, i flussi bilaterali di commercio ammontavano complessivamente a
282,3 miliardi di euro nel 2011.
Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale dell’Europa anche in questo settore e
rappresentano circa il 29% delle importazioni e il 24% delle esportazioni Ue.
E ancora, si stima che circa cinque milioni di posti di lavoro nell’Unione dipendano dagli
scambi commerciali con gli Usa.
I flussi di investimento diretto estero sono ancora più significativi.
Nel 2013 le imprese Usa hanno investito circa 312 miliardi di euro nell’Ue, mentre le
imprese europee hanno investito 159 miliardi di euro negli Usa.
Inoltre, il 70% degli investimenti statunitensi in Europa è concentrato nei servizi
finanziari (che per il momento sono esclusi dal tavolo negoziale).
Inoltre, restano alcune restrizioni all’investimento applicate da entrambi i lati
dell’Atlantico in settori come la difesa, le costruzioni navali, i servizi televisivi e il
trasporto aereo.
Le liberalizzazioni del Ttip riguardano quindi anche i servizi, “coprendo sostanzialmente
tutti i settori”: si prevede anche di “assicurare un trattamento non meno favorevole per
lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello
accordato alle proprie società, consociate o filiali”.
Sono esclusi – per volontà francese – i servizi audiovisivi.
Di fatto l’obiettivo ultimo è quello di “rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli
investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed
efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di
beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il
 della cooperazione tra autorità di regolamentazione”.

Campagna mondiale per cercare di fermarlo

di CARMINE SAVIANO

ROMA – 
C’è il piccolo produttore agricolo del Sud Italia che continua a lavorare per portare avanti
l’azienda di famiglia.
C’è chi ha legato la propria esperienza professionale allo studio di forme green per lo
sviluppo.
C’è l’avvocato che fa della battaglia per la difesa dei diritti dei consumatori la propria
ragione sociale.
L’attivista convinto che uscire dalla crisi sia sinonimo di allontanarsi dal neo-liberismo.
L’europarlamentare che ogni giorno cerca di capirci di più.
Il piccolo commerciante del Nord Europa che vede avvicinarsi la fine sotto forma di
sbarco delle multinazionali.
Uno sbarco privo di regole.
Anzi: dove le regole sono scritte solo dal più forte.
Da chi è economicamente più forte.

Il corredo genetico del movimento No Ttip è quanto di più variegato si possa immaginare. Perché variegati sono i bisogni e gli interessi che il Trattato Transatlantico tocca e mette in discussione.                                                                                                                                               E il fronte europeo che da oltre quindici mesi cerca di alzare il livello di guardia nell’opinione pubblica ha sintetizzato tutto in uno slogan quanto meno efficace: “Prima le persone, poi i profitti”.                                                                                                                         Perché la lettura è questa: il Ttip trasforma i cittadini in membri non di uno Stato di Diritto, ma in clienti di uno Stato di Mercato.                                                                                       Va da se che chi partecipa alla campagna internazionale Stop Ttip non vuole essere ascritto al Fronte del No a tutti i costi.                                                                                                   Perché non si tratta di negare, ma di affermare i propri diritti. Li abbiamo visti in oltre seicento piazze europee lo scorso 18 aprile.                                                                                          Piccoli gruppi, palchi improvvisati, in piazza Santi Apostoli di Roma c’erano solo poche centinaia di persone.                                                                                                                             Ma, dagli organizzatori, il dato numerico non era preso in considerazione: perché quella giornata rappresentava solo la prima uscita nazionale.                                                                   Il primo tentativo di parlare al “grande pubblico” dei rischi concreti che il Trattato potrebbe generare sul tessuto sociale del Paese.                                                                           C’era soprattutto un volantino, che passava di mano in mano, distribuito ai passanti. Sette punti per mettere in chiaro di cosa si parla quando parliamo di Ttip.                              Il primo: l’import di prodotti alimentari a basso costo butterebbe fuori dal mercato centinaia di migliaia di produttori.                                                                                                          Il secondo:                                                                                                                                             sarebbe possibile importare organismi geneticamente modificati.                                     Terzo:                                                                                                                                                                 le 271 tipicità alimentari riconosciute in Italia non sarebbero tutelate.                                 Poi la privatizzazione di servizi pubblici, l’introduzione dell’arbitrato privato che penalizzerebbe i governi nei confronti delle multinazionali, l’indebolimento delle leggi di protezione ambientale e una possibile diminuzione del Pil dell’Unione. Linee di famiglia intorno alle quali si sta creando una sorta di aggregazione spontanea di gruppi e associazioni, sia in Italia che in Europa.                                                                                         Dagli ambientalisti ai comitati per i diritti civili, dalle associazioni di categoria fino ai sindacati di base.                                                                                                                               Gruppi che promettono di dare battaglia.                                                                                         Sia nelle piazze: giornate di mobilitazione sono previste prima e dopo l’estate.                       Sia nelle istituzioni: la domanda per creare gruppi interparlamentari per discutere del trattato sono già state “inoltrate” alla politica.                                                                                   Per adesso le risposte sono poche.                                                                                                           E gli attivisti non sembrano stupirsi: “Durante il semestre italiano di presidenza dell’Ue, Renzi e il suo governo non hanno fatto nulla per fermare questa colossale svendita di democrazia”.

 levostreinchieste@repubblica.it

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…Era il 1992 sul panfilo Britannia

Il neo ambasciatore inglese a Roma ed esponente di spicco della finanza anglo-americana dichiarò con sarcasmo:

«continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera agli investimenti esteri».

Volevano a tutti i costi mettere le mani sui nostri beni, era così palese.                   Dovevamo fermarli.                                                                                                                     Purtroppo però siamo un popolo tradito dalla nostra classe dirigente, e non abbiamo i mezzi per farlo.                                                                                                                                         Che desolazione.  

 Fonte: No Censura,   http://www.signoraggio

DOSSIER:

Ecco quando è iniziata la crisi dell’Italia; era il 1992 sul panfilo Britannia

Il tutto é iniziato il 2 giugno 1992, nei pressi di Civitavecchia, sul Britannia, il lussuosissimo panfilo della Regina Elisabetta.                                                                                    I più grandi banchieri anglo-americani lo affittarono a peso d’oro con lo scopo di avere un luogo sicuro in cui poter “chiacchierare” con gli italiani.                                                              Su quel panfilo l’Italia venne svenduta alle banche internazionali.

Lì venne decisa la scellerata privatizzazione dei principali beni dello Stato italiano.
La SIP, le autostrade, ENI, le Ferrovie dello Stato, le Poste e addirittura la Banca d’Italia.
Fino a quel momento tutti noi contribuenti  italiani, con le nostre tasse,
sovvenzionavamo tutte queste aziende.
Dopo la riunione galleggiante, tutto venne privatizzato e svenduto alle banche.
Da allora sono state licenziate migliaia di persone, i treni sono sempre più in ritardo,
spedire un pacco costa sempre di più, la bolletta della luce é lievitata, il casello
dell’autostrada é costantemente aumentato per ogni tratta, fino a triplicare ovunque il
prezzo, senza che la qualità delle strade sia effettivamente migliorata. 
Ma quanti casellanti sono stati sostituiti dal Telepass o da quelle macchinette mangia soldi?
A me stavano simpatici, con i loro musi lunghi e il loro cenno con il capo che sostituiva la
parola “buona giornata”.

Preferivo di gran lunga che i soldi delle mie tasse andassero al casellante burbero, al secondo
conducente del treno che non faceva niente (da quando questa figura é stata rimossa gli
incidenti ferroviari sono aumentati a dismisura), al postino che era sempre al bar, al
ragazzetto che leggeva il contatore della luce. 
Ora i soldi delle nostre tasse vanno nelle mani dei banchieri internazionali del
Britannia che detengono azioni e hanno diverse partecipazioni nella gran parte delle
aziende ex statali che sono state privatizzate ma che continuano a essere pesantemente
sovvenzionate dal governo, con i nostri soldi.
La SIP é diventata Telecom, le Poste sono diventate Poste Italiane, le Ferrovie sono
diventate Trenitalia e via discorrendo.
Le spese più imponenti sono a carico di noi contribuenti, perché se ne fa carico lo
Stato (vedi la copertura del pesante buco di bilancio di Trenitalia ad esempio) ma gli utili
se li spartiscono loro. Ai banchieri evidentemente piace vincere facile.
Ai banchieri evidentemente piace vincere facile.
Il nodo cruciale dell’intera vicenda delle privatizzazioni sta nel fatto che non sono state
approvate per risanare il Bilancio dello Stato, per aumentare la competizione tra le varie
aziende, favorire il libero mercato e rendere più efficiente il servizio (cosa che
effettivamente sarebbe stata utile) ma soltanto per favorire le grandi banche padrone
del mondo.
La svendita della nostra italia é avvenuta su un Panfilo, non in un Parlamento o in una
qualsiasi altra sede istituzionale. 
La voce del popolo non é stata ascoltata.
Il Parlamento non serve forse per far parlare il popolo attraverso i membri eletti
democraticamente e messi lì dal nostro voto?
Mario Draghi, Romano Prodi, Giuliano Amato & Company, che diritto avevano di discutere del
futuro dell’Italia su quel panfilo?
Certe cose non andrebbero discusse nelle sedi opportune per consentire il normale svolgersi
della democrazia?
Invece tutto é stato deciso in mezzo al mare, lontano da occhi indiscreti.
Quasi si trattasse di una segreta “riunione massonica”.
Se poi consideriamo che Draghi, Prodi, Amato e circa il 90% dei partecipanti alla riunione
fanno parte del Club Bilderberg…beh, lascio fare a voi 2+2.
La riunione galleggiante passò in sordina, i media non ne parlarono.
Non per connivenza o sudditanza, ma perchè chi organizzò la svendita del nostro paese
sapeva benissimo che tutta l’attenzione degli italiani era puntata sul coevo scandalo
di Tangentopoli, che stava facendo affondare l’intera classe dirigente italiana.
Chi invece stava letteralmente a galla e con il vento in poppa, erano quei pochi politici ed
imprenditori italiani che si salvarono da Tangentopoli, lo scandalo che indignò gli italiani.
I pochi superstiti si trovavano già sul Britannia ad architettare una imponente svendita.
Sembra quasi che la classe politica italiana non riesca proprio a fare a meno di farci
incazzare.
E il tutto senza perdere tempo!
Lo scandalo delle tangenti era ancora caldo eppur già si lavorava ad una nuova e scandalosa
decisione, che non solo ci avrebbe indignati, ma qualche anno dopo, ci avrebbe
addirittura dissanguati.
Con il passaggio dell’uragano “Tangentopoli” noi illusi italiani, avevamo pensato che
potesse iniziare un periodo migliore per il nostro Paese. 
Ora sappiamo che già nello stesso periodo delle inchieste di Di Pietro, ci stavano per
preparare alla più grande inculata della storia.
 
E pensare che con Tangentopoli pensavamo di aver toccato il fondo.
Su quel panfilo l’Italia fu venduta per trenta denari. 
Addirittura fu venduta la Banca D’Italia, il bene supremo della collettività e simbolo della
sovranità monetaria del popolo.
Da allora si chiama Bankitalia ed é in mano alle banche private italiane, commissariate
dalla BCE e in balia dei mercati finanziari, guarda caso gestiti, con le più abili speculazioni
finanziarie, da quei ricchi banchieri che affittarono il panfilo dalla vecchia inglese e
giunsero a Civitavecchia per comprare l’Italia.
La cosa più brutta é che i nostri “politici” glielo permisero. 
Per far ciò era necessaria la privatizzazione dei beni dello Stato, ovvero trasformare tutte
le aziende statali in S.p.A.
Che tramite il mercato finanziario e la compravendita delle azioni avrebbero potuto
essere acquistate e controllate dai grandi speculatori internazionali. 
Cosa che avvenne con la piena accondiscendenza di Draghi, Prodi, Amato & Co.
Sotto il nome di “privatizzazione” era celato l’inizio della finele nostre braghe vennero
calate;  poi, nel seguente decennio, ci hanno messo lentamente a 90.
Oggi, sono passati 24 anni e la paura cresce.
Siamo inermi ed incolpevoli, ci stanno per ingroppare a causa di quei quattro incapaci che,
chissà come, si sono trovati su quel panfilo a dover decidere per le nostre chiappe.
Possiamo solo sperare che la crisi finisca prima che le banche mondiali ci inculino
selvaggiamente, lasciandoci tutti sul lastrico. 
E brucierà.
Brucierà davvero tanto ora che sappiamo che le nostre natiche sono state così
subdolamente svendute.

 

Sul Britannia, personaggi di destra e sinistra, per la prima volta nella storia d’Italia a
braccetto, si piegarono all’unisono alle banche straniere.
Svendettero la nostra sovranità, calpestarono la democrazia.
Avvenne un vero e proprio smantellamento dello Stato imprenditore.
Secondo Antonella Randazzo, autrice del libro “Dittature. la storia occulta”,
i principali artefici del Sacco d’Italia furono gli economisti Mario Draghi e Giulio Tremonti;

l’allora presidente Iri, Romano Prodi; quello dell’Eni, Franco Barnabè;  il dirigente dell’Eni

Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.
Furono loro i principali sostenitori della svendita dell’Italia alle banche straniere.

Per far approvare la dismissione dei beni italici, agli amici del Britannia, serviva qualcosa di forte. Qualcosa tipo una lira più debole, un bilancio ancor più disastrato e il declassamento dei nostri BOT. Tutte cose che vennero concordate su quel panfilo, con la piena accondiscendenza dell’intera classe politica italiana, di destra e di sinistra, viziosamente uniti nel male.

Ci si accordò per una supersvalutazione della lira. 
Il compito fu affidato al cattivone di turno: George Soros, super finanziere d’assalto di
origini ungheresi ma yankee d’adozione, a capo del Quantum Fund e protagonista di una
incredibile serie di crac provocati in svariate nazioni nel mirino degli Usa, potendo
contare su smisurate liquidità capaci di creare default ad hoc e svalutazioni create ad
arte. 
La svalutazione della lira raggiunse il 30%, il super attacco speculativo alla nostra
moneta costrinse l’allora governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, a prosciugare le
orse della banca centrale, bruciando 50 miliardi di dollari per arginare l’imminente
tracollo della nostra economia monetaria: in pratica ci costrinsero a mutilare il nostro
bilancio.

Moody’s, l’agenzia di rating, completò l’opera declassando i nostri Bot.
Un attacco speculativo ad opera d’arte.
Diverse procure italiane (fra cui Napoli e Roma) avviarono delle inchieste contro l’attacco
speculativo e il super-aggiotaggio di Soros nei confronti dei nostri mercati. 
Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni
riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su
titoli, cambi e valori delle monete. 
Una immensa frode legalizzata che avrebbe colpito tutti i cittadini-risparmiatori italiani ed
avrebbe portato alla odierna recessione.
Inutile dirlo le inchieste furono un buco nell’acqua. 
Nessun potente speculatore venne incriminato, nessun politico italiano fu mai dichiarato
colpevole.

Fonte: No Censura,   http://www.signoraggio

REDDITO DI CITTADINANZA

 

 REDDITO DI CITTADINANZA

 Beppe Grillo ha avuto il merito di avere fatta sua e cavalcato la proposta del REDDITO DI CITTADINANZA che il Prof: Giacinto Auriti avanzò nel lontano 25 Gennaio del 1999,

 Il Prof. Giacinto Auriti spiega le fondate imprescindibili ragioni per le quali l’introduzione del Reddito di Cittadinanza sia indispensabile per l’eliminazione della povertà – tra l’altro, in una maniera meno costosa per lo Stato! – e, cosa ancora più importante, per la salvaguardia della dignità del lavoratore, NON PIU’ COSTRETTO ad accettare, per salvarsi dalla miseria piu’ nera, sfavorevoli ed umilianti condizioni di lavoro, che i sindacati hanno sempre promesso – solamente a parole! – e mai ottenute.

 Dopo questa salvifica benemerita iniziativa suggerita ben 16 anni fa dal compianto Prof. Auriti, il Reddito di Cittadinanza ha avuto molti padri e tanti detrattori, essenzialmente collocati tra i progressisti, forse, perché la sinistra ama talmente i poveri da volerne veramente tanti!

Discettare sul Reddito di Cittadinanza è diventato di moda ed è un pretesto per ottenere visibilità mediatica. comunque molti i politici che attaccano il cappello…

 

 

 

CRAXI e le verità nascoste!…

L’ABBATTIMENTO DEL MURO DI BERLINO E’ STATA LA PEGGIORE DISGRAZIA CHE POTESSE CAPITARE ALL’ITALIA.

DOVENDO AFFRONTARE GLI ENORMI COSTI PER LA RIUNIFICAZIONE DELLE DUE GERMANIE (CIRCA 1.500 MILIARDI DI EURO), “QUALCUNO MOLTO IN ALTO” SI RIPROMISE DI SCARICARLI SU GLI IGNARI PAESI EUROPEI.

UNA PORCATA QUESTA CHE NON SI SAREBBE POTUTA REALIZZARE SENZA METTERE IN ATTO UNA UNIONE EUROPEA, FRETTOLOSAMENTE APPARECCHIATA COL BENESTARE DELLA FRANCIA E LA COMPLICITA’ DI CERTI SCIAGURATI POLITICI ITALIANI.

 OCCORREVA SOLTANTO DEINDUSTRIALIZZARE L’ITALIA, CHE A QUEL TEMPO ERA POSIZIONATA MEGLIO DELLA STESSA GERMANIA, PERCHE’ QUESTO DISEGNO POTESSE DIVENTARE OPERATIVO.

 FU COSI CHE NEL 1992 E NON PER PURA CASUALITA, SCOPPIO’ TANGENTOPOLI-MANI PULITE SENZA IL QUALE NON SAREBBERO STATI SPAZZATI VIA TUTTI QUEI POLITICI – CRAXI E FORLANI PER PRIMI! – CHE SI SAREBBERO OPPOSTI ALLE CRIMINALI PRIVATIZZAZIONI CHE HANNO CONSENTITO LA SVENDITA DEL PATRIMONIO PUBBLICO ITALIANO (I FAMOSI GIOIELLI DI STATO!) AD UN GRUPPO DI BANCHIERI DELLA GOLDMAN SACHS, ARRIVATI IN ITALIA SUL PANFILO BRITANNIA .

L’EVIDENTE DISASTRO ECONOMICO FINANZIARIO CERTIFICATO DALL’INCOMBENTE DEFAULT CHE CI STA ACCOMPAGNANDO FINO AI GIORNI D’OGGI, LA DICE LUNGA SU QUANTO ABBIA PESATO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO SULLE NOSTRE DISGRAZIE, ANCHE PER LA COLPEVOLE COMPLICITA’ DI CERTI POLITICI NOSTRANI, CHE ANCORA OGGI, NEGANO OSTINATAMENTE LE LORO RESPONSABILITA’, SOSTENENDO DI AVERE FATTO IL BENE DELL’ITALIA!

LA GERMANIA, INFATTI, NON SOLO HA POTUTO SCARICARE I COSTI DELLA RIUNIFICAZIONE, MA HA OTTENUTO ANCHE LA CANCELLAZIONE DEGLI ENORMI DANNI DI GUERRA CHE AVREBBE DOVUTO PAGARE PER I CRIMINI NAZISTI.

SENZA CONTARE CHE, CON LA CREAZIONE DELLA MONETA UNICA EUROPEA, HA OTTENUTO CHE IL VALORE DELL’EURO FOSSE ALMENO DEL 20% INFERIORE AL MARCO TEDESCO, PER FACILITARE LE SUE ESPORTAZIONI NEI PAESI EUROPEI.

PERCHE’ LE SUE MERCI POTESSERO RISULTARE COMPETITIVE, LA GERMANIA SI E’ RIDOTTA L’INFLAZIONE BEN OLTRE IL LECITO, DISATTENDENDO LE RIGIDE NORME EUROPEE CHE L’AVEVANO FISSATA AL 2%,.

NESSUNA MERAVIGLIA, QUINDI, SE TUTTI QUESTI RIGUARDI ABBIANO PRODOTTO UNA PREZIOSA “SVALUTAZIONE COMPETITIVA”, DI CUI LA GERMANIA HA POTUTO FARNE TESORO PER REALIZZARE A SPESE DEI SUOI PARTNER EUROPEI ANCHE :

 – LA RIDUZIONE DELLE TASSE SUL REDDITO,

 – IL RIGOROSO CONTROLLO DEI PREZZI AL CONSUMO,

 – UN ACCORDO CON GLI AGGUERRITI SINDACATI    TEDESCHI PER LA RIDUZIONE DEI SALARI, IN CAMBIO DI    COSTOSISSIMI BENEFICI DI CARATTERE SOCIALE!..

STRAORDINARIE FACILITAZIONI SINDACALI FINANZIATE CON LA FURBA PRATICA DI UN RILEVANTE, PERSISTENTE SFORAMENTO SUL 3% DI DEFICIT IMPOSTO DAI RIGIDI REGOLAMENTI EUROPEI.

CON LE SUE ASTUTE DA MANOVREI, LA “VIRTUOSA” GERMANIA AI GIORNI D’OGGI HA POTUTO ACCUMULARE UN SURPLUS DI CIRCA 6OO MULIARDI DI EURO, MENTRE L’ITALIA E GLI ALTRI PAESI DELL’ACRONIMO PIIGS! – NAVIGANO IN PIENA CRISI SULL’ORLO DEL DEFAULT!

UN PRECIPIZIO ECONOMICO-FINANZIARIO MESSO IN ATTO DALLA BCE, CHE STAMPA MILIARDI DI EURO SOLO PER ELARGIRLI ALLE BANCHE USURAIE, CHE COSTRINGONO IL NOSTRO PAESE AD UN CONTINUO INESORABILE INDEBITAMENTO!…                                                                      NON ESCLUSO ED IVI COMPRESO IL TANTO DECANTATO E MORTIFERO “QE”, QUANTITATIVE EASING!

ONERI CHE RICADRANNO PESANTEMENTE SULLE GENERAZIONI FUTURE, DATO CHE NON SAREMO MAI IN GRADO DI RIPAGARE; A SEGUITO DEI RIGOROSI DEMENZIALI DISTRUTTIVI LIMITI IMPOSTICI DAL PAREGGIO DI BILANCIO, IN APERTO CONTRASTO CON LE PIU’ RISOLUTIVE ED ELEMENTARI SOLUZIONI KEYNESIANE!…

INFATTI, NULLA POTRA’ MAI ESSERE FATTO SENZA POTERE DISPORRE DELLA LIQUIDITA’ NECESSARIA PER FARE FRONTE AI BISOGNI PIU’ IMPELLENTI DEI CITTADINI ITALIANI, ESPROPRIATI DELLA LORO SOVRANITA’ MONETARIA E CRIMINALMENTE VESSATI DA INSOSTENIBILI INIQUE TASSE NON PIU’ IN GRADO DI ESSERE PAGATE!

https://www.youtube.com/watch?v=i2XmdPRtDas

 

Erano tanti e precisi gli interessi per i quali doveva scomparire l’intera classe politica che si sarebbe opposta ai disegni di coloro che avevano già prefigurati i destini dell’Italia.

Non a caso, scopriamo oggi che esisteva uno degli “Economic Hit Man” che, preso dai rimorsi, per alleggerire la propria coscienza ha rivelato in un libro come il potere economico-finanziario che controlla il mondo assoggetta  “gradualmente” i popoli gettandoli nella disperazione!

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