Archivio mensile:gennaio 2017

Le tappe della definitiva dissoluzione del Paese!…

Il 15 Agosto del1971 – Disconoscendo gli accordi di Bretton Woods, il Presidente degli Stati Uniti Nixon decise unilateralmente di non considerare mai più la convertibilità del dollaro in oro!…

Dandole quindi un’altra dimensione: non più di “valore creditizio” convertibile in oro, ma più semplicemente di “misura del valore” o “valore convenzionale”!…

Una differenza tutt’altro che formale, non essendo più il “possessore” del biglietto padrone del danaro, ma la Banca Centrale che lo avrebbe emesso, senza essere più obbligata a ritirarlo previa corresponsione dell’ oro!….

Da questo momento in poi si instaurava una situazione del tutto nuova, la Banca Centrale avrebbe dovuto smettere di stampare denaro, non essendo più richiesto il suo oro!…..

Mentre lo Stato consapevole di esercitarne il controllo tramite la Banca d’Italia, continuava a farsi stampare tutto il denaro che gli serviva, incurante che tecnicamente risultasse DEBITORE.

Trump ci salverà dalla Germania nazista?…..

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/22/globalizzazione-finita-la-storia-ci-ha-dato-ragione-ma-i-pentiti-non-pagheranno-e-trump-ne-e-la-prova/3323526/

Globalizzazione finita? La Storia ci ha dato ragione ma i pentiti non pagheranno. E Trump ne è la prova

Globalizzazione finita? La Storia ci ha dato ragione ma i pentiti non pagheranno. E Trump ne è la prova

“È la fine di un’epoca.  
La fine dell’utopia della globalizzazione”, dichiara Giulio Tremonti al Corriere della sera che lo
intervista sull’elezione di Donald Trump.                                
                                 
Una globalizzazione “come progetto di creazione dell’uomo nuovo e di un mondo nuovo.
L’uomo nuovo è il consumatore ideale… a cui vanno cancellate radici e tradizioni, in tutto e per
tutto conforme allo schema ideale del consumo”.  
E il mondo nuovo era quello verso il quale “esportare la democrazia come se fosse un
hamburger di McDonald’s.      
                                                                                                                     
E i suoi sacerdoti la celebravano come una religione”.
 Infine l’ex ministro dell’Economia ammette di essersi sbagliato: “Persino io, che di queste cose
mi sono sempre occupato, non ho fatto due più due”.
Da oltre vent’anni tutto l’establishment politico, senza alcuna distinzione tra centrodestra e
centrosinistra, tutto il mondo economico/finanziario e tutta (o quasi) la cultura occidentale,
esaltano le magnifiche sorti della globalizzazione fondata sul dio mercato.      
nostalgici dell’epoca della pietra, se non addirittura pericolosi delinquenti che volevamo
sabotare l’inarrestabile cammino dell’umanità.

Ci dicevano che eravamo pazzi. La Storia, purtroppo, ci ha dato ragione

Eppure noi, fin dal 1999 a Seattle, poi nel 2001 dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre,
ripetevamo i rischi che l’umanità stava correndo:    
Susan G eorge, presidente di Attac Francia (movimento altermondalista), spiegava che se non
si fosse fermata la finanziarizzazione dell’economia una crisi spaventosa, avrebbe travolto
l’Europa; 
Walden Bello, sociologo filippino ammoniva: “La crisi è relativa al capitalismo e alla sua
tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico
all’interesse della biosfera”;
dalle discariche di Nairobi, padre Alex Zanotelli prevedeva un continuo ricorso alla guerra
per proteggere le ricchezze di pochi in un mondo nel quale, allora, nel 2001,
il 20%  della popolazione possedeva l’80% delle ricchezze.
In quegli stessi mesi noi avevamo raccolto 150.000 firme per la “TobinTax” ma tutti, economisti
e politici ci dicevano che eravamo pazzi.
La Storia, purtroppo, ci ha dato ragione!
Oggi, secondo Credit Suisse, l’8,6% della popolazione possiede l’85% della ricchezza del mondo; la terra, il cibo e l’acqua, elementi indispensabili per ogni forma di vita, sono sempre più oggetto di conquista e privatizzate: oltre 45 milioni di ettari principalmente in Africa, ma anche in Asia, in America Latina e perfino in Europa sono nelle mani delle multinazionali; la povertà cresce ovunque, e non risparmia certo l’Ue dove il 23,75% della popolazione è a rischio di povertà e di esclusione sociale.Negli ultimi anni sono scoppiati almeno 17 conflitti: nove in Africa, tre in Medio Oriente, uno in Europa, tre in Asia. E’ difficile negare che dietro ad ognuno vi sia la lotta per il controllo delle risorse energetiche e di importanti risorse minerarie.Ma la crescita esponenziale delle differenze sociali anche nei Paesi Ocse, produce un significativo aumento dell’insofferenza verso l’establishment che è in difficoltà nel continuare a garantirsi quel consenso popolare necessario per procedere ulteriormente nella concentrazione delle ricchezze.E’ in questo contesto che si svolgono le elezioni presidenziali Usa: i poteri che ruotano attorno ad Hillary Clinton sono gli stessi che hanno guidato la globalizzazione degli ultimi vent’anni, anche nel loro stesso Paese sono odiati da grandi masse che non a torto li individuano come i responsabili della loro condizione di miseria.

I mea culpa non comportano per “i pentiti” alcuna espiazione, ma permettono di correre alla corte del nuovo signore

Il miliardario Trump, al contrario, si mostra molto abile nel cavalcare le proteste: ai lavoratori diventati disoccupati a causa delle delocalizzazioni promette quelle stesse politiche protezioniste che Wto e Usa hanno negato ai Paesi Africani; alla classe media, impoverita e privata del proprio ruolo sociale, indica le responsabilità della finanza rapace di Wall Street; ai poveri dà in pasto i migranti, trasformati nella causa delle loro disgrazie. L’immagine sapientemente costruita è quella del guerriero che si oppone al potere globale.I media fanno a gara nel definire Trump no global e nell’affiancarlo al movimento altermondialista. Nulla di più falso ma l’occasione è troppo ghiotta: da un lato attaccare la credibilità dell’unico movimento che ha cercato di rappresentare un’alternativa possibile al liberismo e che oggi trova importanti alleati quali Sanders e Corbyn; dall’altro diffondere l’idea che il periodo del liberismo finanziario è concluso, con i suoi disastri e le sue ingiustizie, e che oggi comincia una nuova era verso la quale è necessario guardare con speranza.I mea culpa, se non sono seguiti da atti concreti, non comportano per “i pentiti” alcuna espiazione, ma permettono invece a costoro di correre alla corte del nuovo signore, come il 20 gennaio ha fatto Tremonti partecipando alla cerimonia di Washington. Sono gli apripista, vanno in avanscoperta per studiare come i poteri economici e finanziari possono ricollocarsi a fianco di colui che ha saputo ricostruire un blocco sociale in sostegno di interessi che loro conoscono bene da antiche frequentazioni.

Trump no global? Nulla di più falso ma l’occasione è troppo ghiotta

Il potere politico Usa da un lato cercherà di giocare direttamente un ruolo primario, scavalcando le istituzioni internazionali in favore di accordi commerciali bilaterali fondati sull’antico divide et impera verso i propri interlocutori, Ue compresa; dall’altro, libero da padrini elettorali, risponderà agli interessi economici diretti di Trump e del suo cerchio. Non è un caso che le azioni dell’industria farmaceutica e automobilistica abbiano fatto un enorme balzo in avanti solo poche ore dopo le elezioni.

Trump ha ben compreso che il potere economico per dispiegare al massimo i suoi interessi ha necessità di un sostegno popolare, almeno nel Paese che oggi si pone come il centro dell’impero. Per questo sosterrà per i suoi concittadini politiche protezionistiche, vietate in ogni altro angolo della terra, e cercherà di mostrarsi attento alle urgenze sociali di chi lo ha votato a cominciare dall’aumento dei posti di lavoro.

Ma sui reali interessi che l’amministrazione Trump sosterrà non ci sono dubbi. E’ sufficiente ricordare alcune delle figure che ha nominato nei punti chiave della futura amministrazione: al Tesoro Steve Munchin, ex Goldman Sachs; al Commercio il miliardario Wilbur Ross; segretario di Stato, Rex Wayne Tillersonmin, proveniente dalla Exxon Mobil; al Lavoro Andrew Puzder, amministratore delegato della catena di fast food Hardee’s and Carl’s, solo per citarne alcuni.

Nulla da spartire con le idee del movimento altermondialista e con la critica radicale che rivolge a questa globalizzazione, oggi più che mai dominata dal mercato. Non credo che su questo punto sia necessario spendere altre parole.

Papa Francesco, la rosicata su Trump: cosa gli è scappato dalla bocca (c’entra Hitler)

Papa Francesco,  la rosicata su Trump: cosa gli è scappato dalla bocca (c'entra Hitler)

Papa Francesco                                                                                                                                        Non ha mai fatto segreto della sua antipatia nei confronti di Donald Trump.                      Peccato però che nel frattempo il tycoon americano sia diventato il presidente degli Stati Uniti dopo aver trionfato alle elezioni del Paese più democratico che ci dovrebbe essere al mondo. Ma questo non basta perché il Bergoglio si metta l’anima in pace, anzi sembra rincarare la dose quando in un’intervista a El Pais ripresa da laRepubblica, ha tirato in ballo addirittura il nazismo: “Dopo la crisi del ’30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua identità, cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è un ragazzetto di nome Adolf Hitler che dice “io posso, io posso”.                                                                                                                                      E tutta la Germania vota Hitler.                                                                                                           Hitler non rubo il potere, fu votato dal popolo, e poi distrusse il suo popolo.                                     Questo è il pericolo. In tempi di crisi, non funziona il discernimento e per me rappresenta un punto di riferimento continuo.                                                                                                                Cerchiamo un salvatore che restituisca la nostra identità, ci difendiamo con muri, con fili spinati, con qualsiasi cosa dagli altri popoli che possono toglierci la nostra identità”.

Il primo incontro con May e la guerra alla stampa
Trump detta la sua linea!…

Il presidente punta alla relazione speciale con Londra. Dopo la premier britannica, The Donald incontrerà i leader di Messico e Israele

Da oggi cominceranno a contare le scelte concrete.                                                                     Donald Trump potrebbe firmare da subito una serie di ordini esecutivi, sostanzialmente decreti legge, su temi come l’immigrazione.                                                                                                             Ma per il momento ci sono solo indiscrezioni o previsioni.                                                                     I giornali più critici, come il New York Times, osservano che mai un presidente aveva iniziato il suo mandato con un’agenda così «confusa».                                                                                             E, si può aggiungere, in mezzo a polemiche così aspre.                                                                           Nel fine settimana il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha accusato «alcuni media» del Paese, come lo stesso New York Times di aver «deliberatamente» sminuito la partecipazione popolare all’«Inauguration Day», il 20 gennaio.                                                                                     Nel fine settimana si è sviluppata una puntigliosa discussione sul numero dei presenti, con foto, grafici e simulazioni.                                                                                                                                      Le immagini, però, sono evidenti: c’era molta più gente nel 2009, all’insediamento di Barack Obama.

Stati Uniti: lo spacco di Melania, strass e trasparenze per Ivanka. I balli alla Casa Bianca per il nuovo presidente

Trump, parlando alla Cia, dove oggi dovrebbe prendere il comando Mike Pompeo, ha trasformato l’incidente in rissa: «I rappresentanti dei media sono gli esseri più disonesti sulla faccia della terra».                                                                                                                                       Ieri mattina, il neo presidente è tornato ad affacciarsi su Twitter, per commentare la marcia delle donne di sabato scorso.                                                                                                                       Prima in modo sbrigativo: «Ci sono appena state le elezioni, perché queste persone non hanno votato?»                                                                                                                                                         Poi, cercando, di recuperare: «Le proteste pacifiche sono un tratto distintivo della nostra democrazia.                                                                                                                                                     Anche se non sempre sono d’accordo, riconosco il diritto delle persone a esprimere le proprie opinioni».

Gli slogan, i volti: dentro la marcia delle donne contro Trump

C’è un po’ più di visibilità, invece, sulle prime mosse di politica estera.                                         Trump ha parlato ieri al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che incontrerà a febbraio;                                                                                                                                                     venerdì 27 gennaio riceverà alla Casa Bianca la premier britannica Theresa May;                           il 31 incontrerà, non si sa ancora dove, il presidente del Messico Enrique Peña Nieto.                     Il governo israeliano si attende che Trump sconfessi le ultime posizioni di Obama sugli insediamenti dei coloni in Cisgiordania.                                                                                        Theresa May, invece, ha bisogno di rassicurazioni sulle prospettive delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna e Stati Uniti, prima di affrontare un negoziato con l’Unione europea che potrebbe portarla a rinunciare ai vantaggi economici del mercato unico.                                       Per Trump, dunque, ci sarebbero le condizioni per impostare il nuovo corso.                                   Israele tornerà a essere la chiave del Medio Oriente e non solo per quanto riguarda la questione palestinese.                                                                                                                                   Ma il presidente americano ha già chiesto a Netanyahu di assecondare la sua apertura verso la Russia, nonostante Vladimir Putin stia trattando con Turchia e gli arcinemici dell’Iran sulla crisi siriana. Stessa richiesta alla premier britannica.                                                                            Trump ha dichiarato pubblicamente che la «Brexit è una grande cosa», che presto «altri Paesi usciranno dall’Unione europea» e che è pronto a stringere «un importante accordo commerciale» con il Regno Unito.                                                                                                             In cambio May dovrebbe temperare le critiche verso il Cremlino o almeno non ostacolare la tessitura diplomatica in pieno corso tra Washington e Mosca.

Con Peña Nieto le cose sono più complicate.                                                                                   In campagna elettorale «The Donald» si era impegnato a costruire un altro muro «a spese del Messico» e nel discorso del 20 gennaio ha insistito con asprezza sul «rafforzamento dei confini». Il governo messicano, investito da proteste politico-sociali, non sembra certo in condizione di pagare per una nuova muraglia cinese in mezzo al deserto.

Grillo: “Politica internazionale ha bisogno di Trump e Putin: si aprono scenari di pace e distensione”

Grillo: "Con la politica di Trump e Putin si aprono scenari di pace e distensione"

Il leader di M5s critica la politica estera di Obama ed è convinto che i “due giganti” Usa e Russia possano iniziare a dialogare. ‘Sensata’ e da imitare, secondo lui, l’idea del neopresidente degli Stati Uniti di riportare l’attività economica all’interno del Paese.

ROMA –                                                                                                                                                             “La presenza di due leader politici di grandi Paesi come Usa e Russia predisposti al dialogo è un punto di partenza molto positivo, perchè apre a scenari di pace e distensione.                             La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato come loro”.                                           Parla di Donald Trump e Vladimir Putin il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che, in un’intervista esclusiva al settimanale francese Journal du Dimanche, si dice “abbastanza ottimista” sul presidente degli Stati Uniti, mentre liquida come “un fallimento assoluto” il bilancio dell’Ue.

Dialogo tra Usa e Russia.                                                                                                                       Dure le critiche nei confronti della politica estera dell’amministrazione Obama, definita “un disastro”.                                                                                                                                                       Per Grillo “il sogno del mondo intero” è che due “giganti” come Stati Uniti e Russia dialoghino. “Trump sembra moderato, i media hanno deformato il suo punto di vista”

Protezionismo, modello da imitare.                                                                                                 Alcune idee del tycoon sono, per Grillo, sensate e da prendere a modello: “Ho letto uno dei suoi libri – aggiunge il leader di M5s – nel quale scrive cose sensate sulla necessità, per esempio, di riportare l’attività economica all’interno degli Stati Uniti”.                                                                   Un modello che andrebbe seguito: anche l’Italia deve adottare misure protezioniste per potenziare il ‘made in Italy’.
 
Fallimento Ue.                                                                                                                                           Quanto all’Unione Europea, “il suo bilancio è un fallimento totale.                                                       È un apparato enorme, con due Parlamenti, a Bruxelles e a Strasburgo, per accontentare i francesi…                                                                                                                                                           Sono a favore di un’Europa diversa, in cui ciascuno Stato possa adottare il proprio sistema fiscale e monetario”, ha detto, ribadendo di essere favorevole a un referendum sull’euro.

Migranti.                                                                                                                                                           Non mancano, nell’intervista, le critiche alla gestione dell’emergenza migranti: i profughi che arrivano in Italia sono obbligati dalle regole europee a chiedere asilo nel primo Paese di ingresso, mentre loro vorrebbero andare via.

 

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/12280051/socci-trump-putin-papa-disastro-russia-stati-uniti.html

Socci, così Trump ci salverà dal disastro
Il Papa, che cosa sarà costretto a fare
Addio Obama, Donald ha giurato / Video

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Trump, siluro sulla Merkel.                                                                              La frase: così le dichiara guerra

Mentana, rivolta in diretta: “Mi faccio licenziare, la follia

L’ 11 ottobre scorso Hillary Clinton – dal sito del New York Times – sentendosi sfuggire sempre più l’ agognata poltrona presidenziale, usò questo sobrio argomento dinamitardo: «Io sono l’ ultima cosa fra voi e l’ Apocalisse».                                                                                                           La baggianata – che echeggia quella più celebre risuonata alla corte francese: «Dopo di noi il diluvio» – sottintendeva che Trump doveva essere considerato con terrore, come la fine del mondo.                                                                                                                                                           Gli americani hanno risposto con un colossale «vaffa», mandando a casa la Clinton, l’establishment politico di Washington e quello dei salotti mainstream pieni di intellettuali, di chiacchieroni e di attrici.

Perché sapevano che in realtà Trump – come dice Tremonti – non è la fine del mondo, ma casomai la fine di «un» mondo, appunto quello guerrafondaio e aggressivo dei Clinton e di Obama (e dei Bush), i re del caos globale, i grandi registi dell’«ipocrisia progressista» e della strategia della tensione planetaria.

Sotto di loro infatti sono state destabilizzate una serie di aree (l’ Irak, la Libia, la Siria, l’ Africa centrale e l’ Ucraina), con conseguenze disastrose dal punto di vista umanitario e dal punto di vista politico.                                                                                                                                                   In particolare l’ idea di espandere la Nato verso Est, fin sotto le mura di Mosca, con una serie di provocatorie manovre militari al confine, ha fatto precipitare il mondo in un cupo clima da Guerra fredda e ha rischiato di trascinare l’ Europa nella terza Guerra mondiale.

Perfino il famoso «orologio dell’ Apocalisse» – quello del Bulletin of the atomic scientists science and security board, nel cui Board of sponsors ci sono 17 premi Nobel – nel gennaio di un anno fa collocava l’ umanità alle 23.57, cioè a tre minuti dalla mezzanotte nucleare, ovvero dalla «fine del mondo».                                                                                                                                               Solo nel 2010 le lancette di questo Orologio simbolico, inventato nel 1947 dagli scienziati dell’ Università di Chicago, segnavano le 23,54.                                                                                       Questi «tre minuti» più vicini alla mezzanotte (peraltro la valutazione viene fatta in modo abbastanza «politically correct» e non certo da personalità filo Trump) fanno capire quanto ci hanno avvicinato all’ apocalisse Obama e la Clinton e dove saremmo finiti in caso di una vittoria di Hillary.                                                                                                                                                         Gli osservatori sanno bene che proprio quella della Clinton sarebbe stata una presidenza guerrafondaia e pericolosissima.

La strategia obamiana e clintoniana è stata descritta così da Francesco Alberoni: «Durante la presidenza Obama gli Usa hanno scatenato una vera guerra fredda contro la Russia sul piano propagandistico, mettendo sanzioni e accumulando armamenti in Polonia, Ucraina e Paesi baltici.                                                                                                                                                       Nello stesso tempo hanno appoggiato i Paesi islamici sunniti, Arabia Saudita, i Paesi del Golfo, il Pakistan e la Turchia che finanziavano e armavano gli integralisti islamici: dai talebani ad Al Qaida, all’ Isis e il Califfato.                                                                                                                     Sotto sanzioni in Europa, minacciata dagli americani attraverso la Nato e attaccata dagli integralisti islamici in Asia, la Russia è stata spinta a cercarsi un alleato nella Cina.                           Ma la Cina è l’ unica superpotenza che nei prossimi anni sfiderà il potere Usa.                                 Una scelta dal punto di vista americano a dir poco catastrofica.                                               Sembra impossibile, ma la politica di Obama si proponeva di espellere la Russia dall’ Europa, di farla alleare con la Cina, lasciando il Medio Oriente e l’ Africa del nord nelle mani all’ anarchia islamista».                                                                                                                                               Questa assurda strategia, che ha avuto il sostegno quasi unanime e strategicamente importante del sistema mediatico, con Trump si avvia ad essere rovesciata.

Anzitutto finisce la demonizzazione della Russia.                                                                                   Poi il terrorismo dell’ Isis e di Al Qaeda sarà chiamato col suo nome, «terrorismo islamico» e combattuto come tale (Trump ha iniziato già in campagna elettorale questa rivoluzione linguistica e culturale).

«Dobbiamo cominciare a fidarci di Vladimir Putin», ha dichiarato Trump.                         Contemporaneamente la Russia ha annunciato l’ intenzione di coinvolgere Washington nel negoziato per la soluzione della terribile crisi siriana.                                                                   Piccoli, grandi segnali che erano inimmaginabili con Obama e la Clinton e che potranno portare Usa e Russia a cooperare anche per risolvere la situazione libica.                                                   Siria e Libia, due dei focolai di crisi che – fra l’ altro – finora hanno provocato o aiutato l’ enorme e dirompente flusso migratorio verso l’ Italia e l’ Europa.

Basta questo per capire quanto sia importante, anche per l’ Italia, questo nuovo clima di collaborazione e dialogo fra le due superpotenze.                                                                               Ma soprattutto con Trump dovrebbero venir meno le disastrose sanzioni commerciali contro la Russia che sono costate molto salatamente all’ economia italiana e anche questa è per noi una gran bella notizia. Insomma – pur volendo restare prudenti – possiamo dire che nel mondo, o almeno nell’ area mediterranea ed europea, sta per scoppiare la pace.
I media se ne accorgeranno per ultimi o comunque cercheranno di non dirlo, essendo gli stessi media che acclamavano il «Nobel per la pace» Obama (quello sotto la cui amministrazione gli Usa hanno inondato il mondo – soprattutto il mondo arabo – di armamenti).                                     I media, nella stragrande maggioranza, oggi sono parte del problema.                                       Perché – più o meno consapevolmente – sono stati partecipi, dal punto di vista ideologico e propagandistico, delle strategie dell’ establishment che ha dissestato il mondo.               Purtroppo ha aderito in gran parte all’ agenda Obama anche il capo della Chiesa cattolica, arrivando addirittura ad entrare a gamba tesa contro Trump, durante le presidenziali americane.                                                                                                                                                     Lo ha fatto perché il pontificato di Francesco appartiene tutto, fin dalla sua origine, all’ epoca Obama/Clinton e rischia di tramontare con loro.

Tuttavia il papa – ancora in carica – è pur sempre un leader spirituale che deve avere a cuore le sorti della pace e della collaborazione serena tra i popoli e gli Stati.                                                   Dunque dovrebbe benedire questa nuova stagione di pacificazione e dialogo che inizia fra Stati Uniti e Russia.                                                                                                                                 Finalmente potrebbe realizzarsi la grande speranza di Giovanni Paolo II: un’ Europa che respira a due polmoni, quello occidentale e quello orientale.                                                                         Un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali.

Un’ Europa più grande economicamente e più ricca spiritualmente dell’ arida tecnocrazia dell’ euro.                                                                                                                                                                 L’ Italia ha tutto da guadagnarci, anche nella prospettiva di liberarsi dalla gabbia dell’ egemonia tedesca che – attraverso quella tecnocrazia dell’ euro – ha messo in ginocchio la nostra economia e pure la nostra dignità nazionale.

Sarà anche l’ occasione per liberarsi dell’ altro aspetto deleterio dell’ imperialismo obamiano: la devastante dittatura «politically correct» imposta al mondo intero insieme alla nefasta «religione mercatista» che ha messo in ginocchio (dal punto di vista economico e della sovranità) i popoli e gli Stati.

Antonio Socci

Barbara Palombelli, la profezia su Trump: “Perché può cambiare anche le nostre vite”

Barbara Palombelli, la profezia su Trump: "Perché può cambiare anche le nostre vite"

“Inizia una nuova era. Sono ottimista”.                                                                                                 Così Barbara Palombelli commenta a caldo il discorso del giuramento di Donald Trump. “Finisce l’illusione della globalizzazione e – con Trump- tutte le certezze sono messe in discussione”, prosegue la giornalista e conduttrice di Forum.                                                             “La scommessa potrebbe svegliare anche la nostra patria addormentata dalle finanze creative”. La profezia si avvererà?

Richard Spencer, pugno in faccia in diretta al leader nazionalista durante l’insediamento di Donald dopo un 

Siamo a Washington, nel giorno dell’insediamento di Donald Trump.                                                 Davanti alle telecamere parla Richard Spencer, un ultra-nazionalista e leader del movimento Alt Right.                                                                                                                                                      Un sostenitore di The Donald, insomma.                                                                                                 E mentre diceva la sua, ecco arrivare un black bloc, che gli sferra un pugno in faccia di violenza inaudita.                                                                                                                                                         Il pugno arriva subito dopo un piccolo battibecco con un gruppo di afroamericani che tacciava Spencer di razzismo.

Trump, Prodi: “Discorso preoccupante il suo.                   Europa unita o finiamo male”

(SE LO DICE PRODI, ALLORA POSSIAMO STARE TRANQUILLI, DONALD TRUMP SARÀ LA NOSTRA SALVEZZA!….)

L’arrivo di Donald Trump                                                                                                                           “è proprio la rivoluzione del mondo”.                                                                                                         Parola dell’ex premier Romano Prodi.                                                                                               “Quando uno parte dicendo, l’America first.                                                                               America prima contro gli altri, questo è il discorso di Trump ieri; questo ci rende preoccupati”, spiega il professore ospite di un convegno all’istituto Salesiano di Bologna.                                     L’ex presidente della Commissione europea sottolinea le contraddizioni del neopresidente Usa: “Spara contro la Nato e il suo ministro della Difesa dice che la Nato è necessaria;                           un giorno dice che la capitale di Israele è Gerusalemme, un altro che è Tel Aviv.                   Abbiamo delle contraddizioni fortissime”.                                                                                           Secondo Prodi, anche alla luce del discorso di insediamento del nuovo presidente, c’è la “necessità dell’Europa di mettersi assieme perché di fronte a un’America che vuole rompere i rapporti, a un’America che mette muri, è chiaro che noi o siamo uniti o finiamo male”.

L’analisi di

Trump, il discorso populista e xenofobo segna la fine di un’epoca. E l’inizio del nazionalismo economico

Trump, il discorso populista e xenofobo segna la fine di un’epoca. E l’inizio del nazionalismo economico

Con l’ascesa alla Casa Bianca del miliardario newyorkese finisce la visione dell’America garante
dell’ordine mondiale. Il vecchio isolazionismo, che risale al periodo coloniale e che tra alterne
vicende riemerge fino agli anni Trenta del Novecento, torna a essere un pilastro della politica
estera americana,  21 gennaio 2017
      
(E MENO MALE!….  COSI LA SMETTERANNO  DI ARMARE I TERRORISTI, FOMENTARE
GUERRE E ROMPERE I COGLIONI AL MONDO INTERO!.. )    
Un discorso intriso di pesante nazionalismo, di isolazionismo e protezionismo, con accenti
esplicitamente xenofobici, rivolto anzitutto al suo popolo, a chi l’ha seguito durante tutta la
campagna elettorale e che l’ha votato. Il discorso dell’Inaugurazione di Donald Trump non è
stato una sorpresa quanto ai temi.                                    
Trump ha ribadito punto per punto i principi che hanno segnato la sua ascesa politica e la sua
vittoria. “America First” è stato lo slogan rilanciato più volte nei circa quindici minuti del
discorso.    
L’America di Trump sarà quella che protegge i suoi confini, le sue industrie e il suo
commercio. 
L’America di Trump sarà quella che decide le proprie alleanze e strategie internazionali sulla
base dell’interesse americano – in questo la politica estera diventa davvero una variabile
delbusiness.
C’è stato, ma tiepido, il richiamo all’unità, alla necessità che il Paese superi le sue divisioni.
Ma c’è stato, ancora più forte, un tema tradizionale della campagna elettorale di Trump: quello
della polemica contro l’establishment, contro la politica “che ha protetto se stessa e non i
cittadini di questo Paese”.

Trump vi stupirà, comunque vada

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Ci siamo, oggi Trump inizia.                                                                                                                         E tutto lascia indicare che sarà una giornata di guerriglia, senza precedenti. organizzata dall’estrema sinistra per tentare di condizionare dall’inizio la sua presidenza.                           Considerata l’indole del personaggio, non basterà a scoraggiarlo.

Sarà un presidente memorabile o disastroso?                                                                             Nessuno oggi può dirlo con sicurezza.                                                                                       Mettiamolo alla prova e vediamo cosa combina.                                                                                     Di certo un merito può vantarlo: non appartiene all’establishment.                                           Erano decenni che alla Casa Bianca non veniva eletto un candidato estraneo agli interessi e alle strategie di quella ristretta élite che ha governato davvero l’America e che accomuna repubblicani e democratici.

Paradossalmente solo un personaggio fuori dagli schemi, improbabile come presidente e in una certa misura “folle” poteva provarci e riuscirci.                                                                                 Grazie a lui viene garantita una vera alternanza democratica e si provano nuove priorità politiche e geostratigiche, che ci riguardano.                                                                                             Un freno alla globalizzazione, difesa della sovranità dei singoli Paesi, maggior interesse e considerazione per l’economia reale, più crescita e meno austerity, più occupazione.

Sono intenzioni, per ora. Ma vi sembra poco? A me no

Marcello Foa.

Donne anti-Trump in piazza: a Londra c’è anche il sindaco

                                                                        

Migliaia di donne con un cappello rosa in testa sono in marcia a Washington per manifestare contro la politica del neo presidente Usa, Donald Trump

C’è anche l’ex segretario di Stati Usa John Kerry tra i partecipanti alla ‘Marcia delle donne’ di Washington, organizzata in protesta per l’insediamento del nuovo presidente Donald Trump.

Kerry è stato visto passeggiare con il suo cane e parlare con altri manifestanti.                                 La marcia è iniziata con un concentramento nei pressi del Campidoglio.                                             Per tre ore si sono susseguiti interventi a difesa dei diritti umani e contro Trump.                       Tra i partecipanti attrici come Scarlett Johanson, Ashley Judd e America Ferrera, ma anche il regista Michael Moore, che ha strappato la prima pagina di un giornale che riportava la notizia dell’insediamento di Trump.                                                                                                                       La marcia continuerà per i giardini del National Mall, per concludersi nei pressi della Casa Bianca.                                                                                                                                                           Dall’alto è possibile vedere una marea di cappellini rosa, le ‘pussy cat’, in polemica con le parole di Trump che disse di afferrare le donne “per le parti intime”.

Tra gli slogan mostrati sui cartelli dai manifestanti si legge:

 ‘Noi siamo il popolo e siamo più forti della paura’,                                                                               ‘Abbiamo fiducia nelle donne’,                                                                                                                 ‘La diversità è statunitense’,                                                                                                                           ‘I diritti delle donne sono diritti umani’,                                                                                                   ‘Rispetto per tutti’.

La manifestazione per ora si sta svolgendo in maniera pacifica, senza alcun tipo di disordine. Solo un piccolo gruppo di sostenitori di Trump si è avvicinato ai manifestanti gridando:                 “È il vostro presidente”, con cartelli su cui si legge che le donne ‘devono sottomettersi’ ai mariti e che il femminismo ‘rompe le famiglie’.                                                                                           Anche Hillary Clinton ha inviato il suo messaggio.                                                                             “Grazie per parlare e marciare per i nostri valori.                                                                                     È importante come sempre.                                                                                                                       Ritengo che siamo sempre più forti quando siamo insieme” ha scritto su Twitter riprendendo lo slogan della sua campagna elettorale “Stronger Togheter”.

Sono circa 80mila le persone che hanno preso parte alla ‘Marcia delle donne’ che si è tenuta invece a Londra, per protestare contro l’insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e le “politiche della paura e della divisione”.                                                                         La manifestazione è partita dall’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale britannica e si è diretta fino a Trafalgar Square.                                                                                                                 La marcia, a cui si è unito anche il sindaco della capitale britannica, il laburista Sadiq Khan, ha ricevuto il sostegno di organizzazioni come Amnesty International, Greenpeace e Oxfam. “Manifesteremo per la protezione dei nostri diritti fondamentali e per la salvaguardia delle libertà che sono state minacciate dai recenti avvenimenti politici”, si legge nella convocazione diffusa via internet.                                                                                                                                         Marce simili nel Regno Unito si sono tenute anche Manchester, Edimburgo, Belfast, Liverpool e Cardiff.