Archivio mensile:febbraio 2017

Sebastiano Barison

 

Sebastiano Barisoni è un giornalista economico di Radio24 che qualche giorno fa ha preso in giro un ascoltatore che gli faceva notare che il terrorismo mediatico che avevano fatto sulla svalutazione della moneta in caso di uscita dall’euro non traspariva più quando parlavano della svalutazione dell’euro che c’è stata negli ultimi mesi, come se le scuse accampate per non uscire dall’euro fossero appunto solo pretesti. La domanda dell’ascoltatore è stata: “ma se va bene l’euro debole allora perché non va bene la lira al posto dell’euro?“. Seguono le risposte di Barisoni e un’analisi ragionata.

Barisoni: Non lo so. Si faccia una domanda e si dia una risposta come dice Marzullo,
Quando un problema non si vuole discutere nel merito si prendono in giro gli ascoltatori.

Barisoni: Forse perchè l euro ce l hanno tutti i paesi ai nostri confini, esportiamo 50% e importiamo più del 50% dall area euro
Abbiamo storicamente sempre esportato e commerciato con i Paesi più vicini a noi, ma non perchè hanno l’euro, semplicemente perchè sono più vicini e la vicinanza geografica li rende i più facili con cui commerciare da quando c’era l’Impero romano. Al contrario le esportazioni verso l’area euro sono in continua decrescita da quando abbiamo l’euro. Solo nel 2007 erano quasi il 60%, oggi meno del 50%. Le uniche aree in crescita per le nostre esportazioni sono quelle fuori dalla zona euro come evidenziato da studi sull’export italiano: “i mercati emergenti rappresentano attualmente la quota maggiore delle esportazioni, mentre la rilevanza dell’area euro si è notevolmente ridotta”

Barisoni: forse perchè il nostro debito è in euro
Il nostro debito pubblico è emesso sotto legge italiana per il 94%. Questo vuol dire che il fatto che in caso di uscita dall’euro il 94% del debito pubblico sarebbe ridenominato nella nuova valuta. Sarebbe un vantaggio per l’Italia in caso di svalutazione della moneta rispetto all’euro e un modo per le banche centrali estere a non far svalutare eccessivamente la nuova valuta costringendole a supportarla.

Barisoni: forse perchè i mutui sono espressi in euro
I mutui verrebbero ridenominati nella nuova valuta per cui nulla cambierebbe per i cittadini.

Barisoni: forse perchè se dovessimo fare un cambio tra il nostro debito in euro e in lire non riusciremmo a pagare gli interessi sul debito
L’Italia ha un avanzo primario positivo per cui l’unico motivo può chiedere di essere finanziata è per pagare gli interessi sul debito pubblico esistente che sarebbe ridenominato nella nuova valuta e quindi i crediti dei Paesi esteri sarebbero svalutati del 30% circa nell’arco di un anno. Lo spread sarà tenuto sotto controllo dal fatto di avere la Banca d’Italia come prestatore di ultima istanza che quindi calmiererà i tassi. Inoltre con l’Italia che torna a crescere con la sua sovranità monetaria il mercato non avrà problemi a finanziare il nostro debito perché ciò che guida i rendimenti sui titoli pubblici è prima di tutto la sostenibilità del debito

Barisoni: non lo so son degli spunti a cui la lascio visto che lei è innamorato della lira
Sono solo spunti di discussione sempre che una discussione qualcuno vorrà farla prima di vedere l’Italia ai livelli della Grecia. Da quando abbiamo adottato l’euro la produzione industriale italiana è calata di oltre un quarto, come se tutto il centro italia avesse chiuso le fabbriche. Nello stesso tempo la Germania ha aumentato di un quarto la sua produzione industriale, come se le politiche economiche sull’euro a cui ci inchiniamo dando del Marzullo ai cittadini critici non fossero e non siano “del tutto favorevoli all’Italia

 

«Stiamo andando verso un nuovo 1992

Tremonti: «Stiamo andando verso un nuovo 1992 (ma il mondo è totalmente diverso)»

Intervista al senatore, nelle librerie col suo nuovo saggio “Mundus Furiosus”: «Lo politica non ha capito che la rete e la globalizzazione hanno cambiato tutto. Sembrano i generali francesi dietro la Maginot. La riforma elettorale di Renzi? Realtà virtuale»

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1 Agosto 2016 – 08:04

Tutto si può dire di Giulio Tremonti, tranne che non sappia guardare lontano. Soprattutto se si leggono i suoi libri. Da “Nazioni senza ricchezza a ricchezza senza nazioni’, che più di vent’anni fa traguardava la globalizzazione a “Il fantasma della povertà”, del 1995, in cui prefigurava l’attuale grande migrazione dal Sud del mondo, verso Nord e verso Occidente, a “Rischi fatali”, del 2005, in cui preconizzava il declino dell’Europa vecchia, il pericolo dell’ascesa cinese e lo sterile fideismo verso il “mercatismo suicida”. O ancora “La paura e la speranza”, del 2008, in cui raccontava l’avvicinarsi dello spettro di una crisi finanziaria globale. A valle, un cable americano svelato Wikileaks che Tremonti rivendica orgogliosamente: «Tremonti ha sempre espresso forti dubbi in merito ai benefici della globalizzazione, e (ha) una filosofia economica eclettica». Soprattutto, preoccupavano gli americani la sua volontà di «riforme radicali nelle finanza internazionale», come «abolire gli hedge fund e creare nuovi ruoli per il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale nel supervisionare i mercati finanziari». Non uno di quelli alla Joao Manuel Barroso, che diventano presidenti di Goldman Sachs dopo la carriera politica, per intenderci.

Se queste sono le premesse, anche l’ultima fatica del professor Tremonti, rischia di passare ai posteri come un sinistro “memento mori”. “Mundus Furiosus” si intitola ed è il racconto di crisi attuali e prossime venture – finanziari, geopolitici, istituzionali, sociali – che minano le fondamenta del Vecchio Continente, un tempo, per l’appunto, denominato come “mondo furioso”. Un libro scritto lo scorso inverno, prima che nel referendum britannico prevalesse il voto di chi voleva uscire dall’Europa. Soprattutto, prima della sanguinosa offensiva jihadista delle ultime settimane: «Il problema dell’Europa non è solo in Europa. Non puoi capire quel che succede in qualunque posto se non parti da lontano. La globalizzazione impone un metodo. Uno dei limiti culturali di oggi è che si prende il particolare e lo si usa per raccontare il generare. È sbagliato: se c’è un tempo in cui la storia non è chiusa in un luogo, è questo».

Qual è, allora, lo scenario di fondo cui ascrivere la crisi dell’Europa?
Lo scenario va oltre i confini dell’Europa e c’è il rischio che coincida con la crisi della società occidentale. Se vogliamo far finta di essere persone di cultura, possiamo rifarci a “Declino e caduta dell’Impero Romano” di Gibbon. La storia dell’impero romano da lui narrata si chiude con la tragedia finale, con la caduta. Una dinamica che si sviluppa su due piani e con due traiettorie. Sul piano orizzontale, Roma si estende troppo, va quasi oltre i confini della natura. La traiettoria verticale è quella della caduta dei valori. Ora, è vero che la storia non si ripete mai per identità perfette, però qualche analogia c’è. E va considerata proprio per evitare all’Occidente di fare una fine come quella di Roma.

La nostra crisi sul piano orizzontale qual è?
Lei ricorda l’antico slogan rivoluzionario “collettivizzazione ed elettrificazione”? Uno slogan nuovo e molto più vasto è “globalizzazione più rete”. Questa combinazione non solo estende, ma dilata i confini dello spazio. Aggiunge e sovrappone alla realtà fisica una dimensione metafisica. Lo vede scorrendo dalla finanza forzata per algoritmi con frequenza parossistica, lo vede nell’annichilamento delle masse, nella solitudine nella moltitudine, generata dagli smartphone, lo vede nella caduta delle antiche gerarchie nell’anarchia, lo vede nella micidiale combinazione tra arcaico e ultramoderno propria delle immagini usate sulla rete dal terrorismo. Se vogliamo sdrammatizzare, un sistema di videogame. Parlando della finanza usavo l’immagine della sequenza dei mostri in arrivo. Se il videogame della finanza è dominato dall’idea irresmposabile del lucro, altri sono dominati dalla cifra del terrore. Si tratta di cose totalmente diverse, ma si collocano comunque tutte nella dimensione estremizzata del nuovo spazio.

E la traiettoria verticale?
Nel mondo in cui siamo entrati, si troverebbe benissimo Eliogabalo con il suo speciale set di valori e stili di vita. Un mondo molto lontano da quelle che sono state le radici della vecchia Europa e penso anche dell’Occidente. Un mondo neanche tanto pagano, quanto piuttosto dionisiaco, panteista. Un mondo in cui si ammettono per lo stesso individuo identità multiple. Per esempio, uomo di giorno, donna di notte. Un mondo in cui un matrimonio si celebra con un clic, in cui la dieta prende il posto di Dio, l’estetica il posto dell’etica.

Come mai, questa crisi di valori?
Ciò che impressiona, ma in parte anche spiega la cascata fenomenica dei valori, e con questa la caduta della civiltà occidentale nella sua dimensione sociale, è la scomparsa del tempo. Prima, nella dimensione del tempo, eri responsabile verso le generazioni passate e verso quelle future. Nell’era del tempo istantaneo, questi vincoli di responsabilità, queste dimensioni scompaiono.

Se noi assomigliamo all’impero romano, i barbari di oggi sono i migranti?
Non userei la parola “barbari”. Chi migra non è un barbaro. Comunque, i barbari non avevano la televisione, ma comunque “sapevano” dell’esistenza di Roma. Questi non sono barbari e hanno le televisioni. È la televisione il motore virtuale che muove le masse. Un motore più forte dei motori a scoppio. È un processo che ha alla base masse di persone che si spostano da sud a nord. A lato ci sono i nuclei rivoluzionari, prima Al Qaeda, ora l’ISIS.

 

«Di troppa finanza si muore. E muore la finanza stessa. E non per caso ma pour cause, Marx vede nei tassi zero la fine del capitalismo. Qui c’è il rischio di una finanza insufficiente per eccesso. Quasi quasi è più capitalistico il falsario di Napoli che che in tempo reale, con perfetta tecnologia, riproduce le nuove banconote da 20 euro»

È la televisione che muove le masse verso l’Europa?
La storia si ripete per analogie, mai identica. Nel 1995, ne “Il fantasma della povertà”, scrissi che le televisioni, trasmettendo l’immagine del nostro benessere attivavano un processo opposto a quello coloniale: non noi da loro, ma loro da noi. In “Mundus Furiosus”, invece, cito i disegni dei bambini dei paesi più poveri esposti su un tavolo alla Biennale di Venezia. Sono tutte immagini del nostro benessere, ricevute attraverso la televisione. Un caso in cui gli artisti dimostrano di capire la realtà più dei politici. Certamente sono processi che si sviluppano attraverso le strade della tecnologia. Il potere dell’immagine è molto più potente del motore a scoppio.

Le cito un testo che lei stesso ha scritto nel 1998, su Liberal:«L’uomo di internet sembra infinitamente potente, libero di ibridare dimensioni eterogenee: reale e virtuale, universale e particolare», scriveva. Aggiungendo, però, che c’era un rischio: «che il combinato mercato-media soffochi la democrazia».
La ringrazio per le citazione, a cui replico con un’altra citazione. Lo scorso 27 luglio, sul Fatto Quotidiano, Daniela Ranieri ha scritto un articolo intitolato “Nuovo jihad e Pokémon Go, il videogame del nichilismo” che mi è molto piaciuto e che dice più o meno le stessa cosa: che quel che hanno in comune la app per dare la caccia ai mostri e le stragi imprevedibili di quest’estate hanno in comune la caduta della barriera tra reale e virtuale.Un altro caso di ibridazione tra reale e virtuale e tra fisico e metafisico è la finanza. È come un videogame, pure quella: virtuale massimo, reale minimo.

Le diranno che sta paragonando la finanza globale allo Stato Islamico…
No, certo. Sono realtà totalmente diverse. Hanno in comune la cifra della non realtà o della distorsione strumentale della realtà. La differenza è che uno, il terrorismo, è il male. L’altro, la finanza, forse non è il bene.

In che senso “non è il bene”?
Di troppa finanza si muore. E muore la finanza stessa. E non per caso ma pour cause, Marx vede nei tassi zero la fine del capitalismo. Qui c’è il rischio di una finanza insufficiente per eccesso. Quasi quasi è più capitalistico il falsario di Napoli che che in tempo reale, con perfetta tecnologia, riproduce le nuove banconote da 20 euro. L’effetto ricchezza di Napoli non è poi tanto diverso dall’effetto ricchezza di Francoforte.

«La nuova legge elettorale non difende la democrazia ma all’opposto la stravolge, a partire dalla pretesa di trasformare in maggioranza la minoranza della minoranza»

Tutto questo cosa produce sul futuro della politica?
Credo che tutto quanto è successo negli ultimi venti anni abbia cancellato tutte le letture politiche, tutte le dialettiche costruite negli ultimi duecento anni. Credo che sia essenziale capirlo. Diversamente, i politici rischiano di fare la fine dei generali francesi della Maginot che fermi all’interno della super-trincea cementata della Maginot ignoravano la forza politica e rivoluzionaria del motore a scoppio.

Questo si applica a elettorato italiano…
La mia impressione è che la situazione attuale sia abbastanza simile a quel che è già successo nel 1992. Molto simili gli elementi della confusione e della illusione. Del resto, nella storia quello italiano è il laboratorio politico per eccellenza. E lo vedi nei numeri. Tu oggi hai il 50% degli aventi diritto che non vota, equamente distribuito da chi lascia fare e da chi è schifato dalla politica. L’altro 50% va poi nettizzato di almeno un 5% di voti bianchi o nulli. Inoltre, all’interno di quel meno della metà che vota hai la prevalenza delle forze che il pensiero convenzionale definisce nella migliore delle ipotesi, anti-sistema, nella peggiore – meglio, in quella che per loro è la peggiore – come populiste. In questo scenario, se vuoi recuperare voti, non devi parlare ”da politico di politica“. L’unica via è quella della realtà. Tentando di intercettare i bisogni e le speranze dei popoli. In ogni caso dal basso e non dall’alto. E in ogni caso, dalla verità e non dalle bugie..

Il senso della legge elettorale e della riforma costituzionale, stando alle parole di chi la sostiene, è quella di ridare alla politica gli strumenti per poter agire sul contesto. Lei che ne pensa?
La riforma elettorale disegnata dal governo è costruita in funzione di una governabilità da ottenere con la leva di un vastissimo premio di maggioranza. La tecnica dei premi elettorali si basa su di una finzione politica, che trasforma la minoranza in maggioranza. A fin di bene, naturalmente: per assicurare che ci sia comunque un governo.

È un altro videogame?
Ricorda l’Homo Ludens di Johan Huzinga, secondo cui il gioco è fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale. Se ci fa caso, pure il sistema elettorale primigenio e principe, quello inglese, si chiama “first past the post” (il primo oltre il palo, ndr), come in un torneo medievale. E un sistema che funziona in condizioni di normalità, ma non funziona in un tempo come quello presente in cui devi governare fenomeni globali ad alta intensità e complessità: le migrazioni e il terrorismo internazionale, la degenerazione della finanza, gli effetti sociali della rivoluzione digitale, la crisi generale dell’Europa. In questi termini, la nuova legge elettorale non difende la democrazia ma all’opposto la stravolge, a partire dalla pretesa di trasformare in maggioranza la minoranza della minoranza.

Si spieghi meglio…
Un partito potrebbe vincere ballando tra il 40% e il 30%… del 50%. In questo modo chi ha poco più del 15% dei voti, si prende il 51% dei seggi. Se non è realtà virtuale pure questa. Con un particolare in più: che altri videogame, nel bene o nel male, funzionano, nella realtà. Qui invece perdi in partenza, non hai alcuna legittimazione. Se parti così, non ti fanno nemmeno fare le nomine per amici e parenti. Non è che ti mandano a casa. Ti vengono a prendere a casa.

Dalla Renz1te all’orchite!….

Goffredo Bettini Headshot

Matteo si è impigliato nei renziani-andreottiani. Adesso riunisca il campo della sinistra

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Nel Pd sembra di vivere un finale di partita. Renzi è stata una grande occasione per arginare il populismo e innovare la repubblica. È persino stucchevole motivare: il trionfo alle primarie; il 40% alle europee; la speranza da lui accesa in tutta la classe dirigente democratica europea e americana.
La minoranza interna fin dall’inizio lo ha considerato un estraneo, contrastandolo con ogni mezzo. Tradendo, cosi, l’ispirazione dei comunisti italiani mai settaria.

La reazione del segretario è stata di sottovalutazione di tale contrasto e di sopravvalutazione della forza del suo consenso. Si è chiuso in una cerchia di fedelissimi; ha varato un governo non tutto in grado di reggere compiti di alta responsabilità; ha formato una segreteria nel complesso incapace di dirigere il partito, lasciato a se stesso.

Così mentre Renzi proclamava l’innovazione, nei territori il suo gruppo dirigente, in particolare l’organizzazione, riciclava alleanze con i trasformisti dell’ultima ora, ordiva strategie confuse e alla fine fallimentari, in molti casi con uno stile andreottiano, persino rivendicato.

Così, il miglior talento politico emerso negli ultimi decenni si è andato via via ad impigliare, privo della lucidità necessaria in grado persino di assumere almeno alcuni contenuti giusti posti dalla minoranza. Il referendum e il modo di affrontarlo è stato l’ultimo decisivo passo lungo questa deriva. Oggi siamo nella confusione più totale. Non so cosa succederà nella direzione convocata per domani.

Si grida al pericolo di Grillo. Ritengo Grillo insopportabile, a partire dal suo eloquio. Ma attenzione! Per certi aspetti lo dovremmo persino ringraziare. In una fase di crisi spaventosa, in realtà, ha congelato i peggiori istinti populisti e anti democratici (anche se il movimento 5 stelle non è fatto solo di questa pasta) in un contenitore tutto sommato innocuo, non eversivo; in alcuni casi governato con una sapienza da prima repubblica, a dispetto di ogni coerenza sui contenuti e sulla linea politica.
Grillo, ci ha dato un tempo nel quale potevamo riorganizzarci; rimandando qui da noi l’ondata di destra che ha investito l’Europa e l’occidente.

Grillo è un fenomeno transitorio; una, due, mille Raggi ne decreteranno la decadenza politica e la diminuzione dei consensi. Tuttavia, la pausa che ci ha concesso potrebbe finire rapidamente. Noi non l’abbiamo saputa utilizzare: tra divisioni, ideologismi, sete di potere, pratiche in alcuni casi disgustose per i cittadini.

Trump può essere la scintilla che incendia anche l’Italia con una destra illiberale, xenofoba, aggressiva, che rimane il nostro vero avversario.

Che fare? Cercare di recuperare. Intanto evitando due opzioni sbagliate presenti in mezzo a noi.

Un ritorno indietro: la scissione per fare un partito di sinistra “old style”, per la felicità di qualcuno che vuole mantenere un qualche potere, ma del tutto inutile per l’Italia.

Oppure, l’accelerazione nella costruzione di un partito personale, del capo, che ambisca da solo al 40%. Con la tradizione della sinistra italiana spenta in un mero supporto ad un progetto politico confuso e imprevedibile.

Tra queste due opzioni c’è un campo enorme da organizzare. Questo dobbiamo fare: organizzare questo campo. Campo è una parola che uso da più di 10 anni. Oggi è tornata prepotentemente con la proposta di Pisapia. D’Alema stesso ha parlato di un campo di associazioni, di società civile, di energie della cultura, in particolare giovanile, da valorizzare e includere.

Bene. Se fossi in Renzi, in preparazione del congresso e delle elezioni, mi intesterei questo compito, o tentativo: unire in forme nuove questo campo che potenzialmente può arrivare al 40%. Ma per unirlo è indispensabile rifondare la forma dei partiti.

Perché qui casca l’asino. Se si intende unire il campo sommando l’attuale PD, a vecchie o nuove aggregazioni tradizionali, in un gioco tra gruppi dirigenti, si ritornerà alle sconfitte del passato; alle alleanze spurie, litigiose, inconcludenti. E non basterà un premio di coalizione a cambiare le cose; semmai esso potrà amplificare ricatti e trasformismi. Solo la destra ne trarrebbe un vantaggio.
Il campo impone una nuova concezione dei partiti e della rappresentanza politica.

Il campo è una rete di luoghi dove gli iscritti e i cittadini si incontrano, discutono, prendono l’iniziativa, ma soprattutto decidono. Il campo è una cessione di sovranità dall’alto verso il basso. Il campo si confronta con la vita vera delle persone, nella sua rudezza, incompletezza, forse rozzezza. Il campo è una continua, trasparente, fertile tensione tra un leader, un gruppo dirigente eletti democraticamente e i militanti.

Esso va regolamentato e va garantita la decisione, anche rapida. Ma il campo non subisce l’iniziativa, la fa lievitare, la rende propria, la vive nella realtà, arricchendola. Il campo definisce indirizzi, contenuti e ideali: la libertà delle persone, la lotta alle ingiustizie, la cura degli ultimi, la spinta ad una crescita di qualità, l’occupazione e l’innalzamento culturale. Dentro tali indirizzi costruisce l’azione reale, elabora i programmi che non possono cadere dall’alto con illuministica e fallace presunzione.

Il campo non accetta correnti di potere, cordate manovriere, personalismi impropri, brame di incarichi immeritati. Il campo verifica qualità e capacità dei propri dirigenti, fa vivere aree di pensiero e di ricerca. L’anima del campo sono le persone, nell’esercizio delle proprie personali responsabilità, di fronte alla sinistra e alla Repubblica. Il campo è unitario di tutta la sinistra, dei progressisti e dei democratici che vogliono trasformare il paese e ambire a governarlo. Il campo non può includere il moderatismo centrista. Semmai può stipulare alleanze dopo le elezioni qualora vi sia una situazione di ingovernabilità. Ecco: se fossi Renzi, ricandidandomi, sfiderei tutti, in positivo, su questa proposta, giocandomi le mie carte in questa prospettiva di vera rifondazione della rappresentanza. Perché se non si parte da li anche le migliori proposte programmatiche non avranno orecchie disposte ad ascoltarle. Tanta è diventata la distanza tra la politica, le istituzioni, il potere democratico e i cittadini.

La minoranza del Pd apre il dibattito sulle dimissioni di Matteo Renzi. Guerini: “Superato livello di guardia, non si fa bene al partito”

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Alla vigilia della direzione del Pd, la minoranza dem si riunisce alla Casa del Popolo di San Bartolo a Cintoia, a Firenze, e dà vita all’iniziativa “Può nascere un fiore. Di nuovo, la sinistra”. A tenere banco sono le dimissioni di Matteo Renzi da segretario del partito e il congresso. “Renzi dimissionario in direzione Pd? Quindi, ha ceduto. Ma è sicuro che ha ceduto e si dimette? Perchè può darsi che stanotte cambi idea, come gli capita spesso”, afferma Michele Emiliano. Anche il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, è critico nei confronti di Renzi e chiede un cambio di passo nel Pd: “Bisogna chiudere la lunga stagione del partito in franchising, del partito del capo, del leader che detiene il marchio e decide, comunica con l’altra parte rappresentata dal notabilato dei territori che è letale per la selezione dei gruppi dirigenti.

Roberto Speranza, altro esponente della minoranza del Pd, mette l’accento sula necessità di recuperare la fiducia “persa”. “Dobbiamo recuperare la fiducia di milioni di italiani che non hanno condiviso molte delle scelte fatte negli ultimi anni. Dal jobs act alla buona scuola, dalle politiche economiche e fiscali alle riforme istituzionali, abbiamo sommato rotture a rotture e perso un pezzo del nostro popolo”, scrive in un messaggio inviato ai partecipanti dell’incontro.

Il Nazareno smentisce i virgolettati di Renzi sulle dimissioni
Ancora una volta diversi quotidiani attribuiscono al segretario del partito democratico dichiarazioni e virgolettati che non ha mai fatto, nè reso ai giornali. Virgolettati, dunque, che sono smentiti. Come è noto, Renzi interverrà e parlerà domani nella direzione del Pd”. È quanto si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Pd in merito alle indiscrezioni che parlano della decisione dell’ex premier di dimettersi e avviare la macchina del congresso.

Guerini ci va già duro
“Se persino uno mite e calmo come me arriva a dire: finiamola con polemiche inutili che non fanno bene al Pd significa che si è superato il livello di guardia. Ogni giorno un se o un ma. Ogni giorno si pone una condizione. Vorrei essere chiaro: domani si terrà una direzione del Partito democratico in cui il segretario dirà in modo chiaro la prospettiva che intende proporre al partito e al paese”. Così Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, che prosegue: “da lì, dalla proposta che verrà avanzata ognuno, mi auguro, assumerà responsabilmente una posizione chiara. Credo sia venuto il momento di smetterla con la tattica dell’aspirazione al logoramento. A dicembre- ricorda- ci è stato chiesto di non fare subito il congresso, poi no elezioni senza congresso, poi no alle primarie, poi sì al congresso ma non troppo anticipato. Ora spunta la segreteria di garanzia. A tutti vorrei rispondere così: se si anticipa il congresso lo si anticipa davvero, senza formule fantasiose, ma con le procedure e la strada indicata dallo statuto e cioè convenzioni nei circoli e poi elezione del segretario con primarie aperte. Punto. Il resto mi sembra solo voler perdere tempo col vano tentativo di provare a logorare il segretario correndo invece il rischio di logorare il nostro partito. Finiamola con inutili polemiche che non fanno bene al Pd”, conclude.

Martina: “Basta polemiche”
“Da sempre un partito ha nel congresso il suo strumento democratico fondamentale per approfondire, confrontarsi e scegliere con il massimo della partecipazione possibile. Tanto più vista la fase in cui ci troviamo, io credo che il congresso rappresenti una scelta utile per tutta la nostra comunità. Anche chi lo chiedeva fino a qualche giorno fa dovrebbe riconoscerlo anziché prepararsi preventivamente all’ennesima polemica interna. Dovremo invece tutti impegnarci perché sia un momento vero, in grado di coinvolgere al massimo sul territorio iscritti, militanti ed elettori. Quelli che hanno a cuore la prospettiva del Pd diano una mano con spirito costruttivo e fermino polemiche e attacchi per lo più incomprensibili agli occhi di chi ci segue”. Lo afferma in una nota il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina.

Il tweet di Orfini lascia intendere che il congresso si farà

Sondaggio: gli elettori del Pd vogliono votare alla scadenza naturale della legislatura

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La maggioranza degli elettori del Pd vuole votare alla scadenza della legislatura, ovvero a febbraio del 2018. È quanto emerge da un sondaggio di ScenariPolitici per HuffPost. Il 58% degli intervistati è contrario a elezioni anticipate. Il 32% vorrebbe invece andare alle urne a giugno. Solo il 10% voterebbe in autunno.

data elezioni

Sulla legge elettorale da utilizzare per il voto, la maggioranza si schiera contro i capilista bloccati. A essere contrario è il 61%. Mentre per il 18% dovrebbero essere bloccati. Secondo il 21% è indifferente. Sul sistema elettorale preferito, il 56% vorrebbe il ritorno al Mattarellum. Al 44% invece basterebbe l’omogeneizzazione della legge elettorale della Consulta tra Camera e Senato. Per il 58% il premio di maggioranza dovrebbe essere dato alla lista, mentre il restante 42% lo vorrebbe dare alla coalizione.

capilista bloccati

modello elettorale

premio

La maggioranza degli elettori del Pd inoltre vorrebbe il congresso anticipato. Secondo il 62% il congresso dovrebbe celebrarsi subito o comunque prima di eventuali elezioni. Solo il 33% lo vorrebbe a scadenza naturale, ovvero a fine 2017. Qualora non si dovesse fare il congresso, il 71% dei sostenitori democrat vorrebbe le primarie per scegliere il candidato premier. Solo il 21% vorrebbe direttamente Matteo Renzi.

congresso pd

primarie

Gad Lerner incorona Giuliano Pisapia: “Sarà il nuovo Prodi”

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LERNER

Giuliano Pisapia sarà il nuovo Romano Prodi. Lo sostiene Gad Lerner che in una intervista al Fatto quotidiano spiega: “Non è solo questione di fisiognomica, c’è il profilo culturale, la caratura morale e anche la qualità politica che mi spingono a questo paragone. È il solo che può federare, allargare il campo del centro sinistra”.

“Giuliano non è Mandrake che arriva e spacca tutto – osserva Lerner – Ma io so che con Renzi non è certo nemmeno che il Pd esista ancora da qui a qualche mese. Ha scelto di tenere il partito in ostaggio dopo che ha perso il referendum. Lo vedo disorientato, senza un orizzonte avanti a sé e un processo di atomizzazione delle istanze e dei profili. Correnti su correnti, minoranze che si distinguono e si sovrappongono”.

“A Milano – continua – Pisapia ha mostrato come si governa. Gentilezza e rigore. Mai dato adito a un’inchiesta, ha attraversato la città con i suoi piedi e le sue opere si vedono. Lasciatemi poi dire che Giuliano è l’unico che può raccogliere il vasto campo di una sinistra delusa, dispersa, ora silente”.

Spigolature

La “patata bollente” fa sbroccare Grillo: così lancia la guerra a Libero, Feltri e Senaldi

Nel suo editoriale Feltri spiegava con ironia come la vicenda politico-privata della sindaca grillina di Roma, persa tra inchieste giudiziarie e gossip sui presunti flirt in Campidoglio con i suoi assistenti, gli ricordi da vicino quella ben nota e assai più strombazzata di Silvio Berlusconi e le Olgettine, vicenda che per inciso è costata parecchio al Cav in termini di voti e reputazione. “Intendiamoci – scrive il direttore – personalmente non condanno i peccati della carne e neppure quelli del pesce. Il moralismo non è il mio forte. Pertanto mi limito a sottolineare che le debolezze accertate del Cavaliere meritano la medesima considerazione di quelle supposte della sindaca. Le valutiamo con lo stesso metro di giudizio: l’erotismo è legittimo ed è materia su cui non vale la pena di indagare”. Più che di merito, dunque, un problema di par condicio. “Non ho titolo per chiedere le dimissioni della Raggi, ma i suoi mentori cessino di adorarla come una regina”, è l’invito di Feltri, che poi profetizza: “Con la presente preghiera mi sarò guadagnato spero l’iscrizione nella lista di proscrizione che Di Maio ha compilato includendovi i giornalisti sgraditi e rei di aver canzonato i santi pentastellati”. Giusto, anzi sbagliato: si è mosso Grillo in persona.

Raggi, sai dove te ne devi andare? Feltri, pietra tombale su Virginia

Raggi, sai dove te ne devi andare? Feltri, pietra tombale su Virginia

Virginia Raggi ci fa tenerezza. È diventata sindaco di Roma per disperazione.
Non la sua ma quella dei romani che avrebbero votato chiunque, quindi anche lei, pur di togliersi dal Campidoglio gli arruffoni che vi avevano stabilito fissa dimora per motivi alimentari. La povera ragazza, non avendo capito lo spirito che aveva indotto gli elettori a sceglierla, si è convinta di aver conquistato lo scranno per meriti personali, ignoti a tutti, forse anche a lei stessa. Nessuno infatti fino alla sua proclamazione conosceva Virginia, avvocatina di primo pelo, gradevole d’ aspetto ma totalmente priva di buona o cattiva reputazione. Una giovane donna che poteva essere una commessa dell’ Esselunga, una insegnante di matematica o un’ impiegata della regione.

Coloro che ne hanno visto la faccetta pulita hanno provato simpatia per la candidata e l’ hanno sommersa di suffragi. Ma sì, prendiamoci questa qui che almeno non sarà una ladra né una mafiosa.
Ed eccola sul trono municipale con l’ aria smarrita e felice di una che abbia azzeccato la schedina del Superenalotto. I primi giorni furono di festa. I grillini esultarono di fronte alla dimostrazione che i cittadini avevano preferito una fanciulla senz’ arte, ma di parte, ai soliti mestieranti della politica, buoni a sgraffignare, a spartirsi il bottino e a considerare l’ amministrazione quale un pozzo cui attingere denaro e privilegi. Virginia pareva la Madonna pellegrina, girava da una emittente all’ altra, ammirata e applaudita da chiunque, incluso chi non le aveva regalato il consenso. Il paragone era con Marino, trasformato in pochi anni da medico di livello a parcheggiatore abusivo e compilatore di note spese taroccate. In realtà Marino era una brava persona, benché sprovveduta, poi assolto e di nuovo indagato, un capro espiatorio. Tra costui e la Raggi, fu preferita la signora in ragione dell’ esigenza di respirare aria fresca. Mi pare di assistere alla scena. Il romano entra in cabina elettorale. Non c’ è anima che lo veda. E lui, guardingo, osserva la scheda e ridacchiando fra sé traccia la croce sul nome di Virginia, poi fa il gesto dell’ ombrello, contento di averlo messo in quel posto alla casta. Dopo di che la sindaca, non essendo capace di fare la sindaca, si rende subito ridicola facendosi fotografare sul tetto del Campidoglio in compagnia di un giovanotto, Salvatore Romeo. Ma che cacchio ci fanno quei due lassù? Già, saperlo. Da questo momento in poi iniziò il rapido declino dell’ avvocatina che inanellò una serie di ingenuità degne di una suora laica desiderosa di vivere oltre i confini della parrocchia. Fine dell’ idillio tra Virginia e i suoi supporters.
Adesso anche i compagni di partito la considerano una iattura e vorrebbero togliersela dai piedi. Succede sempre così: chi sale troppo in fretta e brucia le tappe, velocemente ricade nella polvere. Nella polvere adesso la Raggi annaspa. Non ha fatto niente di orrendo, ma questa è una aggravante. Avesse rubato tre milioni di euro sottraendoli metti a una cooperativa, qualcuno avrebbe detto: ammazza che drittona. Invece è stata interrogata dalla magistratura nell’ ambito di una inchiesta su una polizza da 30mila euro a lei intestata dal compagno di tetti. Al quale è stato triplicato lo stipendio per effetto di una promozione lampo. Sono cifre da barboni in una vicenda da straccioni. Difficile difendersi da accuse serie, difficilissimo proteggersi da accuse riguardanti somme che possono ingolosire soltanto gentarella. Non abbiamo voglia di impallinare per questa robetta suor Virginia, ma la preghiamo di andare a nascondersi. Una sindaca di questo genere non può essere al vertice della Capitale, le conviene tornare nell’ ufficio legale a fare le fotocopie.                                                                                        di Vittorio Feltri

Un Feltri raggelante: “La verità sui grillini, sono come…

“I grillini campioni della legalità? Si comportano esattamente come gli altri partiti”. Vittorio Feltri, intervistato da Roberto Poletti per la rubricaFeltri preso a parole su IntelligoTv (Canale 294 Dtt in Lombardia) commenta così la vicenda delle firme false che ha coinvolto il Movimento 5 Stelle. Un giudizio attualissimo anche alla luce delle ultime vicende che riguardano la giunta romana della sindaca Virginia Raggi.

Feltri e la Raggi “patata bollente”: l’editoriale che ha fatto infuriare Grillo

Feltri e la Raggi "patata bollente": l'editoriale che ha fatto infuriare Grillo

Ci risiamo con le patate bollenti. Alcuni anni orsono fu la volta di Ruby Rubacuori, spacciata addirittura per nipote di Mubarak, che sollevò uno scandalo la cui eco ancora non si è spenta, dato che Berlusconi, assolto per averla trombata (scopare non è reato, per fortuna, altrimenti saremmo tutti in galera, tranne me poiché non ricordo come si faccia) è di nuovo sotto processo perché alimenta un certo numero di ragazze eleganti e diffamate dai media in quanto l’avrebbero data via. Adesso, per la legge del trapasso, tocca a Virginia Raggi assumere il ruolo increscioso di tubero incandescente.

Finire sulla brace è un rischio per tutte le belle signore e perfino per quelle che belle non sono. Cosicché è giunto, inatteso, il momento della sindaca di Roma, Virgo potens del Movimento 5 stelle. Il dramma della quale cominciò il giorno in cui la signora fu colta dal fotografo mentre si intratteneva, come la famosa gatta sul tetto che scotta del Campidoglio, con un dipendente comunale. La gente si pose un malizioso quesito: ma che cazzo ci faceva madame e il suo cavalier servente tra le tegole del nobile edificio che si erige sul Mons Capitolinus? I grillini, aggressivi difensori della Raggi almeno quanto le oche di buona memoria, risposero sprezzanti: smettiamola di pensare male. Chiunque, se desidera fare quattro chiacchiere riservate con un amico, si reca all’apice del condominio dove troneggiano i camin che fumano. A me questa cosa qui non risulta. Giuro che non sono mai salito con una fidanzata, seppur precaria, su un tetto per conversare, si fa per dire. Al massimo mi sono sistemato in cantina. Vorrei avere in proposito il parere dei lettori.

Va bene, sorvoliamo sul tetto. E scendiamo terra terra. L’avvenente Minetti per molto meno dovette allontanarsi dal Pirellone, sul tetto del quale sarebbe stato più impegnativo rifugiarsi visto che trovasi oltre il ventesimo piano. Più comodo adagiarsi in un salone di Villa San Martino in quel di Arcore. A parte il luogo, le situazioni non cambiano stando alla testimonianza dell’assessore Berdini, che ha svelato le tendenze ludiche della Virgo potens.

Credo che il ragionamento fili. Intendiamoci, personalmente non condanno i peccati della carne e neppure quelli del pesce. Il moralismo non è il mio forte. Pertanto mi limito a sottolineare che le debolezze accertate del Cavaliere meritano la medesima considerazione di quelle supposte della sindaca. Le valutiamo con lo stesso metro di giudizio: l’erotismo è legittimo ed è materia su cui non vale la pena di indagare. Ciascuno ha il diritto di coricarsi con chi gli garba. Si dà però il caso che Silvio pagava di tasca i propri vizietti, mentre Virginia detta Giulietta ha attinto ai soldi pubblici per triplicare lo stipendio a Romeo. Mi pare una aggravante, ma non calchiamo la mano. Invoco soltanto la par condicio per chiunque sia trascinato dalla passione. Non pretendo molto.

Non ho titolo per chiedere le dimissioni della Raggi, ma i suoi mentori cessino di adorarla come una regina. Ho già scritto di lei che sembra la commessa di un negozio di intimo (non intimissimo) e non insisto. Togliamole la corona reale e che sia finita qui. Poi ella si dedichi agli spassi preferiti senza pretendere di assurgere ad Advocata nostra. Con la presente preghiera mi sarò guadagnato spero l’iscrizione nella lista di proscrizione che Di Maio ha compilato includendovi i giornalisti sgraditi e rei di aver canzonato i santi pentastellati.

Elenco che costui ha consegnato all’ordine nazionale degli scribi affinché il presidente Iacopino provveda a sanzionare i reprobi. Una mossa fascista o stalinista, è lo stesso, che se fosse stata fatta da qualunque altro politico avrebbe mobilitato masse di agguerriti tutori della democrazia costituzionale. I quali invece, coda fra le gambe, sono rimasti inchiodati alla tivù per godersi da scemi quali sono il festival di Sanremo. Avrei voluto parlare con Di Maio per chiedergli conto della sua iniziativa, ma mi hanno riferito che egli è impegnato a tenere una lezione universitaria sull’uso del congiuntivo, e che nei prossimi giorni ne terrà una seconda sul corretto impiego del gerundio. Peccato. Lo avrei volentieri mandato affanculo.
di Vittorio Feltri

 

Paolo Becchi, tutta la verità sulla Raggi: “Ecco quando Grillo la mollerà” (c’entra Di Maio)

http://tv.liberoquotidiano.it/video/libero-tv-copertina/12299713/paolo-becchi-libero-tv-verita-virginia-raggi-quando-beppe-grillo-mollera-chiave-luigi-di-maio-.html

UN MASSACRO TERMINALE

Vittorio Feltri: “Processiamo Beppe Grillo”

Beppe Grillo e Vittorio Feltri

Confesso che l’idea di Beppe Grillo mi è molto piaciuta. Istituire una giuria popolare per giudicare i ballisti dell’informazione, cioè coloro, particolarmente i giornalisti, che scrivono panzane sulla stampa cartacea, ne dicono anche in tivù e ne divulgano su internet, dove scorre un fiume in piena di puttanate, è buona cosa. Amo i tribunali. Non bastano quelli ordinari di primo, secondo e terzo grado, non basta il Tar che nessuno sa a che cavolo serva, visto che fino agli anni Settanta non esisteva eppure campavamo benone lo stesso, ne occorre uno perfino per valutare se le notizie diramate sui vari mezzi di comunicazione sono fondate oppure no.

Dato che possiamo fare trenta, facciamo trentuno e organizziamo – in omaggio alla par condicio – addirittura un tribunale in grado di distinguere le informazioni false da quelle veritiere pronunciate dai politici, inclusi quelli del Movimento 5 stelle.

Così la giustizia sarebbe finalmente giusta. Perché i grillini sono persone simpatiche e suppongo perbene, però non possono pensare di essere come Dio, quindi al di sopra dei loro simili. Chi l’ha detto che i pentastellati sono la banda degli onesti mentre gli altri politici costituiscono un branco di furfanti, pronti ad approfittarsi della loro posizione per arricchirsi a sbafo? Può darsi che sia così, e che i numerosi elettori degli stellati non sbaglino a votarli nella convinzione di affidarsi a gente al di sopra di ogni sospetto. Non ho motivo di sospettare che i seguaci di Beppe siano della stessa pasta dei loro avversari, cioè gente poco seria che bada alla conservazione della poltrona e dei privilegi ad essa connessi. Però non posso neppure porre la mano sul fuoco per loro. È indispensabile fare delle verifiche per avere delle certezze assolute.

Di qui la opportunità di creare un tribunale appunto speciale con il compito di valutare la idoneità etica dei rappresentanti di 5 stelle. Si tratta di capire se sono cialtroni esclusivamente i cronisti oppure lo siano anche i grillini. Insomma, se conviene processare gli iscritti all’ordine degli scribi, perché non dovrebbe essere altrettanto conveniente processare Grillo e la sua folta truppa che occupa posti di prestigio in Parlamento e nei municipi più importanti dello Stivale, per esempio quelli di Roma e Torino, per citarne due? Se una giuria popolare deve giudicare l’operato dei miei colleghi, perché non crearne una per vergare sentenze sui politici principianti di Grillo che non mi pare brillino al punto da non meritare un verdetto imparziale di una corte di giustizia? Qui è utile impostare criteri di valutazione uguali per tutti, per chi scrive e per chi dovrebbe fare e spesso non fa o fa male.

Forse nei confronti della Raggi la categoria alla quale non mi onoro di appartenere ha esagerato con le critiche, ma anche la signora qualche scemenza l’ha detta e combinata. E allora perché mandare alla sbarra i giornalisti e risparmiare la sindaca in quanto, come si dice a Milano, l’è una bela tusa? Caro Beppe io non sono un tuo nemico, ci mancherebbe. Però consentimi di darti del pirla – affettuosamente – quando ti stracci le vesti perché in Italia incombe la povertà, e il giorno dopo insulti la miseria recandoti in vacanza a Malindi, in zona Briatore che ha lo stesso rapporto con la fame nel mondo che ho io con gli astemi. Non è facile in questo globo terracqueo sprofondato nello sterco essere coerenti tra le chiacchiere e i fatti, ma c’è un limite invalicabile nell’incoerenza e tu lo hai abbondantemente superato.

Rassegnati a farti processare, tu e i tuoi adepti che ti danno retta. Per fede o interesse? Accertiamolo e così sia. Va da sé che il mio discorso è paradossale. Tuttavia il paradosso è una verità acrobatica ed in questo caso prova che è iniquo processare i redattori poiché cercano – spesso male – di raccontare la realtà e assolvere coloro, i politici, che di tale realtà sono i fautori e i responsabili.                                                                                                                                             di Vittorio Feltri

Paolo Berdini, l’assessore della Raggi è distrutto”: “Coglione, idiota, un’agonia, il cappio al collo”

Paolo Berdini, l'assessore della Raggi è distrutto": "Coglione, idiota, un'agonia, il cappio al collo"

Un politico finito, ma soprattutto un uomo distrutto. È ai limiti dello straziante il colloquio di Paolo Berdini con Repubblica. L’assessore all’Urbanistica di Roma è l’ultimo caso della tribolatissima giunta M5s capitolina. La sindaca Virginia Raggi l’ha “graziato”, dopo l’intervista alla Stampa (lui sostiene ancora “rubata”) in cui il suo braccio destro picchiava durissimo su di lei, dal punto di vista politico e privato. Ha i giorni contati, Berdini. Verrà sostituito a breve, e nel frattempo barricato in casa si sfoga: “Sono un coglione, questa è la verità”. Non più spavaldo, come quando definita la Raggi “strutturalmente impreparata” o assicurava la relazione amorosa tra la prima cittadina e l’ex capo segreteria Salvatore Romeo. Una intervista “maledetta”, ribadisce con un filo di voce. “Sto malissimo. I giornalisti mi assediano, ce li ho tutti qui sotto casa, ho dovuto staccare il cellulare e chiudermi dentro, senza più neppure la libertà di uscire a prendere una boccata d’aria”. “Mi vergogno. Ho combinato un casino – continua -, provocato un danno non solo a me stesso, quello ormai mi interessa poco, ma a Virginia e a una squadra che proprio non lo meritava. In tarda età scoprire di essere un perfetto idiota è davvero un brutto risveglio”. Accoglie la sua imminente sostituzione con sollievo: “Almeno così finisce lagonia, tanto probabilmente fra un mese mi avrebbero cacciato lo stesso, dopo la fine della trattativa sullo stadio della Roma, che loro vorrebbero chiudere in un modo e io in un altro”. Il finale è agghiacciante: “Sto male, male, male. Non riesco a farmene una ragione: mi sono messo il cappio al collo da solo”. La colpa è di un colloquio con il giovane cronista della Stampaavvenuto dopo un giorno faticossisimo, tra viaggi in treno, conferenze e assemblee. “Lui – ribadisce riferendosi al giornalista – non mi aveva detto di essere un giornalista. Mi ha fatto un mucchio di domande. E io mi sono abbandonato, riportando come un coglione dei pettegolezzi. Solo alla fine mi sono insospettito. E lui ha ammesso di fare il precario allaStampa. Mi ha preso per sfinimento. Giurandomi che non avrebbe pubblicato nulla”.

ADESSO SE NE VADA A CASA

Paolo Berdini, assessore della Raggi: “Virginia un incapace. Romeo il suo amante”

Berdini

La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’assessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini è stata la campagna sullo stadio della Roma. Lui che finora si era immolato per frenare le speculazioni edilizie, ora ha capito che dovrà piegarsi e cedere la battaglia. Berdini è stato praticamente l’unico assessore a essere sottoposto all’esame del Direttorio prima di ottenere la delega in Campidoglio, lo hanno passato al setaccio, nonostante un curriculum di tutto di rispetto. E alla fine si è ritrovato in una giunta guidata da un sindaco, Virginia Raggi, in piena bufera giudiziaria e di fatto commissariata dai vertici grillini.

La pazienza di Berdini è finita ormai al punto che, stando al retroscena della Stampa, si sarebbe concesso più di uno sfogo duro: “Trovo la situazione esplosiva – ha detto a pochi intimi – questa città non tiene”. E a ripensare ai personaggi ai quali ha dovuto dare conto, a Berdini non sembra quasi vero: Sono proprio sprovveduti. Questi secondo me erano amanti – dice parlando della Raggi e Salvatore Romeo, l’ex capo di gabinetto del sindaco -. L’ho sospettato fin dai primi giorni, ma mi chiedevo: Com’è che c’è questo rapporto?“.

I dubbi del professore si sarebbero concentrati soprattutto sulla sindaca: “E poi questa donna che dice che non sapeva niente, ma a chi la racconti? La sua fortuna è stata che non ci fosse nessun reato. Lei era anche già separata da tempo, e allora dillo! Ma possibile che questa ragazza non debba uscire mai?”.

La questione è tutta politica, i sospetti non solo dei magistrati ma anche di buona parte dei grillini, Berdini compreso, è che Romeo possa essersi approfittato della situazione per ottenere la promozione che gli ha triplicato lo stipendio. A quel punto il giudizio sulla Raggi è impietoso: “Su certe scelte sembra inadeguata al ruolo che ricopre. I grand commis dello Stato, che devo frequentare per dovere, lo vedono che è impreparata. Ma impreparata strutturalmente, non per gli anni. Se vai, per dirne una, a un tavolo pubblico e dici che sei sindaco di Roma, spiazzi tutti. Lei invece… – dice sospirando – Mi dispiace, mi dispiace molto”. Non è più tenero poi sulle scelte dello staff: “Poteva scegliere il meglio di Roma, intorno a lei invece c’è una banda”.

Berdini da parte sua ha smentito le parole riportare dalla Stampa: “Smentisco di aver mai conosciuto questo ragazzo che si è avvicinato a un gruppo di amici che parlano – ha detto alla redazione di Rainews24 -. Questo mascalzone ha registrato un colloquio privato. Non ho rilasciato alcuna intervista a La Stampa“. Il quotidiano torinese ha ribadito la veridicità delle dichiarazioni dell’assessore: “Se umanamente si può comprendere l’imbarazzo dell’assessore, questo comunque non giustifica in alcun modo gli inaccettabili giudizi che Berdini ha pronunciato sul collega per cercare di smentire quanto riferito”. Berdini ha espresso giudizi durissimi contro il giornalista della Stampa, accusandolo di aver manipolato le sue parole: “Mai dette certe cose, è repellente ragionare su questo piano. Il ragazzo avrà contraffatto con i mezzi tecnologici a disposizione. MI sono state messe in bocca parole inaudite da questo piccolo delinquente“.

PATATA BOLLENTE

Berdini, c’è un secondo audio: “Raggi e Romeo erano amanti”

Berdini, c'è un secondo audio: "Raggi e Romeo erano amanti"

Spunta un nuovo audio della conversazione tra l’assessore all’Urbanistica del Campidoglio, Paolo Berdini, e il cronista de La Stampa Federico Capurso. Altri dieci secondi, finora inediti, del colloquio tra i due, che da giorni tiene banco in Comune e ha portato alle dimissioni dell’urbanista, poi respinte «con riserva» dalla sindaca del Movimento 5 Stelle.

In questo nuovo audio, postato sul suo profilo Facebook dal giornalista de La Stampa Mattia Feltri, Berdini sembra certificare il fatto di essere a conoscenza che il suo interlocutore sia un cronista. Questa l’unica frase contenuta nella breve clip e sbobinata da Feltri e postata sui suoi social, in cui la voce di Berdini dice: «Mò fà conto quello che penso io, che rimane veramente fra noi, poi lo utilizzi: un anonimo che ti ha detto. Cioè questi erano amanti». Il riferimento, stando al contenuto del primo audio reso noto sul sito de La Stampa nei giorni scorsi, sarebbe alla sindaca Virginia Raggi e all’ex capo della segreteria politica del
Campidoglio Salvatore Romeo.

 

IL CASO BERDINI

Virginia Raggi si sfoga al telefono con Grillo. la sua telefonata furiosa

 Virginia Raggi si sfoga al telefono con Grillo. la sua telefonata furiosa

Ha alzato la cornetta (per modo di dire) e ha chiamato “papà” Grillo. “Questo è troppo” avrebbe esordito Virginia Raggi al telefono col leader del Movimento 5 Stelle. “Troppo” è quanto detto dal suo assessore Paolo Berdini su di lei. Che è una “incapace”, una “non pesante”, “sapevo che erano amanti” riferendosi alla Raggi e Romeo. “Beppe, hai sentito cos’ha detto? E’ inaccettabile, una schifezza, non lo voglio più tra i piedi”. Grillo dev’essere stato lì a sorbirsi la tirata, poi ha detto alla Raggi di non fare passi azzardati. Dinnon aprire un nuovo fronte, vista anche la difficoltà con cui in passato la giunta capitolina ha rimpiazzato assessori cacciati o dimissionari. Insomma, l’ha mandata al diavolo. E così, a Virginia non è restato altro da fare che tenersi Berdini “congelato”, nel senso che starà al suo posto finchè il Movimento non avrà trovato il suo sostituto. E andare ancora una volta davanti alla stampa a dire che “Berdini s’è scusato, ha dato le dimissioni ma io le ho respinte”. Insomma, l’ennesima umiliazione.

Luigi Di Maio: “Ho incontrato Raffaele Marra per cacciarlo”

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LUIGI DI MAIO

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L’incontro tra Raffaele Marra e Luigi Di Maio del luglio scorso “serviva a ribadire che quel signore (Marra ndr) non aveva la nostra fiducia”, perché “il Movimento chiedeva a Virginia Raggi di rimuovere quel signore già dall’estate del 2016″. Lo dice a “In mezzora” su RaiTre, Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle.

“Ho continuato a chiedere di rimuovere quel signore – sottolinea Di Maio – quello che si vuol far passare come mia responsabilità era responsabilità del sindaco di Roma, che si è già scusato” per le sue scelte su Marra, arrestato lo scorso dicembre per corruzione.

Parlando poi dello stadio della Roma, Di Maio afferma: “Sulla questione stadio voglio dire che noi in campagna elettorale abbiamo detto che andava fatto e questo è un nostro obiettivo. Su come va fatto ci sono delle trattative in corso per rispettare i valori del nostro programma”.

Matteo Salvini chiude la porta all’alleanza con Grillo: “Cambia idea ogni quarto d’ora”. Di Maio: “Non frega niente delle sue parole”

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SALVINI

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Un’alleanza tra Matteo Salvini e Beppe Grillo? Niente da fare. A “L’intervista” di Maria Latella su Skytg24, il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, chiude la porta a questa ipotesi. “Grillo – ha affermato Salvini – cambia idea ogni quarto d’ora: sull’immigrazione sono per la depenalizzazione, sull’euro propone un referendum che non è possibile. Io ho tanti difetti ma ho un progetto chiaro”.

“Io sono partito con la Lega al 3%, ora i sondaggi ci danno al 14%. Posso supporre che gli italiani, se un messaggio è chiaro, onesto, pulito e concreto lo votino in massa. Dopo Brexit e Trump niente è impossibile”, ha aggiunto Salvini.

Il segretario della Lega Nord è ritornato a parlare dell’Europa e dei rapporti controversi con Silvio Berlusconi. “Un Paese non è libero se non controlla i suoi confini, la sua moneta e le sue banche. Chiunque si voglia alleare con noi, su questo deve avere le idee chiare”, ha dichiarato. “Il tenere i piedi in due scarpe, un po’ col Pd e un po’ con Salvini, un po’ con la Merkel e un po’ con Salvini, un po’ con l’Europa e un po’ con Salvini, non esiste. Non si può più fare”, ha proseguito Salvini, rispondendo a una domanda di Maria Latella sugli accordi programmatici raggiunti con Berlusconi.

Di Maio: “Ai cittadini non frega niente delle parole di Salvini”. Prima glissa sullo stesso tenore della volubilità attribuita dal leader dellea Lega a Beppe Grillo e dice “ero rimasto alla dichiarazione precedente, quella in cui diceva ‘alleanze con M5S, perche’ no?'”, poi Luigi Di Maio affonda il colpo e, dallo studio di In mezz’ora, su Rai3, chiarisce che “ai cittadini non gliene frega niente di cosa dice Salvini o altri. Noi vogliamo cambiare il Paese e questo non lo fai alleandoti con chi lo ha distrutto”.

“Vediamo un continuo utilizzare M5S, anche dalle altre forze politiche, per fare notizia. Salvini – è la lettura del vicepresidente 5 Stelle della Camera – quando non può fare notizia perchè non ha nulla da dire, scarica su di noi. Il Pd quando ha i suoi problemi interni, scarica su Roma, diventata il male d’Italia, per indebolorci visto che siamo già in campagna elettorale. Lo vediamo – ribadisce – dagli attacchi famelici di partiti che usano ogni argomento per indebolirci”.

Silvio Berlusconi boccia Salvini: “Sbruffoncello, non sarà candidato premier”. Il leader leghista: “Non decide lui, basta dinastie”

02/12/2017 06:05 am ET | Updated 6 hours ago

AGF

“Non si può andare al voto a giugno. Le elezioni prima di novembre sono impossibili. Portare il Paese alle urne in queste condizioni è da irresponsabili”. Lo afferma a Repubblica il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che spiega che il suo obiettivo è ricandidarsi “quando la Corte di Strasburgo mi restituirà questo diritto”.

Berlusconi dice anche di puntare a una riforma elettorale completamente proporzionale e ammonisce il capo della Lega, Matteo Salvini: “Saremo ancora alleati ma non sarà lui il leader del centrodestra”. Di certo, aggiunge, Forza Italia non darà mai il suo sostegno a un governo guidato dal M5S. “Con Salvini e Meloni – fa sapere Berlusconi – ci siamo visti. Va tutto bene.

In privato Matteo mi abbraccia, dice che ho ragione io. Poi in pubblico fa un pò lo sbruffoncello. Ma ormai lo conosco. Lui lo sa che non può essere il candidato premier. Sul programma siamo d’accordo al 95%. Solo sull’uscita dall’euro siamo in disaccordo”.
“Sono stato molto critico sul modo nel quale l’Italia è entrata nell’Euro – aggiunge -. Forse è stato sbagliato entrarci. Ma oggi uscire dall’Euro sarebbe velleitario, l’Italia ne avrebbe ripercussioni gravissime per il suo debito pubblico e anche per le aziende e per il risparmio. Quello che potremmo studiare però – continua – è la possibilità di una moneta italiana con una doppia circolazione di moneta, euro e lira, in modo da riacquisire una parziale sovranità monetaria. L’Europa, però, deve cambiare strada con urgenza altrimenti la fine non solo dell’Euro ma dello stesso sogno europeista sarà inevitabile”.

Del premier Gentiloni, l’ex Cavaliere afferma: “Gli riconosco uno stile e un garbo dei quali nella vita pubblica italiana si sentiva decisamente il bisogno. Sul piano personale ne ho stima, sul piano politico non posso dimenticare che guida un governo espressione del Pd e quasi fotocopia di quello di Renzi. Quindi siamo coerentemente, e ragionevolmente, all’opposizione”.

La replica di Salvini. “Se Berlusconi vuole prendere i voti del centrodestra per poi governare con il centrosinistra, come ha fatto Alfano, è bene che lo dica prima”. Lo ha detto l’eurodeputato e segretario della Lega, Matteo Salvini, a “L’intervista di Maria Latella” su SkyTg24.

“Il sistema proporzionale è l’anticamera dell’inciucio, Berlusconi lo dice”, ha aggiunto Salvini. “Non prendiamo in giro la gente, o va bene una moneta tedesca o va bene una moneta italiana – ha aggiunto -. Quando Berlusconi dice che siamo d’accordo su quasi tutto, sul controllo della moneta non ha ancora capito cosa fare. Il giornale di casa sua sta scrivendo da una settimana che è meglio uscire dall’euro, si mettessero d’accordo in casa Berlusconi. Tenere il piede in due scarpe, un pò con la Merkel un pò con Salvini, non si può fare. Posso dare ragione a Berlusconi quando parla del Milan, non sui punti principali del programma, perchè il futuro del Paese è più importante di quello del Milan”, ha proseguito Salvini. l leader del centrodestra “non lo sceglie Berlusconi, non lo sceglie Salvini, lo scelgono gli italiani. Se sceglieranno Salvini, Berlusconi se ne farà una ragione”.

“Tutti hanno capito – prosegue Salvini – che chi dice che le leggi elettorali devono essere omogenee tira a campare, per portare a casa un anno di stipendi per deputati e senatori e ha paura del voto”

Ignazio Marino: “I partiti lasciano cuocere Virginia Raggi per convenienza, così dimostrano che i 5 Stelle sono inadatti”

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IGNAZIO MARINO

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“I partiti lasciano cuocere la Raggi per calcolo, soprattutto perché l’esperienza dei Cinque Stelle a Roma è un tale imbarazzo nazionale e internazionale che diventa funzionale a dimostrare che sono inadatti a guidare il Paese”. Parole dell’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, che in un’intervista a La Stampa parla dei guai che attanagliano il Campidoglio.

L’ex sindaco di Roma punta il dito contro la gestione della città da parte dell’amministrazione Raggi

“Lo dico con rispetto ma finora mi sembra che non sia emersa neppure un’idea di città. E neanche una sola idea su come affrontare i dossier più importanti: sviluppo urbanistico, rifiuti, traffico, stadio proposto dalla Roma, aiuto al sociale e ai più deboli. Sei mesi purtroppo caratterizzati dal nulla. Cito tra i tanti un solo caso meno noto ma eclatante. Ciclo dei rifiuti: avevamo lavorato per due anni ed eravamo pronti con un Ecodistretto, un impianto di biodigestione capace di ingerire e trasformare in gas, cioè in ricchezza, il rifiuto organico delle nostre cucine, che a Roma ammonta a 500 mila tonnellate all’anno. Prima hanno deciso di cancellarlo, poi l’altro giorno, al momento del voto in Consiglio, i Cinque Stelle hanno deciso di non votare. Cioè di non decidere”.

Il quadro che delinea Marino è impietoso. “Siamo davanti ad uno stato confusionale difficile da definire. Ma se continua così la città rischia di entrare in uno stato di eutanasia”.