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AFRICA NEWS

14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese, naturalmente, non in CFA – che non valgono un cazzo! – ma in sonante valuta estera, dollari usa o euro!…

08.febbraio.2014 · Posted in politica

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese
Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:
Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove500 miliardidi dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

 

#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

 

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]

#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

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Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di 

Fonte: siliconafrica.com

 

ATTUALITA’posted by 

Francia-Africa: ipocrisia “vomitevole” (di N. Forcheri)

Mettiamo i puntini sulle i. Se c’è un paese, o meglio, l’élite di un paese, ad avere più di tutti provocato la crisi migratoria che sommerge l’Italia e l’Europa, quel paese è la Francia. Primo, con la guerra alla Libia e l’omicidio di Gheddafi, voluto da Sarkozy e entourage (e il clan dei Clinton), tra le altre cose, con lo scopo di accaparrarsi dei contratti DIPLOMATICI commerciali che la Libia e l’Italia di Berlusconi avevano stipulato e sostituirli con contratti con aziende francesi, strappati con la forza, è il caso di dirlo. Secondo, per la situazione di profonda prostrazione e sfruttamento in cui tiene 14 paesi africani più le Comore, sin dal dopo guerra e gli accordi di “decolonializzazione” stretti con De Gaulle. Accordi segreti che in realtà hanno sancito la continuazione del colonialismo puro e semplice.

Come? Con uno schema Ponzi e una moneta. Moneta fiat prestata da chi la crea dal nulla in cambio di tutto. Lo stesso schema imposto da FMI e petrodollaro dal dopo guerra; lo stesso schema poi perfezionato con l’euro. Solo che in Africa è esacerbato e chi crea la moneta è la Francia (cfr. https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2014/02/04/la-zona-franco-appannaggio-del-signoraggio-coloniale-della-francia/ ).

Moneta fiat scritturale, creata a piacimento dalla coppia Banca centrale e Tesoro che lavorano a braccetto appassionatamente, nonostante Maastricht, e nonostante il divieto di accordi tra BC e Tesoro di qualsiasi altro paese europeo dell’eurozona. Moneta creata dal nulla dalla coppia e poi prestata. In cambio di cosa? Beh, di valuta estera depositata dalle 3 BC sui conti segreti del Tesoro chiamati comptes d’opérations.

Si tratta di moneta il cui cambio fisso con l’euro è fissato dalla Francia.
L’obbligo di riserva delle BC africane per il credito in CFA è di almeno il 65% (ma anche l’85%) dell’importo del credito ottenuto ed è in euro, in yen, in yuan, in rubli. Carta straccia contro moneta vera perché “inverata” dal lavoro servile degli africani, costretti a lavorare come schiavi per poi “vendere” lo stesso prodotto ai loro stessi strozzini.

La cosa comica è che l’obbligo di riserva presso il Tesoro francese è giustificato dalla “garanzia” della Francia. Garanzia di cosa? Semplice: che al momento del dunque, creerà dal nulla, altra carta straccia o altra moneta scritturale. La chiamano convertibilità. Sorrido.

E come se non bastasse, non appena le riserve delle BC presso i “comptes d’opération” del Tesoro francese calano a livelli del 20%, scatta una clausola detta di “rastrellamento” (“Clause de ratissage” sic!) che significa esattamente alla lettera che le 3 BC africane faranno rastrellare tutti gli istituti pubblici E PRIVATI per sequestrare gli ori e altri valori, o valuta, in modo da potere arrivare ad almeno il 65% di riserve in valuta estera o euro nei conti d’operazione del Tesoro francese, la cui destinazione d’uso è SEGRETO DI STATO. Vi sembra mostruoso? Ebbene sappiate che in Grecia è successo qualcosa di simile quando è stato imposto a tutti i cittadini di dichiarare gli ori e i valori che avevano in casa, o quando, per sospettata evasione fiscale, ancora prima che si fossero conclusi gli accertamenti, sono stati “congelati” i conti di privati cittadini.

Ma non è tutto: non solo la Francia ha diritto di prelazione su tutte le esportazioni di quei paesi: materie prime e agricole, ma ha costellato di basi militari le sue colonie, in modo da sedare qualsiasi rivolta, organizzare putsch o false flags, in protesta contro questa gabbia. Non vi ricorda niente? A me ricorda le 113 basi militari NATO-USA in Italia, a nostre spese, per garantire l’ordine monetario da Bretton Woods in poi!!

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Ma non è finita: tutte le campagne presidenziali francesi devono essere finanziate dai paesi africani, e visto che la Francia piscia sempre fuori dal vaso, è venuta a pisciare anche nel vaso altrui (si fa per dire), ad esempio la Libia, paese con cui Berlusconi ha avuto il buongusto di scusarsi per il nostro passato colonialismo, cosa che nessun dirigente in Europa ho mai visto fare, e sarebbe giunto il momento!

Quindi Sarkozy ha avuto l’idea di cattivo gusto di farsi finanziare la campagna elettorale dai fondi della famiglia Gheddafi: il figlio aveva tutte le carte per dimostrarlo. Qualcuno suggerisce che Sarkozy abbia voluto ucciderlo per questo, ma non è vero. La posta in gioco era molto più alta che non lo scandaletto sulla persona di Sarkozy, ad esempio le risorse petrolifere. e BNP Paribas aveva già acquistato una quota della banca nazionale libica nel 2007, proprio per maneggiare meglio il gioco libico. Vi ricorda niente? Il 95% della banca centrale italiana è controllata da banche private, in gran parte controllate a loro volta da banche e fondi esteri e   compartecipate da Stati esteri, di cui… la Francia con BNP Paribas, che è il massimo gestore di fondi di “aiuto”, o di “debito” ai paesi in via di sviluppo: significa che maneggia tutto il malloppo dei fondi di aiuto che gli altri Stati europei trasferiscono all’UE per tal fine. Vi sembra poco? A me sembra una manna.

Ma soprattutto bisognava eliminare Gheddafi e dare una lezione alla Libia perché si era messo a capo di un movimento panafricano di liberazione, indovinate da cosa? Proprio dal franco africano. Il progetto poi era anche di crearsi un dinaro d’oro e di vendere il petrolio in tale valuta. Trop c’est trop. Ragioni più che sufficienti per intervenire come è stato fatto.

Le parole di questi giorni, come “cinismo” oppure “vomitevole” pronunciate da esponenti francesi sull’atteggiamento del governo italiano che per la prima volta si rifiuta di aprire i porti italiani, per rimpallare la responsabilità a tutta l’Europa, non trova epiteti, a parte ipocrisia, e disgusto. Disgusto per parole pronunciate dall’elite di un paese che ha chiuso i porti dall’anno scorso, e che in violazione di Schengen, ha chiuso completamente le frontiere a Ventimiglia (non è l’unico, tutti gli altri paesi europei hanno chiuso ai clandestini), provocando indirettamente la morte di una migrante incinta e malata, poi ricoverata in un ospedale dello stivale; per non parlare dell’incursione dei gendarmes a Bardonecchia nei locali di una ONG che fino a prova del contrario non era territorio extraterritoriale ma del Comune della Repubblica.

O potremmo ricordare la cessione di mare (a che punto è?) fatta alla Francia da Gentiloni.

Il fatto è che la Francia ha sempre fatto gli interessi della sua elite, ma come in tutti i paesi del mondo, anche li il divario è crescente tra ricchi e poveri, e il popolo è sempre più scontento. E sapete la novità? Che questa volta il vento è cambiato e che l’Italia comincerà a far valere i suoi interessi, che sono gli interessi di tutti noi cittadini, sommati, e immigrati compresi!

C’è un piccolo hic, e quell’hic è che sarà impossibile rialzare la testa se non lanciamo  un dibattito per abbattere i tabu della moneta. La moneta è lo scettro del potere, è impossibile fare politica senza affrontarne i termini, è impossibile rialzare la testa come paese senza conoscerne gli arcani, è impossibile una vita dignitosa senza il suo controllo da parte di tutti noi. All’indomani della sconfitta del referendum di Moneta Intera in Svizzera, per dare unicamente alla Banca centrale la facoltà di stampare moneta a corso legale, e che in mezzo a una propaganda infernale contraria, ha ottenuto un ottimo risultato, si pone più che mai impellente la necessità di aprire dei varchi ovunque, ma soprattutto nel governo, per lanciare argomenti ed esche che possano infiammare le personalità e le masse, attorno a questo tema: come uscire dalla moneta debito? Io qualche idea l’avrei.

Nforcheri 13/6/2018

Il franco CFA: una moneta nociva per gli Stati africani

Sorgente: Le franc CFA : une monnaie nocive pour les Etats africains (Mediapart) – Le-Blog-Sam-La-Touch.over-blog.com

Le franc CFA : une monnaie nocive pour les Etats africains (Mediapart)
Par Fanny Pigeaud
Mediapart
Texte initialement paru en trois parties ici réunies.
Franco CFA: moneta nociva per gli Stati africani
7 Agosto 2016
Settant’anni dopo la creazione, il franco CFA è ancora vigente nelle colonie africane della Francia. La moneta è molto criticata da alcuni economisti africani ma i dirigenti degli Stati interessati non contestano questo sistema anacronistico, chiave di volta della Franciafrica, perché ne approfittano o perché temono Parigi.E’ una questione che dura da molti decenni ma ignorata se non occultata: la Francia è l’unico paese al mondo che gestisce ancora la moneta delle sue ex colonie oltre mezzo secolo dopo la loro indipendenza. Il franco CFA, FCFA, utilizzato da 14 paesi africani e le Comore, rimane infatti sotto la tutela del ministero francese delle Finanze. In Africa sempre più voci si ergono per protestare contro questo dispositivo, visto come un sistema per perpetuare la dominazione francese ma anche per suonare l’allarme: molti economisti ritengono che il FCFA ostacola i paesi che lo utilizzano.Creato ufficialmente il 26 dicembre 1945, dopo sei anni che era stata istituita dalla Francia la “zona franco” imponendo una legislazione dei tassi di cambio comune in seno al suo impero coloniale, all’inizio della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era di « tutelarsi dagli squilibri strutturali dell’economia di guerra» e continuare ad alimentarsi in materie prime a basso costo presso le sue colonie. CFA significava « colonie francesi d’Africa » poi, dal 1958  « comunità francese d’Africa ». Quando la Francia ha accordato l’indipendenza alle sua colonie africane, all’inizio degli anni ’60, ha imposto la riconduzione del sistema della zona franco. Il CFA è diventato quindi il franco della « comunità finanziaria africana » in Africa occidentale, e il franco della “cooperazione finanziaria in Africa centrale” per l’Africa centrale.La zona franco annovera due sottogruppi in Africa: l’Unine economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) composta da otto paesi (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) che riunisce sei Stati (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad). Ognuno con la sua banca centrale: la Banca centrale degli Stati d’Africa occidentale (BCEAO) a Dakar, e la Banca degli Stati d’Africa centrale (BEAC) a Yaundé. Banconote e monetine della CEMAC non sono utilizzabili in seno dell’UEMOA e viceversa.La zona franco poggia su quattro principi :1- Il Tesoro francese garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro (prima il franco francese) ;2 – La parità del CFA con l’euro è fissa ;

3 – Per garantire la parità, le riserve di cambio dei paesi della zona franco sono centralizzate nelle loro banche centrali che devono depositarne la metà su un conto corrente detto “conto d’operazioni”, presso la Banca di Francia e gestito dal Tesoro francese ;

4 – I trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi

Per la Francia e per esteso l’Europa dal passaggio all’euro, queste regole sono interessanti dal punto di vista economico. Grazie alla parità, l’Esagono può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio…) senza sborsare le valute e le sue imprese possono investire nella zona franco senza rischi di deprezzamento monetario. Queste, grazie alla libera circolazione dei capitali, rimpatriano i profitti in Europa senza ostacoli. Le multinazionali come Bolloré, Bouygues, Orange o Total ne approfittano particolarmente: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio” osserva  Bruno Tinel, maestro di conferenze a Parigi1.

Queste riserve depositate sui “conti di operazioni” riferiscono dei soldi alla Francia. Certamente la BEAC e la BCAO guadagnano da queste attività ma i rendimenti sono deboli poiché questi sono allineati sulla politica molto accomodante della BCE: sono “remunerati al tasso di prestito marginale della Banca centrale europea (BCE) (1,5% dall’11 luglio 2012) per la quota obbligatoria dei depositi,  e al tasso minimo delle transazioni principali di rifinanziamento della BCE (0.75% dall’11 luglio) per le attività depositate al di là della quota obbligatoria», secondo il sito della Direzione generale del Tesoro francese. Nel frattempo niente impedisce al Tesoro di collocare le attività africane a tassi più interessanti, quando le circostanze monetarie lo consentono, e di ricuperare la differenza.

Nel 1996, il presidente del Gabon, Omar Bongo, ha spiegato: “Quando chiedete a un francese nella strada, vi dirà: “Si spendono molti soldi per l’Africa”. Ma non sa quello che la Francia raccoglie in cambio, come controparte. Un esempio: siamo nella zona franco. I conti di operazione sono gestiti dalla Banca di Francia, a Parigi. Chi usufruisce degli interessi di quei conti? La Francia”. Una cosa è certa: le riserve africane consentono alla Francia di pagare una piccola porzione del suo debito pubblico: 0.5% secondo i calcoli di B Bruno Tinel. Nel 2014 le riserve collocate sui conti di operazioni erano di 6950 miliardi di FCA ossia 10.6 miliardi di euro.

Gli attentati di Parigi e la guerra della Francia in Africa e Medio oriente

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Antonio Mazzeo
14 novembre 2015

Profondamente addolorati per le sanguinose stragi terroristiche in Francia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà alle vittime è però necessario riportare alla memoria alcune gravi vicende belliche che hanno visto protagoniste, recentemente – in medio Oriente e Africa – le forze armate francesi.

Forze speciali a Parigi e il presidente Françoise Hollande alla TV francese

Non fosse altro che da più parti è già stata invocata vendetta contro i terroristi islamici, Ue, Usa e Nato annunciano di voler intensificare raid e bombardamenti in Iraq e Siria e le forze politiche ultrarazziste del continente si preparano a nuovi pogrom contro rifugiati e immigrati.

Poco meno di una settimana fa, due cacciabombardieri Mirage 2000 dell’Aeronautica militare francese, decollati da una base della Giordania, avevano distrutto un sito per la produzione e il rifornimento petrolifero nella zona sud-orientale siriana di Deir ez-Zor. L’infrastruttura, secondo le autorità di Parigi, era sotto il controllo dell’Isis ed era utilizzata per l’approvvigionamento di carburante per i mezzi impiegati dallo Stato islamico.

Per intensificare l’offensiva francese contro l’Isis, il 7 novembre il presidente Francois Hollande aveva annunciato lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare “Charles de Gaulle” al largo delle coste siriane. Imponente il dispositivo bellico a bordo della grande unità navale: 12 caccia Dassault Rafale e 9 Super Etendard, più 4 elicotteri. Essi si aggiungono ad i 6 caccia Rafale già schierati dai francesi negli Emirati Arabi Uniti, ai 6 cacciabombardieri Mirage in Giordania, a un aereo da pattugliamento marittimo Atlantique 2 e a un aereo cisterna C-135.

Portaerei Charles de Gaulle

Questi velivoli e più di 700 militari sono impegnati da un anno nell’ambito dell’Opération Chammal in Iraq (1.285 missioni aeree con 271 bombardamenti e la “distruzione di 459 target” secondo i dati forniti a fine ottobre dal ministero della difesa francese). Ai raid in Iraq, dal 27 settembre si sono sommati quelli in Siria, giustificati da Hollande con la “necessità di colpire terroristi che preparavano attentati contro la Francia”. I bombardamenti erano stati proceduti da decine di missioni ISR (Intelligence Surveillance and Reconnaissance) di ricognizione aerea e individuazione di obiettivi sul territorio siriano.

A settembre, inoltre, secondo l’agenzia Associated Press, Parigi aveva avviato la fornitura di apparecchiature e di denaro a favore dei ribelli in lotta contro il regime di Bashar Assad che controllano cinque città siriane. Ufficialmente gli “aiuti” riguarderebbero attrezzature necessarie a ricostruire “pozzi d’acqua, panifici e scuole”, ma una fonte diplomatica del governo francese non ha escluso la consegna di sistemi radio e comunicazione e altre apparecchiature “non letali”.

Aerei Rafales, Super Etendards e Hawkeye

La Francia ha pure sottoscritto un accordo di cooperazione militare con le forze armate libanesi per la consegna entro il 2018 di sistemi d’arma (caccia, navi, veicoli blindati e pezzi di artiglieria da 155 millimetri) per il valore di tre miliardi di dollari. Nel quadro dell’intesa, la Francia invierà in Libano anche 60 militari per addestrare le forze libanesi all’uso degli equipaggiamenti consegnati.

In vista del potenziamento del proprio dispositivo bellico principalmente nello scacchiere mediorientale e nel continente africano, il 13 novembre le forze armate francesi hanno ottenuto dal Dipartimento di Stato Usa l’autorizzazione ad acquistare 4 aerei C-130J per il trasporto truppe e il rifornimento in volo, più relativi equipaggiamenti e ricambi, missili, sistemi radio, di contromisure elettroniche e radar per un valore complessivo di 650 milioni di dollari. Qualche mese prima, il Dipartimento di Stato aveva autorizzato il trasferimento alla Francia pure di 200 missili AGM-114K1A Hellfire (costo stimato di 30 milioni di dollari).

Dall’agosto 2014, la Francia è impegnata con oltre 3,000 militari in una campagna globale contro il “terrorismo di matrice islamica” in Africa (operazione Burkhane). L’intervento si sta sviluppando in una vasta area compresa tra il Ciad orientale, il Niger, il Mali, il Burkina Faso e la Mauritania. A febbraio, nel corso di un’offensiva nel nord del Mali, le forze terrestri francesi hanno ucciso una dozzina di “miliziani islamici” tra Boureissa e Abeissa, a circa 120 km dalla città di Kidal, una roccaforte dei ribelli separatisti Tuareg.

A metà maggio, sempre nel nord del Mali, le forze speciali appartenenti al 1° Reggimento paracadutisti della fanteria di marina hanno ucciso quattro presunti dirigenti di al-Qaeda, sospettati di essere coinvolti nella morte di alcuni cittadini francesi, tra cui i giornalisti di Radio France International, Claude Verlon e Ghislaine Dupont (2013). “I terroristi dovrebbero ricordarsi che la Francia ha la memoria lunga”, aveva commentato allora il ministro della difesa Laurent Fabius. “Noi non dimentichiamo e colpiremo anche tra cento anni, ma raggiungeremo tutti quelli che hanno fatto del male alla nostra nazione”, aveva concluso Fabius.

Secondo Analisi Difesa, l’operazione Barkhane viene condotta da dieci basi diverse: la principale ha sede a N’Djaména, in Ciad, con 800 militari. Altri 600 soldati sono stati stanziati nella base di Niamey, in Niger, mentre nella base di Gao (Mali) sono rischierati altri 1.000 soldati. Da Niamey, in particolare, operano tre droni General Atomics MQ-9 Reaper in forza allo squadrone aereo di Cognac che dal dicembre 2013 hanno compiuto missioni d’intelligence per oltre 4.000 ore nell’Africa sub-Sahariana.

Il comando delle forze speciali francesi è rischierato nella base di Ouagadougou, Burkina Faso. Altre installazioni militari francesi a Tessalit (Mali), Fort de Madama (Niger) e Faya-Largeau (Ciad). Oltre ai Reaper, la Francia schiera nell’area 2 droni EADS Harfang, 4 caccia Dassault Rafale, 4 Mirage 2000, 10 velivoli da trasporto, una ventina di elicotteri, 200 veicoli logistici e 200 tank. Dal gennaio di quest’anno, Parigi ha pure rafforzato la propria presenza in Costa d’Avorio (operazione Licorne): il paese ha assunto il ruolo di “base militare operativa avanzata” per consentire alle forze d’élite un dispiegamento rapido contro-terrorista nell’Africa sub-sahariana.

Come se non bastasse, a conclusione del summit delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, il presidente francese Hollande ha annunciato che a partire del prossimo anno e sino al 2020 la Francia addestrerà più di 100.000 militari africani per “contribuire a garantire la sicurezza del Continente e preparare forze in grado di sostenere missioni di stabilizzazione”. Gli addestratori giungeranno in buona parte dal contingente di 1.900 unità che le forze terrestri, navali ed aree francesi dispongono nella grande base di Gibuti, in Corno d’Africa.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Il Benin alla Francia: ”Restituisci i beni d’arte trafugati durante il periodo coloniale”

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 agosto 2016

Durante il periodo coloniale, il Benin è stato derubato di molti dei suoi tesori culturali. Ora ne chiede la restituzione alla Francia. E’ la prima volta che un’ex-colonia dell’area sub sahariana avanza una tale rivendicazione.

La richiesta è stata formulata durante il Consiglio dei ministri beninese lo scorso 27 luglio. Pascal Irené Koupaki, segretario della presidenza, ha spiegato: “Il ministro della cultura e del turismo, Ange Nkoué, e quello degli esteri e della cooperazione, Aurelien Agbénonci, dovranno intavolare le trattative con la Francia e con l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la scienza e la cultura, perché i beni storici del Benin facciano ritorno in patria”.

Statuette in bronzo

Si tratta di oltre cinquemila pezzi, i più preziosi sono esposti nel museo Quai Branly, altri si trovano in diverse collezioni private. Si tratta per lo più di statue antropomorfe degli ultimi re di Abomey, dinastia che regnava nel Benin fino alla fine del XIX secolo, chiamato allora il regno di Dahomey. Anche altri pezzi, di immenso valore, come scettri, troni e porte sacre del palazzo reale sono stati saccheggiati dal generale Dodds, a capo delle truppe che hanno conquistato il Paese tra il 1892 e 1894.

Il presidente francese  dovrà esaminare tale richiesta. “La Francia non può più fare finta di nulla, deve guardare in faccia la propria storia. Quando si è spogliato un Paese, bisogna riparare i danni, ha rincarato Marie-Cécile Zinsou, franco-beninese e presidente della fondazione culturale che porta il suo stesso nome.MASCHERA 1

Louis-Geroges Tin, presidente del “Conseil représentatif des associations noires de France” (CRAN) ha rilevato: “E’ la prima volta che una ex-colonia francese presenta ufficialmente una tale richiesta. E’ come se la tomba di Napoleone si trovasse a Berlino e Angela Merkel rispondesse: ‘L’abbiamo presa nel 1940. E’ nostra e non abbiamo intenzione di restituire questi tesori’. Tutti troverebbero un tale atteggiamento scandaloso”.

Il CRAN chiede da anni la riparazione dei crimini legati alla schiavitù e alla colonizzazione. La restituzione dei beni culturali è – secondo il governo africano – il minimo che si possa fare. Secondo Aminata Traoré, ex-ministro della cultura del Mali, il novantacinque per cento del patrimonio storico africano si trova fuori dal Continente. Si tratta per lo più di preziosi e opere rubati durante la colonizzazione o acquistati in modo assai discutibile.

Statua in bronzo

Il CRAN ha più volte chiesto al governo del Benin di presentare una domanda ufficiale per la restituzione dei suoi tesori culturali, ma un po’ per indifferenza, un po’ per paura di indisporre le autorità francesi, tale richiesta è stata avanzata solo pochi giorni fa.

Anche il principe Guézo, uno degli eredi della famiglia reale del Benin, aveva interpellato Hollande a questo proposito e alcuni membri del Consiglio dei ministri non si erano affatto dimostrati contrari alla restituzione del patrimonio. Ma durante un’audizione nel luglio 2015, Hélène le Gal, consigliere per l’Africa dell’Eliseo,  aveva precisato che tutti i tesori e i beni culturali erano stati donati all’esercito francese in un momento di magnanimità dal re Béhanzin, poco prima della sua deportazione in Martinica. Si tratterebbe dunque, secondo il diritto internazionale, di una donazione spontanea.

Ora non resta che attendere una risposta ufficiale da parte delle autorità francesi. Sembra che Hollande abbia capito che in un qualche modo bisogna riparare alle malefatte del passato e la restituzione del patrimonio culturale al Benin rappresenterebbe un primo passo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/migranti-commissione-ue-d-60-miliardi-ai-paesi-africani-1268168.html

Migranti, la Commissione Ue dà 60 miliardi ai Paesi africani

Le istituzioni di Bruxelles avrebbero già approvato un piano di accordi con gli Stati di origine e di transito dei migranti nella speranza di contenere la pressione

Per i migranti sarebbero già pronti sessanta miliardi euro.

Lo anticipa il prestigioso quotidiano finanziario Financial Times, fornendo i dettagli del piano elaborato dall’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza immigrazione.

Secondo il quotidiano della City di Londra le istituzioni di Bruxelles stanno preparando accordi con diversi Paesi asiatici ed africani, a cui verrebbero forniti aiuti per contenere e controllare la pressione migratoria diretta verso il Vecchio Continente.

Fra gli Stati che dovrebbero essere oggetto degli investimenti privati ci sono Tunisia, Giordania, Libano, Niger ed Etiopia. Questi ed altri Paesi saranno sostenuti grazie a unfondo in cui saranno raccolti i sessanta miliardi di euro, cui verranno affiancati altri otto miliardi che la commissione Ue pianifica di riallocare in quattro anni partendo da fonti già esistenti.

I dettagli del piano dovrebbero venire resi noti nella giornata di domani.

A Bruxelles pianificano di muoversi nella traccia del progetto presentato dal premier italiano Matteo Renzi con il nome di “migrant compact” e quindi sostenuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente dell’esecutivo Ue Jean-Claude Juncker. La filosofia sarà quella già adottata per l’accordo con la Turchia: riallocare risorse europee in Paesi terzi per evitare che i migranti arrivano sulle coste europee, favorendo investimenti nei Paesi di origine e di transito dei migranti nella speranza di moderare i flussi.

http://www.repubblica.it/esteri/2018/03/23/news/macron_pronto_a_restituire_i_capolavori_trafugati_in_africa_durante_il_colonialismo-192033739/

Macron pronto a restituire i capolavori trafugati in Africa durante il colonialismo

Il presidente francese crea una commissione di esperti per stabilire quali opere debbano tornare ai Paesi di provenienza. E subito si accende la polemica, alimentata soprattutto dalla destra politica, contraria a “svuotare i musei”: solo in quello parigino del Quai de Branly ci sono 70mila pezzi dell’Africa subsahariana

di PIETRO DEL RE

MA i capolavori appartengono ai musei che li ospitano o ai Paesi dai quali sono stati trafugati? Da quando il presidente Emmanuel Macron ha nominato due esperti per un’eventuale restituzione del patrimonio artistico africano, questo quesito ha fatto nascere un acceso dibattito in Francia, ex potenza coloniale che nel corso dei secoli ha spogliato dei suoi gioielli, maschere, troni, sculture lignee e altre rappresentazioni sacre buona parte del Continente Nero. Basti dire che al parigino Museo del Quai de Branly sono conservati oltre 70mila pezzi provenienti soltanto dall’Africa sub-sahariana. Gli esperti scelti all’inizio del mese da Macron sono la storica dell’arte Bénédicte Savoy e lo scrittore senegalese Felwine Sarr, i quali, come hanno spiegato loro stessi due giorni fa nel corso di una conferenza stampa al Collège de France, dovranno anzitutto stabilire in che modo queste opere sono giunte a Parigi durante il colonialismo. Fino ad ora, dai Paesi africani che rivendicavano la proprietà dei capolavori conservati nei musei d’Oltralpe, la Francia si è sempre difesa invocando il principio di inalienabilità delle collezioni nazionali. «Ma oggi siamo di fronte a una sfida epocale, e si ha l’impressione che qualcosa possa finalmente cambiare», dice  Savoy, che non esclude l’eventualità di restituzioni parziali o definitive di opere alle nazioni africane da cui provengono.

Ora, per realizzare quest’obiettivo è necessario o modificare la legge o scavalcarla con prestiti a lunga scadenza. Nei due casi, si tratterebbe di rivoluzionare una giurisdizione sul patrimonio artistico che molti ancora giudicano efficiente. Infatti, i numerosi oppositori al progetto – tra i quali, i partiti d’opposizione di destra, Repubblicani e Fronte Nazionale – non solo paventano il rischio di uno svuotamento dei musei francesi, ma denunciano anche le condizioni di conservazione di quelli africani. A quest’ultima obiezione, la Savoy risponde che si è già assistito a un netto miglioramento di queste condizioni una volta restituiti i beni trafugati in passato. Al momento, il solo Paese africano ad aver richiesto ufficialmente il rientro in patria di alcuni di questi è il Benin, che dall’agosto 2016 rivuole indietro i troni dei re Ghézo, Glélé e Béhanzin così come diverse statue antropomorfe che li rappresentano. Incoraggiati dalle promesse del capo di Stato francese, adesso anche il Ghana e il Senegal dovrebbero inoltrare la stessa procedura per riottenere i loro capolavori, tanto più che come nella maggior parte delle ex colonie del loro patrimonio storico-artistico è rimasto ben poco.

La prima mossa degli esperti nominati da Macron consisterà nello stilare un minuzioso inventario del patrimonio africano nelle collezioni francesi, per il quale sarà necessario, oltre che alla consultazione dei cataloghi dei musei coinvolti, anche l’aiuto di ricercatori, giuristi e antiquari. Lo scorso novembre, all’Università di Ouagadoudou, nel Burkina Faso, fu lo stesso presidente a dichiarare che «l’ambizione della Francia è di favorire l’accesso a tutti alle opere dell’umanità» impegnandosi a far sì che entro il 2023 ci siano le condizioni per restituire alcune opere saccheggiate. Certo, altre ex potenze coloniali dovrebbero cominciare a porsi qualche domanda. Che dire, per esempio, delle legittime richieste di Atene per la restituzione dei fregi del Partenone, rubati da lord Elgin quando la Grecia era un protettorato britannico e dal 1816 conservati nelle sale del British Museum? L’Italia, dove non è mai rientrata buona parte di ciò che Napoleone vi trafugò, ha senz’altro avuto un comportamento più virtuoso riportando nel 2008 in Etiopia l’Obelisco di Axum, divelto da Mussolini nel 1937. Detto ciò, è senz’altro

una fortuna che al Museo di Berlino ci sia una collezione assiro-babilonese. E’ infatti verosimile che se l’avessero trovata nella piana di Ninive, gli scherani dello Stato islamico l’avrebbero distrutta come hanno devastato tutto ciò che era conservato nel museo di Mosul.

https://www.italiaoggi.it/news/la-francia-e-ancora-coloniale-2043056
Ma quale euro? Il franco esiste, in Africa e Pacifico. Lo gestisce Parigi, in barba alla Bce

La Francia è ancora coloniale

Parigi detiene le riserve auree di 14 stati africani

di Luigi Chiarello

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François Hollande
François Hollande

Quella che state per leggere non dovrebbe essere una notizia. Perché è una cosa che accade da molto tempo, esattamente dal 6 dicembre 1945. Cioè da quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods. Eppure lo è, perché nonostante spieghi molte cose è un dato che le opinioni pubbliche del mondo occidentale ignorano. Veniamo al punto: 14 paesi africani ancora oggi hanno come valuta il franco francese. Sì, avete capito bene: nonostante non esista più, perché sostituita dall’euro, la moneta di questi 14 stati è il franco francese, come ai tempi delle colonie. Di più: a garantire agli stati africani la convertibilità con l’euro di questa valuta non è la Banca centrale europea, no è il ministero del Tesoro francese. Stupiti? Beh, adesso viene il meglio: almeno il 65% delle riserve nazionali di questi 14 paesi sapete dove sono depositate? Sempre presso il dicastero del Tesoro transalpino, che, proprio in tal modo, si fa garante del cambio monetario. In sostanza, la Francia ha a sua disposizione le riserve nazionali delle sue ex colonie. Che, per essere sbloccate su richiesta dei legittimi proprietari, necessitano del preventivo via libera di Parigi.Spieghiamoci meglio: la moneta di cui stiamo parlando è il cosiddetto franco Cfa. La sigla indica semplicemente il franco delle colonie francesi africane (Colonies françaises d’Afrique). I 14 stati che lo utilizzano si sono riuniti in due famiglie: l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac). Della prima fanno parte: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Della seconda: Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad. Poi, nell’Oceano indiano, le Isole Comore (anche queste ex colonie francesi) utilizzano il franco Cfa, nell’ambito della cosiddetta «zona franco» (franco-comorano).

Il franco Cfa, però, non è il solo figlio del fu franco francese. Questa valuta ha un gemello: il franco Cfp, che sta per Colonie francesi del Pacifico (Colonies françaises du Pacifique). Si tratta di una moneta utilizzata nei territori d’Oltremare: Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Nuova Caledonia. Inizialmente, il franco Cfp era adottato anche nelle Nuove Ebridi, ma poi qui il franco si separò dal franco Cfp e successivamente, nel 1982, fu sostituito dal vatu di Vanuatu. Si tratta dell’unico caso di abbandono del franco Cfa-Cfp verificatosi in una ex colonia.

Ma tornando al franco francese africano, questi cambiò nome nel 1958, sdoppiandosi in «franco della Comunità francese dell’Africa» per i paesi dell’Uemoa, e in «franco della Cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale» per il Cemac. La differenza serve solo a marcare i due diversi istituti di emissione: per il primo franco Cfa l’istituto centrale è il Bceao (Banco centrale degli stati dell’Africa Occidentale), per il secondo franco Cfa l’istituto di emissione è il Beac (Banco degli stati dell’Africa Centrale). Ah, le due valute non sono intercambiabili; non sia mai che nasca un mercato unico valutario in grado di fare massa critica e mettere, così, in difficoltà il controllo di Parigi. I due istituti centrali soggiacciono però a vincoli identici, imposti dalle autorità francesi. E cioè: un tipo di cambio fissato alla divisa europea; piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese; fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del Cfa (con almeno il 65% delle posizioni depositate presso il Tesoro francese, garante del cambio monetario); partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona Cfa. Nel corso dei decenni, salvo in rari casi, il franco Cfa ha sempre mantenuto la parità con il franco francese. Cosa che diversi economisti hanno considerato sfavorevole per i paesi africani, nonostante alcune svalutazioni.

Con l’avvento dell’euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.

Le implicazioni geopolitiche. La prima cosa da notare è che una simile dipendenza monetaria su larga scala dall’ex colonizzatore è un unicum. Neanche la Gran Bretagna, che pure ha sovranità monetaria e vanta ancora un cimelio dell’impero britannico come il Commonwealth, vede la sua sterlina così gettonata nelle ex colonie. Molte di esse sono liberamente uscite dal circuito della valuta di Sua Maestà, preferendo altre strade. Il primo paese ad abbandonare Londra fu l’Egitto nel 1947, l’ultimo Brunei nel 2001. Nel mezzo, altre 54 ex colonie hanno mollato gli ormeggi.

La seconda cosa da notare è che, di tanto in tanto, i governi africani che hanno il franco Cfa come corso legale, avanzano a Parigi richieste di recupero della loro integrale sovranità monetaria. L’ultimo della serie è stato il Ciad, con una escalation impressionante. Il 4 marzo 2015, il ministro ciadiano delle comunicazioni, Hassan Sylla Ben Bakari, diramò un comunicato ufficiale in cui si affermò che il 40% delle armi confiscate dall’esercito ciadiano impegnato nelle operazioni militari contro il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram era di fabbricazione francese. L’accusa alla Francia di fornire direttamente armi a Boko Haram venne smentita senza troppa convinzione dall’ambasciatore francese. La cosa non finì lì. Ad agosto, il presidente ciadiano Idriss Déby chiese l’uscita del suo paese dalla zona del franco Cfa entro il 2018, per poi iniziare a battere moneta propria legata a tre circuiti finanziari internazionali: dollaro Usa, euro e yuan cinese. Nello stesso mese, il governo di N’Djamena rifiutò apertamente di ritrattare le accuse mosse a Parigi di fornitura d’armi a Boko Haram, snobbando una richiesta ufficiale in tal senso mossa dall’Eliseo.

A motivare il gran rifiuto dei ciadiani l’intercettazione in quegli stessi giorni, di tre sospette forniture di armi a Boko Haram da parte dei servizi segreti francesi. A beccare l’armamentario furono l’intelligence e le forze dell’ordine del Camerun. Di più: nel luglio precedente venne intercettato un elicottero francese nel nord del Camerun, vicino alla frontiera con la Nigeria. Aveva appena depositato al suolo armi, munizioni e molti dollari; nei paraggi l’esercito camerunense scovò una colonna di Boko Haram, che stava dirigendosi con ritardo nel luogo in cui erano stati depositati armi e denaro. Non solo. Al porto di Douala (sempre in Camerun), nei giorni precedenti, venne confiscato un container di armi da guerra proveniente dalla Francia con destinazione Nigeria. E sempre a Douala, due cittadini francesi furono arrestati dai reparti speciali antiterrorismo camerunensi, dopo essere stati sorpresi con esplosivi ad alto potenziale distruttivo.

L’Eliseo, su queste notizie, ha risposto sempre con un secco no comment. Peraltro, si tratta di news mai comparse sulla stampa transalpina, nonostante le foto di uno dei due presunti agenti arrestati fossero pubblicate sui media nazionali camerunensi e sul web. Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell’area.

Il caso Costa d’Avorio. Non è dato sapere con certezza se esista davvero una strategia coloniale. Quel che è possibile fare è mettere assieme i pezzi del domino. Ci limitiamo a segnalare il primo tassello. La Costa d’Avorio fu colpita nel 2011 da nuovi disordini, dopo le elezioni del 31 ottobre 2010, che videro vincitore Alassane Ouattara (con il 54,10% dei voti), contro l’ex presidente Laurent Gbagbo. Ma quest’ultimo non accettò il risultato e non lasciò la presidenza. La Francia intervenne su mandato Onu. In una intervista alla rivista di geopolitica Limes, del 19 giugno 2014, Emmanuel Altit avvocato difensore del deposto presidente Gbagbo presso la Corte penale internazionale, spiegava come l’intervento internazionale fu «fortemente voluto dalla Francia. I caschi blu e i parà francesi attaccarono il palazzo presidenziale dove era asserragliato Gbagbo, consegnando l’ormai ex presidente ai fedelissimi di Ouattara». Secondo l’accusa dell’Aia, gli uomini di Gbagbo, per consentirgli di rimanere con ogni mezzo al potere, avrebbero ucciso tra le 706 e le 1.059 persone e violentato più di 35 donne, tra il novembre del 2008 e il maggio del 2011. Ma l’avvocato dell’ex presidente ivoriano insisteva: «Laurent Gbagbo è un prigioniero politico della Francia che, prima con Chirac e poi con Sarkozy, ha fatto di tutto per rovesciare il suo governo e tutelare i propri interessi economici. La vittoria di Ouattara ha riportato il paese indietro di cinquant’anni, ai tempi dell’Unione francese. Gli interventi in Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana sono la prova che la Françafrique è tuttora viva e vegeta». E ancora: «Nei paesi della regione i francesi tengono le redini dell’economia. Sono i primi fornitori e primi clienti dello stato ivoriano, con 240 filiali e 600 società a capitale francese in tutti i settori strategici. France télécom e Orange controllano le comunicazioni, Bnp Paribas e Crédit lyonnaise le banche. La convertibilità della moneta è garantita dal Tesoro francese. Bouygues ha il monopolio dell’acqua potabile e dell’elettricità, oltreché forti interessi nell’edilizia. Bolloré ha sei sedi in Costa d’Avorio e controlla tutti i trasporti e il porto di Abidjan. Prima dell’arrivo di Gbagbo, France télécom controllava il 51% di Citelcom, la compagnia telefonica ivoriana, e Orange era la più grande società di telefonia cellulare in Costa d’Avorio; il gruppo Bolloré deteneva il 67% di Sitrail che gestisce la ferrovia tra Abidjan e Ouagadougou, ed era in posizione quasi monopolistica nel settore dei trasporti, del tabacco e in molti altri settori strategici tra cui il petrolio, la nuova risorsa della Costa d’Avorio. Il presidente Gbagbo si oppose alle ulteriori privatizzazioni colpendo gli interessi di Parigi».

http://www.lastampa.it/2016/10/24/esteri/cos-dopo-secoli-di-sfruttamento-leuropa-chiude-le-porte-allafrica-bpeaVQ1p3ech1uMJekN37O/pagina.html

Così dopo secoli di sfruttamento l’Europa chiude le porte all’Africa

Le potenze coloniali hanno depredato l’intero continente. Ora si è aggiunta la Cina Ecco perché milioni di persone rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo
REUTERS

Una vista aerea del campo «Giungla» di Calais

Pubblicato il 24/10/2016
Ultima modifica il 24/10/2016 alle ore 07:19
ANTONIO MARIA COSTA

Da tempo l’Italia sollecita solidarietà in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà in Africa. In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali. È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità: un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles – e che ora continua con il concorso di Pechino. Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri): per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali. Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà.

 

Una parola sintetizza la tragedia africana: sfruttamento. La razzia incessante delle risorse — umane, minerarie, agricole — inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari. Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all’interno del continente: contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare – trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe.

 

SCHIAVI TRE SU QUATTRO

Nel ‘600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare: trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni. Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime. La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).

 

 

All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono. Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale: nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani; l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non e’ la fine della schiavitù, ma la fine del trasporto nell’Atlantico). Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa: David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo. Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici: una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo; cotone, gomma, tè e cocco in superficie.

 

L’OCCUPAZIONE

Entrano anche in gioco interessi individuali – anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa. Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà personale e passa dal furto delle risorse umane all’esproprio di quelle naturali. «Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù», scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità e terrore, l’African Company (di proprietà del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa.

Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il Kaiser Guglielmo II convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente: un accordo che dura fino al 1914. La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà africane: racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà di ora.

 

LA II GUERRA MONDIALE

Dopo la seconda guerra mondiale l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente: chi è fuori dal clan è oppresso, spesso fisicamente. Imitando gli oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità degli investitori esteri – inglesi, francesi e belgi. Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.

Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990. Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall’Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta: questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa. Soldi impossibili da recuperare: all’Onu ho identificato parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra e Lussemburgo.

 

LA SITUAZIONE OGGI

Oggigiorno, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (2 milioni tra morti e rifugiati), al Congo di Kabila (6 milioni di morti); da Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma. In Guinea equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue – un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec. Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin. Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Congo). Il vincitore «piglia tutto», dice Paul Collier di Oxford: ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere. Nulla sfugge al suo controllo: parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media.

A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano: uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione: parlamenti e amministrazioni sono corrotti; strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti.

 

FUGA VERSO L’OCCIDENTE

A questo punto la gente africana ha una misera scelta: morire di violenza e povertà in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche – decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire. Papa Francesco parla di carità. Il governo italiano di solidarietà. Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità e risorse a gente già povera. È tempo di risarcimento – com’è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali. Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati). L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea.

https://vociglobali.it/2018/04/16/leredita-piu-costosa-il-franco-africano-che-limita-la-liberta/

L’eredità più costosa, il franco africano che limita la libertà

Quanto costa ai Paesi africani francofoni utilizzare il franco CFA? Eredità coloniale da tempo discussa, criticata, combattuta, rimane lì a legare di fatto le economie di 14 Paesi alle regole di una potenza europea. Regole stabilite 70 anni fa.

A niente sono valse finora le proteste e le campagne per abbandonare – dopo oltre mezzo secolo dalle indipendenze – una moneta “estera”. Il CFA  (Franco delle Colonie Africane, oggi acronimo di Comunità Finanziaria Africana) fu creato il 26 dicembre 1945 ma i decenni successivi  non hanno messo in discussione tale politica monetaria, anzi essa è diventata il cordone ombelicale che in realtà stringe il collo (e per molti la dignità) delle ex colonie.

Nella zona franco rientrano otto Paesi dell’area monetaria dell’Africa occidentale (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e sei Paesi dell’area centrale (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad).

A parte quanto sia indegno privare Stati indipendenti della sovranità monetaria, i danni provocati dall’uso di questa moneta sono di tipo economico e dunque sociale. Infatti, miliardi di euro entrano ogni anno nelle banche francesi e provengono, appunto, dagli Stati francofoni. Vediamo perché.

La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962.

Eccole: la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro; il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA; i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi; come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.

A chi giova? Certamente alle multinazionali e ai commerci francesi. Come fa notare Bruno Tinel, maestro di conferenze e scienze economiche di Parigi: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio”. Senza contare che la Francia continua a importare materie prime come cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio, pagate con il CFA a parità con l’euro e senza rischi di deprezzamento monetario.

Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi.

A detta della Francia sono in realtà i Paesi africani che vogliono rimanere legati al sistema. “Malgrado il nome, il franco è la moneta degli africani e non più della Francia, essa è scomparsa in Europa. Su tale questione, dunque, sono gli africani che devono pronunciarsi e fare le loro scelte, non possiamo farlo noi per loro“, ha affermato in più di un’occasione il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Michel Sapin. Decisioni che, dicono dalle istituzioni economiche dell’Esagono, dovrebbero avvenire in seno all’UMEOA (Unione Economia e Monetaria dell’Africa Occidentale) e della CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale). Sempre a detta di Sapin: “il regime del CFA è un fattore di integrazione economia di stabilità monetaria e finanziaria che garantisce la resilienza economica dei Paesi dell’area“. Inoltre, l’ancoraggio all’euro determinerebbe “la trasparenza e la credibilità internazionale che favorisce gli scambi con il resto del mondo e gli investimenti“,

Se questa libertà fosse reale e vantaggiosa per i Paesi francofoni non si spiega la guerra che le istituzioni francesi fanno a chiunque si opponga a questo stato di cose. Per esempio, Kako Nubukpo, si è giocato il posto di direttore della Francophonie économique et numérique che lavora nell’ambito dell’OIF (Organizzazione Internazionale della Francofonia). L’economista togolese aveva osato criticare fortemente il sistema e soprattutto le parole del presidente Macron nel corso delle sue recenti visite nel continente, parole giudicate “disonoranti per i dirigenti africani, imprecise e caricaturali“. Insomma, una bocciatura a tutto campo dell’approccio di Macron alla questione, per il quale “il CFA per la Francia non rappresenta un problema“. Del resto l’intellettuale africano ha più volte sostenuto che il CFA strangola le economie africane, facendo infuriare i francesi.

Il presidente francese Macron in visita all'università di Ouagadougou, insieme al presidente del Burkina Faso Kaboré ed alcuni altri ministri burkinabè incalzati dalle domande degli studenti anche in merito al futuro del franco CFA. Da AFP Photo/L. Marin, novembre 2017.
Il presidente francese Macron in visita all’università di Ouagadougou, insieme al presidente del Burkina Faso Kaboré ed alcuni altri ministri burkinabè incalzati dalle domande degli studenti anche in merito al futuro del franco CFA. Da AFP Photo/L. Marin, novembre 2017.

Ma la cosa che dovrebbe far riflettere è che mentre c’è quasi un’unità di pensiero – con alcuni distinguo, ovviamente – tra economisti e intellettuali sul peso negativo che il franco CFA ha sulle società ed economie africane e sulla necessità di uscire dal sistema, magari a tappela maggior parte di capi di Stato africanirimane ancorata al vecchio sistema.

Uno dei più accesi sostenitori del valore del CFA è Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio, come è noto grande amico di Nicolas Sarkozy e della Francia. Nell’ambito di posizioni che oscillano tra il dialogo, la mezza via e il quasi silenzio, sul fronte esattamente opposto sono soprattutto i quattro presidenti degli Stati del Sahel. Portaparola quasi ufficiale dei capi di Stato anti-CFA, è diventato il presidente chadiano Idriss Déby che si è spesso appellato ai Paesi africani per lasciare la moneta francofona e creare una loro moneta unica.

E a questo punto pare che sia davvero come (con una certa dose di furbizia affermano Satin e Macron) la questione del franco CFA sta in mano agli africani. Sarà la sua classe dirigente a continuare a sostenere il sistema oppure unirsi, farsi forte e abbandonarlo. Ma per far questo bisogna aver chiare e a cuore le sorti dei cittadini africani. E, qualora questo dovesse avvenire, prepararsi  ad affrontare molto probabilmente le ire dell’Esagono.

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