Salvini il populista va all’incasso

 

CommentoLega

Salvini il populista va all’incasso

Con cinica astuzia il leader leghista ha trasformato un possibile inciampo giudiziario in un sicuro dividendo politico
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La macabra danza sovranista intorno alle povere vite di 150 disperati sembra concludersi in gloria per Salvini. Può ergersi a martire di fronte alle masse impaurite e adoranti, e lucrare un altro tesoretto di consensi persino su un avviso di garanzia inseguito e provocato a ogni costo. Il “ministro della mala vita” non meritava questo “favore”, dicono quelli che la sanno lunga. E non hanno tutti i torti, vista la cinica astuzia con la quale il Conducator leghista ha trasformato subito un possibile inciampo giudiziario in un sicuro dividendo politico.
Ma a questo punto si impone una domanda: cosa deve fare una democrazia occidentale, di fronte a un uomo di governo che per incassare un altro pugno di voti cavalca l’onda xenofoba e viola scientemente le leggi dello Stato e le norme del diritto internazionale? Deve auto-limitarsi nel funzionamento delle garanzie costituzionali e del bilanciamento dei poteri, perché altrimenti fa il gioco di un ministro della Repubblica che, indagato, grida in piazza “venitemi a prendere, gli italiani sono con me”?
La squallida bravata salviniana sulla Nave Diciotti, e quelle ancora più drammatiche che verranno nelle prossime settimane, hanno nientemeno che questa posta in palio: se non la tenuta, sicuramente la qualità democratica del Paese. I fatti di questi giorni dimostrano quanto si sbagliavano le anime belle che consideravano esagerati gli allarmi sulla natura tecnicamente “eversiva” dell’alleanza legastellata. Qui, dopo appena tre mesi, non c’è solo l’evidenza di una rottura diplomatica che appare già non più sanabile con l’Europa (per quanto l’Unione sia scandalosamente inadempiente su molti fronti). A distribuirsi quel drappello di eritrei subdolamente rappresentati come “emergenza” abbiamo chiamato l’Irlanda e l’Albania. A elemosinare il riacquisto dei nostri Btp, che da gennaio la Bce smetterà di comprare, siamo andati dall’America di Trump, dalla Cina di Xi, dalla Russia di Putin.
“Italexit” è già quasi compiuta, anche se manca ancora un atto formale che la sancisca. Il “governo del cambiamento” ha davvero già cambiato gli orizzonti e i riferimenti geopolitici dell’Italia, collocandola di fatto fuori dall’Europa dei Padri e dei Paesi fondatori.

Non ancora la Polonia di
Kaczynski o l’Ungheria di Orban (al quale domani il responsabile del Viminale bacerà la pantofola). Ma non più la Germania di Merkel o la Francia di Macron. Questo è il claustrofobico Club delle Piccole Patrie nel quale ci sta relegando la coalizione gialloverde a trazione salviniana.
Ma stavolta c’è di più. Salvini può imporre il suo Nuovo Ordine Sovranista per due ragioni. La prima è che ha ormai in mano il pieno comando della coalizione, avendo ridotto Conte e Di Maio al ruolo di “utili idioti”. La seconda è che può farlo – fregandosene della Ue e della magistratura, delle istituzioni e delle opposizioni – perché si considera investito e protetto dall’unica fonte di legittimazione che riconosce, cioè il popolo. Se il popolo è con lui (e in buona misura lo è) non esistono codici né procure, inchieste o sentenze.
E’ un dispositivo di potere aberrante, che abbiamo già conosciuto. Salvini porta a compimento il disegno populista e plebiscitario del suo ex alleato Berlusconi che oggi, in questa Italia senza memoria, sembra diventato De Gaulle. L’Unto del Signore fu il primo a considerarsi al di sopra e al di là della legge, in virtù del consenso elettorale che avrebbe dovuto cancellare i suoi reati e i suoi peccati. Il vicepremier in cravatta verde, oggi, segue le stesse orme. Sostituite le “toghe rosse” con i “pm politicizzati”, i “comunisti” con i “migranti in crociera” e i “radical chic” che li difendono, e il gioco è fatto. C’è un’inquietante coerenza tra la vecchia destra berlusconiana e la nuova destra salviniana. Qualunque impostura, qualunque forzatura diventa non solo possibile ma lecita, se è quello che la massa indistinta chiede o pretende. Su questo crinale, la democrazia rappresentativa scivola inevitabilmente verso la dittatura della maggioranza.
Nel Ventennio berlusconiano, nonostante tutto, il sistema seppe resistere e reagire. Il Quirinale rimandò al Parlamento riforme essenziali per il leader di Forza Italia, dalla legge Gasparri sulle tv alla legge Castelli sulla giustizia. La Consulta e la magistratura ordinaria ressero l’urto, e la stessa cosa fece in qualche caso persino il Parlamento, che almeno non votò con i due terzi la mostruosa riforma costituzionale del 2005. Pur tra mille
difficoltà e qualche cedimento, le istituzioni furono più forti di chi avrebbe voluto snaturarle, piegandole ai suoi bisogni e ai suoi disegni. Oggi la sfida si rinnova e si ripete. Persino più insidiosa, complice l’eclissi di una sinistra che, come dice Marco Minniti, “ha lasciato orfana la sua gente”. Ma anche stavolta la democrazia italiana ha gli strumenti per difendersi, e per difendere il popolo da sé stesso.

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