TANGENTOPOLI, LA VERA STORIA

 

L’ESPRESSO n°6 – 7 gennaio 2002

L’illusione di Mani Pulite (1992-2002)
La vera storia di Tangentopoli
di Enrico Arosio, Gianni Barbacetto, Antonio Carlucci, Peter Gomez, Leo Sisti, Marco Travaglio

Vincitori e vinti 

17 febbraio 1992: l’arresto di Mario Chiesa. Le sue confessioni scatenano un terremoto: detenuti eccellenti, drammatici suicidi, partiti dissolti, crolli finanziari, nuove elezioni… Retroscena di una rivoluzione. Incompiuta.
di Antonio Carlucci, Peter Gomez e Leo Sisti

Il camion si ferma in Piazza di San Macuto, accanto all’ingresso secondario del palazzo che ospita gli uffici delle commissioni parlamentari. È sabato 30 maggio 1992. Nel giro di un’ora una trentina di pacchi sigillati finiscono nelle stanze riservate alla Commissione per le autorizzazioni a procedere, lo storico ombrello di protezione per deputati e senatori sotto inchiesta da parte della magistratura. Le carte contengono verbali di interrogatorio, documenti bancari, ordini di custodia cautelare a decine. E una relazione introduttiva di 57 pagine con la quale si chiede di poter indagare su sei parlamentari: i socialisti Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, storici sindaci di Milano; il democristiano Severino Citaristi, uomo ombra delle finanze Dc; il repubblicano Antonio Del Pennino, emblema ambrosiano dell’Edera; il socialdemocratico Renato Massari, che dal Sole nascente è appena transitato al partito di Bettino Craxi: il comunista Gianni Cervetti, leader indiscusso dei miglioristi del partito.
A rivolgersi al Parlamento sono quattro pubblici ministeri di Milano. Il capo della procura Francesco Saverio Borrelli, il suo vice Gerardo D’Ambrosio e i sostituti Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro. In 73 giorni, i quattro hanno messo a fuoco la più grande macchina di corruzione sistematica e capillare mai scoperta in Italia: in funzione da anni con lo scopo di finanziare illecitamente i partiti politici e spesso arricchire i loro leader. Il dossier della magistratura è la foto di quella che viene battezzata Tangentopoli. E i protagonisti dell’indagine sono subito eroi popolari: il pool di Mani pulite.
La prima pietra che rotolando ha innescato la rovinosa frana si identifica in un ingegnere milanese dalla faccia furbetta e i modi autoritari di chi vuole sottolineare il suo potere. Si chiama Mario Chiesa e aspira a diventare sindaco di Milano. Viene arrestato il 17 febbraio 1992 dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani, il braccio destro di Di Pietro in tutta la prima fase. Che oggi ricorda: “Fotocopiai le banconote della tangente che doveva essere pagata e le firmai con le mie iniziali ZR. Quelle banconote vennero in seguito restituite al legittimo proprietario e fecero il giro d’Italia. Per una rivista di numismatica sono diventate oggetto di collezione”.
Se nel resto d’Italia è un illustre sconosciuto, a Milano Chiesa è un nome che conta: nell’amministrazione pubblica, in quanto capo del Pio Albergo Trivulzio, la Baggina, metà ospedale, metà ospizio per gli anziani; nella politica, perché è un craxiano di ferro che controlla migliaia di voti attraverso i quali può far eleggere chi vuole in consiglio comunale del quale anche lui ha fatto parte ed è stato perfino assessore. Chiesa finisce a San Vittore con l’accusa di aver preteso una mazzetta da 14 milioni. “Un mariuolo” lo definisce semplicemente Craxi.
Ma Chiesa è molto, molto di più. Basta vedere il suo livello di vita, basta chiedere alla moglie separata quanto pretende di alimenti e si capisce che stipendio di manager e flusso di uscite finanziarie non vanno d’accordo. Antonio Di Pietro, ex poliziotto arrivato in magistratura, lo rivolta come un calzino, ma Chiesa rifiuta sdegnato ogni invito a spiegare le sue attività. È muro contro muro, fino a quando non saltano fuori una quindicina di miliardi nascosti in Svizzera (conti Levissima e Fiuggi). Allora Chiesa cambia atteggiamento e parla. Di se stesso e degli altri, politici e imprenditori: “Eravamo un partito autofinanziato e siamo diventati il partito delle clientele e dello scambio tra occupazione del potere e lobby economiche”.
È come una diga che si rompe. Di Pietro e gli altri del pool (si aggiungono uno dopo l’altro Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Paolo Ielo, mentre le loro richieste di arresti e perquisizioni finiscono quasi tutte nelle mani del giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti) aprono fascicoli su fascicoli. Finiscono sotto inchiesta (e qualche volta in cella) Walter Armanini (mazzette sui lavori ai cimiteri), Alfredo Mosini (lavori pubblici e forniture agli ospedali), Michele Colucci (corsi di formazione e Cee), Luigi Martinelli (discariche), Giovanni Manzi (aeroporti), Loris Zaffra (ecologia e urbanistica). Ricorda Rocco Stragapede, ispettore della polizia stradale che era l’ombra di Di Pietro: “Non ho mai pensato di aver davanti dei delinquenti. Per me che vengo dalla strada i delinquenti sono un’altra cosa: questa era gente importante, che dirigeva imprese con centinaia di dipendenti. Man mano che, accanto a Di Pietro, assistevo agli interrogatori, capivo che gli indagati sapevano di aver violato la legge, ma in un certo senso non si rendevano conto di essere anche andati contro il codice penale. Finire coinvolti significava per loro soprattutto una brutta figura. Si sentivano tutti amareggiati per quello che avrebbero dovuto dire ad amici e parenti”.

Cantano gli imprenditori.
All’inizio, a svelare i traffici sono soprattutto gli imprenditori, piccoli e grandi. Quando capiscono che la procura marcia come uno schiacciasassi, e si accorgono che raccontare al pool il sistema delle tangenti fa loro evitare la galera (o la riduce a pochi giorni) si mettono in fila davanti alle stanze dei sostituti procuratori. Sono durissimi e circostanziati: si dichiarano tutti concussi, ma pochi saranno in grado di dimostrare la loro estraneità e innocenza, mentre la gran parte (vedi schema qui sopra) sceglierà la via del patteggiamento o sarà condannata. L’elenco di imprenditori corruttori e concussi vede sconosciuti titolari di aziende come amministratori di società di importanza nazionale: Cogefar, Simontacchi, Impregilo, Astaldi, Coop.
A ruota seguono gli amministratori di società pubbliche scelti dai partiti. Anche loro cantano. E come se cantano. Roberto Mongini, installato dalla Dc alla vicepresidenza degli aeroporti milanesi ricorda così il primo interrogatorio di Di Pietro: “Esordì con queste parole: “La conosce la storia dei quattro vasetti? Nel primo ci sono gli inquisiti che collaborano, nel secondo quelli che non sanno nulla, nel terzo chi dice e non dice. Nel quarto ci sono gli zanza, i furbi, quelli che fanno finta di raccontare senza raccontare niente. Lei è nel quarto vasetto. Però, caro Mongini, il re degli zanza sono io””.
Puntualmente, la descrizione del rapporto tra aziende appaltatrici e partiti mette a fuoco la figura di coloro che per conto delle formazioni politiche curano la spartizione delle tangenti e l’approvvigionamento ai partiti. Il record degli avvisi di garanzia, dei processi spetta a Severino Citaristi, da sempre democristiano, signore silenzioso e dai bei modi. Plurindagato è lo scomparso cassiere nazionale del Psi Vincenzo Balzamo. I rampanti gestori delle finanze occulte più giovani finiscono uno dopo l’altro in galera: Maurizio Prada, Gianstefano Frigerio e Augusto Rezzonico, tutti dc; Sergio Redaelli e Oreste Lodigiani, socialisti. La maggior parte di loro contribuisce a svelare la spartizione di appalti e la fissazione delle percentuali. Tutti fanno sempre un richiamo ai costi della politica, come obbligo a piegarsi al meccanismo corruttore. Solo Frigerio, per mesi, fa finta di cadere dalle nuvole: “La materia in esame non ha mai suscitato in me alcun interesse”.

La fontana di Bettino.
Cadono anche i collettori di tangenti che facevano riferimento personale a Bettino Craxi: gli architetti Silvano Larini e Claudio Dini tra i primi. Larini è considerato una chiave di accesso privilegiata ai segreti finanziari di Craxi. Ma non solo. “Un giorno Di Pietro mi chiese della “questione fontana”. Pensavo alludesse a un deputato di Bergamo, invece voleva sapere se fosse vero che Bettino aveva fatto smontare e trasportare nella sua casa di Hammamet una fontana che era a Milano in Piazza Castello”, dice oggi.
Nel castello di Tangentopoli non figurano solo gli uomini della formazione governativa del pentapartito. A Milano governano anche i comunisti. I fari dell’indagine inquadrano pure alcuni uomini che contano: Luigi Carnevale, vicepresidente della metropolitana; Roberto Cappellini, segretario cittadino, Epifanio Li Calzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune, Sergio Soave, ex sindacalista Cgil ed ex numero due della Lega delle cooperative in Lombardia. È Carnevale a mettere gli ex comunisti sulla graticola. Con questa ammissione preliminare distrugge l’equazione Pci-Partito delle Mani pulite: “Solo nell’ambito della metropolitana ho avuto a che fare con il famigerato problema delle tangenti. Ho trovato un sistema ormai collaudato, secondo il quale, in linea di massima praticamente tutti i vincitori di appalti corrispondevano una tangente del 3 per cento, che poi venne portata al 4 per cento”.
Nelle prime settimane dell’inchiesta, mentre cresce il favore popolare e politico intorno al lavoro del pool, non c’è istituzione pubblica milanese e lombarda che resti fuori: il Comune, la Regione, gli ospedali, la Metropolitana, la Sea (gestisce gli aeroporti). I magistrati scelgono però di non toccare nessun politico con incarichi parlamentari. Ad aprile sono previste le elezioni politiche nazionali e non vogliono da una parte essere accusati di interferenza, dall’altra mettere in moto meccanismi di reazione tali da intralciare la loro marcia veloce verso verità di malaffare occultate per anni. Tanto che gli avvisi di garanzia ai primi parlamentari (e alcuni arresti eccellenti) vengono decisi solo nel momento in cui si chiudono le urne.
Così anche la consegna del dossier al Parlamento con le richieste di autorizzazioni a procedere prende più tempo del previsto perché ogni volta che il quadro sta per essere definito saltano fuori nuove storie, nuove mazzette. Ma quel lungo lavoro di raccolta di prove, di testimonianze, di conferme bancarie, si rivelerà di fatto abbastanza inutile. Perché il fiume in piena è tale che il 10 luglio il Parlamento avvia le procedure per abolire quella parte dell’articolo 68 della Costituzione che prevedeva la guarentigia del voto in commissione per il via libera a un’indagine contro un deputato o un senatore.
I primi segnali che il partito dei finanziamenti illegali e delle mazzette vuole provare a organizzare una resistenza arrivano il 26 giugno quando finisce in carcere Andrea Parini, il segretario regionale del Psi. “È un nuovo caso Tortora”, accusano i più esaltati. “È totalmente estraneo alle accuse”, precisano i più accorti. Non sanno che Parini, insieme a una lettera di dimissioni dal partito e di autosospensione dall’assemblea regionale, ha messo a verbale questa frase: “Ho preso i soldi da Martinelli, però pensavo che fosse un regalo”. Oggi Parini è un avvocato, è entrato nelle file dei Ds e, dopo un’assoluzione per concussione e una prescrizione per i soldi passati al partito, ricorda: “Certo, lo vedevamo tutti che c’erano dei politici che avevano atteggiamenti gaglioffi, giravano con la macchinona e con la puttana al fianco. Non abbiamo fatto niente per evitare che ci trascinassero nel baratro. Avrei dovuto agire contro di loro con metodi stalinisti per cacciarli dal Psi, sarebbe stato comunque meglio che far finta di nulla”.

Monetine all’Hotel Raphael.
Passano un paio di mesi. la reazione più forte arRIVA dopo il suicidio del deputato socialista Andrea Moroni. Una tragedia che coagula un piccolo ma combattivo partito anti Mani pulite dietro lo slogan del garantismo negato. Il povero Moroni lascia un lungo messaggio scritto in cui difende se stesso e la sua militanza politica. Dove si legge: “Se vuoi contare in politica devi portare soldi al partito”.
Tutta la seconda parte del 1992 trascorre in attesa di un evento annunciato dai fatti: l’avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che arriva il 15 dicembre. Il segretario socialista reagisce da par suo, bolla l’inchiesta come un complotto di giudici comunisti: le toghe rosse. Del resto, solo pochi mesi prima, Craxi aveva rivendicato in Parlamento (3 luglio) la politica dei finanziamenti illeciti invitando gli altri segretari di partito a raccontare i loro. Ma quell’avviso di garanzia – e la seguente richiesta di autorizzazione a procedere – segna l’inizio della fine di Craxi: prima le dimissioni dalla segreteria del Psi (11 febbraio 1993); poi, le monetine che gli vengono lanciate all’uscita dell’Hotel Raphael, la sua dimora romana. La reazione popolare al voto negativo della Camera per l’autorizzazione a procedere (29 aprile 1993) rischia di far naufragare il governo appena nato di Carlo Azeglio Ciampi.
Craxi non resta l’unico leader a finire sotto il tiro della magistratura. Il 1993 è l’anno nero dei big di partito che cadono uno dopo l’altro come birilli. I socialisti Claudio Martelli e Gianni De Michelis (oggi riciclato come consigliere di politica estera di Silvio Berlusconi), il repubblicano Giorgio La Malfa (sopravvissuto passando con il centro-destra), i liberali Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo, i democristiani Paolo Cirino Pomicino (oggi commentatore politico sui giornali del centro-destra) e Arnaldo Forlani, allora segretario del partito, la cui incriminazione fu annunciata dall’arresto del suo portavoce Enzo Carra (viene processato per direttissima per falsa testimonianza e l’arrivo in Tribunale in manette sarà seguito da un coro di proteste per l’inutilità palese della misura coercitiva), il faccendiere comunista Primo Greganti e quello multipartito Francesco Pacini Battaglia.
Stessa sorte per alcuni big dell’industria e della finanza: si presentano spontaneamente (e fanno ammissioni importanti) l’amministratore Fiat Cesare Romiti come l’azionista di maggioranza del gruppo Espresso Carlo De Benedetti (finisce in cella per una notte quando l’inchiesta milanese approda a Roma). Altri subiscono l’onta delle manette: Gabriele Cagliari dell’Eni (arrestato per le mazzette Eni-Sai, inchiesta milanese ma parallela a quella del pool, si uccide in cella il 20 luglio), Salvatore Ligresti (assicurazioni e costruzioni), Giuseppe Garofano della Montedison. Finisce in carcere anche un giudice: Diego Curtò, strumento consapevole, e ben ripagato, delle manovre intorno a Enimont, dimostrando che anche la categoria dei magistrati ha degli esponenti di punta nel partito delle bustarelle.
L’entità delle mazzette portate alla luce arriva a cifre astronomiche, saltano molti depositi clandestini custoditi nelle banche estere, con molti indagati che riconsegnano i soldi in cambio della libertà. Fino alla “madre di tutte le tangenti”, i 150 miliardi legati alle manovre intorno a Enimont.

In tre giorni, due suicidi eccellenti.
L’inchiesta Enimont porta un’altra tragedia dopo quella di Cagliari: il suicidio di Raul Gardini (23 luglio) a poche ore da una consegna concordata nell’ufficio di Di Pietro. “Sono convinto ancora oggi che Gardini avesse deciso di togliersi la vita indipendentemente dalle notizie Ansa che anticipavano le dichiarazioni di un suo stretto collaboratore sul caso Enimont”, è il ricordo dell’avvocato Marco De Luca. Dentro il calderone Enimont finisce anche Alessandro Patelli, il cassiere della Lega di Umberto Bossi, un partito che dall’inizio sostiene rumorosamente Mani pulite. “Per andare in carcere, mi ero messo un maglione comprato da mia madre al mercato. Di Pietro viene a interrogarmi, mi guarda e dice: “Sicuramente quei soldi non te li sei messi in tasca tu. Qui arriva gente vestita di cachemire””, ricorda oggi Patelli, che dopo un passaggio nelle fila di Forza Italia ha fondato una sua lega.
Lo sconquasso aveva creato la speranza che fossero vicini grandi cambiamenti. A cominciare dall’estensione di Mani pulite nelle più grandi città italiane per finire al rinnovo della classe dirigente messa fuori combattimento dalle inchieste. “È certo che il pool, sia pure forzando la legge, ha scoperto il sistema di corruzione tra imprese e politica. Ci aspettavamo che altre procure si sarebbero messe in moto. Ma le uniche inchieste aperte da altre procure sono legate all’invio di atti da parte di Milano per ragioni di competenza”, è la constatazione dell’avvocato Vittorio D’Aiello. E anche sull’arrivo del nuovo ceto politico, la vera novità del 1994 si chiama Silvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che deve le sue fortune al legame a doppio filo con Craxi (lo andò a trovare la sera in cui il segretario socialista si vide respingere la richiesta di autorizzazione a procedere). A febbraio fonda Forza Italia e quando, in primavera, vince le elezioni è ancora incerto se sostenere o meno il pool: per esempio, invita Di Pietro a entrare nel suo governo.

E Di Pietro si toglie la toga.
Berlusconi è da tempo nel mirino di Mani pulite. Il fratello Paolo è dal 1993 sotto inchiesta, la Fininvest visitata dalla Finanza i cui vertici finiscono poi nelle indagini per aver preso soldi anche da quella azienda in cambio di benevolenza negli accertamenti fiscali. E il 21 novembre, mentre Berlusconi presidente del Consiglio sta per inaugurare un summit internazionale a Napoli, viene informato di un avviso di garanzia per corruzione. Da quel giorno, è il muro contro muro con il pool e soprattutto contro Di Pietro che da ipotetico ministro si trasforma nell’icona da abbattere. La fine del 1994 si gioca tutta intorno allo scontro su Berlusconi. E la benzina sul fuoco sono le dimissioni di Di Pietro dalla magistratura il 6 dicembre: lo fa platealmente dopo aver concluso la requisitoria al processo sulle tangenti per Enimont. Ma commette l’errore di non raccontare apertamente perché ha deciso di mollare. Ai più spiega il gesto con la stanchezza. A un avvocato, solo due mesi prima, le aveva anticipate spiegando che lo faceva essendo arrivato finalmente a coloro che gestivano i conti esteri di Craxi, ricchi di decine di milioni di dollari frutto della corruzione. Ad altri fa intuire che sa di avere alle calcagna un gruppo di persone, tutti sodali dei fratelli Berlusconi, che gli vogliono far pagare alcune leggerezze, poco consoni per un magistrato che vuole apparire integerrimo: una macchina superscontata, un telefonino con il conto pagato da un’azienda, un appartamento a prezzo di favore nel centro di Milano anni prima, un prestito restituito in fretta quando già sta per grandinare. A molti non sfugge che Di Pietro già parla come un leader politico.
Mani pulite si trasforma per oltre due anni e mezzo in un dramma teatrale dove i protagonisti sono due. Da una parte Di Pietro con lo strascico di indagini penali che lo vedranno protagonista regolarmente prosciolto. Dall’altra Berlusconi con la sua corte di fedelissimi: Marcello Dell’Utri, storico braccio destro, Cesare Previti, l’avvocato di fiducia, Giancarlo Foscale, cugino di Berlusconi, Giorgio Vanoni, depositario dei segreti finanziari esteri della Fininvest, Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ingaggiato per allestire la costellazioni di società nei paradisi fiscali. Si scioglie come neve al sole l’unanimismo, reale o fittizio che aveva contraddistinto la prima fase di Mani pulite. E la battaglia, la cui data di inizio può essere il secco no del pool di Mani pulite al decreto sulla carcerazione preventiva del 13 luglio 1994, il cosiddetto salvaladri, si trasferisce in tutto il paese. A cominciare dal Parlamento per finire nei media. Racconta il “cronista del tram” Paolo Brosio, allora in forza al Tg4 di Emilio Fede: “All’inizio dell’inchiesta Fede voleva sempre andare in onda. E quando c’eravamo gli indici di ascolto salivano, registravano picchi veri e propri. Quando poi Mani pulite coinvolse Silvio Berlusconi e alcuni manager della Fininvest, Fede si preoccupò, divenne ansioso. Mi chiamava e mi ripeteva: “Sei sicuro?”. Finché una volta, in diretta, il Gabibbo mi venne vicino chiedendomi perché, a differenza di Andrea Pamparana del Tg5, non avevo fatto i nomi dei dirigenti Fininvest raggiunti da un ordine di custodia. Fede “spense” il video, pensava che volessi farmi pubblicità con il Gabibbo. Perfino Alba Parietti, che allora conduceva “Striscia la notizia”, mi difese. E Fede le fece una scenata”.

Il teste Omega racconta.
L’avviso di garanzia a Berlusconi è la spallata finale alle trame già in atto da tempo all’interno della sua coalizione e del suo governo. Ma quello che arriva in pochi mesi rende sempre più incandescente il clima. Lo spettro di Berlusconi si chiama Stefania Ariosto. Lui la conosce bene. Ci è andato insieme a cena, in vacanza, alle feste perché è la fidanzata di Vittorio Dotti, uno degli avvocati Fininvest elevato al rango di deputato e presidente del gruppo parlamentare di Forza italia. Lei racconta il sistema di potere e di corruzione del mondo berlusconiano. Soprattutto la pratica che se qualcosa non si può ottenere facilmente da un giudice, lo si compra. “Feci quello che ritenevo giusto, rispondere alle domande che i magistrati mi ponevano”, commenta oggi l’Ariosto: “Ma solo tempo dopo, visto il modo in cui sono stata trattata, mi sono accorta che non ero stata io a tradire. Il vero traditore si chiama Dotti: ha tradito Berlusconi come suo avvocato e suo parlamentare e ha tradito me che ero la sua donna. Comunque, ancora oggi rifarei quello che ho fatto”.
I racconti del “teste Omega” hanno prodotto i processi Sme-toghe sporche, Lodo Mondadori e Imi-Sir. Contengono non solo le testimonianze dell’Ariosto, ma una valanga di documenti contabili e bancari che per la procura provano gli episodi di corruzione addebitati a Berlusconi (da altri processi il Cavaliere è uscito grazie a un’assoluzione o grazie alla prescrizione del reato) e a Previti. Ma le udienze vanno avanti a fatica, tra eccezioni e cavilli. Commenta l’avvocato D’Aiello: “Per anni, un legale serio, che ha rispetto di se stesso, è sempre stato un filtro tra le aspettative del cliente e i discorsi giuridicamente possibili. Oggi vedo avvocati che fanno i portavoce dei loro clienti e che in aula dibattono del sesso degli angeli, snaturando la propria funzione”.
Questo accade oggi, a 10 anni dal 17 febbraio 1992, ogni volta che c’è udienza. La tensione sale. E le lancette dell’orologio della storia girano all’indietro. Sembra quasi di essere tornati a quel 30 maggio, quando i primi dossier arrivarono in Parlamento. E riaffiora il desiderio che, per risolvere i conflitti su Mani pulite, si debba ripristinare il vecchio ombrello protettivo dei politici: l’autorizzazione a procedere.

Mito a perdere.

Antonio Di Pietro – Era la stella del pool. Un eroe nazionale. Poi gettò la toga e scese in politica. Oggi è rimasto solo
di Enrico Arosio

Nel 1994, al culmine dell’inchiesta Mani Pulite, Giorgio Bocca così descriveva nel suo libro “Il sottosopra” il rustico eroe della questione morale: “Ha reso grandi servizi all’Italia questo Di Pietro, dal suo scanno ha fatto uscire come un prestigiatore le viscere fetide del paese”. Antonio Di Pietro, il magistrato di punta del pool di Milano, era il vincente per eccellenza. Tifavano per lui l’alta borghesia e gli operai di Mirafiori, i postfascisti e i boy-scout. Era l’uomo più popolare della Repubblica. In quell’anno fatale il suo indice di fiducia toccò l’83 per cento, misurò l’Abacus, un valore stellare. Nel ’96, ministro dell’Ulivo, era ancora alto: 75 per cento. Nel ’98, quando fondò il suo partito, scese al 54. Oggi, 2002, è crollato al 42. Molto è cambiato in Italia: la classe dirigente, le forme-partito, l’etica civile. Ma un fatto è emerso. La giustizia ha perso uno straordinario magistrato, la nazione non ha guadagnato un grande politico.
Cominciamo con un’istantanea. Quella dell’Italia dei Valori, il movimento fondato da Di Pietro nel 1998, prima di aderire ai Democratici di Prodi (e poi uscirne con fragore). Un milione 400 mila voti, un soffio meno di quel 4 per cento che garantisce la rappresentanza parlamentare. L’unico eletto, al Senato, Valerio Carrara presidente dell’Associazione cacciatori di Oltre il Colle (Bergamo), saluta tutti e s’iscrive al gruppo misto. Incredibile. “Avevo portato 8.300 voti”, spiega oggi, “e non mi invitarono nell’esecutivo del partito. Volevano che lavorassi sul territorio, senza neppure un grazie. Con Di Pietro non ci siamo mai più visti né sentiti”. Il movimento traballa. Alle amministrative in Sicilia l’Italia dei Valori si riduce all’1 per cento; fiasco anche alle suppletive nel Molise. Nel tempo sono svaniti i contatti con Carlo Ripa di Meana, Mario Capanna, Leoluca Orlando. S’è raffreddato Paolo Flores d’Arcais, che fu schietto ammiratore dell’ex pm. Rompono con Di Pietro il cognato Gabriele Cimadoro, il montanelliano Federico Orlando, il senatore Elio Veltri. Da ultimo, l’atleta Pietro Mennea, coordinatore in Puglia, fattosi “comprare da Berlusconi”, si mormora, per candidarsi a sindaco di Barletta con una lista civica appoggiata da Forza Italia. “Sono uscito dal movimento di comune accordo con Di Pietro dopo un cordiale colloquio”, ha dichiarato Mennea. Strano. Ai transfughi, una volta, Di Pietro dava del traditore.
Uno stallo preoccupante, per un partito fondato, confluito, rifondato eppure tutt’altro che fasullo. L’Italia dei Valori si è presentata alle politiche nel 98 per cento delle circoscrizioni, una prestazione formidabile; misurato in voti, è il sesto partito italiano; ha sostenitori e volontari anche nelle province minori. “I nostri delegati che eleggono i quadri dirigenti sono 15 mila”, vuol rassicurare Giorgio Calò, già coordinatore milanese, tra gli ultimi a resistere, “i responsabili regionali si riuniscono una volta al mese, Di Pietro è sempre in movimento. E il 17 febbraio, decennale di Mani Pulite, affittiamo il Palalido di Milano per una grande manifestazione nazionale”.
E lui, il capo? Febbrile e sempre più solo. “L’ho visto per l’ultima volta il 6 dicembre a Roma, dove ho fatto un intervento durissimo”, racconta Elio Veltri: “Bisognava costruire un vero patto di opposizione subito dopo le elezioni. Invece nulla. Non ascolta più nessuno. Ma quando s’è visto un partito politico che si regge su un uomo solo?”. Forse la risposta è: ai tempi dell’Uomo Qualunque di Giannini (36 deputati alla Costituente e rapido declino) o del movimento Comunità di Adriano Olivetti (un deputato nel 1958, idem). Persino la Lega di Umberto Bossi, un talebano del verticismo, dopo il ’92 si è data un minimo di struttura. Di Pietro no, lui è rimasto un “faso tuto mi”, come dicono i veneti. Gli ex colleghi del pool di Milano l’hanno rivisto poche settimane fa, per il nuovo anno giudiziario, dopo una eclisse lunghissima; l’abbraccio con il procuratore Borrelli è parso a molti un gesto mediatico.
Il tema delle alleanze è forse il più scabroso. Sulla doppia linea politica (“da soli” o “in accordo con l’Ulivo”) l’Italia dei Valori si spaccò in Toscana l’anno scorso, anticipando la crisi attuale. Oggi troviamo Di Pietro nel gruppo liberaldemocratico del Parlamento europeo, amico degli amici di quell’Arturo Parisi che dall’aprile 2000, quando il nostro negò la fiducia al governo Amato, pareva il suo peggior nemico. Per mesi ribadisce il “corriamo da soli”, poi va a fare il gentilissimo ai congressi dei Verdi e dei Comunisti italiani. La Margherita gli rimane odiosa, un dispensario per riciclati, ma a Palazzo Marino, contro il sindaco Albertini sull’emergenza inquinamento, l’Italia dei Valori vota compatta con la Margherita. Per non dire le gaffes. Come quella del dipietrista Giovanni Roma che al ballottaggio tra Walter Veltroni e Antonio Tajani appoggia quest’ultimo (verrà neutralizzato). O quando, nel gennaio 2001, alla sede romana dell’Europarlamento, Di Pietro invita anche Roberto Bigliardo, ex fascista campano della Fiamma Tricolore. Ma che ci azzecca? Dov’è la linea?
Certo, dalla sinistra Di Pietro ha preso una fregatura storica. Dopo averlo candidato al Mugello (alle suppletive contro Giuliano Ferrara), nel 2001 i Ds cancellano lui e Veltri dai collegi uscenti. La Quercia manda a ramengo il disegno di legge sul conflitto d’interessi cui Di Pietro teneva tanto. E dieci giorni prima della chiusura delle liste, Veltri viene inviato da Piero Fassino per chiedere ai Ds di ritirare le liste-civetta, con l’offerta di non candidare l’Italia dei Valori in 25 collegi marginali, dove i voti sommati di Ulivo e Di Pietro avrebbero battuto la destra. Troppo tardi, gli vien detto.
Grande confusione sotto il cielo. Di Pietro apprezza D’Alema quando difende i magistrati, ma ricorda che nel ’95 lo stesso D’Alema gli dava del reazionario. Propone a Ds e Margherita l’iniziativa comune sull’ineleggibilità dei candidati con sentenze passate in giudicato e un comitato referendario contro la legge sul falso in bilancio e quella sulle rogatorie. Ma il 9 gennaio dal suo sito web (antoniodipietro.org) dedica al presidente Ds un editoriale che attacca con “Caro D’Alema, smettila di bistrattare Mani pulite”, se la prende con “la sinistra accolturata e salottiera”, la sua “pilatesca equidistanza”, “la decadente Margherita” e intima: “Non mettertici anche tu ad intorpidire le acque (sic)”. Irma Gramatica geme nella tomba.
Chi non è più con lui non ha rimpianti. “Il Di Pietro politico? Non m’interessa proprio”, così Gabriele Cimadoro, il cognato, che fu costretto, da sottosegretario all’Industria, a votare contro il governo Amato, ed è tornato alla sua agenzia immobiliare Helvetia a Bergamo e attivo in Forza Italia. Chi gli è fedele accende ceri: “Spero sappia capitalizzare le risorse di chi è rimasto con lui contro ogni opportunità personale, in nome della legalità e della trasparenza nella pubblica amministrazione”, così Massimo Donadi, avvocato veneziano, coordinatore del Veneto. Sospira Aldo Ferrara, ex coordinatore in Toscana dimessosi l’anno scorso: “Fondare un partito solo sul giustizialismo non basta”.
Gli ex colleghi del pool tacciono prudenti. Sanno, come Charlie Chan, che “lingua può impiccare uomo più velocemente di corda”. Il Di Pietro vincente, del resto, a volte riaffiora. Causa dopo causa, con le oltre cento querele fatte a politici e giornali ha già raccolto quasi 500 mila euro. E pochi sanno che dopo l’11 settembre ha offerto la sua sede nazionale di Busto Arsizio per ospitare gli agenti di polizia schierati d’emergenza alla Malpensa. Senza farsi pubblicità. Un bel gesto. Come negli anni d’oro.

Il diario segreto del pool.

I consigli di Scalfaro. I timori di Craxi. Le offerte di Berlusconi… In un libro, i giudici ricordano.
di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio

Retroscena, documenti inediti, testimonianze di tutti i protagonisti. A fine febbraio Feltrinelli manda in libreria la prima ricostruzione completa degli anni di Tangentopoli: “C’era una volta Mani Pulite”. Nelle oltre 500 pagine del libro, Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio affrontano con rigore tutti i passaggi politico-giudiziari che hanno scandito il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. “L’Espresso” pubblica alcuni brani estratti dalle testimonianze dei magistrati del pool.

Sui contatti con Scalfaro nel ’92, prima che il presidente affidasse l’incarico di formare il governo a Giuliano Amato e non a Craxi.
Francesco Saverio Borrelli: “Ci fu un contatto telefonico diretto. Fui chiamato a Roma dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il quale mi chiese un aggiornamento sui fatti della nostra inchiesta. In quel momento la persona di Craxi non era stata neppure sfiorata dalle indagini. Certo si potevano fare ipotesi, c’erano illazioni giornalistiche al riguardo, ma non c’era ancora nulla a suo carico. Semmai nelle indagini sul Pio Albergo Trivulzio era emerso il nome di suo figlio Bobo. Nel senso che Chiesa aveva finanziato la sua campagna elettorale. Comunque Bobo Craxi non fu nemmeno iscritto sul registro degli indagati. Rimase lì, come in freezer in attesa di eventuali sviluppi […] Il presidente Scalfaro voleva ragguagli su Bettino Craxi allora favorito per la presidenza del Consiglio, poiché i giornali avevano già fatto il nome del figlio di Craxi. Ricordo che Scalfaro era piuttosto preoccupato, la voce tradiva una certa ansia: come se fosse preoccupato di ritrovarsi poi presto in una situazione difficile. E il mondo politico sperava che all’esito delle elezioni seguisse un incarico di governo a Craxi.
“Così il presidente mi fece capire che la sua domanda era finalizzata a questo obiettivo […] Io, ovviamente, non ho risposto, non mi sono azzardato a dare alcun consiglio, né alcuna indicazione valutativa, ho solo esposto la situazione. Mi sono limitato a comunicare che non c’era alcuna indagine aperta su Craxi”.

Quando la Fininvest appoggiava Mani pulite.
Borrelli: ” È vero che i giornali e le reti Fininvest erano molto favorevoli al nostro operato. Ma io incontrai Berlusconi per la prima volta solo nei primi mesi del ’94, uscendo dall’ufficio del Procuratore generale Giulio Catelani, con il quale avevo ancora buoni rapporti [più avanti Catelani sollecitò una serie di ispezioni ministeriali contro il pool; nda]. Vidi arrivare questo signore che mi si presentò: “Dottor Borrelli, io sono Silvio Berlusconi, buongiorno”. All’epoca di questo incontro, qualcosa era già successa: c’era l’indagine sulle discariche in cui era coinvolto il fratello, e qualcuno aveva già parlato di “guerra” tra la Procura di Milano e il gruppo Fininvest, perciò, incrociandolo nel corridoio, scherzosamente gli chiesi: “Non c’è guerra fra di noi, dottor Berlusconi?”, e lui rispose: “No, no assolutamente, per carità!”. Credo che Berlusconi portò a Catelani un opuscolo con il programma di Forza Italia che distribuiva in quel periodo per la campagna elettorale. Dopo essere stato da Catelani, ricordo che Berlusconi si diresse dall’Avvocato generale dello Stato, che allora era De Luca. Anche a lui lasciò il suo programma elettorale. A me non lo lasciò. Non so se avesse preso appuntamento con Catelani. Con De Luca sicuramente no, si trovava a passare. Io ebbi la sensazione che dopo questo contatto fra Berlusconi e Catelani nella procura generale fosse un po’ cambiato il vento. Come se Berlusconi fosse riuscito con il suo carisma ad affascinare Catelani. Del resto lo stesso Di Pietro, nella primavera del 1994, allorché ebbe il suo primo contatto con Berlusconi che gli offrì un ministero, ci riferì che il Cavaliere era una persona particolare, che sapeva conquistare la simpatia degli interlocutori”.

Sul presunto trattamento di favore a Pacini Battaglia.
Piercamillo Davigo: “Con Pacini Battaglia non abbiamo usato la mano leggera. Ha goduto di un trattamento assolutamente analogo a quello di altri indagati. Nel momento in cui si è presentato in Italia spontaneamente e con le sue dichiarazioni ci ha svelato tutta una serie di episodi fino a quel punto sconosciuti, sono cessate le esigenze di custodia cautelare nei suoi confronti. Certo, oggi l’esperienza di Mani pulite ci dice che quasi mai gli indagati ci hanno detto tutto. Ma la tortura non è prevista dal nostro ordinamento. Noi per farlo parlare non potevamo mica picchiarlo…”.

Sull’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti.
Davigo: “Con Romiti c’era uno stupore reciproco. Noi eravamo stupiti di ritrovarci di fronte lui; lui era stupito di trovarsi di fronte a noi. Ma la nostra fu una meraviglia positiva, soprattutto per il significato che la sua presentazione rivestiva in quel periodo. Era un messaggio preciso a tutto il mondo imprenditoriale e anche politico: se uno come Romiti collabora e invita a collaborare con la magistratura, allora tutti gli altri industriali devono riflettere bene. E magari capire che non c’è più ragione per tacere, nessuna alternativa alla collaborazione. Ecco: il fatto che Romiti venisse da noi fu il segno della svolta. Ricordo anche certe frasi e certi sguardi di Chiusano: non sempre riusciva a capirci. Talvolta ci guardava come marziani…”.
Oggi Davigo sa però che il memoriale di Romiti era tutt’altro che completo. “Sì, ma noi allora come potevamo saperlo? Potevamo avere qualche dubbio, ma non potevamo certo arrestare Romiti in base a una semplice impressione. E poi in quel memoriale c’era il conto Sacisa e molti altri fatti che noi non avevamo ancora scoperto. Da quel momento cominciarono anche a presentarsi manager di aziende del gruppo, a riferire su tangenti pagate. Successivamente però accertammo anche fatti ulteriori, di cui Romiti e i suoi manager non ci avevano parlato. Per esempio, le tangenti della Rinascente alla Guardia di Finanza”: saranno scoperte nella primavera del 1994, insieme a quelle della Fininvest e di altre decine di società milanesi. “Sulle tangenti che era venuto a rivelarci, Romiti era credibile”, ragiona Davigo, “sul resto, sulla visione generale del problema, da lui ridotto alla concussione che la classe politica esercitava sulle grandi imprese, gli credevamo molto meno: difficile costringere un grande gruppo a pagare tangenti, se non vuole pagarle. Lui negava di averne mai saputo niente, e noi questo non potevamo crederlo. Che della corruzione spicciola, della tangentina singola non sapesse nulla, è possibile e forse anche probabile. Ma sulle questioni di sistema e sui grandi finanziamenti ai partiti nutrivamo seri dubbi. Io non ho mai creduto alla tesi, non solo romitiana, che le grandi imprese fossero concusse, cioè taglieggiate contro la loro volontà: se le cose fossero davvero andate così, non si spiegherebbe il loro comportamento conseguente; se la Fiat era concussa, perché non è corsa a denunciare i suoi concussori all’indomani dello scoppio di Mani pulite?”.

Quando Berlusconi voleva Di Pietro ministro.
Antonio Di Pietro: “Sul momento interpretai quell’offerta del Cavaliere come un tentativo di depotenziare il pool, “annettersi” i consensi di Mani pulite e archiviare una stagione che tutto sommato, fino a quel momento, gli aveva procurato solo vantaggi, portandolo a Palazzo Chigi al posto dei suoi vecchi padrini che gli costavano un occhio della testa. Oggi, col senno di poi, è facile che le motivazioni di quell’offerta fossero ancora meno nobili e ancor più interessate: da tre settimane avevamo arrestato il maresciallo Nanocchio, il primo dei finanzieri corrotti dalla Fininvest. Noi ancora non lo sapevamo, da chi prendevano i soldi Nanocchio e i suoi compari. Ma Berlusconi e famiglia sì. Ovvio che si preoccupassero di trovarmi qualcos’altro da fare…”. Oggi Di Pietro è pentito di quel no: “Col senno di poi, penso spesso a quel che avremmo potuto combinare di buono Davigo e io entrando insieme nel governo. Si sarebbe pentito mille volte, il Cavaliere, di averci invitati. Perché dalla stanza dei bottoni avremmo potuto affondare meglio il bisturi nel sistema della corruzione. E in quel periodo Berlusconi non avrebbe potuto fermarci. Forse, con Davigo alla Giustizia e me all’Interno, non ci sarebbero stati i dossier contro i magistrati. Forse Mani pulite non sarebbe stata bloccata, ma incentivata. Forse sarebbe cambiata la storia d’Italia”. Chissà.

Accuse al pool? Nessun accanimento, solo indagini.

Fu guerra civile? Colpo di Stato? Ecco cosa dicono i tribunali.
E un ministro britannico.

di MarcoTravaglio

Guerra civile, colpo di Stato, accanimento giudiziario, manette facili, processi politici, Berlusconi perseguitato, “comunisti” salvati dalle “toghe rosse”. Se ne sono dette e scritte tante su Mani pulite. Ma tutte queste accuse non sono rimaste nell’aria: sono confluite in specifiche denunce, che hanno originato due ispezioni ministeriali straordinarie (promosse dai ministri Alfredo Biondi e Filippo Mancuso), 14 procedimenti disciplinari e una sessantina di indagini penali a Brescia su Di Pietro e gli altri uomini del pool, inquisiti per reati gravissimi (compreso l’attentato agli organi costituzionali)
Tutto si è concluso con proscioglimenti e archiviazioni che hanno smentito nel merito quelle accuse. E così i ricorsi opposti in vari paesi europei contro le rogatorie inoltrate dalla Procura di Milano: tutti respinti. Ecco, in dichiarazioni e atti ufficiali, come quelle accuse sono state smontate.

Il pool Mani Pulite ha abusato della custodia cautelare per estorcere confessioni? 
Dalla relazione finale dei quattro ispettori inviati dal ministro Alfredo Biondi, resa nota il 15 maggio ’95: “Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri (.). Non si è riscontrata un’apprezzabile e significativa casistica di annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni (.). I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati (.) dall’ulteriore e decisiva prova della confessione dell’indagato.
Né è risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché rese sotto la minaccia dell’ulteriore protrarsi della detenzione (.). Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle “condizioni fisiche e psicologiche disumane” nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l’on. Sgarbi: non è stata mai segnalata l’applicazione di regimi detentivi differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi”.

C’è stato accanimento contro la Fininvest?
Dalla relazione degli ispettori inviati da Biondi:”Il dottor Confalonieri sembra desumere dal solo fatto che sono state promosse indagini a carico di persone in qualche modo collegate al gruppo Fininvest un fumus persecutionis a prescindere da concrete censure al comportamento degli inquisiti (.). Gli inquirenti hanno fornito risposte esaurienti e documentate su tutte le questioni sollevate: (.) le indagini “sono state condotte nei confronti di persone fisiche ben determinate” (.).
Ugualmente gratuita (è) l’affermazione secondo cui si sarebbero pretese, per evidenti scopi politici, chiamate in correità calunniose nei confronti del presidente del Consiglio (.). Il lamentato accanimento investigativo, espressione di una pretesa strumentalizzazione politica del potere giudiziario, non ha trovato alcun riscontro nelle attività di indagine della Procura di Milano (.). Sono risultate pretestuose le censure ai magistrati del pool mosse da Berlusconi (.) doglianze prive di qualsiasi pregio”.

È vero che le indagini sul gruppo Berlusconi iniziarono dopo la sua “discesa in campo”? 
Dall’ordinanza di archiviazione della denuncia di Berlusconi contro il pool, emessa dal gup bresciano Carlo Bianchetti il 15 maggio 2001: “L’esame del prospetto riassuntivo delle iniziative giudiziarie in corso nei confronti suoi e di altri esponenti Fininvest, prodotto dall’on. Berlusconi ai Pm bresciani (.) chiarisce che, al momento in cui egli aveva annunciato la volontà di partecipare alla competizione elettorale a capo di un movimento politico da lui fondato (26 gennaio ’94), la Procura di Milano aveva già avviato svariati procedimenti per fatti concernenti lui e/o le sue aziende (proc. pen. relativi a: false fatturazioni in Publitalia, tangenti Vigano e Verzellesi, All Iberian, discariche Cerro Maggiore e Pioltello), compiendo tra il 27 febbraio ’92 e il 20 luglio ’93 ben 25 accessi presso le diverse sedi Fininvest nonché presso Publitalia, al fine di eseguirvi perquisizioni, accertamenti, o per acquisirvi documenti (.).
Non potendosi avallare con ragionevole sicurezza l’ipotesi più maliziosa, si può affermare conclusivamente che l’impegno politico del denunciante e le indagini ai suoi danni non si pongono tra loro in rapporto di causa-effetto; la prosecuzione di indagini già iniziate, e l’avvio di ulteriori indagini collegate, in nessun modo possono connotarsi come “attività giudiziaria originata dalla volontà di sanzionare” il sopravvenuto impegno politico dell’indagato, e a tal fine diretta.”.

È vero che l’invito a comparire spedito a Berlusconi il 21 novembre ’94, mentre presiedeva il vertice anti-crimine di Napoli, provocò la caduta del suo primo governo un mese dopo? 
Dall’ordinanza del gup Carlo Bianchetti (15 maggio 2001): “Alla causazione del cosiddetto “ribaltone” è stata sostanzialmente estranea la vicenda dell’invito a presentarsi, dal momento che, secondo la testimonianza dell’allora ministro Maroni, la decisione della Lega Nord di “sfiduciare” il Governo Berlusconi (decisione che era stata determinante nella caduta dell’Esecutivo) era stata formalizzata il 6 novembre 1994, e perciò due settimane prima; trovava comunque le sue radici in un insanabile contrasto tra la Lega Nord e gli altri partiti del Polo delle Libertà risalente a fine agosto ’94, allorché l’on. Bossi era venuto a sapere dell’intenzione del Capo del Governo di “andare alle elezioni anticipate in autunno””.

Quello per i fondi neri del comparto estero Fininvest (All Iberian) è un processo politico? 
Dal discorso pronunciato il 23 ottobre 1996 dal ministro dell’Interno britannico Simon Brown, di fronte alla Regina per spiegare il diniego al ricorso degli avvocati di Berlusconi contro la consegna delle carte sui conti esteri Fininvest: “Se ben capisco l’argomentazione dei richiedenti (la Fininvest), essi sostengono che l’azione giudiziaria in corso in Italia per donazioni illecite di 10 miliardi al signor Craxi è politica, e che le accuse di falso contabile (…) sarebbero reato connesso.

Le donazioni politiche illegali sono un reato politico? 
Non sono d’accordo. A me sembra piuttosto un reato contro la legge ordinaria promulgata per garantire un corretto ordinamento del processo democratico in Italia – reato in nulla diverso, diciamo, dal votare due volte alle elezioni (…). Il reato in questione è stato commesso per influenzare la politica del governo: non si pagano clandestinamente grosse somme di denaro a un partito politico senza uno scopo (…).
Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese, operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici. È un uso scorretto del linguaggio definire la campagna dei magistrati come improntata a “fini politici”, o le loro azioni nei confronti del signor Berlusconi come persecuzione politica. Al contrario, tutto ciò che ho letto su questo caso suggerisce che la magistratura stia dimostrando una giusta indipendenza politica dall’esecutivo ed equanimità nel trattare in modo eguale i politici di tutti i partiti (…).
(Il reato) non è intrinsecamente politico, né lo diviene nel caso che l’autore del reato speri di cambiare la politica del governo comprando influenza politica, e neanche se il potere giudiziario, perseguendo lui, spera di ripulire la politica. Nessuno degli argomenti dei richiedenti riesce a persuadermi in nulla che i reati in questione siano politici. Non riesco proprio a vedere i pagatori corrotti della politica come i “Garibaldi di oggi”, o cercatori di libertà, o “prigionieri politici””.

È vero che nell’inchiesta Mani Pulite ci furono abusi e forzature? 
Dalla relazione degli ispettori del ministro Biondi: “I rilievi negativi, solo ipotizzati o anche effettivi, non possono incidere più di tanto sugli enormi meriti di un’inchiesta che rimarrà una pietra miliare nella storia giudiziaria del nostro Paese, essendo servita a recuperare legalità e trasparenza nelle istituzioni e nella politica”.

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