Ttip IL TRATTATO GLOBALE

 

 

La GLOBALIZZAZIONE è stata la prima inc…..

Il Ttip  la seconda inc...iuciata                                                           Transatlantic Trade and Investment Partnership

 IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Il trattato globale che fa paura

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti.

La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta.

Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

di GIULIANO BALESTRERI,                                                                                                                            VINCENZO BORGOMEO,                                                                                                                        FEDERICO RAMPINI,                                                                                                                                    MONICA RUBINO e                                                                                                                                      CARMINE SAVIANO 07 maggio 201

Se gli accordi stravolgono gli schieramenti

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – 
“TPP Free!..
Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio”.
La promessa solenne risuona nell’aula del consiglio comunale.
È d’accordo il sindaco Bill de Blasio.
E’ d’accordo il deputato democratico Jerrold Nadler che rappresenta questa città al
Congresso di Washington.
Così come esistono in Italia i comuni che si proclamano “denuclearizzati”, può New York
City chiamarsi fuori dai nuovi trattati di libero scambio?
Naturalmente no, è un gesto politico, dal valore simbolico.
Ma la dice lunga sulle resistenze che si oppongono alle nuove liberalizzazioni dei
commerci e degli investimenti.
Eppure, se non tutta l’America, certamente New York sta dalla parte dei “vincitori” della
globalizzazione, con Wall Street che domina la finanza senza frontiere, un mercato che
risucchia capitali dal mondo intero
Lo stesso paradosso si applica alla Germania.
Il suo attivo commerciale sta polverizzando tutti i record storici: vale l’8% del Pil tedesco.
E’ una nazione che riemerge dalla crisi con la ricetta (squilibrata) di sempre: esportando
molto più di quanto importa.
Dalla globalizzazione sembra avere tratto solo vantaggi.
E tuttavia è proprio in Germania che il mese scorso si sono svolte le manifestazioni più
affollate per dire no ai nuovi trattati.
Un partito di governo, i socialdemocratici della Spd che partecipano alla coalizione con
Angela 
Così come negli Stati Uniti la spaccatura attraversa il partito democratico
Barack Obama vuole questi trattati con tutte le sue forze.
Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che è la beniamina della sinistra, guida
la rivolta contro le nuove liberalizzazioni
Tpp o Ttip?
Attenzione alle sigle, segnalano una sfasatura nei tempi e nei dibattiti.
In America al momento si parla del primo: Trans Pacific Partnership.
Riguarda i paesi dell’Asia-Pacifico, con i due pesi massimi che sono Stati Uniti e Giappone,
ma senza la Cina.
È il primo in dirittura di arrivo.
Per il Tpp Obama ha già ottenuto al Congresso il “fasttrack“: la corsìa veloce che consente
un’approvazione rapida perché i parlamentari possono votare solo sì o no all’intero
pacchetto, senza emendamenti su singoli aspetti.
Obama ha ottenuto il “fast-track” grazie ai voti dei repubblicani, tradizionalmente
liberisti.
Non avrebbe mai avuto la maggioranza dei democratici.
La sinistra del suo partito, gli ambientalisti, i sindacati, le organizzazioni della società
civile come MoveOn, 350. org, Courage Campaign, Corporate Accountability, Democracy
for America, continuano a battersi per far deragliare questo accordo: si moltiplicano le
petizioni popolari, i sit-in davanti al Congresso e agli uffici dei singoli deputati e senatori.
Il trattato che interessa gli europei è in seconda posizione nella tabella di marcia, si
chiama Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip).
Che cos’hanno in comune Ttip e Tpp?  
Tre cose importanti.    
                                                                                                                                                           Anzitutto si tratta della prima revisione generale delle regole della globalizzazione dal
lontano 1999 (creazione della World Trade Organization, l’arbitro del commercio
mondiale), cui poi seguì nel dicembre 2001 la dirompente adesione della Cina.  
 Secondo: questi due nuovi trattati riuniscono paesi abbastanza simili tra loro per livelli
di sviluppo e garanzie di diritti (Usa, Giappone, Ue) mentre non includono i Brics (Brasile
Russia India Cina Sudafrica).  
 Terzo: la nuova tappa delle liberalizzazioni cerca di smantellare i protezionismi occulti,
fatti di barriere non-tariffarie, perché i tradizionali dazi doganali sono già scesi molto.
 
Su questi aspetti Obama insiste nella sua campagna a favore dei nuovi trattati: “Ci
danno l’occasione  –  dice il presidente  –  di scrivere regole che proteggano i nostri
lavoratori, tutelino l’ambiente, i consumatori, la salute, i diritti umani.  
 Se non siamo noi a stabilire queste regole, il commercio mondiale andrà comunque
avanti, ma le regole le faranno i cinesi e con priorità ben diverse”
La Dottrina Obama punta quindi a creare un “fatto compiuto”, fissare dei principi che
poi la stessa Cina e altre nazioni emergenti saranno costrette ad applicare in futuro.
Perché questa argomentazione non convince una parte delle opinioni pubbliche
europee?                                                                    
                                                                           
Il Ttip riguarda 850 milioni di abitanti fra il Nordamerica e l’Europa, che insieme
rappresentano il 45% del Pil mondiale.            
                                                                                     
Il commercio transatlantico che verrebbe influenzato dalle nuove regole del Ttip, in
settori come le commesse, opere pubbliche, servizi, supera i 500 miliardi di euro all’anno.
I soli investimenti diretti dagli Usa in Europa superano i 320 miliardi, quelli europei negli
Stati Uniti sono un po’ più della metà.
Siamo quindi nel cuore della globalizzazione “avanzata”, quella che unisce tra loro paesi
ricchi, non c’entra qui la concorrenza asimmetrica con le potenze emergenti.
E tuttavia si è fatta strada nel Vecchio continente l’idea  –  non infondata  –  che siano gli
europei a godere oggi delle regole più avanzate in materia di salute, protezione del
consumatore, qualità dei servizi pubblici.    
                                                                                     
Le obiezioni al Ttip si concentrano su due aspetti.
                                                                           
Da un lato si teme che sia il cavallo di Troia per introdurre nei supermercati e sulle tavole
degli europei gli organismi geneticamente modificati, la carne agli ormoni, o altri tabù
del salutismo.
     
 Ma questo problema è già risolto: l’Unione europea ha stabilito che non rinuncerà al suo
“principio di precauzione”; sugli ogm resta perfino il diritto dei singoli Stati membri
dell’Unione di vietarli se lo ritengono necessario.  
 L’altro tema scottante è la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che
consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per
annullare provvedimenti considerati discriminatori.  
 Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire
piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi.
 
 L’Unione europea potrebbe attenuare il pericolo, se otterrà che queste
cause vengano giudicate da un’apposita corte, permanente e pubblica, non da collegi
arbitrali privati.
Un punto debole resta la trasparenza.
 
Lo rinfaccia Elizabeth Warren a Obama: “Se sono nell’interesse dei lavoratori e
dell’ambiente, perché non pubblicare la totalità dei testi in discussione? “.  
 Anche l’ultima tornata negoziale Usa-Ue, che si è svolta a fine aprile a New York, è
avvenuta a porte chiuse.  
                                                                                                                         
Le stime sui benefici di questa globalizzazione 2.0 indicano un aumento dello 0,5% del Pil
europeo (che di questi tempi non è poco) grazie all’abbattimento delle “barriere
invisibili” che ostacolano le imprese.
                                                                                                       
Ma in passato le previsioni sui benefici del Nafta o del mercato unico europeo peccarono
sistematicamente per eccesso di ottimismo.  
                                                               
E dal 1999 in poi, la fiducia delle opinioni pubbliche nella preveggenza degli esperti è in netto calo.

Regole e tariffe al centro del Ttip

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO – 
La voglia di accelerare sulle trattative per la conclusione del Ttip, il Trattato
transatlantico di libero scambio tra Usa e Ue, arriva proprio dall’Italia, premier Matteo
Renzi in testa: “Mi auguro che il 2015 sia l’anno decisivo” aveva detto durante la visita
ufficiale negli Stati Uniti a metà aprile.
D’altra parte in base alle stime economiche diffuse dalla Ue e dagli Usa una conclusione
positiva del negoziato avrebbe vantaggi per entrambe le sponde dell’oceano, sia in
termini occupazionali che economici: la Commissione europea si aspetta un impatto
positivo dello 0,4% medio annuo sul Pil del Vecchio continente fino al 2027 e dello 0,5%
per quello americano.
Secondo altri, per l’Italia il dato sarebbe ancora più alto.
Ecco perché Renzi vuole spingere sull’acceleratore: l’idea di aprire un nuovo enorme
mercato per le piccole e media imprese solletica l’ambizione del presidente del Consiglio
che nel via libera al Ttip vede uno spiraglio per la ripresa economica.
La voglia di rinsaldare le relazioni tra gli Stati Uniti ed Europa, però, non è dettata solo
esclusivamente da una necessità economica.
Sul tavolo delle trattative, iniziate nel 2013, c’è molto di più in gioco.
Soprattutto sul fronte geopolitico: la supremazia dell’Occidente non è più incontrastata
come vent’anni fa.
L’ascesa della Cina e, a ruota, degli altri paese emergenti è prepotente.
Ecco perché l’approvazione del trattato rilancerebbe la supremazia del Vecchio mondo
sul Nuovo.
Un’intesa ad ampio spettro, poi, incentiverebbe le altre economie mondiali ad adeguarsi
alle regole fissate dal Ttip.
D’altra parte al centro delle trattative non ci sono tanto le tariffe doganali – peraltro già
piuttosto contenute – quanto le barriere non tariffarie: quei vincoli adottati da un
mercato per limitare la circolazione di merci che non consistono nell’applicazione di
tariffe.
Sono limiti – per esempio – quantitativi come i contingentamenti o barriere tecniche e di
standard (cioè di regolamento).
Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai
bovini sostanze ormonali, nell’Ue è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a
causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.

I negoziatori, quindi, parlano soprattutto di regole per arrivare a una serie di standard uniformi che vengano universalmente riconosciuti sulle due sponde dell’Atlantico.          Sul tavolo, però, ci sono anche temi come l’accesso alle commesse pubbliche in molti settori, la definizione di nuovi e più ambiziosi standard in alcuni settori                                   Un mercato che nel complessivo, nel 2013, valeva qualcosa come 484 miliardi di euro, con acquisti di beni europei da parte degli Stati Uniti pari a 288 miliardi.                                         Enormi anche gli investimenti diretti: dagli Usa arrivano verso l’Ue 312 miliardi, mentre fanno il tragitto opposto altri 159 miliardi di euro.   Il problema più ricorrente nel commercio dei beni e dei servizi è sempre lo stesso: la mancanza di standard procedurali comuni costringe – di fatto – chi esporta a rispettare due diverse procedure, con un aggravio in termini di tempo e costi.                                                                                                    Si calcola che i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti ai prodotti europei siano pari all’1,2%, mentre le barriere non tariffarie comportino un peso addizionale di circa il 19%. Con settori, come quello dell’auto, che arrivano a punte del 25%, quando i beni dagli Usa arrivano in Europa. “Il Ttip ridurrà la burocrazia elevando i nostri standard di lavoro: prodotti testati e certificati in un continente lo saranno automaticamente anche nell’altro.                                                                                                                                                       In questo modo – hanno assicurato i negoziatori americani ed europei al temine dell’ultima sessione di trattative lo scorso 24 aprile  –  rinforzeremo le nostre relazioni e diventeremo un modello per il resto del mondo.                                                                   Abbiamo già fatto molti passi avanti”.                                                                                                   E altri potrebbero esserne fatti con il prossimo round di negoziazioni previsto in agenda a Bruxelles prima della pausa estiva. Insomma, nonostante Usa e Ue siano i principali partner commerciali gli uni degli altri nonché i primi fornitori esteri di servizi e i maggiori investitori nei rispettivi mercati, il vasto complesso dell’economia transatlantica non riposa su alcun trattato che ne regoli il funzionamento interno in maniera sistematica. I lavori del Ttip, però, sollevano le proteste di vari movimenti.                                                     “Il trattato affronta il tema delle barriere non tariffarie che limitano la libertà delle grandi imprese.                                                                                                                                 Ovvero tutte quelle leggi, le normative, le procedure, spesso emanate in difesa dei diritti”, dice Marco Bersani del Comitato Stop Ttip secondo cui a rischio c’è lo svilimento del welfare in nome della competitività e del mercato.                                                             Secondo le letture più critiche, infatti, i cittadini diventerebbero semplici clienti. Addirittura, secondo il Movimento 5 Stelle, il Trattato impoverirebbe l’Italia: a rischio ci sarebbero 1,3 milioni di posti di lavoro con un calo del 30-40% di scambi di prodotti a danno soprattutto delle Pmi.                                                                                                       Numeri che vengono tratti dall’esempio del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico: in 12 anni gli Usa hanno perso un milione di posti di lavoro, anziché crearne migliaia di nuovi.                                                                                                        Le aziende, infatti, hanno preferito spostarsi verso il Messico dove tutele e diritti – e di conseguenza costi – sono inferiori rispetto agli Stati Uniti. Un rischio che i negoziatori non vogliono neppure prendere in considerazione, spiegando come in tutti gli ambiti della trattative gli standard qualitativi verranno elevati.                 Non abbastanza per i contestatori secondo cui, invece, il Ttip “svuoterebbe di potere gli organismi eletti democraticamente a tutto vantaggio di organismi tecnici e regolatori”. Di certo la strada perché il Trattato veda la luce, nel bene e nel male, è ancora lunga. Manca un testo finale condiviso – anche se dopo le proteste la trasparenza sta aumentando come dimostrano i documenti pubblicati da Ue e Usa che un volta approvato avrà bisogno del via libera del Congresso Usa, del Parlamento europeo e di tutti i Parlamenti nazionali dell’Ue: basterebbe un solo no per affossare il Trattato intero.

Trattative segrete sul nodo agroalimentare

di MONICA RUBINO

ROMA –
 
“Se non c’è accordo sull’agroalimentare, il trattato salta”.
Non poteva essere più chiaro l’ambasciatore americano in Ue Anthony Luzzatto Gardner.
Segno che la partita del Ttip si gioca per buona parte sul cibo, un settore destinato a
esplodere sul piano globale nei prossimi anni, come dimostra Expo 2015 non a caso
dedicata proprio al tema dell’alimentazione in tutte le sue più importanti implicazioni.
Di certo la posta in ballo è grossa e potrebbe cambiare la vita di ben 850 milioni di
consumatori tra le due sponde dell’Atlantico.
Parliamo del secondo mercato più grande dopo quello asiatico, pari a circa il 45% del Pil
mondiale, secondo i dati del Fondo monetario internazionale.
Il   Ttip dovrebbe abolire dazi e rendere più libera la circolazione di merci e servizi, ma
non si discute solo di tariffe (in verità  il profilo tariffario degli Stati Uniti è già favorevole
all’export Ue), bensì anche di barriere non tariffarie: abbattere gli ostacoli tecnico-
regolamentari al commercio di beni e servizi potrebbe avere ripercussioni enormi in tanti
settori, ma soprattutto in quello agroalimentare, che in questa trattativa gli Usa
considerano strategico.

Trattative segrete.                                                                                                                           L’ultima tornata di negoziati si è tenuta dal 20 al 24 aprile a New York. Ma di ciò che si sono detti i negoziatori si sa poco o nulla, perché le trattative sono segrete.                           Questo particolare non è secondario.                                                                                                   Perché discutere a porte chiuse?                                                                                                             Forse perché, come ipotizza Lori Wallach, direttrice dell’Osservatorio sul commercio  globale (una divisione dell’associazione statunitense dei consumatori indipendente Public Citizen), “i sostenitori del Ttip sanno bene che questo accordo non supererebbe mai l’esame dell’opinione pubblica”.                                                                                                Wallach fa parte di quel fronte anti-Ttip che descrive le conseguenze dei trattato in termini molto pessimistici: “Si tratta di un lento colpo di stato – ha dichiarato in varie occasioni – un cavallo di Troia che apre le porte a un attacco devastante alle più elementari leggi e regolamenti nazionali”.                                                                                       Un fronte, quello che si oppone al trattato, molto attivo in tutta Europa, e che trova anche alcuni punti di congiunzione con il movimento No-Expo.                                                   “È un patto scellerato – commenta Monica Di Sisto, tra i portavoce della campagna Stop-Ttip Italia – che usa l’agricoltura europea e i suoi produttori come merce di scambio”. Grandi preoccupazioni esprime anche Carlo Petrini, presidente di Slow Food: “In  questo momento in tutta Europa associazioni e anche istituzioni temono la piega che sta prendendo il negoziato.                                                                                                                            In segreto stanno mettendo al centro di tutto una strada ampia di libero commercio che pensa solo ai fatturati”.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
  EXPORT IMPORT SALDO
  (euro) (euro) (euro)
PRODOTTI ALIMENTARI, BEVANDE E TABACCO 2.796.619.091 289.717.621 2.506.901.470
di cui:
Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne 76.495.495 43.417.216 33.078.279
Pesce, crostacei e molluschi lavorati e conservati 7.060.388 20.458.894 -13.398.506
Frutta e ortaggi lavorati e conservati 140.088.240 60.502.823 79.585.417
Oli e grassi vegetali e animali 425.694.138 72.086.138 353.608.000
Prodotti delle industrie lattiero-casearie 245.907.824 244.456 245.663.368
Granaglie, amidi e di prodotti amidacei 29.718.219 826.808 28.891.411
Prodotti da forno e farinacei 252.253.604 1.533.804 250.719.800
Altri prodotti alimentari (zucchero, cioccolata, spezie) 286.831.511 13.539.071 273.292.440
Prodotti per l’alimentazione degli animali 4.979.700 8.511.135 -3.531.435
Bevande 1.327.267.713 68.560.744 1.258.706.969
– di cui Vini di uve 1.077.732.505 46.420.144 1.031.312.361
– di cui Birra 12.770.383 1.163.700 11.606.683

I numeri dell’export Ue.                                                                                                                          Ad oggi non possiamo prevedere le reali ricadute del trattato proprio perché la segretezza dei negoziati non ci aiuta a capire quali ne siano i reali contenuti.                        E questo spinge ad essere sospettosi o quanto meno vigili.                                                            In tutti i paesi c’è qualche politico che conosce la verità, ma la maggior parte crede che si tratti solo di un accordo commerciale.                                                                                                   Il premier Matteo Renzi ha definito il Ttip “vitale” e i grandi industriali italiani lo considerano una benedizione.                                                                                                           Sebbene le posizioni in Federalimentare, l’associazione di Confidustria delle aziende del settore, non siano univoche, per il presidente Luigi Scordamaglia “chiudere l’accordo transatlantico senza aver risolto il problema delle barriere non tariffarie che limitano il nostro export non servirebbe assolutamente a niente”.                                                                   Ma, a ben vedere, i vantaggi in termini di maggiore export per l’Europa non sarebbero così sconvolgenti: “Parliamo di un aumento del Pil europeo di appena lo 0,5% – spiega Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori  e a dirlo è la stessa Commissione Ue. Forse il gioco non vale la candela”. Dai dati della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo in totale l’Italia esporta negli Stati Uniti merci per quasi 3 miliardi di euro, in gran parte cibi trasformati,  mentre acquista dagli Usa prodotti per 806 milioni, di cui circa i 2/3 riconducibili all’agricoltura. Nello specifico, il saldo è negativo per commodity come cereali e soia ed è ampiamente positivo per il vino (oltre 1 miliardo di saldo attivo), l’olio, i formaggi, la pasta.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
  EXPORT IMPORT SALDO
  (euro) (euro) (euro)
PRODOTTI AGRICOLI, SILVICOLI E DELLA PESCA 64.041.381 516.759.599 -452.718.218
di cui:      
Prodotti di colture agricole non permanenti 17.887.796 267.072.859 -249.185.063
– di cui Cereali (escluso il riso), legumi da granella e semi oleosi 1.019.739 240.358.467 -239.338.728
Prodotti di colture permanenti 40.170.158 181.403.002 -140.232.844
– frutta in guscio 35.895.691 177.393.423 -140.497.732
Animali vivi e prodotti di origine animale 1.128.686 20.962.715 -19.834.029
Prodotti della pesca e dell’acquacoltura 1.249.311 35.332.253 -34.082.942

Come spiega Paolo De Castro, coordinatore per il Gruppo dei Socialisti e Democratici della Commissione Agricoltura dell’Europarlamento, tra i rischi dell’accordo ci sono “le condizioni di partenza delle differenti agricolture, con la struttura di quella americana che per dimensioni aziendali e costi di produzione potrebbe surclassare, in condizioni di mercato aperto e senza protezioni, la produzione di materie prime europee”.                       Ma De Castro rassicura: “Bisogna lavorare per il raggiungimento di un risultato ambizioso per il comparto agricolo, con particolare impegno su accesso al mercato, indicazioni geografiche e misure sanitarie e fitosanitarie.                                                                           Mantenendo intatti gli alti standard qualitativi di sicurezza alimentare e di salute umana e animale in vigore nell’Unione”.

Cloro e ormoni, le paure dei consumatori

di MONICA RUBINO

ROMA 
Per Coldiretti è piuttosto concreto il rischio che l’eliminazione di ogni ostacolo al
libero scambio tra Usa e Ue si traduca in un peggioramento della qualità dei prodotti.
Per capire l’impatto del Ttip sul cibo che portiamo in tavola ci siamo fatti aiutare da un
esperto, Rolando Manfredini, .

Ttip, allarme di Coldiretti: “Conseguenze enormi per l’agroalimentare”

Condividi

Facciamo qualche esempio pratico.                                                                                                     Se compriamo del pollo al supermercato troveremo confezioni tracciate, anche in virtù dellnuova normativa europea sull’etichettatura delle carni avicole, ovine e suine.         In pratica sull’etichetta è indicato dov’è nato l’animale e dove è stato allevato. Su una ipotetica confezione di pollo americano importato in seguito al Ttip, invece, non troveremo indicazioni circa l’origine dell’animale.                                                                         “Il regolamento statunitense impone di mettere in etichetta i valori nutritivi, ma non la provenienza – spiega Rolando Manfredini, responsabile qualità e sicurezza alimentare di Coldiretti –                                                                                                                                                     Né ci sarà scritto che quel pollo è stato lavato con il cloro utilizzato come antimicrobico. Una pratica abolita in Europa dal 1996 perché ritenuta dannosa per la salute, ma consentita invece per legge negli Usa.                                                                                                   E non a caso i regolamenti europei dal 1997 vietano l’importazione di pollo americano”. Anche sulla carne di bovino ci sono sostanziali differenze. In Ue 15 anni fa, ossia dopo l’epidemia della mucca pazza, è stata istituita l’anagrafe bovina che ci permette di ricostruire la vita e gli spostamenti dell’animale dalla nascita alla macellazione.                   Inoltre in Europa l’uso di ormoni e antibiotici per accelerare la crescita non è consentito (e se qualche allevatore disonesto lo fa è fuorilegge).                                                     “Viceversa negli Usa ormoni e antibiotici si possono utilizzare legittimamente per far ingrassare l’animale più in fretta, così come si può mettere in commercio carne proveniente da animali clonati – continua l’esperto di Coldiretti –  Il rischio, dunque, è quello di ritrovarci nello scomparto della carne bistecche piene di ormoni, che possono interferire con il sistema endocrino, specie nei bambini, e antibiotici, che possono favorire fenomeni di farmacoresistenza in chi se ne nutre”.

Petti di pollo e bistecche, come cambierebbero con l’ok al Ttip

Condividi

Quanto agli Ogm, è recente la dura reazione del governo Usa alla proposta di Bruxelles di nuove regole sull’import di Ogm nell’Ue, che lascia ai singoli Stati membri la possibilità di decidere se limitarne o proibirne l’uso sul proprio territorio.   Per Michael Froman, l’incaricato del presidente Obama per la politica commerciale statunitense, si tratta di un approccio “non costruttivo” per i negoziati sul Ttip, mentre per la Commissione europea “i due temi non sono legati”. Il principio di precauzione europeo.                               Insomma, la differenza sostanziale tra Europa e Stati Uniti sta nell’approccio al cibo: nel Vecchio Continente vale il principio di precauzione.                                                                       In pratica se esiste il dubbio che una sostanza possa nuocere all’uomo, viene bandita. Gli Stati Uniti, invece, ritengono che sia necessario provare in modo inconfutabile che il prodotto è nocivo per la salute prima di ritirarlo dal mercato, secondo il cosiddetto criterio “fondato sulla scienza”.                                                                                                         Sarà forse un caso, ma i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie statunitensi (Centers for Disease Control and Prevention) calcolano che circa 48 milioni di persone ogni anno (1 americano su 6) sono colpite da “foodborne illness”, ossia patologie causate da alimenti non sicuri, che per circa 3000 persone hanno conseguenze letali. “Noi in Europa siamo abituati bene per quanto attiene alla sicurezza alimentare – spiega Dario Dongo, esperto di diritto alimentare e fondatore del portale Great Italian Food Trade –  e lo dobbiamo alla solida legislazione sviluppata a partire dal Libro bianco della Commissione europea per la sicurezza degli alimenti, che risale al 2000.                                               Veniamo anche informati dei rischi emergenti nell’intero mercato unico grazie al Rasff (Rapid alert aystem for food and feed), il sistema europeo di allerta rapido su alimenti, mangimi e materiali a contatto che prevede il ritiro immediato dal mercato dei prodotti ritenuti pericolosi”. Sul Ttip i nostri governanti rassicurano: “Non ci sarà l’apertura alla carne agli ormoni o al pollo alla clorina”, sostiene Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo Economico.           Così pure il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina: “Bisogna fare chiarezza: nessun trattato commerciale potrà mai modificare le leggi europee in tema di sicurezza alimentare e protezione del consumatore.                                                                                                                                  Abbiamo standard altissimi a cui non rinunceremo mai.                                                               Al contrario dobbiamo guardare al Ttip come opportunità per crescere anche su questo fronte nel dialogo con gli Usa”.  

La clausola Isds.                                                                                                                                       Ma se l’accordo dovesse passare e una grande azienda di carni americana trovasse ostacoli normativi nell’esportare i suoi prodotti nel nostro Paese, potrebbe rivalersi contro lo Stato italiano chiedendo un risarcimento?                                                                   “La risposta purtroppo è sì – spiega ancora Manfredini – in virtù della clausola sull’Isds  (acronimo di Investor to state dispute settlement) che, per quanto venga sconfessata, è parte integrante della trattativa.                                                                                                           Se la clausola venisse introdotta, in pratica l’azienda che ravvisa una violazione dei suoi interessi potrebbe appellarsi a un tribunale privato sovranazionale che potrebbe dargli ragione, imponendo allo Stato che la ostacola un risarcimento milionario”.                       Vuol dire che se c’è un accordo internazionale e se c’è uno stato che legifera in contrapposizione all’accordo stesso, l’azienda chiede una compensazione rivolgendosi a una sorta di corte di giustizia privata.

Igp e Dop patrimoni da salvaguardare

di MONICA RUBINO

ROMA –
Ma c’è ancora un ultimo punto da considerare riguardante soprattutto il nostro Paese,  
che in Ue ha il numero più alto di Igp, (Indicazioni geografiche protette),  per non parlare
delle Dop (Denominazioni origine protetta): “Siamo famosi nel mondo per la qualità del
nostro cibo – sostiene Rolando Manfredini di Coldiretti – non possiamo accettare un
trattato al ribasso, che si traduca in un appiattimento delle nostre eccellenze
enogastronomiche.
Il Ttip deve dunque aiutarci a tutelare le produzioni agroalimentari italiane dal
fenomeno dell’Italian sounding, ossia l’imitazione di prodotti tipici nostrani, molto
diffuso sul mercato statunitense dove i prodotti made in Italy taroccati, dal Parmesan
all’Asiago, dai pomodori San Marzano al salame Milano, valgono quasi 20 miliardi.
La presunzione statunitense di continuare a chiamare con lo stesso nome o nomi simili
alimenti del tutto diversi è inaccettabile perché è una concorrenza sleale che danneggia i
nostri produttori”, conclude l’esperto.
Un mercato, quello del falso made in Italy, che nel mondo vale oltre 60 miliardi di euro,
ossia esattamente il doppio delle esportazioni dei prodotti originali.

Prodotti italiani Dop a rischio con il via libera al Ttip

Condividi

Secondo uno studio dell’Icei (Istituto di cooperazione economica internazionale),  illustrato durante un’audizione presso la Commissione Agricoltura della Camera il 20 marzo scorso, “interi comparti produttivi dell’agroalimentare europeo – oggi tutelati nelle loro scelte qualitative – domani potrebbero trovare più conveniente uscire dai consorzi di tutela per avere più carte da giocare, specie sul piano dei prezzi, sul mercato unificato”.                                                                                                                                             Inoltre l’Icei paventa un altro rischio legato all’Italian sounding: “I prodotti di imitazione statunitensi, che in Europa finora non potevano entrare, troveranno un vastissimo mercato acquirente nelle fasce di popolazione a minor reddito, oppure nei paesi Ue con minor tradizione alimentare.                                                                                                                   È prevedibile – conclude l’Istituto di cooperazione economica – che i danni per l’export italiano non si verificheranno nel commercio con il Nordamerica, ma sui mercati terzi europei.                                                                                                                                                         In Germania, Regno Unito, Paesi Bassi i consumatori troveranno per la prima volta al supermercato prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli italiani, ma a minor prezzo”. Dobbiamo dunque rassegnarci a un mercato spaccato in due, fatto da un lato di cibo di massa a buon mercato ma di bassa qualità e dall’altro di alimenti  eccellenti ma non alla portata di tutte le tasche?                                                                                                                   “No – sostiene ancora Trefiletti di Federconsumatori – la sicurezza alimentare deve essere garantita a tutti.                                                                                                                     Anche il cibo più economico deve essere sicuro per i consumatori”. Trattativa a rilento.                                                                                                                               Non è detto che comunque l’accordo Ue/Usa si faccia, almeno non entro il 2015.     Sebbene nelle conclusioni dell’ultimo vertice Ue si legga che “Unione europea e Usa  dovrebbero fare ogni sforzo per concludere i negoziati sul Ttip entro la fine dell’anno”, sottolineando la necessità che l’accordo sia “ambizioso, completo e con mutui benefici”, ma anche che gli stati coinvolti “dovrebbero incrementare gli sforzi per comunicare i benefici  dell’accordo e per promuovere la discussione sul dossier con la società civile”. Come a dire, basta con la segretezza, concetto ribadito anche dal presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz: “I Parlamenti vanno coinvolti nei trattati, il Ttip non fa eccezione”.                                                                                                                              Oltretutto, dal punto di vista politico all’interno dell’Europarlamento le posizioni sono divise.                                                                                                                                                             A favore dell’accordo sono tendenzialmente i Popolari e i Liberali, chiaramente contrari sono i Verdi, la sinistra radicale e la destra nazionalista.                                                     Incerti i Socialisti, vero ago della bilancia in un prossimo voto.                                                     Le criticità del trattato toccano inoltre in maniera diversa le sensibilità dei vari paesi dell’Unione.                                                                                                                                                  Se la Francia, ad esempio, è la più sospettosa, la Germania è invece decisamente favorevole all’accordo, sebbene abbia riserve sull’Isds.                                                               Fra tutti gli stati dell’Unione l’unica ad essere totalmente favorevole alla clausola Isds è la Polonia, perché  questa verrebbe a sostituire una clausola analoga contenuta in un accordo di investimento bilaterale Usa-Polonia, che la vede molto svantaggiata (attualmente è il secondo paese europeo, dopo la Repubblica ceca, per numero di cause Isds). Parallelamente al Ttip, l’America è impegnata nei negoziati del Tip, ossia un omologo trattato di liberalizzazione con l’Asia-Pacifico, sul quale Obama sta avendo non pochi problemi con il suo partito.                                                                                                                       I democratici infatti si sono spaccati, New York è stata dichiarata dalla corrente anti-liberista “TIP free-zone”, un po’ come i comuni denuclearizzati.                                              Ma il presidente Usa tiene duro ed è disposto and andare avanti con i voti dei repubblicani, favorevoli anche al trattato con l’Europa.                                                                 Le energie, dunque, sembrano per il momento concentrate più sul Tip che sul Ttip Di certo, se non si chiude entro la fine del 2015, sarà tutto rimandato a dopo le presidenziali americane.                                                                                                                                                        E Obama lascerà i negoziati in eredità al suo successore.

Auto, sicurezza omologata e dazi da eliminare

di VINCENZO BORGOMEO
ROMA 
Come nelle assemblee di condominio: ci si incontra per parlare dell’ascensore e si finisce
per azzuffarsi sui lavori della facciata.
Nel mondo dell’auto le negoziazioni del Ttip si trasformano regolarmente in risse
furibonde sulle barriere tariffarie.
E già perché il trattato, oltre a parlare del mutuo riconoscimento delle normative sulla
sicurezza degli autoveicoli, deve arrivare a definire un chiaro provvedimento di legge che
elimini le barriere, tariffarie e non.
Così le parti in causa – Acea, l’associazione tra le case automobilistiche europee, il
Consiglio politico dell’automotive americano (Aapc) e l’Alleanza dei costruttori
automobilistici (Auto Alliance) a nome dell’industria automobilistica transatlantica  – 
non perdono mai occasione per focalizzare tutta l’attenzione sui dazi.
“Il commercio di auto – spiegano infatti Acea, Aapc e Auto Alliance – già rappresenta il
10% dell’interscambio commerciale tra tra Usa e Ue.
Chiediamo insieme un nuovo accordo che includa l’eliminazione di barriere tariffarie e
non tariffarie.
Questo aumenterà i volumi commerciali, abbasserà i costi di produzione, creerà più posti
di lavoro e migliori, e migliorerà la competitività industriale”.
Secondo le associazioni, “questo può accadere senza abbassare gli standard ambientali e
di sicurezza che abbiamo sia negli Usa che nell’Ue”.
Proprio sul fronte sicurezza, le associazioni chiedono che Usa e Ue riconoscano i rispettivi
standard, visto che sono nei fatti equivalenti, ma costringono i costruttori che esportano
i loro veicoli a maggiori spese, senza che questo si traduca nei fatti in ulteriori
garanzie.
L’attenzione alle tasse doganali d’altra parte è primaria perché questi balzelli per
l’importazione di un veicolo variano dal 2,5% al 25% a seconda del paese.
Eppure anche i risparmi possibili uniformando le omologazioni sarebbero enormi.
Secondo Bmw e Mercedes potrebbero ammontare  a circa 5 miliardi di euro all’anno solo
per i costruttori tedeschi.
Una vera enormità.
Il trattato Ttip è costituito da 24 capitoli, divisi in tre parti, che riguardano accesso al
mercato, cooperazione in campo normativo e norme.
In sostanza, l’obiettivo generale è quello di abbattere le barriere doganali e aprire il
mercato attraverso un’armonizzazione delle norme in vari settori: si va dalle merci agli
appalti pubblici, dagli investimenti all’energia, dalla concorrenza alla proprietà
intellettuale, dalle medicine ai pesticidi.
E tante altre voci.
Ma l’auto, essendo la più grande industria del mondo, rappresenta il capitolo più
importante.
Il capitolo che porta ad avere gli investimenti più pesanti legati alla produzione
(fabbriche, infrastrutture, ecc.).
Produrre un iPhone, si sa, non è come produrre una Panda…
Eppure uno degli elementi più controversi del Ttip, vale a dire la clausola per la gestione
delle dispute in materia di protezione degli investimenti (Isds), è ancora in stand-by per
via della consultazione in corso nell’Ue tra Commissione, Consiglio e Parlamento.
Una questione difficile, sulla quale un’intesa appare ancora lontana.

Nei servizi restano fuori difesa e televisioni

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO –
Sul fronte dei servizi, i flussi bilaterali di commercio ammontavano complessivamente a
282,3 miliardi di euro nel 2011.
Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale dell’Europa anche in questo settore e
rappresentano circa il 29% delle importazioni e il 24% delle esportazioni Ue.
E ancora, si stima che circa cinque milioni di posti di lavoro nell’Unione dipendano dagli
scambi commerciali con gli Usa.
I flussi di investimento diretto estero sono ancora più significativi.
Nel 2013 le imprese Usa hanno investito circa 312 miliardi di euro nell’Ue, mentre le
imprese europee hanno investito 159 miliardi di euro negli Usa.
Inoltre, il 70% degli investimenti statunitensi in Europa è concentrato nei servizi
finanziari (che per il momento sono esclusi dal tavolo negoziale).
Inoltre, restano alcune restrizioni all’investimento applicate da entrambi i lati
dell’Atlantico in settori come la difesa, le costruzioni navali, i servizi televisivi e il
trasporto aereo.
Le liberalizzazioni del Ttip riguardano quindi anche i servizi, “coprendo sostanzialmente
tutti i settori”: si prevede anche di “assicurare un trattamento non meno favorevole per
lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello
accordato alle proprie società, consociate o filiali”.
Sono esclusi – per volontà francese – i servizi audiovisivi.
Di fatto l’obiettivo ultimo è quello di “rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli
investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed
efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di
beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il
 della cooperazione tra autorità di regolamentazione”.

Campagna mondiale per cercare di fermarlo

di CARMINE SAVIANO

ROMA – 
C’è il piccolo produttore agricolo del Sud Italia che continua a lavorare per portare avanti
l’azienda di famiglia.
C’è chi ha legato la propria esperienza professionale allo studio di forme green per lo
sviluppo.
C’è l’avvocato che fa della battaglia per la difesa dei diritti dei consumatori la propria
ragione sociale.
L’attivista convinto che uscire dalla crisi sia sinonimo di allontanarsi dal neo-liberismo.
L’europarlamentare che ogni giorno cerca di capirci di più.
Il piccolo commerciante del Nord Europa che vede avvicinarsi la fine sotto forma di
sbarco delle multinazionali.
Uno sbarco privo di regole.
Anzi: dove le regole sono scritte solo dal più forte.
Da chi è economicamente più forte.

Il corredo genetico del movimento No Ttip è quanto di più variegato si possa immaginare. Perché variegati sono i bisogni e gli interessi che il Trattato Transatlantico tocca e mette in discussione.                                                                                                                                               E il fronte europeo che da oltre quindici mesi cerca di alzare il livello di guardia nell’opinione pubblica ha sintetizzato tutto in uno slogan quanto meno efficace: “Prima le persone, poi i profitti”.                                                                                                                         Perché la lettura è questa: il Ttip trasforma i cittadini in membri non di uno Stato di Diritto, ma in clienti di uno Stato di Mercato.                                                                                       Va da se che chi partecipa alla campagna internazionale Stop Ttip non vuole essere ascritto al Fronte del No a tutti i costi.                                                                                                   Perché non si tratta di negare, ma di affermare i propri diritti. Li abbiamo visti in oltre seicento piazze europee lo scorso 18 aprile.                                                                                          Piccoli gruppi, palchi improvvisati, in piazza Santi Apostoli di Roma c’erano solo poche centinaia di persone.                                                                                                                             Ma, dagli organizzatori, il dato numerico non era preso in considerazione: perché quella giornata rappresentava solo la prima uscita nazionale.                                                                   Il primo tentativo di parlare al “grande pubblico” dei rischi concreti che il Trattato potrebbe generare sul tessuto sociale del Paese.                                                                           C’era soprattutto un volantino, che passava di mano in mano, distribuito ai passanti. Sette punti per mettere in chiaro di cosa si parla quando parliamo di Ttip.                              Il primo: l’import di prodotti alimentari a basso costo butterebbe fuori dal mercato centinaia di migliaia di produttori.                                                                                                          Il secondo:                                                                                                                                             sarebbe possibile importare organismi geneticamente modificati.                                     Terzo:                                                                                                                                                                 le 271 tipicità alimentari riconosciute in Italia non sarebbero tutelate.                                 Poi la privatizzazione di servizi pubblici, l’introduzione dell’arbitrato privato che penalizzerebbe i governi nei confronti delle multinazionali, l’indebolimento delle leggi di protezione ambientale e una possibile diminuzione del Pil dell’Unione. Linee di famiglia intorno alle quali si sta creando una sorta di aggregazione spontanea di gruppi e associazioni, sia in Italia che in Europa.                                                                                         Dagli ambientalisti ai comitati per i diritti civili, dalle associazioni di categoria fino ai sindacati di base.                                                                                                                               Gruppi che promettono di dare battaglia.                                                                                         Sia nelle piazze: giornate di mobilitazione sono previste prima e dopo l’estate.                       Sia nelle istituzioni: la domanda per creare gruppi interparlamentari per discutere del trattato sono già state “inoltrate” alla politica.                                                                                   Per adesso le risposte sono poche.                                                                                                           E gli attivisti non sembrano stupirsi: “Durante il semestre italiano di presidenza dell’Ue, Renzi e il suo governo non hanno fatto nulla per fermare questa colossale svendita di democrazia”.

 levostreinchieste@repubblica.it

© Riproduzione riservata  

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>